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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I miei gialli e “Giacomo e Ada”

31 Gennaio 2022

di Bartolomeo Di Monaco

Come ho già scritto in passato, ho pubblicato 8 gialli.
Vinsero nel 1999, a Pontedera, il primo premio ex-aequo alla 13 ° edizione del Concorso Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi” con questa motivazione, che colse compiutamente l’innovazione che mi ero proposto di introdurre nel giallo (particolarmente evidente nell’ultimo, “Gigolò”, scritto dal 10 ottobre 1997 al 2 novembre 1998):
“Nella quarta di copertina viene posta al lettore una domanda: “Si può scrivere un giallo che abbia la complessità di un romanzo?”. Non abbiamo incertezze a rispondere che Bartolomeo Di Monaco ci ha provato e ci è pienamente riuscito.
Nella scia dei più famosi autori, Di Monaco crea dei tipici personaggi – investigatori come il commissario Luciano Renzi e il suo più stretto collaboratore Jacopetti, con i quali il lettore entra subito in sincronia come se li avesse conosciuti da sempre.
In linea con le esigenze del “giallo”, l’autore riesce a creare suggestive atmosfere, affrontando fra l’altro anche temi di carattere sociale, proiettando addirittura alcune scene nel terzo millennio, e facendosi leggere di un fiato in un emozionante crescendo di emozioni.”

Nel primo giallo che scrissi (dal 29 luglio al 9 agosto 1993), “Giacomo e Ada”, cercai di costruire il delitto perfetto, mitica ambizione nel genere. Credo di esservi riuscito.

“Giacomo e Ada” uscì all’inizio, nel 1994, insieme ad altri racconti che furono raccolti nel volume “La rabbia degli uomini”, ossia “Margherita”, “Michele”, “Forza Gioventù”, “Il commissario Renzi”.
Nel 2000 fu scorporato e inserito tra i miei gialli. Così pure accadde a “Michele” e a “Il commissario Renzi”, il cui titolo fu mutato ne “I coniugi Materazzo”.

Devo confessare che non sono riuscito più a trovare l’edizione che inviai al concorso, e perciò mi è impossibile riportare la quarta di copertina citata nella motivazione. Probabilmente è finita in soffitta tra la moltitudine di scartoffie che vi sono conservate. Per lo stesso motivo mi è impossibile ricostruire l’esatto contenuto del volume premiato.
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(Di seguito un estratto da “Giacomo e Ada”, del 1993)

Lucca è un po’ la città dell’acqua cheta. Ognuno si fa gli affari suoi, e meno ci s’impiccia degli altri e più si ha salute. Non andava giù a Cosimo dei Medici il carattere dei lucchesi, ma non ci poté far nulla, e i lucchesi son sempre stati così da sempre. Questa riservatezza, qualcuno potrebbe anche scambiarla per mancanza di coraggio, vera e propria vigliaccheria. Ma non è così, ed è una caratteristica peculiare di questa gente, e va presa per quel che è. Si chiama lucchesità, e questo la dice lunga sul suo particolare. Epperò accanto a dei meriti indubbi che sempre ha il coltivare il proprio orticello, qualche difetto lo deve pure avere questo popolo antico, se spesso non si cura neppure dei suoi figli più illustri, e pare che siano nati a mille miglia di distanza, e che a Lucca non ci abbiano mai messo piede. Chi lo sa, per fare un solo esempio, che il grande Puccini è nato non a Torre del Lago, come sembra che quasi tutti sappiano, ma a “Lucca drento”, come dicono da queste parti, ossia a due passi dalla bella chiesa di San Michele? E non c’è nessun monumento nella città che ricordi questo nostro grande, conosciuto in tutto il mondo , e forse l’italiano più noto all’estero, anche più di Dante, di Leonardo e Michelangelo. C’è solo quella casa natale a rammentarlo. I lucchesi sembra che si vergognino dei propri figli che sono diventati famosi, e pare loro che abbiano fatto torto a quella loro riservatezza secolare. Preferiscono rintanarsi nelle logge, piuttosto che prendere il sole in San Michele.
Per queste strade ha camminato anche Mario Tobino, che era nato a Viareggio, dove è sepolto in una bella tomba di marmo bianco, e che amava tanto Lucca da viverci una vita. Gli piaceva la città, e ci camminava, nelle sue viuzze, con gli occhi che frugavano dappertutto, e guardava di qua le torri, di là i palazzi, le piazzette. Saliva sulle Mura. Pochi lucchesi si accorgevano di questo uomo che ha fatto grande l’arte dello scrivere.
Chi viene a Lucca per restarci, deve lasciare la voce grossa a casa, imparare a parlare sottovoce, a camminare rasentando i muri e non in mezzo alla via, non avere sicumera, ma apparire debitore di ogni cosa agli altri. Solo così se ne diventa figli, sapendo già che se si riceve un po’ di gloria da questo mondo, e si oltrepassano le sue piccole misure, i lucchesi fan finta di non conoscervi più, di non avervi mai visto a spasso nel Fillungo, e vi prestano volentieri a Firenze o a qualsiasi altro posto che non stia nei suoi confini. Non c’è da farci nulla: Lucca è città che si gode per quello che è, e forse è il prezzo che ognuno deve pagare per sentirsi lucchese.
Giacomo trovava più alleanze fuori di Lucca che tra i suoi pochi amici concittadini.
Dopo qualche tempo, si tenne al teatro del Giglio un comizio per le elezioni dirette del sindaco. Venne un capoccione da Roma, uno dei più importanti, perché a Lucca c’era il rischio di non farcela a far passare quel candidato, e invece ci si teneva molto che diventasse il sindaco della città. Giacomo andava a tutti i comizi, di ogni colore e razza, e i partiti non era vero che s’erano ridotti. S’eran moltiplicate le idee e non si poteva tenerle dentro un recinto troppo stretto. I confronti di ogni tipo, quindi, si avevano non più solo tra i tradizionali partiti, ma ad essi si erano aggiunte nuove associazioni e nuovi movimenti, e la politica, quella vera, che non muore mai, e che è come un altro sangue dell’uomo, pareva impazzita, e sferrava calci a destra e a sinistra per farsi spazio in mezzo a quella confusione. La gente la seguiva, la politica, ma spesso trovava il similoro al suo posto, e tornava a casa delusa, ma non vinta. E ogni volta ci riprovava e andava a sentire quei capi per scoprire se si dovesse nutrire ancora la speranza. I comizi, perciò, erano tutti affollati, anche se, il più delle volte, chi assisteva se ne tornava a casa con le idee di prima, e non c’era politico che riuscisse a fare chiarezza a chicchessia. Anzi, ci s’ingarbugliava di più a starli a sentire. Quando poi il comizio si teneva al teatro del Giglio, un tempio per i lucchesi, accorrevano perfino dalla campagna, e chi non aveva rape da zappare nell’orto ci faceva una scappata.
Il comizio si teneva alle cinque. Cominciò un po’ più tardi, per quella scellerata abitudine degli italiani, che non sono mai puntuali. Il teatro era gremitissimo. Dopo le presentazioni di rito, prese la parola l’esponente di Roma. Applausi quando si diresse al microfono. Poi venne il discorso. Infarcito di cose vecchie dette con parole nuove. Applausi lo stesso. Ma non duravano molto. La gente se l’era già sbucciate le mani a protestare gli anni prima. Applaudiva per cortesia, per dovere di ospitalità, ma badava a fare lo stretto necessario. E badava soprattutto alle parole, se c’erano vere novità. Si vedeva sul palco, dietro l’oratore, il solito tavolone con la stenderia dei capetti locali, tutti impettiti. I nuovi padroni, li definiva qualcuno in sala. Ma si sapeva anche che di padroni la gente non ne aveva, se non li voleva.
Giacomo non riusciva a star fermo sulla poltrona, gli si indolenziva la schiena, e poi la gamba sciancata gli dava fastidio, anche se s’era messo a sedere sull’ultima poltrona a sinistra dell’ultima fila, e quindi aveva modo di stenderla come voleva, e anche di andar via senza dare incomodo a nessuno. Ma stava sempre ad ascoltare fino in fondo, perché le voleva sentire tutte quelle parole inutili, e capire se in politica qualcuno di onesto si potesse finalmente trovare. Per ora l’attesa era andata delusa, e si stava convincendo che ancora una volta erano i birboni a farsi avanti, e ad occupare i posti dai quali si poteva comandare il Paese e farsi tondi tondi, panciuti e riveriti, con il denaro della povera gente.
Applausi ancora alla fine della riunione e il pubblico cominciò a sfilare verso l’uscita. Nel foyer si trattennero alcuni politicanti. Arrivò anche l’onorevole, che appariva soddisfatto e stringeva mani e spargeva sorrisi dappertutto. Qualcuno vide Giacomo e lo salutò.
«Sono felice di vederla. Vogliamo fare grandi cose nella nostra città. Venga, venga che la presento all’onorevole. »
Non ebbe modo di rifiutare, Giacomo.
«Onorevole, mi permetta di presentarle Giacomo Boldini, lo scrittore. Ne avrà sentito parlare. »
L’onorevole si voltò a guardarlo. Aveva gli occhi della faina. Lasciò gli altri. Non gli importò nemmeno del compagno che aveva condotto lì Giacomo.
«Venga con me. Dobbiamo parlarci, noi due. » Lo prese sottobraccio; si appartarono vicino alla parete, dal lato del bar.
«Ho pensato molto a lei. Lei potrebbe fare cose egregie. Stia dalla nostra parte. Uomini come lei non devono sprecarsi. » Fece nomi di intellettuali importanti. «Sono con noi » disse. Invece di rispondergli, Giacomo gli sputò in faccia. Con tutta la forza che gli fu possibile. L’onorevole rimase di stucco, non si asciugò nemmeno il viso. Stava con le braccia aperte, bianco come un morto. La gente si raccolse intorno ai due. Fu l’amico che glielo aveva presentato a gridare contro Giacomo: «Lei è un mascalzone, un farabutto. Si vergogni. » Se avesse avuto tutte e due le gambe sane come una volta, Giacomo lo avrebbe preso a calci nel culo.

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I miei libri, qui.


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Bart