Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Viaggio verso l’Eremo di Rupecava

3 Febbraio 2022

(Estratto dal mio racconto “La collina del Santo e del Diavolo”, del 2014)

La strada per l’Eremo all’inizio è lastricata di pietre sparse qua e là. Meglio camminare lungo i bordi della boscaglia, ricca in quel punto di castagni; poi diventa sterrata e facile a calpestarsi.
Nelle “Istorie Pisane” di Raffaello Roncioni, scritte intorno al 1592, si ricorda che Sant’Agostino, convertito da Sant’Ambrogio, iniziò il suo cammino di pellegrino per recarsi a Roma, e lungo il cammino volle fermarsi a visitare i luoghi santi, ossia quegli eremitaggi dove vivevano in preghiera alcuni monaci allontanatisi dal mondo. Si fermò anche in Toscana e nel territorio pisano scoprì molti di questi luoghi, tra cui quello che allora si chiamava l’Eremo di Santa Maria a Lupocavo. Vi si fermò per qualche tempo fondandovi l’ordine de’ frati Eremitani e scrivendovi il “De Trinitate”.
La sua presenza è riferita anche in una “Relazione sullo Stato del Monastero nel 1649” (riportata dal libro del Bellotto):

“Il monasterio di Santa Maria a Lupocavo de Padri Agostiniani, è situato ne monti Pisani in mezzo a boscaglie fuori di strada e lontano circa un miglio alla Podesteria di Ripafratta, Commissariato di Pisa e Diocesi di Lucca; e circa l’antichità e fondazione questo convento non se ne può fare vera relazione per l’incendi e rovine seguite nel tempo delle guerre in fra li detti Pisani con i Lucchesi.
La chiesa di detto convento è sotto l’invocazione predetta di S. Maria a Lupocavo à dove habitò il gran Padre delle lettere Agostino santo, e ancora S. Guglielmo per quanto si haveva tradizione”.

Alberto camminava lentamente accompagnato da questi ricordi; la strada ad un certo punto si aprì in un grande spiazzo su cui dominava una roccia che faceva da tetto ad una poco profonda grotta, sotto la quale qualche visitatore avrebbe potuto sostare per un riparo o un riposo. Erano trascorse molte ore da quando al mattino presto, Alberto aveva intrapreso il suo viaggio, e però non si sentiva stanco e proseguì. Ricordava che da lì a qualche metro si sarebbero veduti i resti del primo ingresso al romitaggio, proprio vicino al punto in cui un altro sentiero, molto più irto e difficile, conduce al luogo santo da Cerasomma.
Un altro sentiero, più avanti, proviene da Ripafratta e passa davanti all’antica fonte (datata 1616) dove i monaci sostavano a dissetarsi durante le loro passeggiate.
Alberto aveva scritto una storia con il fine di tutelare quel luogo dagli atti vandalici che lo avevano deturpato fino a ridurlo in rovina. Lo aveva intitolato “Il monaco di Rupecava”, il quale aveva per compagnia un ferocissimo e gigantesco mastino, che subito si avventava contro i vandali, scacciandoli. Si domandava se questa sua storia avesse avuto il suo effetto, ma non ci contava. Si raccontava di messe nere che ancora vi si celebravano di notte, di atti sacrileghi rivolti ai miseri resti di ciò che restava della bellezza e della sacralità di un tempo. Il restauro del 1971 era stato inutile, caduto presto nelle mani dei sacrileghi.
Varcò l’antico ingresso e dal basso muretto situato a destra si affacciò sulla verde vallata. Il suo Paese, Montuolo, non si vedeva, nascosto dalla costola della collina, ma si arrivava a vedere molta parte della pianura pisana. Uno sguardo che gli eremiti del tempo dovevano aver dato spesso, accompagnandosi con la preghiera.
Quale era stato il risultato? La loro preghiera a cosa era servita, se nemmeno era riuscita a salvare, così sembrava, il luogo santo dal male?
Da ciò capì che forse il Diavolo non si era fermato al monumento innalzato a ricordo delle vittime dell’eccidio nazista, ma aveva avuto l’ardire di calcare i passi di Sant’Agostino e di sfidarlo nella sua dimora.
Di nuovo l’ossessione del male che prevale sul bene, del Diavolo che potrebbe anche vincere su Dio prese a tormentarlo.
Il cancello che conduce alle grotte e alla chiesina di Santa Maria era misteriosamente spalancato. Di solito era chiuso con un lucchetto nella speranza che bastasse a tenere lontani i vandali. Dall’Eremo, infatti, erano state sottratte dai ladri alcune antiche statue di terracotta, di grande valore, forse vendute a qualche ricettatore, o forse andate distrutte in riti satanici. Sta di fatto che quando Alberto salì i pochi scalini per varcare l’ingresso, trovò davanti a sé tutti i segni della profanazione. Le sole cose che erano rimaste intatte erano le grandi e indistruttibili grotte. Entrò in quella che stava proprio davanti al cancello, era umida e buia, era chiamata la grotta della “cantina”, dove venivano conservate le vettovaglie.
L’Eremo, dunque, non si era materializzato nella bellezza di un tempo, ma si presentava ad Alberto con i segni devastanti della cattiveria degli uomini. Prima di entrare nella chiesina devastata ed irriconoscibile, entrò nella grotta del “pozzo”, dove si dice si intrattenesse in preghiera Sant’Agostino. Infine salì la scala che conduce alla grotta della “goccia”, una volta adorna di statue, ed oggi disadorna come lo fu all’inizio del mondo. Dal soffitto ogni tanto cade una goccia d’acqua. Una leggenda vuole che a chi riesca a riceverla sul capo, sia conservata la salute. I molti pellegrini che ancora oggi salgono all’Eremo nel giorno della Natività della Madonna, ossia l’8 settembre, si mettono in fila aspettando il loro turno. Pochi entrano in chiesa, la guardano dall’ingresso privo di uscio. Vedono il pavimento massacrato dai furti, le molte tombe pavimentali scoperchiate e private del loro contenuto, l’altare devastato dai furti dei suoi marmi, la nicchia che prima conteneva la Madonna di Rupecava dolorosamente vuota.
La Madonna è attribuita (si veda il libro di Bellotto) all’artista Andrea Pisano e quindi risale, secondo gli esperti, al XIV secolo.
Per preservarla dai vandali è custodita tutto l’anno nella chiesa di San Bartolomeo di Ripafratta, e solo in occasione della festività dell’8 settembre è portata all’Eremo ed esposta alla venerazione dei fedeli. Quel giorno, per tutta la mattina, sono celebrate in continuazione Sante Messe alle quali assistono molti fedeli.
Alberto vi era andato più di una volta. Ora invece era un giorno qualunque e l’Eremo era avvolto dal silenzio e, lo avvertiva, da un lancinante dolore.
Si domandò di nuovo perché gli si fosse mostrato, in quel luogo, il presente, e non più il passato?
Non trovava la risposta.
Però entrò in chiesa ed evitò di inciampare e addirittura di cadere nelle numerose buche del pavimento. Si accostò alla parete di sinistra dove ancora resisteva una parola monca che testimoniava la presenza di Sant’Agostino in quel luogo santo. Si soffermò per cercare di leggere l’intero contenuto, ma non era possibile, essendo del tutto scolorito.
Perché allora si era messo in testa di compiere l’impossibile?
Ed ecco però che la scritta all’improvviso si illuminò e mostrò altre parole che ne ricomposero la visibilità d’un tempo.
Proprio come riferisce il Bellotto, anche Alberto lesse il cartiglio:

“Doppo che S. Agostino fu battezzato partito / di Milano venne a Lupo Cavo l’anno (..)89”.

Andò poi sull’altra parete e vi lesse:

“S ° Ag.no stete qui a Lupo Cavo (…) anni / scrisse della S. Trinità e della Be.ma / Vergine Maria”.

Nella nicchia dell’altare vide in tutta la sua bellezza, evidenziata dalle sue forme e dai suoi colori, la Madonna lignea di Andrea Pisano.
Che cosa stava accadendo?
La Santità prendeva finalmente il sopravvento, in quel luogo devastato dal male, sul Diavolo? E perché finora lo aveva lasciato compiere le sue scorrerie?

Il libro, qui.


Letto 298 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart