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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Vincenzo Pardini: Il valico dei briganti

7 Giugno 2023

di Bartolomeo Di Monaco

Prendo in mano il libro di Pardini, uscito per Vallecchi nel giugno del 2023, ossia pochi giorni fa, e mi siedo davanti allo scrittoio. Sono un po’ emozionato. A Pardini ho dedicato un libro “Omaggio a Vincenzo Pardini. Tra racconti e romanzi” e il lavoro lo sento ancora dentro di me, con tutti i sentimenti e il calore che ciascuna lettura ha sempre saputo suscitarmi. La sua scrittura fa scaturire da una parola che entra in contatto con la prossima una scintilla di luce e di calore. Come accendere un fuoco.
Pardini ha 73 anni e mostra una vitalità sorprendente, da fare invidia ai giovani scrittori di oggi. La perfezione e la padronanza acquisite nella sua speciale scrittura fanno sì che i suoi lavori escano intonsi dagli editor che ai giorni nostri presso le Major fanno il bello e cattivo tempo sui testi, sì che resta difficile valutare la reale qualità degli autori che una abile pubblicità ci induce ad acquistare. Mi scriveva Pardini: “Caro Bartolomeo, hai sollevato un argomento alquanto serio. Quello dell’editing, che ha forgiato la nullità della scrittura. Affinché tu faccia sentire più forte la tua importante voce ti mando gli originali di alcuni miei testi. Potrai vedere quanto sono eguali una volta che sono stati pubblicati in libro.”. E mi inviava, a riprova, gli originali di alcuni suoi libri, tra i quali cito: “Il postale”, “Grande secolo d’oro e di dolore”; Banda randagia”; “L’accecatore”.
Pardini è scrittore capace, dunque, e fertile. Ha una rubrica da molti anni sul quotidiano La Nazione, in cui puntualizza riflessioni e fatti di cronaca; i suoi racconti trovano ospitalità su quotidiani e riviste, così come le sue recensioni. Mi pare di poter dire che solo nella poesia non ho trovato suoi testi su cui fare qualche valutazione. Non so se Pardini ne abbia mai scritte. Mi piacerebbe che ci provasse.

Credo che di questo suo ultimo libro, un romanzo, me ne abbia fatto cenno in una telefonata di alcuni anni fa.
Mi parlava di una banda di briganti che aveva infestato la sua Garfagnana e sulla quale forse avrebbe scritto una storia. Non so se sia questa che ci racconta nel libro. Ma se è così, come credo, la storia viene da lontano e si giustifica il lungo e meticoloso lavoro di ricerca e documentazione che traspare.
Il capo di questi briganti è Vlademaro Taddei. Gli inizi prendono il via da Monti di Villa, una frazione montana nella zona di Bagni di Lucca, ai primi dell’Ottocento, durante il principato di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone.
Da giovane, Vlademaro, comandato dal padre, lavora nei campi e nei boschi, insieme con i due fratelli più giovani, Alceste e Priamo, e l’autore precisa: “per francarsi il pane”, manifestandoci sin d’ora la sua precipua qualità, quella di far rivivere un linguaggio scomparso, ma che è rimasto impresso nei muri della Storia, pronto a riemergere se sfiorato da una mano nostalgica e amorosa, com’è quella di Pardini.
Troveremo ancora parole desuete e rare: “cosa che lui gioiava a fargli credere”; “smanacciò verso di lui”; “in un sentiero al calce di poggi”; “lume a canfino”; “scriccato un zolfanello”; “Aperti i cassetti del canterano”; “al calasole”; “a cosa arramarsi”; “smacchiare i boschi”; “uno dei suoi gabbi”; “bildraffa” (per prostituta); “approcciato”; “biadassero”; “sbirraglia”; “rialto”; “rinselvatosi”; “laveggio”; “celliere” (per cantina); “una stanza di sbratto” (per ripostiglio); “intravvenire le novità”; “soprassoglio”; “ciccare”; “approvi” (per provvedimenti); “cianza” (per chance); “appalto di Sale & Tabacchi”; “ammannito” (per preparato); “presame” (il caglio per fare il formaggio); “infiammi” (per incendi); “parlanti” (per interlocutori).
Sono umori e succhi della scrittura.
Il lettore noterà inoltre, negli esempi soprariportati, l’attitudine ribelle dell’autore a subire una nomenclatura ordinaria ogni volta che l’estro letterario sia in grado di ricorrere a fonti più fascinose ed inventive. Pardini decide anche di scegliere immancabilmente il “gli”, per il plurale “loro”: “Cresciuti i figli, lui e la madre si occuparono di dargli un’istruzione.”.
Vlademaro ha la stoffa del brigante sin da piccolo: “Stava delineandosi la tempra del gran brigante che sarebbe divenuto, artefice di imprese che hanno fatto la storia.”; “La sua vita, sentiva, non poteva essere quella del contadino, del boscaiolo, del carbonaio o del pastore. Voleva vivere bene, avere molto denaro e non affaticarsi di lavoro.”.
Chi è cittadino della Lucchesia, quando lo scrittore descrive l’ambiente dei pastori, in cui Vlademaro ragazzo si trova a badare alle pecore a Monti di Villa, s’immagina di avere davanti un paesaggio, qual è quello magico e leggendario di Campocatino, con le sue antiche casupole di pietra. Qui è stata ambientato nel 1998, come scrissi altrove, dal regista Giovanni Veronesi, con la sceneggiatura di Leonardo Pieraccioni, il film “Il mio West”, tratto dal romanzo di Pardini “Jodo Cartamigli” del 1989, personaggio che ritroveremo anche in quest’ultimo lavoro, come compagno e poi avversario vendicatore di Vlademaro.

La descrizione della vita dei pastori fa percepire il profumo di un tempo andato: “Durante il giorno non conosceva pressoché tregua. Al mattino doveva coadiuvarli nella mungitura e poi collaborare all’invio delle greggi nella zona dei pascoli. Fortuna erano tornati, sebbene malconci, i cani toccatori, che ad un suo segno o fischio, prendevano ad abbaiare alle pecore, instradandole nei sentieri dell’Alpe; i Maremmani si affiancavano, disponendosi di vedetta come sentinelle.”.
È una parte del romanzo, quella iniziale, luminosa, viva, ricca di immagini e di coloriture di sentimento e di nostalgia: “Gli piaceva il calasole, ed ancor di più il buio col suo silenzio d’ombra ed il canto dei grilli e quello degli uccelli rapaci. Improvviso ed inaspettato, poteva accadere irrompesse l’ululo di un lupo. Fiutando forte l’aria i Maremmani balzavano in piedi e mugolavano, camminando attorno ai perimetri degli stazzi; altrettanto, faceva lui.”.
La struttura del romanzo è a paragrafi brevi. La loro incisività li rende simili alle pietre di una montagna.
Ecco il primo di altri passaggi in cui compare l’amore che Pardini ha per la natura e in specie per gli animali, preferendoli agli uomini: “Scoprì che negli sguardi e negli atteggiamenti dei cani, specie se amici, c’era qualcosa di più affidabile che in quelli umani.”.
Ormai è stranota l’ammirazione che l’autore nutre per la natura nella sua unitarietà e complessità. Ne è diventato un cantore di eccezionale potenza.
In Vlademaro comincia a serpeggiare l’idea di abbandonare quel lavoro e andare, come altri facevano, in America a cercare fortuna.
È il tempo in cui in Italia, a causa della miseria, nell’Ottocento, come poi nel primo Novecento, si emigrava con la speranza di fare un giorno ritorno al proprio paese con un po’ di denaro, bastante a farsi una casa e ad acquistare un campicello. Il piccolo sogno di tutti. Altri, invece, si arricchivano e non tornavano più.
Lui non ha soldi per il viaggio. Ma non se ne fa un problema: violenta e ruba. Fuggitivo, ora può partire: “Aveva in mente il piano. Gli sarebbe bastato raggiungere Lucca, da lì Viareggio e Genova per poi imbarcarsi alla volta della California.”.
Al momento di salire sulla carrozza che lo condurrà con altri a Lucca, c’è l’incontro con quello che sarà il suo compagno in America, e che abbiamo conosciuto nel romanzo già citato: Jodo Cartamigli: “Nel mentre vide arrivare un giovane alto e dinoccolato, con un cappello a larghe tese ed un borsone di cuoio: lo riconobbe: era un suo coetaneo della casata Cartamigli”.

Durante il viaggio in diligenza che conduce i viaggiatori da Lucca a Viareggio, l’autore ci fa conoscere una pratica che si usava quando i cavalli si arrampicavano per la salita del Monte di Quiesa, una salita con tante curve, alcune ripide: “Stavano salendo una montagna; dopo ogni curva, si faceva più ripida. Nello slargo di una di queste, si trovava una scuderia, dove erano due grossi cavalli. Ad una voce del postiglione, un uomo giovane e muscoloso, portò uno dei suoi grossi cavalli, e tramite un collare con delle tirelle lo affiancò a quelli della diligenza. Che ripartì. Arrivati in cima al monte, il cavallo di supporto fu sganciato, e la diligenza prese a discendere in un paesaggio di oliveti, prati e abitazioni sparse. Nello sfondo della pianura, un’estensione azzurra si perdeva verso l’orizzonte: il mare, sulla cui superficie si scorgevano sagome di navi che sembravano ferme.”.
Chi conosce il luogo, come me, non può non ammirare la chiara descrizione dell’episodio e della vista del mare. Faccio notare che sulla cima del Monte di Quiesa, vi è una strada, voltando a destra, che sale ancora e ci conduce a Chiatri, ad una delle ville che il musicista conterraneo Giacomo Puccini aveva costruito per il suo ritiro. Vi compose gran parte de “La fanciulla del West”.
Siamo arrivati a Genova, al momento dell’imbarco: “Ritratto lo scalandrone, a terra rimasero solo coloro che avevano accompagnato i parenti, alcuni dei quali tenevano in mano un filo di lana collegato ai congiunti che erano sul molo. Vlademaro all’inizio non capì. Si rese conto cosa significasse allorché la nave, con un applauso, prese a muoversi e i fili di lana si spezzarono.”.
Tutta la traversata che condurrà i passeggeri in California è densa di umori, di profumi, di colori, di movimento, che la renderanno viva nell’immaginario del lettore: “In mare, più che in terra, gli esseri umani erano portati al delitto, agli ammutinamenti e a ogni genere di infamia.”; “Il toro, intanto, continuava a correre sul ponte ma, sdrucciolato, si ribaltò, precipitando in acqua. qualcuno asserì di aver veduto degli squali trascinarlo a fondo in una scia di sangue.”; “Talvolta si aveva l’impressione che l’orizzonte fosse irraggiungibile, e che il veliero altro non fosse che un guscio di noce disperso tra cielo e mare.”; “Un pomeriggio, al calasole, il cielo rannuvolò. Preso a sibilare il vento, le acque si incresparono. Il veliero iniziò a vibrare come si stesse divaricando, e beccheggiava, alzandosi e abbassandosi in maniera sempre più scomposta.”.
Non v’è dubbio che la tempesta che vi è di seguito descritta ci fa andare con la mente a Conrad e Melville: “Il veliero continuava a impennarsi, precipitare, risalire e cigolare come fosse in procinto di schiantare; gravato dal peso delle vele fradice, l’albero maestro si era inclinato. A momenti, a seconda degli spostamenti dei marosi, il veliero si piegava su di un fianco come stesse inabissandosi.”.

Il romanzo, seppure si debba in qualche modo legare al precedente del 1989, “Jodo Cartamigli”, si mostra sin dalle prime pagine (tutte superlative) una summa dell’opera fin qui prodotta dall’autore, trovando in esso spunti e motivazioni che hanno costellato nel corso di questi anni la sua opera.
Non è un azzardo definirlo uno dei migliori risultati conseguiti dal narratore lucchese.
Vlademaro e Jodo, giunti a destinazione, si metteranno al servizio di uno sceriffo.
A Vlademaro non piacerà molto, al contrario di Jodo che si trova più a suo agio: “Durante la traversata del mare, da nessuno si era fatto pestare i piedi; riconosciuto anche dai mastri d’arme, era inoltre campione di maneggio di rivoltelle e fucili. Lui, invece, aveva primeggiato con pugnali e schioppi.”.
Ci troveremo davanti a situazioni e sparatorie ben descritte tanto da rammentarci celebri film western, con diligenze assalite da banditi, scontri con i pellerossa impegnati a difendere i loro territori; rivalità tra pistoleri. Pardini vi rivela una speciale affezione.
Vlademaro è diverso da Jodo: costui ama quel lavoro e sente che è giusto punire i delinquenti; Vlademaro, invece: “Sentiva i briganti, e chiunque altro vivesse fuori dalla legge, suoi consanguinei. Non poteva quindi condividere la posizione di Jodo.”.
Sono ancora giovani, hanno 17 anni. Tra loro non corre buon sangue, dunque. Si intravvede già qui una sfida tra il bene e il male. Il male appare potente e prepotente nella personalità di Vlademaro (“portato ad avere verso il prossimo, chiunque fosse, un innato disprezzo.”), al contrario del bene che in Jodo è meno rumoroso, ma anche violento, vedremo.
Le loro strade sono destinate a separarsi. Come infatti avviene di lì a poco.
La storia è appassionante. La peculiarità della narrazione consente al lettore un approdo emotivo intenso e continuo. Siamo a poco a poco immersi in una struttura narrativa coinvolgente, in cui la nodosa calligrafia dell’autore s’intreccia nella storia come i tanti rami di una foresta.
Certe situazioni ricordano, come già scritto, famosi film western. Uno in particolare balza alla mia mente: “Johnny Guitar” del 1954, diretto da Nicholas Ray, con due interpreti superlativi, Sterling Hayden e Joan Crawford.
Questo romanzo ha tutte le qualità per essere trasformato in film, con diverse direzioni strutturali, tali da renderlo non solo un film western. Rimanendo nella cinematografia del genere, Jodo si avvia sempre più a somigliare a Lee Van Cliff, il giustiziere, nel film di Sergio Leone “Per qualche dollaro in più”, del 1965, e Vlademaro a Gian Maria Volonté dello stesso film, il bandito.
Compaiono gli indiani, in occasione di uno dei loro spostamenti: “Una nuvola di polvere prese ad avanzare e puntato il cannocchiale inquadrò sagome di cavalli e teste di uomini scapigliate: indiani, i quali già avevano deviato verso le montagne.”.

Fuggito dalla banda, si ritroverà tra loro: “Individui selvaggi coi quali bisognava saper dialogare e gelosi del proprio territorio”. Più avanti troveremo: “Dagli indiani aveva imparato a leggere la concretezza della vita in altro modo, e gli si erano sviluppate facoltà che non pensava di avere.”; “Alla minima anomalia, accostava un orecchio al suolo come gli indiani. I quali gli avevano detto che la terra non tradisce mai chi gli è devoto.”.
Come me, anche Pardini deve amare i western e deve aver visto molti film. Riesce a far rivivere il genere come se fossimo davanti ad un teleschermo. Siamo nel campo indiano, e ne assorbiamo le atmosfere: “Uscito, vide le donne andare verso l’estremità del campo con degli otri; altre rientravano con gli stessi pieni. Avevano attinto acqua. Gli uomini, le faretre sulle spalle, gli archi a tracolla, stavano accostando i cavalli. Ad un tavolo, issato su dei tronchi, sfilandole da grossi lembi di bisonte, le donne tagliavano strisce di carne che, con corde di crini di animale, appendevano ad un’asta trasversale posta in alto e poggiata sopra delle tende, affinché i cani, che si aggiravano nei pressi, non potessero addentarle.”.
Urge, intanto, in Valdemaro la voglia di delinquere. Il male interiore lo devasta, procurandogli un’irrequietezza che non gli dà pace.
Si affaccia l’immagine di un uomo avvinghiato dalla propria coscienza in un abisso senza fondo.
Vlademaro può diventare il simbolo di uno smarrimento totale che ci rende fremebondi ed esasperati. Appare come un minuscolo puntino disorientato e sperduto nell’universo.
Scriverà l’autore: “Feroce, romantico e volubile, cambiare idea sarà, vedremo, una sua costante, aspetto che lo renderà ancora più imprevedibile quanto pericoloso.”.
Seguirà: “Nel volgere di breve tempo, Vlademaro iniziò ad operare nella nuova banda col ruolo di fuciliere e di accoltellatore.”.
Leggete (si potrebbe anche scrivere guardate) questa descrizione. È braccato da tre banditi di una banda che sta lasciando: “Uno di loro lo invitò di nuovo ad uscire allo scoperto e così parlando, col revolver, sparò tra i cespugli; i proiettili lo sfiorarono: cosa che, senza avvedersene, lo indusse a reagire. Balzato in piedi fece fuoco. Due caddero subito. Illeso, il terzo stava voltando il cavallo, ma lui gli conficcò nella schiena il suo pugnale da lancio.”.
E Jodo Cartamigli?
Ancora non è messo in primo piano, ma da una baldracca di nome Annette, Vlademaro ne sente parlare. Ne è passato di tempo. Ora entrambi hanno sui quarant’anni. Fa il cacciatore di taglie, ed è veloce con la pistola. Vlademaro immagina che abbia fatto più soldi di lui, e un po’ ne è invidioso. Teme di incontrarlo: “Si era pentito di non avergli sparato quando, in quel deserto, era caduto a terra; ma non ne avrebbe avuto il tempo. La banda lo incalzava. Un pensiero, quello di non averlo ucciso, che gli ritornava sovente.”.
Ci si accorge che Vlademaro sta cambiando. Pardini non ce lo dice, ma lo fa avvertire dalla sua scrittura e dalle sue azioni. È diventato un bandito solitario, dedito a furti e rapine, anche di banche. Però evita di uccidere, se non costretto, come avverrà. Può malmenare la vittima, ma non la uccide, anche se leggeremo: “Ammazzare, specie a seguito di uno stato di necessità, gli era venuto naturale.”. È la spia di un sentimento religioso che appartiene all’autore e che abbiamo messo in rilievo in altre sue opere. Leggeremo: “Ogni volta che si accingeva a realizzare un buon proposito, repentina insorgeva l’attrazione verso il male. Tuttavia, quasi senza avvedersene, toccò il piccolo crocifisso d’oro.”. È un crocifisso che ha sempre portato con sé, rinvenuto in un cassetto in occasione del suo primo delitto. Lo ritroveremo ogni tanto, ma soprattutto nella parte finale. Fa ricordare i candelabri d’argento de “I miserabili” di Victor Hugo, regalati dal vescovo a Jean Valjean, appena uscito di prigione.
Vlademaro ha accumulato molto denaro e decide di tornare al suo paese di Monti di Villa: “Sennonché, avendo ottenuto quanto voleva, e consapevole di trovarsi in un mondo peggiore di quello lasciato, aveva deciso di ritornare.”.

La sua coscienza, intanto, cerca di giustificare il suo passato da bandito: “I ricchi, i latifondisti, i grandi allevatori di bestiame, gli schiavisti non si approfittano forse del prossimo sfruttandolo e talvolta anche uccidendolo pur di raggiungere i propri scopi? E chi deteneva il potere, monarchi e militari, polizia e Carabinieri, boia e sceriffi, preti e carcerieri non commettevano forse obbrobri esercitando le loro mansioni dettate da leggi non certo giuste, altrimenti non ci sarebbe stato il divario tra ricchi e poveri?”.
Nel romanzo troviamo interventi diretti dell’autore con lo scopo di aprire intermezzi o collegare avvenimenti. Un’operazione strutturale che viene eseguita con garbo e leggerezza. Ecco un esempio: “Da quel giorno ebbe inizio la nuova e avventurosa vita di Vlademaro Taddei sul suolo nativo. Inutile dica, con una frase fin troppo abusata, che ne vedremo delle belle. Ma al momento, niente posso anticipare, circa situazioni e vicende che entreranno nella storia d’Italia.”.
Ciò crea suspense, come la crea il pensiero che attraversa costantemente il lettore di quale possa essere l’esito di un incontro, che appare sin d’ora inevitabile, tra lui e l’ex compagno di avventura Jodo Cartamigli.
Al paese, reputato ricco, viene assalito da due briganti. Li uccide e li brucia. Eccone la descrizione: “Adesso i due malcapitati sfrigolavano, proprio come gli arrosti di carne di bisonte degli indiani, con la differenza che, nell’aria, non si propagava odore di carne selvatica, bensì umana, con sentori acidi e dolciastri. In breve, i corpi presero a contorcersi e a sparire sotto la consistenza dell’incendio che infine, attenuatosi, lasciò vedere gli scheletri (…) Con una mazza le frantumò: casse toraciche, stinchi, braccia, teschi biancheggiavano alla stregua di neve sporca.”.
Questo è il ritratto di Vlademaro, quando ritorna a Monti di Villa: “Aveva una gran barba nera, le spalle larghe, la testa grossa e la faccia come scolpita. Una faccia che inquietò anche lui, e da cui avrebbe voluto liberarsi.”. Più avanti sapremo che è anche alto di statura e che i nuovi compagni di scorrerie gli hanno dato il nomignolo di Barbanera.
Come già in America, ancora incute paura.
Il maresciallo dei carabinieri di Bagni di Lucca lo manda a chiamare e mostra nei suoi confronti avversione e diffidenza. In paese e nel circondario circolavano voci sospette sulla sua vita trascorsa in America, in forza delle lettere che Jodo Cartamigli scriveva alla famiglia, e in cui parlava anche di lui.
Ma, ugualmente, nonostante le dicerie, nella vita di Vlademaro compare una donna, Angiolina Soccorsi. Di lì a poco la sposa. È di Montefegatesi, ha trent’anni, mentre lui è sui quaranta: “Giuste età.”, sottolinea l’autore.
Va a vivere a Montefegatesi, in casa della sposa, ma presto acquista una proprietà con un piccolo podere nei dintorni di Monti di Villa, a Bugnano. Intesta la proprietà alla moglie: “Non voleva apparire padrone di nulla.”.
È un’altra della particolarità che fanno di Vlademaro un personaggio speciale.
Convinto, da un giovane falegname di Cocciglia, Amilcare De Pistolo, torna a fare il brigante. Un istinto atavico, ereditato dagli antichi Apuani: “D’estate gli apuani si dedicavano ad agricoltura e pastorizia, d’inverno ai furti perpetrati ai danni delle tribù limitrofe. Nel sangue di alcuni dei nostri banditi, volenti o nolenti, scorrevano queste prerogative genetiche.”.
Dunque, la sua natura criminale, nonostante egli rechi sempre con sé quel crocifisso d’oro, ancora non è stata scalfita: “Un istinto e un modo di concepire l’esistenza che si portava dentro da sempre, e di cui non era mai riuscito a disfarsi.”.

Angiolina è incinta; ora Vlademaro attende anche un figlio, Clodio; presto ne nascerà un altro, Angelo; avrà una famiglia come tanti in paese. Il lettore si aspetta, dunque, una svolta, che però tarda a venire, se ci sarà. Anche questo aspetto crea suspense, oltre all’incontro atteso, che si fa irrevocabile, con Jodo Cartamigli, delle cui imprese “lassù, molti parlavano alla stregua di un eroe.”.
Qualcosa sta avvenendo: “La donna, sentiva Vlademaro, doveva aver capito cose che gli taceva. Da tempo non gli poneva più domande di dove andasse quando si assentava. La vista dei Carabinieri attorno alle capanne doveva averle fatto intuire che lui non era quel laborioso contadino che voleva apparire.”.
Nel romanzo si deve notare un’altra particolarità: il modo quasi magico e leggendario con cui trascorre il tempo. Presente e futuro si apparentano come padre e figlio, così che, senza avvedersene, passano fluentemente gli anni. Il principato di Elisa Baciocchi non c’è più; ora c’è il ducato di Maria Luisa di Borbone, reggente di Carlo Ludovico di Borbone; i figli di Vlademaro sono occupati a Lucca come maestri; il figlio Alceste ha avuto due figli che ora sono giovanotti: Ettore e Pancrazio; l’asino Bambò e il cane Pronto sono morti di vecchiaia; lui ha quasi settant’anni, lo chiamano anche “il Vecchio della Montagna”.
Il lettore continua a domandarsi di Jodo Cartamigli, divenuto ormai una figura materialmente invisibile per gran parte della storia, ma onnipresente nello scorrere del tempo.
Non si dimentichi la figura silenziosa, umile e dolce di Angiolina, la moglie di Vlademaro, che intuisce e soffre in silenzio: “Trascorsero un’estate assai tranquilla. Una calda estate subissata di giorno dal canto delle cicale e la sera gremita di lucciole. Poi, di notte, tante stelle in cielo come ad Angiolina gli pareva di non aver mai veduto. Guardandole, non capiva perché si commuovesse. Avrebbe tanto avuto bisogno di raccontare queste emozioni a qualcuno, ma non sapeva a chi. Vlademaro, quando gli parlava di stati d’animo, si azzittiva e fissava un punto nel soffitto o nel piancito. Allora a lei pareva che le sue frasi si perdessero come in un eco.”.
Ci sono momenti di poesia, sempre, nei libri di Pardini. Angiolina così esile, vi occupa il centro e giganteggia: “Fosse stata più giovane l’avrebbe lasciato. Ma ormai era vecchia. Il tempo era passato così di fretta che gli sembrava perfino di non averlo vissuto. I figli si facevano vivi sempre di meno. Ambedue sposati, le nuore, si era accorta, non la guardavano di buon occhio. Forse sapevano qualcosa di Vlademaro, e la ritenevano sua complice.”.
Il lettore scoprirà presto quanto questa figura sarà importante per il brigante.
Il tocco delicato sulla bellezza della natura è presente spesso anche qui, come in molti romanzi dell’autore, e si fa poesia: “Sopraggiunta la notte, da dietro la Pania si era innalzata la Luna piena. Le valli furono avvolte in quel chiarore che pur essendo antico come il mondo tornava ogni volta ad essere nuovo. Forse perché un giorno non è mai eguale all’altro.”; “gli sembrava che anche il silenzio non avesse una sola anima, ma tante e sconosciute.”.
La nuova banda costituita da Vlademaro-Barbanera sta imperversando nella zona, vittime preti, canoniche, abitazioni, viandanti. I carabinieri sono sul chi va là. I sospetti su di lui si vanno addensando. Vietati dal Barbanera, gli stupri invece sono ricorrenti, e qualche volta ci scappa anche il morto, aggravando così il crimine e inasprendo la rabbia delle forze dell’ordine.
Si arriverà, il 27 agosto 1842, ad emettere una taglia su di lui e i compari di duecento zecchini.
Fumatore accanito di pipa, Pardini ogni tanto rende omaggio al tabacco: “Dalla saccoccia della giubba preso un pezzo di Toscano, lo mise in bocca. In America ciccava il tabacco, in Italia si era abituato al Toscano e alle sue spuntature nella pipa. Il sapore del tabacco gli riempì la bocca, discese nello stomaco, dandogli qualche istante di sollievo.”; “Era il tramonto. Uno dei tanti che avvolgeva la Pania. Sedutosi, spezzato un Toscano si mise a ciccare. Gli piaceva ingoiare il sapore, amaro e acido, con un che di cuoio e di fieno, che usciva dalle foglie che masticava con la calma ed il gusto con cui un lupo solitario biascia un lembo di carne. Il calasole resisteva, ma lui non vedeva l’ora che facesse notte.”.

Interessanti anche le ricostruzioni geografiche della Lucchesia, a riguardo, ad esempio, di Vorno, di Montuolo (“Noleggiata una barca con cuccetta, ancoratala in una insenatura circondata da alberi all’altezza di Montuolo, vi trascorreva molto tempo, lontano dagli sguardi di pescatori e contadini, riposandosi e pensando.”), del canale Ozzeri (“un gran torrente atto alla navigazione e che, all’altezza di Cerasomma, sfociava nel Serchio.”), di San Concordio (“un paese di case sparse attraversato da via lacustri navigabili.”); di Bolognana (“crocevia di vetturini coi muli, di contadini che scendevano dai monti circostanti a rifornirsi del necessario.”); di Montefegatesi (“Dal Borgo provenivano i consueti rumori. Lo scorrere di qualche filanda; colpi di martello di un fabbro; voci di donne; schiamazzi di bambini, il canto di un gallo.”); di Vallico di Sopra (“Voltato un tornante, se lo trovò quasi sulla testa. Gli parve un paese vedetta, forse perché la forma di uno dei due campanili sembrava una torre di avvistamento.”). Per non parlare del ritratto di Lucca messo in capo a Carlo Ludovico di Borbone, che ne ha una pessima considerazione: “Di tutte le città dove aveva soggiornato, Lucca, sul piano umano e morale, si era rivelata la peggiore e coi peggiori sacerdoti e prelati. Il resto della gente, specie di ceto alto, badava alle apparenze e al denaro. Con nessuno era mai riuscito ad instaurare il dialogo auspicato. (…) Considerava i lucchesi una razza autoctona incline al male. Sua madre, Maria Luisa, gli diceva che erano afflitti da possessione diabolica.”.
Chi gli sta dando la caccia ora è nientemeno che un capitano delle guardie ducali, Cecco Tocchini, “Un tipo di media statura, magrolino e dai grossi baffi neri su una faccia smunta, lo sguardo vile e furbo”. Ha già catturato i membri della banda, che hanno spifferato tutto. Il pesce grosso è Barbanera, ed è sulla sua cattura che il capitano deve impegnarsi. È scapolo e abita a Lucca “in una casa adiacente l’Anfiteatro, in centro città”. Passa notti insonni a studiare piani e trabocchetti. Ha saputo che il brigante è “una testa fina” e che ha appreso il mestiere in America, dove è risultato inafferrabile. I sei compagni incarcerati a San Giorgio (“dagli androni umidi e le celle coi muri glassati di muffa”) avevano rivelato alle guardie che il loro capo era “abile a sfuggire alle ricerche, conosceva anche a menadito il territorio.”.
La vita alla macchia, con le guardie alle calcagna, a lungo andare lo deprime: “Solo che, un tempo, essere e rimanere se stesso lo inorgogliva, mentre ora gli creava uno stato confusionale, dove tutto gli sembrava stesse venendogli meno. Infatti, gli erano rimasti odio e disprezzo verso il mondo. Quel mondo che male lo aveva accolto fin dall’infanzia, e che lui aveva cercato di domare, se non di sottomettere. Non ce l’aveva fatta. Al punto che adesso, per evitare il capestro, doveva fuggire e nascondersi.”; “Vlademaro, nel suo peregrinare, aveva trovato ricoveri in antri rupestri, sempre lontani dai sentieri, e che lo riparavano dalle intemperie.”.
È la forza del male, così radicato nel suo animo, che sta cedendo? Vedremo.
Intanto i suoi compari incarcerati a San Giorgio si confessano al cappellano delle loro colpe: “Il cappellano del carcere voleva convincerli che chiedessero perdono a Dio dei loro peccati. Per un certo periodo fecero orecchie da mercante. Finché non cominciarono a confessarsi e, pentiti, ammisero le proprie colpe.”.
Il 24 marzo 1845 comincerà il loro processo, che si terrà a Palazzo Pretorio: “Ogni mattina i detenuti, in catene, scortati da guardie e Carabinieri a cavallo, venivano fatti camminare, tra due ali di folla, dalla galera di San Giorgio fino al Palazzo Pretorio. C’era chi li beffeggiava, chi li malediva o gli sputava. L’aula del tribunale era gremita, e non tutti potevano udire lo svolgersi del processo con le ridondanti arringhe degli avvocati difensori, il cui intento era di evitare la decapitazione ai sei.”. A difenderli sarà un giovane avvocato, Francesco Carrara, che diverrà celebre nel suo campo (“campione in Italia e in Europa”) e a cui Lucca ha eretto una statua nel cortile di Palazzo Ducale.
Il 29 marzo 1845 i condannati (uno solo era stato assolto) sono condotti all’esterno di Porta San Donato dove è stato allestito il palco della ghigliottina. C’è ressa di gente convenuta anche da fuori Lucca, “più che per la festa di Santa Croce”: “Alle otto uscirono dal carcere i condannati: a testa bassa, i polsi legati, irrisi e maledetti, fiancheggiati dai Carabinieri e dai fratelli della Carità, sfilarono in mezzo a due ali di folla. Oltrepassata Porta San Donato, furono sullo spalto dove era collocato il patibolo che, adesso, il sole illuminava. Uno alla volta, passando in mezzo ai militari, i condannati salirono sul palco. Una cerimonia breve e letale. Il boia, posatagli una mano sulla testa, gliela introduceva sotto la mannaia che, subito, uno dei figli lasciava cadere sul collo del malcapitato; la sua testa, con uno spruzzo di sangue, cadeva nel sottostante paniere ed il corpo, con un tonfo, precipitava sotto il palco. Un silenzio come non se ne era mai sentiti, avvolgeva quel tratto di mondo.”. Il boia “era venuto da Parma.”.
Come si vede, è un romanzo che fa anche la storia di Lucca e dei suoi dintorni. Una ricostruzione storica condotta con sapienza e amore.
In questo brano, per chi, come me, conosce l’autore, c’è l’anima di Pardini: “Cercava distrazione, guardando paesaggio e valli; un disperdersi di boscaglia e di versanti che, di primavera, sarebbero tornati rigogliosi. Poi ascoltava il canto degli uccelli e gli accadeva di vedere da vicino il picchio ed il falco pellegrino: restavano in alto le poiane che, al mattino inoltrato, stazionavano, immobili nell’aria ad osservare i movimenti delle prede. Di rado dai crinali verso Modena, forse anche quelli suoi territori di caccia, compariva l’aquila dell’Orrido di Botri. I rapaci gli piacevano. Ci trovava qualcosa di sé, come nei lupi, intravisti qualche volta nel folto del fogliame. Stavano immobili, mimetizzati coi colori di terra e rocce.”.

Un giorno trova una busta. Attenzione! È di Jodo Cartamigli, la legge meravigliato e incuriosito. È una lunga lettera (alla quale risponderà) in cui scrive che lo sta cercando dai tempi dell’America, da quando lo aveva tradito lasciandolo per diventare un criminale. La lettera è un preavviso. Non gli sparerà, ma “una volta catturato, con tanto di pennato, lama cara a noi apuani, ti ridurrò a pezzi come è solita fare la nostra aquila dell’Orrido di Botri con le sue prede, e appenderò i tuoi resti dove più mi aggrada.”.
Chi lo ha visto, ora che è tornato dall’America, prova paura. Fermatosi in una taverna di Genova, dove è sbarcato: “Senza togliersi il cappello, preso posto ad un tavolo, l’uomo chiamò il taverniere; un giovane dall’area spavalda, noto nei carruggi per le sue risse. Ma alla vista del forestiero, dallo sguardo chiaro e gelido, i baffi grigi a lama di coltello, assunse un’area titubante.”.
Pardini sta chiudendo il cerchio della sua storia. Jodo Cartamigli, il lettore se lo è sempre trovato presente nella sua fantasia, domandandosi quale fosse il suo scopo nel romanzo. Ora ci siamo, ci avverte lo scrittore.
È stata, quella di Pardini, un’operazione strutturale che ha reso determinante e indispensabile un personaggio poco presente nello sviluppo della storia; e invece a lui ora assegna il compito della conclusione.
Si capisce dal suo portamento che è un pistolero: “Estrazione del revolver dalla fondina e mira, le abbinava nello stesso istante, e mai mancava il bersaglio.”. Viene in mente Clint Eastwood nei film di Sergio Leone.
Pardini sa creare queste scene, le dipinge come un pittore.
Anche la sparatoria tra lui e Vlademaro merita attenzione, occuperà qualche pagina e non la anticiperemo. Citiamo solo un brano che ne mostra la ferocia: “Era in questo teatro montano, con la cima delle vette stagliate nel cielo azzurro e riflesso nei laghetti Torbido e Turchino, a poca distanza di Foce a Giovo, che tra rupi e vegetazione Cartamigli e Taddei si studiavano a vicenda con l’intento di uccidersi. Ma a nessun spettatore era concesso assistere alle loro modalità di scontro. Altro allora non si udivano, a qualsiasi ora del giorno e della notte, che spari, come peraltro era avvenuto nei territori attorno al paese andati a fuoco.”.
Di Jodo Cartamigli l’autore non dirà che poc’altro. Di Vlademaro, invece, qualche riga in più: giunto ai novant’anni, aveva deciso di mettersi al collo “il piccolo, inseparabile crocifisso. “
Il bene e il male, dunque, si sono miracolosamente capovolti.
Il romanzo si rivela uno dei più avvincenti dell’autore, e forse il più avvincente, dalla struttura solida, ricco di movimento e di suspense, a tal punto che, per la cura nella ricerca storica (troviamo date e nomi delle vittime e dei briganti) e nella rappresentazione scenica, dubitiamo che un altro narratore italiano, e non solo, sia in grado di emularlo.


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Bart