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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Narratori vari

23 Giugno 2023

di Bartolomeo Di Monaco

Sono brevi recensioni. Gli autori sono indicati in ordine alfabetico. L’articolo si arricchirà via via di nuove brevi recensioni.

Lucio Angelini: “The Wolf of May (Il Lupo di Maggio)”

Ciò che si scrive non è mai inutile. Vi si rifugiano momenti e sentimenti che altrimenti andrebbero perduti.
Lucio lo conobbi tanti anni fa a Roma, in un incontro (ce ne fu poi un altro a Milano) organizzato da Giulio Mozzi e che intendeva riunire, fra l’altro, anche un gruppo di frequentatori di ICL (it.cultura.libri), una piattaforma digitale in cui si parlava di libri. Non so se esista ancora, ma in quegli anni ci era utile per scambiarci idee e consigli. Ci si divertiva, anche, e ci si prendeva in giro. È grazie alla parodia che scrissi nel 2003, intitolata “La rivolta dei leprotti”, che oggi posso rivivere con gioia e nostalgia quei momenti. Qualche nome dei frequentatori, così come si firmavano, alcuni col nome vero, altri con il nickname: Lucangel, (il nostro autore), Maria Strofa, Simone Silvestri, Paolo Beneforti, Alfio Squillaci, Mattia Signorini, Federico Platania, petulia, Ol’ga, Eusebia, Luca Tassinari, Eleonora Cavallini, Michele Governatori, Sergio Garufi, Raffaele Mangano, eusebia, piero sorrentino, Paolo Ferrucci, Giosi, Loreta Cerasi, e così via. Li porto nel mio cuore.
Lucio nel 1967 pensò di prendere la penna in mano e mettere su carta il periodo giovanile della sua vita. Un’opera dunque scritta quando aveva 20 anni, essendo nato nel 1947. Il testo, ora pubblicato, ha due versioni: la prima in inglese e la seconda in italiano.
Morto, nel 1953, il padre “Liviero, detto Cillo”, aviatore, in un incidente dell’aria, l’autore passa qualche anno in collegio a La Spezia. Lascia presto, perciò, i suoi primi compagni di Fano, il suo paese, dove ritorna sempre ad ogni vacanza della scuola. I primi personaggi che assumono contorni definiti sono la nonna Celerina, sempre a recitare più di un rosario al giorno e preda di crisi mistiche (alla quale sarà dedicata una parte centrale, che ci rivelerà come la stessa nonna sia stata una guida quanto meno spirituale nella crescita dell’autore), e la sorella che, golosa di toast soprattutto al prosciutto, ne consumava continuamente durante la giornata. Poi, a poco a poco verranno gli altri. Si noti che la sorella e il fratello non hanno nome.
Ma la vocazione alla scrittura (dichiarata anche nel racconto), già presente a quell’età, diventa il filo rosso che incuriosisce il lettore. (e ci svela anche l’amore che l’autore avrà sempre per la favola – è traduttore dei romanzi di Hans Christian Andersen). I suoi primi esercizi trasformano in parole emozioni e accadimenti che lo accompagneranno lungo la crescita. Sono esperienze che Angelini ci presenta, sia pure con uno stile scanzonato (si veda la storia del Papa che cade dalla finestra durante la benedizione domenicale; non troppo scanzonato invece quando parla di editori), a volte onirico e metaforico (vengono in mente i futuristi e anche certi disegni di Salvador Dalì), come vissute all’interno di un sacrario. Suggestiva e significativa questa immagine: “La luna, una grande luna circolare, lanciava il suono della sua folle risata per il cielo.”.
L’opera giovanile ha in sé il fascino della “prima volta”, dell’occhio e della mente che ci conducono e si traducono in interrogativi e curiosità, alla scoperta graduale, e dolorosa, di un mondo in cui ogni ragazzo, crescendo, è destinato a lottare. I primi tremori, le prime ansie, i primi dispiaceri, le prime delusioni, le prime malinconie, le prime gioie, sono colti da Angelini nella loro fresca fragranza. È un ragazzo, il protagonista, che ancora vacilla, che ancora non ha trovato la sua strada (“Non ne avevo la forza, il coraggio.”). È vivo in lui “il lupo di maggio”, ossia quel sentimento tremebondo e ansioso di una crescita avvertita come inevitabile e dolente. La ragazza agognata (“da me tanto cullata”), Paola Puck, ne suscita continuamente il risveglio. Come accadrà, per una minima parte, anche con Piccola Zoe, Arabella e la brutta Diamante.
È a questo sentimento che si richiama, secondo me, il titolo, aldilà del riferimento che viene fatto alla nota favola di “Cappuccetto rosso”. Non a caso, peraltro, gli occhi di Paola Puck ricordano quelli della bimba della favola). Si leggerà: “la regina cattiva del mio delirante mondo di fanciullo.”.
Il racconto appassiona e incuriosisce, e in più di un caso addolora e fa perfino paura (penso alla tragica fine del compagno di collegio, Davide e dello stupro da lui subito), e ci si immagina che riportarlo alla luce abbia suscitato più di una emozione all’autore e, perché no?, richiesto più di una analisi e verifica sul percorso da lui compiuto fino ad oggi, distante e lontano com’è da quegli anni.
Un libro ricco di humus da cui sprigionano numerose sensazioni e immagini, a volte inquietanti e a volte sotto forma di un caleidoscopio tripudiante e delirante di colori.

10 marzo 2024

Ancora una volta Lucio Angelini ha fatto centro col suo Samizdat

Lucio Angelini: “Armageddon a Villa Eden”

In una bella veste tipografica, l’autore pubblica un altro libro con Amazon editore. Il titolo suscita già da sé molta curiosità: che cosa succede mai a Villa Eden?
Lo scopriremo insieme e presto.
Già nel primo capitolo l’autore, attraverso una conversazione che avviene “a uno dei tavoli esterni dell’Harry’s Dolci davanti al canale della Giudecca” ne stimola abilmente la curiosità. Si tratta di una bella villa, Villa Eden, il cui defunto proprietario ha cancellato un elegante giardino scozzese e lasciato crescere al suo posto un giardino spontaneo e selvatico, vietando l’ingresso, anche dopo la sua morte, a chicchessia. Questa originale scelta darà luogo all’Armageddon, ossia ad un acceso dibattito, perfino in Facebook, che occuperà spazio soprattutto nella parte finale. Si deve o no accettare l’abbandono in cui sembra versare la Villa, oppure la volontà testamentaria del proprietario, un privato che ha il diritto di disporre liberamente dei suoi beni, deve essere rispettata? Un commentatore sostiene: “È un’opera d’arte, bisogna conservarla e difenderla.”. Altri sostengono che ci si debba occupare, invece, delle molte strutture pubbliche lasciate cadere in un più che deprecabile abbandono da parte delle Istituzioni a cui appartengono.
Scrive bene, Angelini, impeccabile la sua scrittura, leggerlo procura piacere e una lieta pacatezza. Ci fa accomodare dentro il salotto buono della narrazione.
Naturalmente, lui che è nativo di Fano ma vive a Lido di Venezia, si occupa anche della città lagunare, sottolineandone pregi e difetti, in modo spesso icastico e sadomasochistico, così che possa suscitare curiosità e interesse modulabili a seconda dei gusti del lettore.
Chi conosce Angelini lo ritrova in questo libro, a volte osservatore nascosto da qualche parte (si pensa sicuramente a lui quando nel dibattito on line sul giardino abbandonato di Villa Eden il barone Fioravante esalta il bellissimo “Saguaro National Park, nel deserto di Sonora” o quando Alvise Forcolin confida all’interlocutore la sua passione di escursionista e soprattutto per la Tofana di Rozes, “la mia partner ideale.”), a volte addirittura erettosi in primo piano, ad ammiccare o a fare l’occhiolino invitante a mettersi in scena. Con una Venezia onnipresente che sgocciola sulle pagine l’acqua, mai quieta, di Canal Grande. I protagonisti, il barone Fioravante e la contessa Maria Antonietta, non sono altro che strumenti, bussole di navigazione con i loro dialoghi, la loro corrispondenza, i loro scambi di composizioni letterarie (racconti dentro il racconto), l’uso dei social con frequenti riporti di chatteraggio, attraverso i quali sono affrontati vari temi, tra cui, cari all’autore, quello ambientalista (la difesa della laguna di Venezia, ad esempio) e quello del mondo letterario e dell’editoria. Non mancano richiami forti e prolungati all’omosessualità e al sadismo, tant’è che ci sfiora l’idea di trovarci in presenza del celebre Marchese (fra l’altro, citato) portato a vivere nei nostri giorni. È un caleidoscopio di sorgenti ispiratrici di varia potenza, di getti d’acqua impegnati in un gorgoglio continuo.
È un romanzo, inoltre, in cui narrazione e teatralità, con vari sipari che si aprono e si chiudono, vanno di pari passo come una coppia di amanti. Le mutazioni scenografiche che incontreremo ne tracceranno il percorso. Non vi è dubbio che l’architettura del romanzo ha una sua intelligente e decisa originalità ed è briosa e fascinosa a un tempo, costruita con un’esattezza raffinata.
Non solo questo: alla fine intuiremo che alcuni personaggi che compaiono via via nel racconto tendono a poco a poco a incontrarsi in una immedesimazione pungente di sofferenza. Scelgo: il barone Fioravante, Alvise e la stessa Venezia.

3 aprile 2024

Roberto Andreuccetti: “L’elmetto tedesco”

Dico sommersi poiché sconosciuti in campo nazionale, ma con qualità che non hanno nulla da invidiare a coloro che hanno raggiunto la notorietà. Con un merito in più. Che la loro prosa è quella uscita dalla propria penna, non revisionata da mani altrui. Un merito di non poco conto e che si coglie nella fragranza genuina del periodare. Come il pane buono uscito dal forno di una casalinga. Ce ne sono a Lucca, come pure anche in Italia e nel mondo.
Alcuni hanno fatto della narrazione una ragione di vita. Non si sono limitati a uno o due romanzi, ma hanno continuato a scriverne alimentati da una passione per la ricerca, la storia, la fantasia.
Sono, costoro, narratori, che ho già inserito nei miei due volumi “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi” e che spero siano ricordati e recuperati in futuro da qualche studioso conscio della rigogliosa fioritura dell’arte nella nostra Lucchesia.
Il primo che desidero citare è Roberto Andreuccetti, di cui è uscito da poco “L’elmetto tedesco” per le edizioni di Tralerighe Libri. Ė l’avvincente e tragica storia di Franz Konemberg, un sergente tedesco che si sente in conflitto con il nazismo, di cui osserva amaramente le crudeltà. Il romanzo è anche un omaggio alla figura del professore Silvio Ferri che più volte si è adoperato per salvare gli abitanti della valle della Celetra (Valdottavo, Partigliano ed altri paesi limitrofi) da cruente rappresaglie.
Coi suoi numerosi e consecutivi romanzi, Andreuccetti ha scandagliato ogni aspetto della guerra nei luoghi in cui è cresciuto ed ancora vive. Valdottavo dovrebbe dimostrargli con qualche omaggio la sua immensa gratitudine.

1 dicembre 2022

Roberto Andreuccetti: “La giunchiglia del monte Croce”

Ho un grosso rimpianto. Non aver potuto dedicare un libro monografico a Roberto Andreuccetti. Alla mia età, infatti, faccio fatica a compiere il mio consueto viaggio nei romanzi che leggo. Andreuccetti è un autore che giudico meritevole di una notorietà che la svogliatezza della critica ufficiale gli ha negata.
Il passo misurato della narrazione è una sua peculiarità. La lettura è sempre piacevole ed io, che conosco l’autore, resto incantato nel comparare l’uomo semplice che mi sta davanti e la sua scrittura, che lo rivela in tutto e per tutto qual è.
Egli si dona al lettore, così come nella vita sociale è sempre disponibile a donarsi in aiuto degli altri. Tale, del resto, è anche Roberta, la moglie, vivace e sempre sorridente. Una coppia di cui il paese dove vivono, Valdottavo, non può che andare fiero.
“La giunchiglia del monte Croce”, pubblicato da Garfagnana editrice dell’infaticabile Andrea Giannasi, è del 2014.
Già il titolo è suggestivo e ne stimola la lettura.
Michele è il protagonista, un giovane pastore di quasi quarant’anni, non sposato (“non si fidava delle donne”), che conduce una vita solitaria portando al pascolo i suoi armenti sul monte Croce nella Valle della Turrite, il cui capoluogo è Fabbriche di Vallico, il paese che ha dato i natali allo scrittore lucchese Vincenzo Pardini. Il paese in cui vive è Palagnana, appena sopra Fabbriche di Vallico. Le altre montagne che vi dominano sono il Matanna, il Piglione e il Prana, anch’esse protagoniste del romanzo.
Attraverso Michele conosceremo la vita di un pastore di altri tempi, quando si poteva attraversare una natura ancora incontaminata e possente.
Ed è sul monte Croce che nei mesi di maggio e di giugno fiorisce la giunchiglia, il cui colore si distende sui prati creando una visione superba e incantatrice.
I contatti sporadici ma significativi con la modernità, creano una situazione psicologica e sociale di forte intensità. Conosceremo Iolanda, venuta in Italia dalla Romania e finita nelle mani della malavita, costretta a prostituirsi. Una storia tragica. Parteciperemo al suo desiderio di riscatto con lo stesso calore di Michele che è riuscito con il suo affetto a farle dire la verità, “disposto a fare di tutto pur di tirarla fuori da una squallida esistenza”; ma, vedremo, non sarà facile lottare contro la criminalità organizzata. Incontrerà Katrina, che viene da Haiti, pure lei sfortunata e alla quale offrirà il suo aiuto, anche per avere una donna accanto a sé che mitigasse la sua solitudine. Potremmo dire che l’uomo e la donna, nella loro natura dell’esistere, sono i protagonisti veri del romanzo, sono la risposta, ossia, alle ragioni dell’esistenza, aiutati in questa ricerca e in questo desiderio dalla bellezza e dalla magia di ciò che li circonda (è da annotare la minuziosa descrizione della natura e dei suoi fenomeni): “Aveva bisogno di un punto di riferimento, dopo anni trascorsi in compagnia delle pecore.”. Anche Helèna, la giovane figlia di Katrina, a mano a mano che si farà donna, creerà turbamenti in Michele: “No! Lontano da lui certi bassi istinti, Helèna era un fiore che andava protetto dalla pioggia e dal sole, era un gioiello prezioso che doveva essere custodito nella sua teca di cristallo.”. Ma i rapporti con la ragazza si faranno sempre più insidiosi, fino a generare gelosie e violenze. Michele, ben presto, diventerà una figura tragica.
Gli ingredienti, dunque, ci sono tutti per rendere la lettura intrigante e appassionata (conosceremo anche alcune attività del pastore, descritte con dovizia di particolari e, fattosi Michele raccontatore di storie, alcuni episodi, superbamente narrati, della locale guerra partigiana con donne, come Anna, protagoniste).
Si parlerà pure di maghi e di streghe che, secondo la credenza popolare, abitavano quei luoghi nonché di suggestive leggende, come quella del Pastore Scomparso. Troveremo una mirabile descrizione dell’incendio che avvamperà sulla montagna, tale da mozzare il fiato. In certi momenti, una situazione di suspense ci intrigherà e coinvolgerà.
Un romanzo ben scritto e dalla solida architettura, da non perdere.

23 giugno 2023

Luigi Damiano Battistoni “Il sasso”

Damiano non solo è lucchese, ma è del mio paese, Montuolo. Abita non lontano da me. Appassionato di scrittura è membro della “Associazione culturale ‘Cesare Viviani’, nella quale è un importante collaboratore del presidente Martino De Vita.
Il sasso di cui parla il titolo di questo breve romanzo, uscito nel dicembre 2022 (la sua quinta opera) è lo strumento grazie al quale “si può rompere, ma pure costruire, modellare il proprio futuro.”.
Davide (come quello biblico che affronta Golia) è il protagonista di una storia in cui è forte la ricerca di se stessi, come pure il recupero faticoso da un proprio smarrimento. A mano a mano che si scorrono le pagine, la scrittura migliora e diventa partecipativa e coinvolgente, districandosi tra momenti di giallo e momenti di tormentata riflessione.

1 febbraio 2023

Florio Binelli: “Da Fabbiano ad Albona e ritorno”

Si deve alla felice e generosa sensibilità di Roberto Andreuccetti se le memorie di guerra del profugo istriano Florio Benelli sono state ordinate con bella e precisa scrittura in questo libro, edito da Tralerighe Libri.
Il diario va dal 1938 al 1945 e ha la esauriente prefazione dello stesso Andreuccetti, in cui si legge: “Tra i mesi di maggio e di giugno del 1945, migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, furono arrestati, infoibati, deportati e poi alla fine costretti a lasciare le terre sulle quali risiedevano da anni.”.
A quei tempi, Florio era un bambino che “andava alla ricerca di un roseo futuro”. Vive con la sua famiglia “unita e felice” a Fabbiano, nell’entroterra versiliese. Il padre Nelianto è un cavatore, la madre Luigia, casalinga, deve badare a lui, che ha 2 anni, e alla sorella Franca, appena più grande. Con loro vivono i nonni paterni.
Nel 1938 il padre si trasferisce ad Albona, in Istria, dove c’è una miniera che offre un lavoro più remunerativo. Più tardi lo raggiungeranno i suoi cari.
Il duro lavoro di miniera è ricordato dall’autore anche attraverso le tragedie che vi accaddero, come quella del 28 febbraio 1940 nella miniera dell’Arsia di Albona, con 185 morti e più di 150 intossicati.
La narrazione è coinvolgente e il lettore è condotto per mano all’interno dei momenti felici (quelli precedenti la guerra) e i momenti terrificanti delle vendette delle truppe titine contro gli italiani, che si tradussero in molti casi nel dramma delle foibe. A partire dal 1941 cominciano ad apparire le prime rivolte contro gli italiani e da questo momento il ragazzo Florio vivrà e ci racconterà la sua terribile esperienza, mettendo in risalto particolarità che arricchiranno la conoscenza del lettore di quel segmento di storia, come ad esempio il dramma della Foiba di Vines (o Faraguni) o l’ordine di evacuazione dalla loro casa, come pure gli scontri a fuoco tra i partigiani titini e i tedeschi, con le pozze di sangue nelle strade.
La paura “opprimente” e una intima sensazione di poter essere la prossima vittima, trasmesse dai ricordi di un ragazzo di allora, accompagnano il lettore lungo tutto l’arco del racconto: “La paura si era ormai impossessata dei miei genitori che stavano temendo il peggio.”; “Ora i miei genitori quando parlavano avevano sempre la faccia triste.”.
Al loro rientro in Italia, il dramma, ahimè, non è ancora finito, poiché si troveranno a vivere l’aspra sanguinosa guerra civile: “In quei giorni tutti coloro che erano rientrati dall’Istria dopo la cacciata erano stati infatti catalogati come fascisti e presi di mira dai partigiani.”.
Concludo con un ringraziamento speciale al bravo Roberto Andreuccetti che, con sapienza di narratore, ha reso viva e feconda la testimonianza di un uomo ancora in vita, il quale, pur superati gli 80 anni, non ha mai dimenticato.

20 dicembre 2023

Paolo Buchignani: “L’orma dei passi perduti”

Il libro (edito nel 2021 da Tralerighe Libri di Andrea Giannasi) è la ristampa di due opere già pubblicate singolarmente: “L’orma d’Orlando” (volgarmente detta “La pedata d’Orlando”, del 1992, ma la stesura del testo è del 1988) e “Santa Maria dei Colli” (del 1996, con la prefazione di Vincenzo Pardini). Il primo rappresentò l’esordio di Buchignani nella narrativa, lui che fino ad allora era conosciuto come importante storico del periodo fascista, al quale ha dedicato più volumi, tutti ben documentati, recensiti da personalità importanti, quale ad esempio Paolo Mieli. “L’orma d’Orlando”, quando uscì, fu presentato nientemeno che dallo scomparso Guglielmo Lera, uno dei più amati studiosi della storia di Lucca. Con lui erano anche, in quell’8 maggio 1992, nella sala Maria Luisa in Palazzo Ducale, Guglielmo Petroni e Daniele Luti.
Devo subito dire che il libro vale già tutto per la parte introduttiva, in cui l’autore ci racconta della sua conoscenza e frequentazione di Mario Tobino, Romano Bilenchi, Geno Pampaloni, personaggi che hanno segnato la storia della letteratura italiana. Sono ricordi emozionanti.
Di alcuni suoi libri di narrativa (tra cui “Santa Maria dei Colli”), tutti attrattivi, mi sono occupato qui: https://www.bartolomeodimonaco.it/buchignani-paolo/, da cui si evidenzia la maturazione stilistica di Buchignani.
Riguardo a “L’orma d’Orlando” (composto di quattro racconti: “La finestra di Rolando”, “L’orma d’Orlando”, “La grotta dell’aquila” e “Il passo di Dante”), basti dire che Romano Bilenchi, gli disse: “Non sono degni di pubblicazione, sono belli, e li voglio vedere stampati.”.
Vi compaiono personaggi avvinti dai ricordi, come Rolando e Marta (“con la mente a quanto il mondo era cambiato dai tempi della sua infanzia”, tratto dal secondo racconto, “L’orma d’Orlando”, di armoniosa bellezza, in cui spicca la figura della zia Olimpia, detta ‘la matta’). Nel racconto “La grotta dell’aquila”, viene ricordata una pagina di guerra partigiana, che ha, tra i suoi protagonisti, un gigantesco Maciste, che era riuscito da solo a far fuggire quattro repubblichini armati di manganello: “Alla fine lo uccisero ed appesero il suo cadavere col filo spinato intorno al collo ad una grande quercia sulla via principale che conduce al paese di C. Una piccola croce di legno, semisommersa dalle erbacce, ricorda ancora oggi il suo sacrificio.”. Assisteremo anche alle furiose prediche di don Alfonso e ai suoi esorcismi, in un tortuoso e sorprendente cammino nei meandri della grotta che a poco a poco si fa onirico: “Unico uomo scampato all’apocalisse desiderai la morte, la invocai con tutto il mio essere.”. In certi racconti come questo or ora citato e l’ultimo “Il passo di Dante”, che sfocia anch’esso nell’onirico (è da annotare l’efficacia con cui in poche righe è descritto un improvviso temporale), non è difficile immaginare come protagonista l’autore stesso. Ma anche nei primi due, egli appare sottotraccia.
Riguardo alla sua passione per la narrativa, che è continuata e continua impellente anche dopo le pubblicazioni dei vari testi sul Fascismo (editi da Il Mulino, Mondadori e da Marsilio), scrive: “… non mi bastava: quei libri di taglio scientifico non riuscivano a dare voce a quella folla di personaggi, di emozioni, di immagini, che sempre più spesso e con sempre maggior urgenza mi s’agitava dentro.”.
Da condividere nell’ultimo racconto, la denuncia di una umanità spietata e cinica che sta distruggendo la Terra, nonché l’avvio di una palingenesi, di un ritorno ai valori di un cristianesimo per troppo tempo trascurato: “Accogliere quel messaggio nel suo significato più autentico non comportava invece un grande coraggio? Era davvero facile spogliarsi della scorza del proprio egoismo ed entrare in comunione con gli altri? Dare anziché ricevere?”.

24 giugno 2023

Paolo Buchignani: “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato”

Quando si scrive su Paolo Buchignani non si può fare a meno di ricordare innanzi tutto che è uno storico del fascismo e vanta al riguardo alcuni volumi che hanno avuto eco nazionale, rivelando del fascismo particolari innovativi sfuggiti ad altri studiosi.
Ma Buchignani ha coltivato nel frattempo un’altra sua passione, quella di scrivere racconti e romanzi in cui, a ragione, la storia ha occupato sempre gran parte. Un fatto storico, un ricordo, un oggetto sono stati fonte di un’ispirazione sempre feconda.
È il caso di questo suo ultimo lavoro, un romanzo storico, uscito, pochi giorni fa per i tipi della Casa editrice Arcadia: “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato”.

Si tratta di una rivisitazione della Storia sia come studioso, sia come persona che in quel periodo ha vissuto la propria esperienza umana. Nel romanzo l’autore assumerà il nome di Lapo Bonaccorsi.
Un album di famiglia e soprattutto una spilla d’oro “dalla testa rossa” di cui la nonna Esterina si serviva “per difendersi dai molestatori nel loggione del Teatro del Giglio di Lucca.”, danno l’abbrivio al romanzo: “Fora fora la spilla d’oro dalla testa rossa, fin dove, fin dove?”. Essa sarà uno dei principali motori del racconto, e presto entrerà in simbiosi con Lapo, che ne diverrà lo strumento narrativo: “Fora i decenni la spilla d’oro dalla testa rossa”; “la sua punta acuminata sa forare solo il passato”.
Si comincia con la morte del padre Orlando, avvenuta il giorno di Natale del 2001, per passare rapidamente ad un periodo di morte collettiva causata a partire dal 2020 dal Covid, che ha trasformato gran parte del mondo in una tragica terra di silenzio.
Nel mezzo, si allunga e occupa sempre più spazio una rievocazione che si fa esigente e intensa e penetra, ricca di emozioni, gli anni degli inizi del secolo scorso ed entra nella vita dei nonni Isidoro, infermiere al vecchio ospedale Galli Tassi, e Esterina, sigaraia presso la locale Manifattura Tabacchi e, attraverso di essi, nella Storia.

Ben riproposte le aspre discussioni tra i socialisti massimalisti e i socialisti riformisti, che, soprattutto a causa delle posizioni intransigenti dei massimalisti che erano in maggioranza, causeranno, unitamente ad altri fattori, la nascita del fascismo, il cui primo fattivo incontro lo avremo nel capitolo intitolato “La spedizione punitiva”. È l‘aprile del 1921 e conosceremo il risoluto padre di Isidoro, Assuero, bisnonno di Lapo. Importante la rievocazione, arricchita da sorprendente documentazione e che occupa più capitoli, della mortale imboscata di Valdottavo, sfociata in un eccidio, attribuiti entrambi allo stesso Carlo Scorza (“inchiodano Scorza”), “il ras calabrese trapiantato a Lucca”, avvenuta il 22 maggio 1921 e per la quale furono condannati, invece, 3 innocenti antifascisti. Vi giganteggia la figura del priore di San Pietro a Vico, don Giovanni Andreini, che sa la verità e per questo motivo sarà ucciso. Un’altra figura importante di sacerdote sarà quella di don Giuseppe Benassi, “un santo” che “sa parlare al cuore”, parroco di Santa Maria dei Colli negli anni Trenta, anch’egli vittima, a 32 anni, della violenza fascista: “un san Luigi Gonzaga martirizzato”. Come pure quella di don Roberto Tofanelli, che teneva le sue omelie antifasciste nella cattedrale di Lucca, gremita per l’occasione.

Lucca, coi suoi luoghi e i suoi personaggi storici (la Manifattura Tabacchi, il Caffè Caselli, Pascoli, Puccini, Pea, Viani il “guerrafondaio” Papini, Ungaretti e altri, anche minori come Quartuccio), ricopre un ruolo importante nella rievocazione dei fatti che Lapo ricostruisce, narrando tratti della sua vita di ragazzo, di adulto e di professore di storia contemporanea, del quale ultimo si avverte la forte mano nella costruzione del solido impianto. Grazie allo storico, infatti, incontreremo rivisitazioni molto stimolanti, una per tutte quella di Giovanni Papini in un discorso guerrafondaio al Caffè Caselli. Il Lapo di oggi, il Lapo “maturo e professore”, non solo ricostruisce quegli accadimenti culturali e politici, ma si pone e ci pone degli interrogativi, talora inquietanti, che contribuiscono a stimolare la riflessione del lettore. Si veda, ma è solto un esempio tra tanti, l’intervista del 1988 al novantenne Mino Maccari, il fondatore e direttore della rivista fascista “Il Selvaggio”, amico di Ottone Rosai (di cui si narra un’impresa eroica e lo si descrive mentre dipinge), di Lorenzo Viani e di Berto Ricci, tutti fascisti della prima ora, e di cui viene più volte sottolineato l’entusiasmo fascista. Così anche per Vittorini, Brancati e Pratolini. Tornano nel romanzo altre figure care a Buchignani come Marcello Gallian e soprattutto Romano Bilenchi. Come pure ritorna uno dei motivi che hanno attratto il lavoro del Buchignani storico: il passaggio dalla fede fascista a quella comunista, favorito dall’azione politica di Palmiro Togliatti.

La sapienza del narrare è da tempo acquisita e consolidata nel Buchignani e il ponderoso romanzo (oltre 400 pagine dai capitoli ben distribuiti e irrobustiti da molti richiami agli studi dell’autore nella sua qualità di storico con abili passaggi dal passato al presente, dal Lapo ragazzo al Lapo adulto) emana un’attrattiva speciale, coinvolgente e trascinatrice per la ricchezza di documenti e testimonianze, ricca di umori, composto com’è dalla Storia che coinvolge tutti e dalla storia che si riversa nel microcosmo personale (del quale cito, come esempio, alcuni personaggi di rilievo: oltre al padre Orlando, alla energica e risoluta madre Anna (“la bontà in forma di donna”), ai nonni Isidoro e Esterina e allo zio Rinaldo, troveremo Remo Martini, Alvaro Gigli, Luisa Mordini, Isacco Zevi, Gastone Danovaro, Stefano Fabbri detto Stefanino, il prof. Ferro, il medico Osvaldo Pilade Nardi, il giovane partigiano Sandro). Come in altre sue opere, il paese natale di Santa Maria dei Colli (anch’esso vittima della ferocia nazifascista nell’agosto del 1944) vi recita la parte del cuore. E il cui archivio parrocchiale sarà per lui fonte di nuove rivelazioni, come la scoperta del diario del parroco, qui chiamato don Ugo e in realtà don Pio Serafini, in cui si ricordano per il loro impegno antifascista mons. Roberto Tofanelli e don Arturo Paoli, nonché un contadino di Formentale di nome Gigi, che tiene nascosti e protegge dei bambini ebrei. Don Arturo Paoli testimonierà all’autore sull’impegno eroico del campione di ciclismo Gino Bartali in favore degli ebrei. Si ricordano l’eccidio della Certosa di Farneta e le stragi commesse da un terrificante sergente delle SS, Papuska. Un breve capitolo sarà dedicato al paese tripudiante in occasione della caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Assisteremo anche, seguendo la fuga di Orlando, il padre dell’autore, allo scompiglio che causerà nell’esercito italiano l’armistizio dell’8 settembre 1943.

È un altro bel dono che ci fa questo autore: un romanzo impegnativo, pieno di passione, che erompe specialmente nella succinta, ma saporosa ed emotiva, Parte Terza (che ci porterà ai nostri giorni e ci racconterà, tra l’altro, degli “Anni di piombo” e del compromesso storico), ricco di scoperte e di denunce, sapientemente miscelato, vivo, che solo lui poteva scrivere con le sue precise e preziose, e non sempre conosciute, ricostruzioni storiche e anche coi suoi ritratti di personaggi che hanno fatto la storia politica e culturale italiana. Ma avremo anche ritratti ben disegnati di personaggi minori, come Marianna e il selvatico Libero che consegna a Lapo il suo crudo diario: “m’aggregai alla schiera dei braccianti giornalieri che ogni mattina, all’alba, sul ponte San Pietro, elemosinavano una giornata di lavoro nei campi dei ricchi.”. Un altro scritto rivelatore, e ancora più importante, sarà consegnato a Lapo da Stefano Fabbri, detto Stefanino. Vi si legge della morte di Giovanni Bolcioni e della strage del Monte Romagna (dietro il mio paese di Montuolo), avvenuta nella notte tra il 6 e il 7 agosto 1944. Un monumento la ricorda.
Non mancano delicate descrizioni anche di paesaggi. Questo un esempio: “Ecco, ora si scorge, in lontananza, sempre più nitido, il paese di C.: un ammasso di casupole ammontichiate l’una sull’altra, un animale acquattato nei barbagli del tramonto.”. Segnalo il capitolo dedicato al paese di Minucciano e ai suoi cavatori, dove incontriamo uno di loro, l’anarchico Leo.
Una lettura robusta, dunque, forte e appassionante, quasi una confessione sofferta e dolorosa, un testamento.

16 gennaio 2024

Marisa Cecchetti: “Occhidisole. In cammino”

Chi tra i Lucchesi che seguono il mondo dell’arte, e in specie della letteratura e del teatro, non conosce Marisa Cecchetti. Oltre che narratrice di romanzi e racconti, scrive poesie e pubblica articoli su varie riviste del settore, sempre attenta alle novità. La ricordo quando – l’amico Cesare Viviani ancora vivente – veniva a teatro per recensire sul quotidiano locale le sue divertenti commedie in vernacolo lucchese.
Nata a San Giuliano Terme, in provincia di Pisa, è lucchese di adozione, e a Lucca ha insegnato Lettere e vive da moltissimi anni. Gli autori lucchesi la conoscono anche perché spesso è la relatrice, sempre generosamente disponibile, alle presentazioni dei loro libri.
Ho letto alcune delle sue opere e mi sono interessato a “Il fossato”, un romanzo uscito nel 2014 per conto della Giovane Holden Edizioni, la stessa che a settembre 2023 ha stampato “Occhidisole. In cammino”, di cui mi occuperò qui.
Si tratta di racconti brevi distribuiti su 3 parti. La prima raccoglie quelli che ci tramandano il passato (quasi una dichiarazione d’amore che ci accompagnerà per tutto il percorso); la seconda e la terza gli anni più vicini a noi, compresa l’attuale tragica guerra in Ucraina (“ma la guerra no. Non si deve mai.”).
Ci troviamo di fronte a una scrittura dolce, quieta, descrittiva che sentiamo nostra compagna e amica confidente.
I personaggi sono avvolti dalla tenerezza e dall’amore dell’autrice, la quale sarà la vera protagonista di ogni spazio materiale e spirituale dell’intera raccolta.
Sentiamo che nel tempo da lei rievocato e amato sta il sapore della vita. Leggeremo: “Questa rivalutazione del passato è parallela al mio pensiero”. L’amore e la rievocazione del passato saranno i motivi dominanti dell’opera, accompagnati dalla descrizione di scene e paesaggi che ci sembreranno immortali.
Nella seconda parte troviamo il bel racconto che contribuisce al titolo del libro, “Occhidisole”, che altro non è che il nomignolo di una bambina che, andata a vivere in città, si sente triste e non sa con chi giocare. Ecco che cosa le suggerisce la madre, un concetto al quale anch’io sono legato: “Quello che non puoi avere, cercalo con la fantasia. Sarà un bel gioco, vedrai. Chiudi gli occhi un momento: se tu lo vuoi, sarai dove più ti piace.”.
Nel libro passa anche il dolore (“c’è troppo dolore intorno.”). A mano a mano che i racconti si succedono nella seconda e nella terza parte avvicinandosi ai problemi dei nostri giorni, e i personaggi si presentano coi loro sentimenti, avvertiamo i fili spezzati della vita che faticano a ricucirsi. Ma l’autrice non abbandona il lettore, non demorde, non rinuncia, ci fa respirare sempre più forte la speranza, così che il racconto talvolta si fa poesia. Si legga “L’invisibile” per averne conferma.

28 gennaio 2024

Michele Cecchini: “Un morso all’improvviso”

Non conoscevo questo scrittore lucchese, classe 1972, che è professore di lettere e insegna e vive a Livorno. Mi è stato segnalato dalla valente professoressa, altrettanto lucchese, Daniela Marcheschi. Ha già al suo attivo alcuni romanzi, e questo è uscito nel maggio 2023 per i tipi di Bollati Boringhieri; dunque è ancora fresco di stampa.
Ci troviamo davanti a uno scrittore di vivida intraprendenza e che si fa piacere grazie ad una scrittura briosa, di chi ci racconta una storia a cui siamo liberi di credere o non credere, tanto a lui importa soltanto di averla scritta. La sintassi fa i suoi salti in qua e in là, ma tutti sono acrobatici e di successo. Anch’essi, come gran parte della storia, faranno sorridere il lettore.
Figuratevi che inizia col darci a intendere che suo padre Beppone è stato rapito dai marziani. Da apprezzare i termini gergali, puntuali e opportuni.
Chi sa che l’autore non abbia conosciuto e frequentato il Borzacchini, lucchese pure lui, ma di genitori livornesi e che al secolo si chiamava Giorgio Marchetti, detto anche il Pierin lucchese morto a 70 anni, nel 2014. Faceva l’architetto e amava scherzare con la parola. Collaborava al celebre giornale livornese “Il Vernacoliere”, dove si presentava col nome d’arte di Ettore Borzacchini.
Il protagonista del piacevole romanzo è uno spilungone magro magro, Caramelli Pino, soprannominato Beo, abbreviazione di scarabeo, che di mestiere fa il custode di una palestra locale, nato e residente a Valdirozzi, che il lettore farà bene a non andare a cercare sulla carta geografica. Dice di sé: “Con il senno di poi invece me la cavo benone. A cose fatte, capisco al volo.”. È ossessionato dall’idea che, non solo suo padre si trovi su Marte, ma che egli stesso da un po’ di tempo sia spiato dai marziani. È pure un po’ balbuziente (“Io, per dire, piango le parole.”).
Assisteremo a vari siparietti di vita moderna, tutti godibili, presentati con un linguaggio vicino al parlato. Numerosi i personaggi che via via interpreteranno tali quadretti e ci resteranno simpatici: il figliolo di Nando il macellaio, Mimmo, che somiglia a “un indiano Sioux”, Luridano accanito lettore dei giornalini pornografici, Luciano insistente donnaiolo, un po’ dandy e molto chiacchierone (“Cassonetto delle chiacchiere, raccatta tutto. Poi al primo che gli capita, glieli rivomita addosso.”), Brilly la cantante, “l’ingegnere cinese detto Gazzosina”, di nome Toshiro, Remigio il tabaccaio, la vecchia signora Melarosa che dalla finestra di casa spia il prossimo e Beo la crede al servizio dei marziani, l’anziano Maurizio “il lampione spilungone”, e altri. È un romanzo, ossia, costruito per la gran parte sui personaggi.
Ben presto, però, si capirà che i marziani altro non rappresentano che le complicazioni della vita. Tutto ciò che ci accade non è per caso, ma voluto da quegli impiccioni, che si divertono a intromettersi nella nostra esistenza per renderla sempre più complicata: “Voler bene è un morso all’improvviso.”; “Dopo essersi presi il babbo è me che vogliono”; “Io questi esseri terribili erano qui e li ho visti per davvero.”; “i marziani mi metteranno di sicuro i bastoni tra le ruote.”.
Il lettore si divertirà a seguire Beo nei molti accadimenti che gli succederanno dal 16 al 24 dicembre di un anno non identificato (che ci porta alla vigilia di Natale, e si leggerà: “Stanotte è la notte di Natale. Don Mauro dice che è un momento di rinascita e di rinnovamento.”), nel corso dei quali il lettore riconoscerà che quegli accadimenti sono anche i suoi. Cosicché, invece di arrabbiarsi, ci farà sopra una gran bella risata. Rideremo, ossia, sui nostri guai. Ma fino ad un certo punto.
Infatti, non avevo mai trovato tra i Lucchesi un narratore tanto scanzonato da saperci guidare col sorriso sulle labbra incontro alla morte. Non solo, ma pure in grado di attraversarla e viverla, continuando a raccontare con la stessa verve lo straordinario tempo che lui chiama “Da senza di me in poi”. Sarà, il nuovo che incontreremo, un mondo in cui la scrittura funambolesca di Cecchini ci strapperà ancora altre risate, come quelle che ci prenderanno allorché nella nuova vita rievocherà la sua prima notte di nozze.
Ma…
C’è però un ‘ma’.
E infatti nessuno si aspetterà il modo in cui l’autore concluderà la sua storia, che sarà una autentica sorpresa, tale da lasciarci a bocca aperta.
L’intenso affetto per la figliastra Laurina e soprattutto l’affannosa ricerca del padre Beppone (“Io lo troverò. Dovessi andare in cima al mondo.”) rappresentano le correnti carsiche che alimentano il romanzo.

23 gennaio 2024

Giuseppe Ciri: “Luoghi ameni”

L’Associazione culturale “Cesare Viviani” il 5 febbraio prossimo compirà 31 anni. La fondai organizzando, per il 5 febbraio 1993, un pomeriggio culturale presso il salone del Centro Anziani di Sant’Anna. Il nome dell’Associazione, lo Statuto e la sua Dirigenza vennero dopo, durante la presidenza di Claudio Villani, che prese il mio posto, permettendomi di occupare la carica di Presidente Onorario, che ancora conservo. Dopo di lui, vennero Vittorio Baccelli, prematuramente scomparso, Marco Vignolo Gargini e Martino De Vita, che ha dovuto lasciare per problemi di salute la sua carica a Andreina Manfredini, che, dunque, è l’attuale presidente dell’Associazione. Vice presidente è Giuseppe Dovichi.
Ieri pomeriggio (gli incontri si tengono tutti i mercoledì dalle 16 alle 18, nella casermetta di Porta Santa Maria, conosciuta come Porta Giannotti) ho partecipato all’incontro culturale per augurare a Andreina buon lavoro e per ascoltare le poesie dell’autore di turno Giuseppe Ciri, che fu preside del Liceo Scientifico “Vallisneri” al tempo in cui i miei 3 figli lo frequentavano.
Ho fatto un’eccezione, poiché non partecipo più a causa della mia sordità (nonostante le protesi), e infatti ieri pomeriggio ho faticato nell’ascolto.
Giuseppe Ciri presentava il suo ultimo libro di poesie “Luoghi ameni” (è il titolo di una delle 66 poesie che compongono la raccolta) pubblicato, come tutti i precedenti, dal suo editore di Massarosa Marco Del Bucchia. Introducevano l’incontro le professoresse Ave Marchi e Giovanna Miglio.
Ciri ha già all’attivo 10 libri: 7 di poesia, 2 di racconti e 1 romanzo. In primavera uscirà l’undicesimo che sarà, pure questo, un romanzo.
La poesia di Ciri è delicata, ma proviene da “una mente mai doma”; “Eppur non mi arrendo/e cerco uno spiraglio”. Il suo è un pellegrinare intimo nella natura e nella vita (“Siamo esseri transumanti”), alla ricerca di risposte che squarcino il velo del mistero. Non è mai sazio di conoscere e di scoprire (“in cerca di luce”), assistito com’è da un anelito fecondo che gli consenta di raggiungere finalmente un suo rifugio intimo e spirituale: “sogno mondi novelli dove/riparo i pensieri insoluti.”. Forte è anche il sentimento dell’appartenenza: “per sfogare il desiderio/di uscire per le strade/che allietano i passi.”; “domani potremo uscire di nuovo.”; “occorre sapere scegliere/il momento in cui uscire/dal momentaneo rifugio.”; “Ci sentiamo parte viva d’un tutto/in questo quieto inizio d’autunno.”.

La seguente poesia, la n. 8, può dare il senso della raccolta (ma segnalo anche la n. 35: “Il glicine”; la n. 46: “In un giorno gelido”; la n. 48: “Dimora in collina”):

Calma sul lago

Nella riva deserta
si culla l’acqua,
solo un sordo rumore
nella calma del giorno.
L’anatra scruta attenta
e s’immerge in cerca
di cibo poi, altera, riemerge
nell’indifferenza del cigno
intento a curare
le candide piume.
Son ferme al pontile le barche,
regna un salutare silenzio
in queste ore velate.

18 gennaio 2024

Valeria Conca: “Frammenti d’oblio”

L’autrice lucchese mi è stata segnalata dalla mia amica e compaesana Enrica Modena, e dunque sarà sicuramente di valore.
Ha scritto, edito ad aprile 2023 da Tralerighe libri, un romanzo dal titolo “Frammenti d’oblio” che sembra un giallo, ha le particelle di un giallo ma lo è soltanto apparentemente e la prova si ha nel fatto che, una volta scoperto il colpevole, il romanzo avrà ancora da dirci qualcosa: “Era giunta al capolinea del suo viaggio che, in realtà, stava solo per iniziare.”.
Vi si raffigura, in realtà, un’epoca tragica, e precisamente quella degli anni Trenta in una Germania già afflitta dalle atmosfere inquietanti del nazifascismo che poi diventeranno Storia, e che triste Storia.
L’autrice è classe 2001, giovanissima e quindi in grado di esaudire le attese che questo suo primo romanzo suggerisce. Già si notano la sua forte personalità e la sensibile ricchezza interiore.
Siamo nella Germania degli anni Trenta, come si è già detto, e precisamente a Berlino.
Else, la protagonista, fa la giornalista, è piena di curiosità. Lasciata Berlino alla fine della Grande Guerra, vi è ritornata 10 anni dopo, trovandola completamente cambiata, più movimentata e chiassosa.
L’autrice conosce bene Berlino e sa mostrarcela nei suoi aspetti vitali, con pignoleria e determinazione. Il lettore ne avrà sempre davanti strade, coloriture (“i colori suscitavano emozioni irrazionali”) e movimenti. Ben descritte le proteste di piazza coi suoi crescendi e le atmosfere che si respirano nei differenti locali frequentati dai protagonisti.
Per la città gira un assassino che lascia sulle vittime una x rossa. Else segue il caso per conto del suo giornale, accompagnata dal fotografo, giovane come lei, Hugo Schülte. Sembra che i delitti abbiano una matrice politica in linea con il partito nazista che sta riscuotendo sempre più successo. Per il giornale, Else svolge anche altri servizi che saranno minutamente descritti e nei quali, anche lì, si cominceranno a respirare i prodromi di quella che da lì a poco sarà la tragedia hitleriana.
Ne esce fuori un quadro storico inquietante, in cui Else, che si rivelerà in certi momenti una vera e propria pasionaria e in altri una donna fragile, dovrà pensare anche a se stessa e alla sua vita, compreso il suo passato che ogni tanto affiora e la spaventa coi suoi dolorosi ritorni (“frammenti d’oblio”), e soprattutto dovrà interrogarsi, inserita com’è, essendo tedesca, in quel contesto pericoloso e drammatico: “doveva conoscere di nuovo se stessa.”.
La gradualità nella formazione e nello sviluppo dei sentimenti e il lento disvelamento dei medesimi sono componenti essenziali della scrittura in progress della brava autrice che comporrà, subito dopo i primi passi dall’avvio, molte pagine maiuscole con un controllo emozionale di indiscutibile qualità. Anche i dialoghi ben presto matureranno in una narrazione essenziale.
È un romanzo ponderoso, di oltre 400 pagine, ove la passionalità della protagonista sembra nutrirsi in molte parti di quella dell’autrice, soprattutto in alcune situazioni allorquando la pericolosità del nascente nazionalsocialismo è al centro di analisi e discussioni. Alcune figure come quella del comunista Jan Jasinski, del nazista Ludwig Hartmann, del terrificante dottor Gerard Durchdenwald che ha in cura il povero fratello di Else, Max, tornato psichicamente stremato dalla Grande Guerra, della sofisticata, ambigua e infine delirante amica di Else, Margot (“io sono Dio”) nonché alcuni ambienti, come il cabaret promiscuo Eldorado e l’elegante Esplanade, saranno il paradigma di una situazione che, sotto un’oscillante parvenza di normalità, sta per esplodere e svelarci la sua tragica natura.

26 gennaio 2024

Mauro Cristofani: “Prima che il sogno finisca”

Mia moglie sostiene che è un genio. Lucchese, si trasferì tanti anni fa a Pisa e la sua vocazione è stata sempre la pittura, finché anni fa non scoprì di essere bravo a raccontare. Li trovate tutti su Amazon, i suoi libri, digitando il suo nome.

Ma il volume, che è uscito proprio oggi, ha qualcosa di speciale: riporta i giudizi che sul suo lavoro, tanto di pittore che di scrittore, hanno espresso vari critici, tra cui il sottoscritto. Ma non solo, esso è corredato da ben 46 suoi dipinti inediti a colori.

Mauro mi ha regalato sin dai suoi primi esordi in bianco e nero abbastanza quadri da immaginarmi ricco quando le sue quotazioni, come succederà, arriveranno alle stelle. In Italia, e oggi forse nel mondo addirittura, non esiste più uno stile come il suo, che fu di artisti del calibro di Aubrey Beardley e Léon Bakst, e anche di Gustav Klimt.

I suoi gatti (ne ho uno ben in vista) non trovano riscontro nel mondo intero.

11 marzo 2024

Martino De Vita: “Lettera da Racalmuto”

Martino De Vita non solo ha la passione del raccontare, dimostrata dai suoi numerosi libri, ma è impegnato anche attivamente per la diffusione della cultura. È presidente infatti dell’Associazione culturale ‘Cesare Viviani’ che dal 1993 tiene riunioni settimanali (attualmente i mercoledì alle ore 17 nella casermetta sopra Porta Santa Maria, conosciuta come Porta Giannotti) invitando artisti a presentare le proprie opere.
Devo gratitudine a Martino De Vita, poiché quell’Associazione la fondai io (l’intitolazione all’amico Cesare Viviani venne in seguito) con il primo degli incontri che si tenne il 5 febbraio 1993 presso il Centro Anziani di Sant’Anna.
De Vita vi si dedica con un impegno costante e appassionato. Viene dopo altri presidenti che si sono succeduti a me nella carica, e tiene le redini dell’Associazione dal 2015, aiutato in particolare da Andreina Manfredini, anch’essa al servizio dell’arte e della cultura.
Ultimamente di De Vita è uscito “Lettera da Racalmuto” (editore Tra le righe libri). Già il nome è attrattivo. Il paese si trova nella Valle dei Templi in provincia di Agrigento e vanta tra i suoi figli Leonardo Sciascia.
Una lettera anonima arriva presso un affermato studio legale lucchese e dà l’avvio a indagini che ci porteranno in terra di Sicilia, tra intrighi mafiosi (coinvolgenti anche apparati dello Stato) i quali ci faranno rivivere episodi di storia, di cronaca e di suspence. Non mancano analisi e critiche sulle relazioni tra mafia e Istituzioni.

13 gennaio 2023

Marileno Dianda: “Monte Purgatorio”

Di me, Bartolomeo Di Monaco, il grande studioso della letteratura italiana, Giorgio Bárberi Squarotti, scrisse che mi ero creato una specola in quel di Lucca, sottolineando la mia attitudine alla vita solitaria. Ma se penso a Marileno Dianda mi sento inadeguato al confronto. Ex insegnante di filosofia nei licei, egli vive isolato dal mondo, assicurandosi di restare tale con la rinuncia alle nostre modernità come la televisione, il telefono, il cellulare e così via. Ho potuto contattarlo qualche volta, indirizzando una e-mail ad una sua conoscente. Sicuramente non saprà di queste righe che scrivo su di lui, a meno che qualcuno di FB che lo conosca non vada a riferirgliene.
Appassionato della montagna (“Quando sentirete l’odore che, in Appennino, ha la neve sotto il sole primaverile, o l’odore dell’erba all’inizio dell’estate su quelle montagne, io sarò insieme a voi.”), le ha dedicato numerosi volumi, uno dei quali “La Regina”, magnifica la nostra Pania della Croce alla quale anch’io ho dedicato una poesia: “La mia Pania”.
Della montagna sa tutto, e ne fa respirare al lettore le magnificenze e i profumi. Sono, le sue, storie ricche di considerazioni sulla vita e sulla natura dell’uomo. Spesso s’incontrano riflessioni sulla religione e sull’anima. Leggere questo autore vuol dire cimentarsi in un confronto serrato e profondo sulle ragioni della nostra esistenza. Non è mai un’occasione di svago, bensì di impegno.
L’ultimo suo lavoro “Monte Purgatorio” (una Summa in cui sono toccate tutte le corde del pensiero e del sentimento) è diviso in 3 Sezioni e 4 brevi Appendici, grazie alle quali si prende conoscenza della vita di Claudio (non è difficile identificarvi l’autore) e del perché egli si trovi, nella prima e nella terza Sezione, a salire il Monte Purgatorio. Infatti, in esse vi si narra di un uomo, Claudio appunto, che dopo la morte approda con tanti altri, condottovi da una barca, ad una Montagna, il Purgatorio, che dovrà scalare prima di raggiungere il Paradiso. Il ricordo dell’opera dantesca è continuo, ma Dianda vi mette dell’ironia icastica e accusatrice della società italiana del nostro tempo, mostrando quanto ridicole e artificiose siano le scelte moderne dell’intelligenza umana. La religione cattolica, e soprattutto la sua Istituzione, la Chiesa, sono presenti, quasi come un’ossessione dalla quale si può uscire soltanto mettendone in evidenza difetti e contraddizioni. Suggestiva la scalata del Monte Purgatorio, con la descrizione dei vari stadi simil infernali in cui vengono scontati i peccati commessi in vita (e ancora una volta vi traspare l’amore per la montagna con stimolanti e impareggiabili immagini). Numerosi gli incontri con personaggi del nostro tempo. Culturalmente rimarchevoli le numerose note. Come nel racconto dell’altro lucchese Fabrizio Puccinelli, “Fabulator qualis humanus” (“La Fiera Letteraria”, numero 52, giovedì, 28 dicembre 1967] ogni tanto Dianda traduce con parole latine (messe tra parentesi) alcune situazioni e concetti espressi in lingua. Le altre parti fanno risaltare come in vita, Claudio sia sempre stato un indomabile ribelle nei confronti delle regole che governano la società: “da anni continua a rivolgersi contro la religione e la morale, e contro ogni ordinamento politico e sociale”.
Chi possiede il libro vada alla pagina 286 da cui si avviano due descrizioni mirabili: quella di Lucca e quella della Pania della Croce. Bella anche questa definizione, a pag. 413: “il presente è un attimo inafferrabile, contenente ogni forma del mondo e il senso stesso dell’eternità.”.

12 dicembre 2022

(Marileno Dianda) Soccorso Alpino Stazione di Lucca: “65 anni di interventi in montagna1957-2022”

Un libro per gli amanti dell’Alpinismo, che istruisce e commuove

È una raccolta di testimonianze circa l’attività di Soccorso della Stazione di Lucca. Vi hanno contribuito: Davide Barsetti, Marco Bertoncini, Roberto Biagi, Alessandro Bianchini, Roberto Cagnacci, Guglielmo Cecchi, Dino Ciuffi, Marileno Dianda, Andrea Ferrari, Andrea Gobetti, Alessandro Lanciani, Angelo Nerli e Marcello Pesi.
Nel corso della lettura ci si rende conto che dedicarsi al soccorso alpino non è impresa facile. Occorrono una preparazione fisica e mentale, un continuo addestramento e soprattutto una carica di forte umanità. Soccorrere chi è in pericolo di vita richiede un grande amore per il prossimo e per la vita, che per ciascuno è unica e sacra.
La più innocente distrazione per un alpinista come per un soccorritore può avere conseguenze estreme. La montagna quasi mai, per non dire mai, è colpevole. Colpevole è più spesso l’uomo che non sa misurare il rischio e non sa attenersi alla prudenza. I soccorritori sono per lo più persone sconosciute, fatta eccezione per l’ambiente in cui vivono, e conducono una vita normale fino a quando la montagna non li chiama ad esprimere i loro alti valori di solidarietà, di dedizione e di coraggio.

Da segnalare il corposo (più di 100 pagine), prezioso e coinvolgente contributo di Marileno Dianda, che alla montagna ha dedicato tutta la vita (e molti libri), un contributo che, con competenza tecnica, che farà la gioia degli amanti dell’alpinismo e con descrizioni ricche di poesia (e talune da antologizzare), ripercorre in modo esaustivo la storia del Soccorso Alpino non solo lucchese.
Ad un certo punto, scrive: “Se, nel limpidissimo cielo invernale, queste montagne innalzano sul mare il loro sfolgorio di neve, o sfumano in uno scenario grandioso nei colori del tramonto, comunque, viene ancora da pensare che, simili a una balconata regale, diafane e immacolate, facciano parte di un sogno.”.
Dianda ricorda alcuni personaggi (in qualche caso con veri e propri ritratti) che hanno animato il Soccorso Alpino di Lucca e lo fa con tale commozione e trepidazione che i loro nomi si scolpiscono nella mente del lettore.

Sia nella sua testimonianza, non priva di critiche costruttive, sia in quella degli altri coautori (che raccontano, alcuni con bella calligrafia, specifiche emozionanti esperienze; da quella del medico Alessandro Bianchini emerge l’importante ruolo di collaborazione svolto dall’Arma dei Carabinieri, confermato pure da altri contributi), troviamo incredibili e commoventi episodi di soccorso (non solo sulla montagna; sono arrivato a contarne intorno alla quarantina), anche di notte tra condizioni meteorologiche infernali, che rendono questi uomini, valorosi e altruisti, ricchi di spirito di abnegazione e di sacrificio, degni della massima ammirazione e del massimo rispetto. Scrive ancora Dianda: “Senza una sia pur minima dose di rischio e senza una benché piccola lotta contro le proprie paure, l’alpinismo non è più alpinismo.”; “L’unica vittoria possibile sulla morte, allora, è prepararsi continuamente ad essa, riflettendo che ogni giorno moriamo un po’ di più, e in modo tale che quando sarà giunto il momento, possiamo affrontarla con coraggio e senza rimpianti.”.

Il medico Alessandro Bianchini nell’ultimo contributo scrive: “Far parte del soccorso alpino è un’esperienza complessa, importante e unica nel mondo del volontariato che non si può facilmente dimenticare perché, in definitiva, si parla di uomini che hanno vissuto insieme momenti difficili e pericolosi e si sa che le difficoltà cementano le amicizie.”.
Documenti e fotografie, anche a colori, corredano l’importante volume.

4 gennaio 2024

Olivo Ghilarducci: “La solitudine della sera”

Ho fatto notare all’amico Olivo Ghilarducci che il titolo da lui dato al suo ultimo romanzo, pubblicato dall’editore lucchese Tralerighe Libri e uscito in questi giorni, è molto bello, ricco com’è di intimità e vocazione spirituale, ma allo stesso tempo è anche molto impegnativo.
Sta a te decidere se sono riuscito nell’intento, mi ha risposto. Ho già letto altri romanzi di Ghilarducci e non sono mai rimasto deluso. Mi ha annunciato che sta finendo un nuovo romanzo il cui corpo centrale sarà la politica coi resoconti di quanto è accaduto in questi decenni e che l’autore ha vissuto anche direttamente come uomo delle Istituzioni, avendo ricoperto vari incarichi politici, tra cui quello di sindaco del popoloso comune di Capannori. Lo attendo con ansia. L’autore è stato anche assistente universitario.
Ma intanto veniamo a questo racconto, dal bel titolo fascinoso e attrattivo, e al contempo tragico e ricco di amore.
Lara è una bellissima e corteggiatissima ragazza di cui Marco si innamora e, grazie a lei, vive i primi turbamenti del sentimento.
Lui è un cattolico fervente (troveremo profonde e drammatiche riflessioni teologiche e spirituali verso la fine, e sul perché nella sofferenza e nel dolore “si presenta il percorso dell’amore di Dio”), corroborato nella Fede dalla sua famiglia; lei invece non è credente, ma il loro è un rapporto vivo, e di reciprocità formativa. Non crede possibile che quella bella ragazza sia toccata a lui, e soprattutto che ami proprio lui che bello non è, anzi, sembra un ‘rantacchio’ e un ‘povero in canna’, “con gli orecchi a sventola, ma con due occhi che giudicava di rara bellezza.”.
Il rapporto tra i due giovani esalta l’amore (a pag. 75, nei giorni successivi al conseguimento del diploma di ragioniere, ne darà una dolcissima definizione), e tuttavia non avrà vita facile. Il padre di Lara, un importante e “potente” dirigente regionale del Partito Comunista, la tiene sotto stretto controllo, auspicando per lei un matrimonio all’altezza della loro agiata condizione sociale. Anche il padre di Marco è impegnato in politica nelle file della Democrazia Cristiana.
Segna il percorso della storia una prosa semplice (ottima e funzionale la scelta di capitoli brevi), con cui empatizza il lettore che vi si immerge e la sente, sempre più fluente com’è, anche sua. I Lucchesi, poi, vi ritrovano nomi, fatti e località conosciute.
Il racconto, infatti, ha molto di autobiografico espresso con precisione, sincerità e affetto nel ricordo del passato; e si intravvedono personaggi veri, disegnati con la loro carnalità. Si ricorda, e l’autore la rievoca con molto sentimento, anche l’alluvione dell’Arno che squassò Firenze nell’autunno del 1966.
La politica si prende la sua parte con la messa a nudo della ragnatela dei rapporti, non sempre accettabili, che essa intrattiene al solo scopo di esercitare e mantenere un forte potere. Quando Marco, laureato in statistica, andrà a specializzarsi all’Università di Chicago, avremo un bel ritratto, con una bella progressione dell’intensità narrativa, della comunità dei Lucchesi ivi residenti, legati fortemente e nostalgicamente alle tradizioni dei loro paesi di origine.
Un racconto doloroso, sincero, cronologicamente indirizzato, vero che, mi si lasci dire, è anche un monumento a Lara (e di conseguenza all’Amore) che le erige Ghilarducci con il suo sentimento e il suo ricordo (“Il vero aiuto in questa impresa gli era venuto come sempre, da Lara.”; “Sentiva che la sua era sempre e comunque una risposta al grande amore di Lara, era lei che meritava ogni suo impegno per la sua grande capacità di amare.”), così come un monumento all’altra più celebre Lara, eresse Boris Pasternak con il suo capolavoro “Il dottor Zivago”. Il lettore si accorgerà, alla fine, che nel titolo (che appartiene anche ad uno degli ultimi capitoli) c’è tutta la storia e la forza di Lara, nonché tutta la religiosa e profonda sensibilità dell’autore.
E ora una piccola nota personale: Lara e Marco s’incontrano e si innamorano in occasione di una gita parrocchiale in bicicletta alla località lucchese detta “Le Parole d’Oro” lungo le arcate del magnifico acquedotto di Lorenzo Nottolini, il grande e geniale architetto lucchese. Nel libro si ricorda spesso quell’occasione. Ebbene, proprio all’acquedotto e alle Parole d’Oro ho dedicato una delle mie 50 leggende. Si può leggere qui.

31 marzo 2024 (giorno di Pasqua)

Angelo Giammarresi: “Ai tempi della natura antropomorfa”

Lo sapevate che agli esordi del nostro mondo anche le pietre parlavano? Lo sapevate che prendendo i resti di un uomo morto e disponendoli su un’amaca, e facendola dondolare, ad un certo punto il morto tornava vivo?
Oppure lo sapevate che in quei lontani anni la terra e il cielo si toccavano e bastava recarsi al confine del mondo per salire in cielo? E chi saliva in cielo diventava una stella?

Giammarresi ha passato molto tempo in Perù a contatto con due popolazioni antiche situate nella Selva tropicale della Foresta amazzonica: gli Ashaninka e gli Yanesha.
Vi ha raccolto un così abbondante materiale che ancora oggi che ha pubblicato già diversi volumetti (ciascuno con un proprio soggetto) non si è esaurito.
Giammarresi è mio amico; non ci siamo mai incontrati di persona, ma restiamo sempre in contatto. Lo eravamo anche quando si trovava in Perù, nel mezzo della foresta.
Il materiale che ha già prodotto nel suo lungo lavoro di studioso e ricercatore, tra documentari filmati in tanti parti del mondo con itinerari innovativi e tra i libri pubblicati, è ormai così numeroso che, prima o poi, gli studiosi dovranno rivolgersi a lui per i tanti approfondimenti necessari, poiché Giammarresi ciò che ha scritto e ciò che ha filmato, li ha visti e vissuti personalmente. Ho la fortuna di possedere quasi tutta la sua opera omnia.

Questo ultimo libro (che è dedicato anche a me, come un altro libro precedente, e di nuovo lo ringrazio), contiene quattro racconti ancestrali narrati dal saggio Mankori, scritti e tradotti nello stile vocale in cui sono stati narrati, ed è prezioso, al pari dei precedenti, perché non esiste e non esistono al mondo libri come questi, riguardanti due etnie molto interessanti e finora sconosciute.

12 marzo 2024

Rossana Giorgi Consorti: “I misteri della casa sul fiume”

Sono poche le mie “letture-viaggio” dedicate al romanzo giallo. Non perché sottovaluti il genere. Infatti ho scritto anch’io otto gialli, anche in questo caso cercando di innovare (sperando di esserci riuscito), e forse sono stato il primo ad ambientarli nella mia città di Lucca, come forse sono stato il primo a introdurre gli extra-terresti a Lucca in un mio racconto intitolato: “Il Natale dell’anno 5325”. Il motivo di questo ridotto interesse sta nel fatto che il romanzo giallo è un veicolo più limitato rispetto al normale romanzo nei valori tanto universali che speciali legati all’uomo e alla società in cui vive.
Rossana Giorgi Consorti (che è stata insegnante di lettere nelle scuole medie superiori) è una scrittrice di gialli, e nei suoi riguardi ho il torto di non averle dedicato l’attenzione che merita. L’ho avuta per Stelvio Mestrovich, per Giuseppe Calabretta e forse qualche altro, ma la Consorti mi è sfuggita, pur avendola conosciuta e apprezzata tanti anni fa presso l’”Associazione culturale Cesare Viviani” che ho avuto l’onore di fondare un tempo in cui le energie non mi mancavano sia per organizzare gli incontri culturali sia per pubblicare e distribuire personalmente in tutta la Provincia dal 1992 al 1997 il quadrimestrale “Racconti e Poesie”, aperto alla collaborazione dei Lucchesi appassionati di scrittura, e la cui raccolta (ormai divenuta un cimelio) si conserva presso la Biblioteca Statale della città.
Quando, come succede alla Consorti, ma anche ad altri narratori, si scrivono libri per anni (di lei sono usciti almeno altri 6 romanzi), e quando lo si fa in un genere che apparirebbe minore, come il giallo, si ha diritto all’attenzione di chi, come me, segue la letteratura in generale, e in particolare quella lucchese. Fra l’altro, il libro di esordio dell’autrice “Il delitto del reliquario”, uscito nel 1999 per i caratteri della Ibiskos Editrice, vinse il primo premio al Concorso letterario Internazionale Giovanni Gronchi e il secondo al Premio Viareggio Carnevale.
Così, anche per farmi perdonare dall’autrice, sono andato a cercarmi l’ultimo suo giallo pubblicato da Tralerighe Libri nel 2022 e intitolato “I misteri della casa sul fiume”. Il fiume è, ovviamente, il Serchio, che ha fatto dannare i Lucchesi nel corso dei secoli e per il quale sono stati spesi molti quattrini allo scopo di domarne la furia.
Veniamo al libro.
I protagonisti iniziali (cinque cugini) possiedono un palazzo a 3 piani di proprietà dei genitori. L’appartamento al piano terra è in totale degrado. Vorrebbero venderlo, ma nessuno vuole comprarlo, e se volessero restaurarlo non basterebbero i loro risparmi.
C’è un mistero, però, che li ossessiona. Ogni tanto qualcuno vede in mezzo a loro un personaggio dall’aspetto evanescente. Procura loro ansia e insicurezza: “Chi si mischiava sempre tra loro, indesiderata presenza?”.
Decidono di restaurarla con le proprie mani.
I fatti si svolgono nel periodo del Covid, in cui si dovevano usare le mascherine per proteggersi dal contagio. La città che fa da cornice al racconto è Lucca, come sempre avviene nelle opere della Consorti.
In quel palazzo si sono uditi anche degli spari. E si sente pure il suono di una pendola che nessuno riesce a vedere, e che “suona a ogni ora” (“Ma come può continuare a suonare?”). In sovrappiù vi soffia un vento “che non soffia all’esterno, all’aperto.” Il questore Antonio Spaino (commissario nel libro di esordio), napoletano, “Alto, magro, con i capelli neri un po’ lunghi sulla fronte e sul collo.” (ha anche “lunghi baffi neri” e “occhi verdi da gatto”, “bello e sensuale”), vi si reca per cercare di capire. Ma sembra che nessuno sappia ciò che sta succedendo. Finché non vi si trova un morto.
È un’ottima partenza, quella dell’autrice, poiché subito s’innestano molti interrogativi e la curiosità del lettore è fortemente stimolata. La scrittura è pulita e lineare. La descrizione dell’ambiente degradato è coinvolgente e sollecita il lettore a domandarsi chi sia lo sconosciuto trovato morto. Polvere e calcinacci sembrano nascondere un mistero. Finalmente, murata in un’intercapedine, viene rinvenuta una pendola di un certo valore. Perché la si era nascosta?
I paesaggi che si aprono di volta in volta al lettore, pur nei limiti spaziali del palazzo in cui si trovano ad operare i personaggi principali, hanno sempre qualcosa di magico e misterioso, talché può capitare di sentirsi immersi in una realtà diversa dall’ordinario.
Si arriva a pensare, perfino, che certi rumori provengano dall’aldilà.
Quando si giunge al capitolo XXXVII, un’ombra, con indosso una tuta nera, si muove guardinga nella notte… È l’agente Poli, incaricato di vigilare e controllare eventuali movimenti sospetti. Scorge un’ombra e ode il tocco di una pendola. Da questo momento cominciano a sciogliersi gli enigmi, i misteri di questo giallo ricco di dettagli e assistito da una logica ferrea. Come in quelli di Agatha Christie, che vedono protagonista il celebre detective “belga” Hercule Poirot, l’assassino sarà smascherato nel corso di una riunione collettiva comprendente tutti i personaggi implicati nella vicenda. Il questore Spaino, dopo aver riassunto i fatti, indicherà il colpevole.

10 aprile 2024

Romina Lombardi: “Qualcosa fa Rumore” e “Plutino, il cane dell’Appennino”

Romina, una bambina che da grande voleva vivere tra i libri

Al quadrimestrale “Racconti e Poesie” che avevo fondato per stimolare i Lucchesi alla scrittura (era aperto solo alla loro collaborazione, e non di autori al di fuori della provincia di Lucca) e che ebbe vita dal 1992 al 1999 (una raccolta di tutti i numeri si trova presso la Biblioteca Statale di Lucca) giungevano puntualmente le poesie di una bambina che frequentava la scuola elementare. Un giorno suonò il campanello di casa mia, mi affacciai e al cancello c’erano una bambina e una signora anziana. Volevano parlarmi. Li feci entrare e li conobbi: erano la bambina che mi inviava puntualmente le sue poesie e sua nonna, una persona energica e spigliata. La bambina altri non era che Romina Lombardi. Parlammo a lungo e capii che, a quella tenera età, amava la letteratura. Già aveva programmato il suo futuro.
Passò il tempo e ogni tanto chiedevo a sua nonna che cosa facesse Romina, finché un giorno seppi che lavorava a Roma come collaboratrice dell’Agenzia Ansa. Non solo, ma s’interessava di letteratura. Ne fui contento. Ma Romina stava facendo solo i primi passi. Presto divenne una fervida creatrice di eventi letterari. Tornata a Lucca nel 2017, inventa, insieme con altri, il Festival Lucca Città di Carta, una manifestazione che vede coinvolte molte case editrici cosiddette minori, ma che hanno nei loro cataloghi opere di qualità e preziose. Presso il Circolo culturale Artemisia, con sede a Capannori, organizza presentazioni di libri; e non c’è giorno che non si dedichi a curare questo suo amore, che l’ha portata a scrivere anche libri, a due dei quali (un romanzo e un libro per bambini, entrambi editi da Casa Inverse: www.casa-inverse.it) dedico queste note.

Cominciamo dal romanzo, intitolato “Qualcosa fa Rumore”.
Folgorante l’avvio sotto il titolo enigmatico “Prologo-Epilogo” (che si ripeterà anche nel finale, come se inizio e fine fossero sempre state un’unica entità, un’unica misura), in cui si trova questa bella frase: “Perché quando non ti vedo, sei il tempo che passa inutilmente.”. Più avanti, troveremo un’espressione altrettanto bella: “Quando sei sparito dentro il tempo degli errori…”. È un romanzo carico di adrenalina; è qualcosa di più della storia di un amore difficile e dolente, litigioso, tra Emma Lazzarini (vicina ai 30 anni; è lei che racconta e rappresenta molto l’autrice) e Effe, un pittore comparso nella sua vita all’improvviso e che sta tentando di prendere il posto di Marco, il fidanzato quarantenne che vive a Parma. È, questo inizio, il grido straziato di una incomprensione che non riesce a sciogliersi, di un travaglio che non trova vie d’uscita. Questo grido, questo dolore lo si avverte tra le righe, anche nel percorrere il loro rapporto d’amore, che ha momenti di contagiosa tenerezza e levità e momenti d’intensa delusione e di tristezza, in una altalena di sentimenti (in qualche modo un ritratto dei nostri tempi) che arriva perfino a sfiorare la tragedia. L’autrice ha trapassato se stessa dentro le parole che descrivono quei dodici giorni di contraddizioni, di buio, di disperazione, di confusione, e anche di una sorda, malata e gravida paura (“Smetteremo mai di avere paura di noi stessi?”).
Lucca e specialmente il fiume Serchio partecipano come lenitori del dolore, come una breve pausa dalla sofferenza, ma non sufficiente. Così pure Roma, dove l’autrice ha vissuto per alcuni anni. Assisteremo a prolungate fasi in cui la sofferenza è lancinante. Si trasforma pure in una inquieta e attrattiva storia di sequestro (con la suspense di un giallo) di cui è vittima la protagonista e che, più che fisico quale appare, è soprattutto un sequestro psicologico. A questo riguardo, va annotato che il libro si divide in 2 filoni che qualche volta si intrecciano, uno, quello del rapporto tra Emma e Effe, che va sotto il titolo di Capitolo, e quello del sequestro che va sotto il titolo di Giorno, affiancati, entrambi, dai numeri in successione. In qualche modo rappresenteranno il passato e il presente. Da segnalare per armonia e bellezza di scrittura, a metà del lungo Capitolo 6, la festa di compleanno di un amico di Effe, Emanuele detto Highlander, che si svolge di sera intorno ad un grosso falò in un paesino di montagna. Scriverà Emma: “uno dei più bei ricordi della mia vita.”. Ciò nonostante, alla fine, il lettore si troverà di fronte, soprattutto, al diario radiografico di uno smarrimento dei sentimenti, o meglio ancora, di una perdizione dell’anima, di una fatica immane a risalire e a recuperare i rumori della vita: “Ecco perché se nella nostra vita c’è qualcosa di profondo che ci tormenta, in senso positivo o negativo, esso ci parlerà. Al di là di tutto, della gente, persino di noi stessi, il rumore verrà fuori e cambierà la nostra vita.”.
Ma se ci si sofferma un poco a riflettere, questo romanzo è anche una storia di solitudine.

Il secondo libro, “Plutino, il cane dell’Appennino”, con belle illustrazioni colorate di Elisabetta Donaglia, è una raccolta di 3 avventure che vedono implicato un cane di nome Plutino, solitario e scontroso, ma colmo di curiosità.
Vi si respira un’autrice diversa da quella incontrata nell’altro libro: serena, impegnata con gioia a dare felicità agli altri: ai suoi personaggi e soprattutto ai bambini che leggeranno le sue storie. Gli animali, come succede sempre nelle favole, parlano e Plutino, che somiglia al Pluto della Disney, viene rimproverato dai suoi 4 fratelli e sorelle per il fatto che rifugge la compagnia. Il nome glielo dà Lorenzo, un vivace ragazzino che lo ha scelto per i suoi giochi. I 5 cuccioli (3 maschietti e 2 femminucce) sono stati abbandonati davanti a una casa, ma presto vengono adottati da più famiglie. Li seguiremo e soprattutto seguiremo Plutino, che a poco a poco scoprirà se stesso e il mondo. Da segnalare la terza avventura, che vede il cane Ben cadere nel pozzo e gli altri a cercare di tirarlo fuori.

30 dicembre 2023

Luciano Luciani: “Rossa e plebea. Pisa, mezzo secolo fa”

Nato a Roma, è un lucchese d’adozione.
Gli anni Settanta, presi in considerazione dai ricordi personali di Luciani contenuti in questa sua ultima opera, uscita a novembre dell’anno scorso, li conosco bene anch’io. Avevo un incarico sindacale di responsabilità ed ero a contatto con il mondo dei lavoratori (ho tenuto anche assemblee nelle fabbriche). Erano anni di lotta per guadagnare alcuni diritti che lo Statuto dei Lavoratori, proprio nel 1970, aveva riconosciuto al mondo del lavoro. Non era facile trasformare quelle norme in realtà.
Nel mio rione di Pelleria, uno dei più popolari della città, vi era una Sezione del Pci, situata subito dietro la fontana della Piazzetta San Tommaso. In quel rione erano quasi tutti comunisti e se ne respirava la forte atmosfera rivendicativa e ribelle. A lato della fontana, al secondo piano di quello stabile, abitava nientemeno che Sergio Gigli, che fu senatore del Pci e segretario della CGIL di Lucca, oltre che attivo partigiano nel tempo di guerra. Una figura luminosa per umiltà e dedizione.
Il libro di Luciani, in cui ci consegna molta parte di se stesso, compresa la delusione per come sono andate le cose (“Se mi ripenso, mi vedo impegnato in una rincorsa continua, un inseguimento in cui qualcuno spostava sempre in avanti la linea del traguardo.”; “Vi osservo con distacco, e anche la pretesa di cambiare il mondo mi suscita solo un tiepido calore di fiamma lontana.”), ci riporta suggestivamente ai quei tempi, e i passi che l’autore muove riescono a rendere presenti (e perché non anche attuali?) quei giorni.
Chi ha la mia età prova un sentimento di riconoscenza verso l’autore per averceli ricordati e fatti rivivere e per averli ricordati soprattutto ai giovani di oggi che forse nemmeno immaginano i sacrifici che quei diritti sono costati.
Luciani aveva sui vent’anni, veniva da Roma a cercare lavoro nel mondo della scuola, appena laureato in lettere, e più precisamente ad insegnare nei Centri di formazione professionale (Cfp), messi a disposizione dei lavoratori e che l’autore s’impegna con altri a valorizzare e a promuovere. Un lavoro assiduo, ostinato e faticoso.
Uomo di sinistra, frequenta l’ambiente di sinistra. Ma allora la sinistra non era quella di oggi: il suo legame con i lavoratori era costante ed incisivo. Ricordo il sostegno dell’allora PCI alle battaglie sindacali. Poi il lento declino verso un partito radical-chic a cominciare, a mio avviso, dagli anni del “compromesso storico” (più volte ricordato anche nel libro) realizzato negli anni 1976-1977 con la Democrazia cristiana. Un mondo, dunque, scomparso.
Anche per questo, l’opera di Luciani, che non risparmia critiche alla sua parte politica (la sua stella polare don Milani), oltre che avere un suo valore letterario, è, grazie ad una formidabile memoria, una testimonianza storica (che si allarga anche fuori dei nostri confini) di alto profilo e significato.
E ora una nota per il piacere del lettore. In una delle prime pagine, troviamo un verbo poco usato ma garbato e suadente: “immegliare”, che sta per “migliorare”. Ancora: l’uso del meno noto “rostinciana”, anziché “rosticciana”. E ancora: l’italianizzato, dal francese, “Va senza dire”. Oppure espressioni belle come questa: “Intanto, a mia insaputa, avevo compiuto trent’anni”. Anche per queste preziosità, per queste rare perle, il libro merita la lettura. Un libro, va sottolineato, dettato dall’amore e dal piacere di raccontare.

30 marzo 2023

Marco Martinelli: “Memorie dalla luna”

Vi parlerò di un Capolavoro, con il dispiacere di non potere, per mancanza dell’antico vigore, dilungare, come facevo un tempo, il mio viaggio nell’opera.

Commentando il suo romanzo di esordio, “Piccolo loto giapponese”, del 2019, così concludevo: “C’è da aspettarsi del buono da questo bravo esordiente, già scaltro nella costruzione della macchina narrativa e efficace nella scrittura. È certamente più che una promessa, un albero forte che darà ottimi frutti.”. Martinelli è un giovane scrittore lucchese, classe 1985.
Uscì poi a conferma “Vivo per sempre”, del 2021, ed ora, a distanza ancora una volta di 2 anni, ecco che la sua casa editrice Giovane Holden dà alla luce il suo terzo romanzo, uscito ad aprile 2023, quindi poche settimane fa e sconosciuto ai più: “Memorie dalla luna”.
Il Prologo con quel paragone tra macchina fotografica e occhio umano è travolgente, già da consumato narratore. Si ha giusto la sensazione che la maturità dello scrittore sia stata già raggiunta, e coinvolge il nostro interesse per la lettura. Questo il suo benvenuto al lettore: “Signore e signori, benvenuti in un mondo che non esiste.”.
Ci inoltreremo nelle memorie e riflessioni, numerose (“Era il primo di gennaio di molti anni fa quando diventai il riflesso dello specchio.”; “… la fantasia è l’ultimo briciolo di umanità che rimane a un uomo che possa definirsi ancora vivo.”), di un ergastolano, Theo Sullivan (nato da genitori italiani; l’ambientazione è in una prigione americana) il quale ci dice che è “giunto alla conclusione che l’unico Big Bang della storia sia stata l’invenzione della scrittura.”.
E Martinelli la sa usare bene, costruendo, a volte con una invidiabile potenza narrativa (capace anche di teneri ma sorvegliati intermezzi romantici come il rapporto con Christine), una intelaiatura non facile della storia, piena di particolari che mostrano capacità di ricerca e di studio non indifferenti.
La vita passata, inquieta e pericolosa, di un carcerato viene analizzata con la facilità con cui un chirurgo incide una ferita. Il personaggio vi si rivela come sotto la lente di un microscopio, trasformando paure e speranze in tessiture dell’anima.
Non vi è spavento, nelle analisi e nella ricostruzione della propria vita da parte di Sullivan, ma l’evoluzione di una primitiva inquietudine e di una sociale frustrazione che si devono trasformare nella realtà di una nuova, seppure perigliosa, esperienza: “Io con quei dannati fogli di carta puzzolente compravo il silenzio dei miei sensi di colpa.”.
Nel racconto non mancano visioni oniriche, alcune intermediate dai tarocchi di una chiromante, le quali, ripercorrendo la vita del protagonista, ne fanno un esempio di fragile umanità. Altre, verso il finale, ci trasferiscono in un tempo lontano, in una esistenza vissuta da Theo in epoche diverse, primitive e ai tempi dell’Inquisizione, come se di ciò che accade oggi dovessimo, sempre, ricercarne le ragioni in uno sconosciuto passato, che per qualche istante si ravviva.
Si avverte qualche volta la sensazione che spesso si ritrovino tratti autobiografici che collegano alla realtà le vertiginose esperienze sensoriali e psicologiche di Theo: “Fin da piccolo non ho mai ben capito quale fosse veramente il mio ruolo nella vita.”.
Molti i richiami che l’opera sollecita; ne cito solo alcuni: il romanzo “On the road” di Jack Kerouac, del 1951, il film “Easy rider. Libertà e paura” di Dennis Hopper, del 1969 e il romanzo “Siddharta” di Hermann Hesse, del 1922. E perfino l’antico capolavoro orientale del X secolo, “Le mille e una notte”: “Mi sentivo leggero, senza peso, puro spirito. la fiammella mi chiamò a sé, il mio corpo lentamente iniziò a svanire, si scompose in un turbine scintillante di energia e fui risucchiato dentro la lanterna.” Viene in mente anche “Sabrina” di Billy Wilder, del 1954, con la splendida Audrey Hepburn. Nel risvolto di copertina si cita Jack London e un suo romanzo che non ho letto: “Il vagabondo delle stelle”, del 1915, a motivo di un incontro in un bar con un cantante corpulento che sembrava “venuto dalle stelle.”. E quando si parla della professione di fotografo, perché non pensare anche a “I ponti di Madison County” di e con Clint Eastwood, del 1995: “Le mie foto finirono sulle pareti e le porte delle camere di mezza America.”. Il pezzo che ci parla dell’Avana, richiama Hemingway. Nella cazzottata del carcere, ci sono i segni de “Il miglio verde” di Frank Darabont, del 1999.
Un romanzo non facile (tuttavia saldamente tenuto sotto controllo dall’autore), e ricco di humus, di emozioni, di rimandi e di tante immagini create all’improvviso dalle parole, che ne fanno un testo ragguardevole. Da segnalare l’incipit del capitolo 8, e il suo intero contenuto, e il teatrino delle marionette e la partita di pallacanestro descritti rispettivamente nel 10 e nell’11. Come pure l’onirica e originale passeggiata nella serra del capitolo 16, che parrebbe una conclusione ed invece è un inizio: “La libertà mi stava aspettando laggiù.”. Incomparabile il capitolo finale, il 18.
Chi può, segnali questo originale romanzo alle giurie di qualche Premio letterario tra i maggiori. Farà Bingo!

29 giugno 2023

Stelvio Mestrovich: “Il processo a Lucca del brigante Musolino” e “I manoscritti non bruciano”

Nato a Zara, è un lucchese d’adozione. Molteplici i suoi interessi culturali. Grazie a lui, si è avuta a Vienna la rivalutazione del musicista italiano Antonio Salieri, contemporaneo di Amadeus Mozart. Varie sue pubblicazioni, sempre in campo musicale, hanno portato alla riscoperta di musicisti italiani dimenticati. Si veda, per tutti, “Vita e opere dei compositori dimenticati dal 1600 al 1900”.
Autore di romanzi e racconti, alcuni dei quali davvero notevoli come “Suzanne”, si è interessato, con ricerche approfondite, anche a patologie sociali da cui emergono vizi e lacune della nostra società, tuttora attuali.
Ne sono prova gli ultimi due suoi lavori: “Il processo a Lucca del brigante Musolino” e “I manoscritti non bruciano”.

Il primo riporta minuziosamente i verbali delle numerose udienze tenute presso la Corte d’Assise di Lucca dal 14 aprile all’11 luglio del 1902, che si conclusero con la condanna di Musolino all’ergastolo.
Ė una lettura avvincente che trascina il lettore dentro il processo, da cui traspaiono le condizioni civili e sociali di una parte della Calabria toccata dal banditismo e dalle vendette perpetrate per mano della ‘picciotteria’.
Mi piace riportare quanto si scrive nel verbale a riguardo del Cav. Avv. Sansone, Sostituto Procuratore Generale, il quale riconosce “di parlare di Toscana, la terra classica del dolce idioma, dove non può essere gradita la sua voce rude e spesso impropria di meridionale; dove sono valorosi discepoli del grande Carrara, che possono annientare facilmente la pochezza del suo sapere.”. L’avvocato era calabrese e il Carrara cui si accenna altro non è che l’illustre giurista lucchese Francesco Carrara (Lucca, 18 settembre 1805 – Lucca, 15 gennaio 1888), la cui statua è eretta nel cortile di Palazzo Ducale.

La seconda opera, che ha la prefazione di Vincenzo Pardini, conferma l’impegno di Mestrovich nella ricerca e nello studio delle fonti, che, come succede qui, talvolta mette in discussione. La figura di Lucio Ponzio Pilato è come trasfigurata dalla presenza di Gesù, al quale non portò rancore e che lasciò predicare per tre anni non trovando nelle sue parole alcunché che minacciasse l’autorità di Roma.
Ponzio Pilato e Gesù si incontrano di nuovo nella seconda parte del libro grazie al romanzo “Il Maestro e Margherita”, il capolavoro di Michail Bulgakov, di cui Mestrovich fa una disamina, anche critica. Molti sono, infatti, gli spunti che il libro offre al lettore per più approfondite riflessioni.

4 dicembre 2022

Stelvio Mestrovich: “Satana il Santo. Effetto Rasputin fra leggenda e realtà”

Dezza è un piccolo paese nel comune di Borgo a Mozzano (Lucca). Da qualche anno vi si è trasferito l’autore facendone il suo nido d’artista. Qui ha scoperto la sua passione al disegno e ha già realizzato alcuni suoi quadri.
Ma la sua dote più qualitativamente elevata è quella del narratore. Numerosi ormai sono i suoi romanzi, i suoi saggi, le sue biografie, i suoi studi sulla musica, altra sua eccellente passione. Di lui mi sono occupato più volte, e sempre restando soddisfatto del suo lavoro.
Ora mi trovo tra le mani quest’ultima opera che riguarda il noto monaco cristiano e mistico ortodosso Grigorij Rasputin, che fu anche consigliere della famiglia reale dei Romanov: “Satana il Santo. Effetto Rasputin fra leggenda e realtà”, uscito il dicembre scorso per i tipi di Tralerighe libri.
Quella di Rasputin è una vita movimentata, con alterna fortuna, e Mestrovich ce la sa raccontare come se stesse scrivendo un romanzo: in modo trascinante e ricco di colpi di scena.
Sin da piccolo si manifestarono in Rasputin (suo diminutivo Grichka) le doti di veggenza e presto fu considerato un profeta degno (non per tutti però; alcuni lo identificavano addirittura con Satana) di rispetto e di attenzione. Fu accolto a Corte dallo Zar Nicola II e soprattutto dalla Zarina Alessandra, che lo considerava l’unico in grado di guarire il figlio malaticcio Alioscia. Appartenne alla setta dei “Flagellanti” e “non ricevette mai alcun ordine sacro”. Vi si trova questa descrizione: “il taumaturgo era un uomo magro, alto, con una lunga barba fluente e con i capelli ricadenti in lunghe ciocche sulle spalle, divisi in mezzo da una riga, come i capelli di Cristo nelle Icone.”. E anche: la sua forza “stava tutta negli occhi minuscoli, acuti e penetranti come aghi celesti e di ghiaccio. Chiunque lo guardasse ne rimaneva prima soggiogato, poi vittima confidenziale.”.
Mestrovich, che non ama Rasputin che considera responsabile della tragica fine della Famiglia Imperiale, si fa portatore anche di citazioni da vai autori che, come lui, si sono interessati del personaggio “corruttore, libidinoso, depravato e lussurioso, ma questi vizi erano visti come perle della sua corona di santità.”. Del resto, ci dice l’autore, il nome Rasputin significa “sporcaccione, bordelliere, stupratore.”. Ciò che egli fu davvero nella sua tragica vita. Finisce assassinato e alcune pagine sono dedicate a raccontarci le motivazioni (fu accusato, tra l’altro, di essere una spia dei tedeschi) e i preparativi di questa congiura (si leggano i capitoli 10 e 12, tratti dalle “Memorie” del Principe Jusupov o Yussupoff, una delle fonti più importanti dell’autore). Rasputin, sicuro di sé, aveva confidato: “Capiterà del male a tutti coloro che alzeranno la mano su di me.”.
Il libro è ricco di episodi che hanno visto come protagonista nel bene e nel male “il pazzo d’Iddio”, come anche veniva chiamato.
Si respirano gli anni della rivoluzione comunista dell’ottobre 1917, che si farà sentire – anche nella fase preparatoria – nelle pagine di Mestrovich il quale, all’inizio del Cap. 9, scrive: “Si direbbe che non ci sia alcun rapporto fra il bolscevismo e il rasputismo, ma non è così.”. E ce lo spiega, dimostrandoci di sapersi muovere tra intrighi e ipocrisie di quegli anni movimentati e che hanno segnato la Storia del mondo.
Il saggio, adatto ad aprire un dibattito, è corredato da un’ampia, interessante e scrupolosa documentazione.

17 gennaio 2024

Stelvio Mestrovich: “Nikita e i ritratti maledetti”

Mestrovich vive il suo isolamento nel piccolo paese di Dezza, nel comune di Borgo a Mozzano (Lucca) immerso nell’arte. Pochi come lui. La letteratura, la storia, la musica, la pittura gli tengono compagnia e lo aiutano a non farsi travolgere dallo sconforto che la società attuale gli procura.
Lo stesso mondo dell’arte, sempre più appannaggio di personalità vanesie ed egoiste, gli causa più di un motivo di risentimento. E ha ragioni da vendere. Uno bravo come lui merita un’attenzione maggiore e più rispettosa. I valori che esprime sono di valenza universale. La vita e la morte che si incontrano nelle sue opere, la stessa rabbia che le accompagna, acquistano una vocazione non più personale ma pervasiva in chiunque le affronti.
Con la casa editrice Porto Seguro nel novembre 2023 ha pubblicato un altro libro, anzi un libriccino di circa 100 pagine, dal titolo: “Nikita e i ritratti maledetti”. La passione per la letteratura russa è un’altra delle sue peculiarità.
Nikita Nicolaevich Stepanov è un pittore che vive a Mosca: “Non aveva completato gli studi, ma il talento, dicono, non ha bisogno di maestri; spesso questi ultimi sono utili soltanto ai mediocri e ai fannulloni.”.
Una sua amante, Olesya (mi ha richiamato alla mente Susana, la protagonista che si prende giuoco degli uomini nel film “Adolescenza torbida (Susana)” di Luis Buñuel, del 1950), gli promette (ma è un inganno) di sposarlo solo dopo che lui abbia riprodotto una foto che la ritrae bambina, imitando però lo stile del francese Henri Matisse. Poco prima Nikita aveva acquistato un quadro su cui era dipinto un bambino che piange, eseguito da Bruno Amodio, in arte Giovanni Bragolin, soprannominato ‘El Diablo’, un pittore maledetto morto nel 1981. Il quadro e tutti gli altri che gli somigliavano, parevano portare in sé una maledizione. Prima o poi, la casa di chi ne possedeva uno andava a fuoco (succederà anche a Nikita). Lo stesso ritratto di Olesya bambina avrà poteri soprannaturali.
Queste sono le coinvolgenti premesse della storia che ci racconta Mestrovich. La scrittura linda ed essenziale e i capitoli brevi ne fanno un accattivante libriccino. Il lettore si troverà avvolto da atmosfere e situazioni surreali. Viene in mente anche “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.
Vi incontriamo paesaggi tipici della letteratura russa che trasudano dell’amore che Mestrovich nutre per questa terra, di cui conosce pure la lingua. Nonché accenni (non privi di una certa violenza) alla guerra in corso tra Russia e Ucraina e Mestrovich ci dice apertamente da che parte sta e si lamenta con l’Italia per la posizione assunta nel conflitto.
Ad un certo punto il racconto sarà inframezzato da un diario tenuto dal protagonista, in cui si riverseranno convinzioni e angosce della sua anima, che anticiperanno la tragedia finale

26 febbraio 2024

Felice Muolo “I confini dell’inganno”

Lo scrittore pugliese non è nuovo al romanzo. Mi sono già occupato di lui più volte e sempre manifestando la mia soddisfazione per la lettura delle sue opere.
In questi giorni è uscito il suo ultimo lavoro: “I confini dell’inganno”, edito da De Tomi Editore.
Si caratterizza per un intreccio che porta sulla scena personaggi luoghi e situazioni che si muovono in tempi diversi e tendono ad un obiettivo attrattivo, che si rivelerà a cominciare dalla metà del romanzo nella tipologia di un giallo con molti delitti. Il racconto è attraversato spesso da una atmosfera gelida che fa del delitto il capro espiatorio di una follia esistenziale. Come pure, il perimetro che contiene i luoghi ove si svolgono le azioni dei vari personaggi, dà la sensazione di essere uno spazio infernale, dove ci si misura al di là dei normali sentimenti umani.
Valeria e Nicola, giovani e focosi amanti, sono per un certo tempo la cerniera che si apre alle avventure, mafiose e delittuose, che costellano il romanzo. Poi, la cerniera resta aperta e la vita vi scorre ben oltre le sue gioie e i suoi dolori, gli entusiasmi e le delusioni, in un reticolo di stupore e di incredulità. Perfino un prete, Domingo, non si sottrae alle regole della malavita. Se Nicola può sembrare il personaggio principale, intorno a lui se ne muovono altri dello stesso spessore. I capitoli ne disegnano e distribuiscono il ruolo.
La scrittura nitida (ben impostati i dialoghi) ci farà tenere la barra dritta lungo l’impegnativo percorso tracciato dall’autore.

4 novembre 2023

Ciro Pinto: “Gli occhiali di Sara”

Leggendo Pinto, torno ancora una volta a pensare a quanti bravi scrittori sono sommersi, lasciati fuori dal panorama letterario per una distrazione colpevole da parte della cultura dominante.
Mi piace immaginarlo alla guida del suo bel motoscafo che, giunta l’estate, si inoltra nelle acque del golfo di Napoli (e oltre) e rimane solo coi suoi pensieri, baciato dalla quiete dell’anima e dal soffio dell’ispirazione. Forse è lì che nascono i suoi libri.
“Gli occhiali di Sara”, pubblicato nel 2015 da Tralerighe Libri, la dinamica casa editrice lucchese diretta da Andrea Giannasi, è dedicato al padre con un commosso ricordo che ne fa intuire subito il contenuto. Si parla dell’ultima guerra e dello scontro duro e sanguinoso tra fascisti e partigiani. A differenza del padre, il figlio, allora giovane studente, nutre simpatie marxiste. Gli chiede perdono: “Oggi le mie idee sono ancora di sinistra, nonostante tutto. Ma con l’età ho capito tante cose.”.
Da poco è caduto il muro di Berlino. Negli ex paesi dell’URSS si nutre la speranza di una vita diversa, migliore.
Siamo a Praga (una città che è resa viva e magica: “città dalle mille magie.”, dove è avvertibile, quasi fisica, la presenza di Kafka), e un’anziana signora, di 75 anni, esile e dalla voce flebile, Elisheva Kundrova, scampata alla morte nel campo di Auschwitz, mostra ad Enrico Fontana, il protagonista, un paio di occhiali dicendogli che appartenevano a sua madre, morta nel campo. Com’era possibile se “sua madre l’aveva seppellita qualche anno prima, morta di placida vecchiaia, trascorsa con badanti clementi e visite fugaci di figli indaffarati, compreso lui.”.
Il romanzo, diviso in tre parti, deve sciogliere il mistero e lo farà, immergendo il lettore in continui spazi ricchi di emozioni e di suspense. Basti dire che, ad un certo punto, quasi contemporaneamente, a Roma, la madre di Mario, un amico di Enrico, Rita (sarà una chiave della storia), immobilizzata su una carrozzella, dice al figlio, che la sta portando a passeggio, che deve raccontargli la storia di Sara. Il lettore conoscerà una Sara fragile, straziata, ma indomita: “Sara, chiunque fosse, gli penetrò nelle viscere, col suo sguardo spaventato, i suoi seni immolati insieme ai suoi sogni.”.
Presto, la tragedia dei campi di concentramento (la cui condanna da parte dell’autore è forte e sicura) diverrà centrale e accompagnerà Enrico fino alla fine. Scriverà Elisheva: “Dal giorno in cui sono uscita da Auschwitz ridotta a una larva umana, non sono mai riuscita a liberare il cuore dal filo spinato dei recinti di quel campo. Ho vissuto come un simulacro, ho coltivato le mie sofferenze come piaghe che non seccano mai.”. Più avanti, dirà: “Quando arrivarono i russi, ero ridotta a una larva umana, non desideravo niente e l’idea di tornare nel mondo mi spaventava.”.
A questo proposito, vorrei sottolineare una frase, luminosa e esaltante, pronunciata dal protagonista a Judita, sconvolta dai ricordi che la prozia Elisheva sta raccontando: “Vorrei mostrarti che la vita è più bella di tutte le volte che è terribile.”. Questa volontà di liberarsi di un passato terribile e angosciante fa la forza del romanzo. Addirittura Enrico sta cercando di spremere tutto dalla sua esistenza per poter giungere a quella che lui chiama la “visione algida” della vita, “che lo avrebbe portato improvvisamente lontano dal mondo che si era creato.”.
La scrittura è nervosa e incisiva a un tempo (all’inizio irrequieta come il protagonista), netta, va al sodo, rifugge pause e superfluità. Il racconto è efficacemente strutturato in modo da esaltare la curiosità del lettore, in un crescendo che ha nella conclusione il suo stupendo apice. I personaggi si presentano all’improvviso, come in un teatro: Enrico, Annibale, Agnese, Sara, Rebecca, Judita, Mario, Carlo, Rita, e così altri minori.
Scoprirete anche quanto i numeri siano importanti nella vita di Enrico, accanito giocatore al casinò.
So che il romanzo ha vinto dei premi. Tutti meritati.

28 giugno 2023

Walter Ramacciotti. “L’eccidio della Certosa di Farneta. Il ruolo del Clero lucchese nella Resistenza”

Un libro da leggere.
L’eccidio vi è raccontato fin nei minimi dettagli e acclude un’ampia documentazione a riprova dell’impegno di alcuni presbiteri nella Resistenza.
Mi ha fatto piacere incontrarvi i nomi di 2 sacerdoti che ho conosciuto: Don Silvio Giurlani, il mio parroco di San Tommaso in Pelleria al quale nel 2009 sono riuscito a far erigere una targa a ricordo del suo impegno partigiano, posta a lato della Chiesa stessa. Il lettore del libro si renderà conto che è una targa largamente meritata.
Don Fortunato Orsetti, Correttore della Arciconfraternita della Misericordia di Lucca, si prodigò, durante la guerra, e anche successivamente nell’opera di assistenza dei poveri, dei malati, dei più bisognosi.
Pochi sanno, che don Giurlani, quando don Orsetti venne in pensione, lo ospitò, adattando ad abitazione il fabbricato adiacente alla chiesa di San Tommaso in Pelleria.
A pag. 254 viene tracciato un profilo del Capitano Filippo Rubolotta, amico e collaboratore di don Giurlani. Imprigionato nelle carceri di San Giorgio il 18 gennaio 1944, è liberato il 18 giugno successivo grazie a un falso ordine di scarcerazione. A questo proposito, devo dire che don Giurlani mi confidò di essere riuscito a liberare alcuni partigiani incarcerati grazie alla collaborazione ricevuta da una guardia carceraria, che ho conosciuto in quanto collega di mio padre, Pasquale Catino. Credo che tra i liberati da don Giurlani si debba annoverare anche il Capitano Rubolotta.

7 luglio 2023

Giuseppe Salani: “Il cuore immacolato di Maria Regina della Pace”

Salani nella vita fa l’artigiano ma la sua fede in Dio lo ha portato a servire il prossimo come diacono nella comunità di Montuolo, Fagnano, Cerasomma, Sant’Angelo e Meati.
Ascolto le sue omelie andando alla Messa prefestiva del sabato sera a Fagnano. Si alterna con il Pievano don Andrea Buchignani, pastore di eccelse qualità, tra le quali la modestia e la pazienza, oltre al culto per l’Arte e la bellezza. Sono una coppia ben affiatata, capaci entrambi di sollecitare l’amore verso Dio e il prossimo.
Il diacono ha anche la passione di scrivere. Un suo libriccino di poesie, uscì nel 2015, intitolato: “Rime fatte in casa”.
Da pochi giorni è uscito un libro in prosa dedicato alla sua esperienza religiosa, e per questo atteso non solo dalla comunità a cui appartiene. Il libro è edito a spese dell’Associazione culturale “La Garbotta” di Sant’Angelo, la quale ha tra le sue finalità anche quella di sostenere le spese di stampa per quegli autori di Sant’Angelo che lo meritano e che non potrebbero permettersele.

Veniamo al libro, che è diviso in 2 parti: la prima è dedicata all’esperienza personale di Medjugorje e la seconda alla ricerca della Madonna nel progetto di Dio.
Nella prima parte, il racconto ispirato dalle sue numerose visite in pellegrinaggio al Santuario, ora riconosciuto anche dalla Chiesa, dopo le prime titubanze, riporta il lettore che sia stato già a Medjugorje (come il sottoscritto) al ricordo della sua esperienza personale, facendogli rivivere il clima mistico del luogo, mentre chi ancora non vi si è recato si sente stimolato a proporre anche per sé il suggestivo percorso di fede descritto da Salani, nella cui chiara scrittura si avverte la tensione e l’emozione di quanto racconta: “È proprio in quel momento di preghiera che affidi alla Madonna tutte le persone, le situazioni, le problematiche per le quali senti di dover intercedere.”.
La prima apparizione è datata 24 giugno 1981, ed essa e le successive a cui l’autore ha partecipato (alcune con incontri e accadimenti particolari; sono anche riportati taluni messaggi consegnati dalla Madonna ai 6 veggenti), danno occasione allo stesso di svolgere interessanti riflessioni in materia di Fede, alcune presenti anche nella seconda parte quando, ad esempio a pag. 137, sono riportate le parole che il 14 aprile 1982 la Madonna disse ad una delle veggenti di Medjugorje a proposito della presenza nel mondo di Satana.

Ed eccoci alla seconda parte, in cui il lettore avrà modo di seguire un itinerario dell’autore tracciato alla ricerca delle tante esperienze mistiche avvenute nel mondo che hanno visto protagonisti Gesù e la Madonna, arricchendolo di erudite annotazioni storiche (si passerà anche dalla Rivoluzione francese e da Napoleone Bonaparte, dal Bolscevismo alla Seconda guerra mondiale). Tutto ciò a partire da Margherita Maria Alacoque (siamo nel XVII secolo), i cui incontri con Gesù introdussero nella Chiesa il culto del “Sacro Cuore”. Queste le parole che Gesù rivolse alla Santa: “Ecco quel cuore che tanto ha amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudine è disprezzo.”. Questa esperienza della Santa francese richiama alla mente quella della lucchese Santa Gemma Galgani. Interessante l’apparizione della Madonna alla novizia francese Caterina Labouré, ampiamente riportata nel libro, in cui altre apparizioni e miracoli più noti (Lourdes e Fatima) o meno noti daranno al lettore il senso travolgente del mistero e del miracolo di Dio.

Concludo scrivendo che quest’opera è un’autentica testimonianza di Fede che ci commuove e allo stesso tempo ci rende appagati e felici. Ci confessa l’autore, riferendosi all’esperienza di Medjugorje: “Molte volte ho partecipato all’Adorazione Eucaristica, ma mai come qui ho avvertito alla fine, dopo la benedizione solenne, un senso di pace e di serenità che ti resta nel cuore.”.

11 gennaio 2024


Letto 140 volte.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart