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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Vincenzo Pardini: “Vita di Cristo e del suo cane randagio”

29 Maggio 2024

di Bartolomeo Di Monaco

Preambolo

Ho letto il Vecchio Testamento e ciò che hanno detto i profeti intorno alla nascita del Messia; ho letto i quattro vangeli sinottici, gli atti degli Apostoli e almeno una cinquantina di vangeli apocrifi (esattamente 58 frammenti), ma di un cane che accompagna Gesù nel corso della sua missione non ho trovato traccia, se non su di un sito, non so quanto attendibile, di certo Vittorio Lattanzi dove trovo scritto: “Figlio di due pastori palestinesi, Gesù avrebbe avuto questo cane dall’età di 12 anni fino a 27 anni quando morì, una volta solo, per cause naturali.” E Ebaù è il nome del cane, lo stesso che nel romanzo. Ma devo tener conto di quanto Pardini rivela in un’intervista all’ANSA, ossia che nel corso delle molte sue riletture del vangelo “Mi sembrava di aver accanto un amico invisibile, con cui dialogavo via pensiero. E insieme a noi, c’era il cane di Cristo, che ho saputo essere davvero esistito. A suo modo un apostolo, forse più devoto e fedele degli uomini.”. Ad ogni modo, come sia venuta in mente a Pardini questa idea di narrarci la vita di Cristo accompagnata da questo misterioso cane, per giunta un cane randagio, può anche non essere un mistero. Pardini ama il Creato e in specie gli animali; i cani sono la sua passione e ne ha posseduti di varie razze e ancora ne possiede.
Ma ci si potrebbe domandare: Quel cane è davvero un cane (si pensi alla sua straordinaria longevità)? O è la trasfigurazione di qualcos’altro. Una coscienza? Un’anima? La chiave di una peregrinazione nel dolore e nella speranza a fianco di Gesù? L’itinerario di una fede? Una nuova personale via Crucis? Leggeremo che “Muso sollevato in aria emise abbai che, adesso sempre più distanti, sembrava calassero dal cielo.”.
Il sentimento religioso è presente in molti scritti di Pardini (si pensi a “Lettera a Dio”, ma non solo). e questo libro potrebbe esserne, a mio avviso, lo sbocco naturale. È’ nota la devozione che Pardini nutre per Santa Gemma, la mistica lucchese, ma la sua religiosità scaturisce da profondità che parevano inaccessibili e che, sono sicuro, questo suo lavoro metterà in luce.
Lo scopriremo insieme seguendo passo passo Cristo e il suo cane randagio. Intanto mi sento in dovere di tracciare, come preambolo, un quadro più complessivo a riguardo della vita di Cristo, vista la enorme importanza che la sua venuta sulla Terra ha avuta attraverso il cristianesimo, e in virtù delle tante testimonianze che furono raccolte al tempo in cui visse e operò, di cui, ritengo, sia utile prendere atto. Va detto, infatti, che noi conosciamo le opere di Gesù attraverso i quattro vangeli sinottici, ossia riconosciuti dalla Chiesa, ma tanti particolari, ivi non citati, si ritrovano negli altri scritti, e soprattutto nei cosiddetti ‘vangeli apocrifi’. Reputo utile per il lettore che affronterà i temi toccati da Pardini, predisporre una piccola rassegna, toccando i punti che ritroveremo nel suo romanzo.
Poco conosciamo dell’infanzia di Gesù. Sappiamo che il primo che cercò di istruirlo fu Zaccheo, che però vi rinunciò, dicendo a Giuseppe (“Vangelo apocrifo di Tomaso”): “Questo ragazzo non è nato terrestre: può domare persino il fuoco! Forse è nato prima della creazione del mondo. Quale ventre l’ha portato e quale seno l’ha nutrito? Io non lo so. Povero me, amico mio. Mi fa andare fuori senno. Non posso più tenere dietro alla sua intelligenza. Mi sono ingannato: me tre volte infelice! Cercavo di avere un discepolo e ho scoperto che avevo un maestro!”.
Si legge nel “Vangelo arabo. Infanzia di Gesù”: “Allora Giuseppe disse alla padrona Maria: ‘Di qui in poi non lasciamolo più uscire di casa. Chiunque infatti lo contraria è colpito a morte”. Non sarebbe esistito, stando a questa fonte un solo Gesù, quello buono e che guarisce coi miracoli, ma anche un Gesù scontroso che, adirato con chi lo contraria, provoca la sua morte.
Così pure sappiamo dal “Vangelo dello pseudo Matteo” che i genitori della Madonna, Gioacchino e Anna, erano in angustie poiché, dopo 20 anni di matrimonio, non avevano avuto figli, e Anna (come successe alla Sara di Abramo) ebbe l’apparizione di un angelo che le predisse la maternità. A Gioacchino l’angelo dirà: “Il suo seme sarà benedetto, e lei stessa sarà benedetta e sarà costituita madre di una benedizione eterna.”.
Maria, dunque, sarà la figlia preannunciata. Poco sappiamo della sua fanciullezza. Il vangelo sopracitato ci dice che “Si era imposta questo regolamento: dalla mattina sino all’ora terza attendeva alla preghiera; dall’ora terza alla nona si occupava del lavoro tessile; dalla nona in poi attendeva nuovamente alla preghiera. Non desisteva dalla preghiera fino a quando non le appariva l’angelo di Dio, dalla cui mano prendeva cibo: così sempre più e sempre meglio progrediva nel servizio di Dio.”.
Quando nella grotta di Betlemme nasce Gesù, ci dice ancora: “Qui generò un maschio, circondata dagli angeli mentre nasceva. Quando nacque stette ritto sui suoi piedi, ed essi lo adorarono dicendo: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.’”. E l’ostetrica Zelomi che era stata chiamata da Giuseppe, quando la visitò, giunta che Gesù era già nato, esclamò: “Mai si è udito né mai si è sospettato che le mammelle possano essere piene di latte perché è nato un maschio, e la madre sia rimasta vergine. Sul neonato non vi è alcuna macchia di sangue e la partoriente non ha sentito dolore alcuno. Ha concepito vergine, vergine ha generato e vergine è rimasta.”. L’altra ostetrica di nome Salome (non Salomè) non volle credere a quanto diceva la collega ed entrò anche lei per verificare ma, appena toccato il corpo di Maria, la sua mano si disseccò, fino a che non chiese di essere perdonata per la sua incredulità. Un angelo le disse di rivolgere una preghiera al bambino e così fece, guarendo. Questo è dunque, secondo un vangelo apocrifo, il primo miracolo di Gesù.
Il vangelo apocrifo suddetto ci racconta anche che la grotta era buia, ma “Allorché la beata Maria entrò in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l’ora sesta del giorno.”. E aggiunge anche questo particolare: “Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l’asino l’adorarono.”. Dunque, il bue e l’asino vennero subito dopo la sua nascita, ma non al momento della nascita, con il trasferimento della Sacra Famiglia in una stalla vicina.
Conosciamo il miracolo della resurrezione di Lazzaro, ma Gesù, ancora ragazzo, ne aveva resuscitati altri. Il vangelo apocrifo dello pseudo Matteo, già citato, ci parla di un bambino che aveva fatto un dispetto a Gesù, che allora aveva 4 anni, e che per punizione fece morire. Supplicato dalla madre Maria, lo resuscitò: “Non volendo rattristare sua madre, con il suo piede destro egli toccò il sedere del morto dicendogli: ‘Alzati, figlio iniquo. Non sei degno, infatti, di entrare nella pace di mio padre, avendo tu mandato all’aria quanto io avevo fatto. Allora colui che era morto resuscitò e se ne andò.”. Troveremo indicati alcuni miracoli di Gesù ragazzo nel vangelo apocrifo di Tomaso.
Aveva fratelli Gesù? Secondo il sunnominato vangelo apocrifo dello pseudo Matteo la risposta è affermativa: erano fratellastri da parte di Giuseppe avuti da un precedente matrimonio: “Giacomo, Giuseppe, Giuda, Simone e le sue due figlie.” Di quest’ultime mi è sconosciuto il nome.
Gesù, a tavola, era il primo che cominciava a mangiare. Gli altri aspettavano lui, anche se era in ritardo, affinché li benedicesse.
Gesù era sposato? Nel “Vangelo di Filippo apostolo” si legge: “La consorte di Cristo è Maria Maddalena. il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca.”. E ancora precisa a riguardo dei nomi Gesù Nazareno Cristo: “L’ultimo nome è ‘Cristo’ il primo è Gesù, quello in mezzo è ‘Nazareno’. ‘Messia’ ha due significati: tanto ‘Cristo’ che ‘il limitato’. ‘Gesù’ in ebraico è ‘la Redenzione’. ‘Nazara’ è: ‘la Verità’. Perciò ‘Nazareno’ è ‘quello della Verità.”.
Riguardo a Pilato, il “Vangelo di Gamaliele” ci dice: “Pilato e sua moglie amavano infatti Gesù come se stessi. Egli lo aveva fatto flagellare, per compiacere i cattivi Ebrei, e perché il loro cuore si disponesse più favorevolmente e lo lasciassero andare senza condannarlo a morte.”. Dopo la morte, Gesù appare in sogno a Pilato, sempre secondo Gamaliele: “Lo vidi a fianco a me! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli Ebrei.”.
Ci racconta anche che il capitano delle guardie, messe a vigilare sulla tomba di Gesù, era monocolo, avendo perso un occhio in battaglia. Pilato gli porge le bende rimaste nella tomba di Gesù, lui le accarezza e nello stesso istante l’occhio guarisce. Ci crederete o no, queste furono le parole pronunciate da Pilato davanti all’ingresso della tomba di Gesù: “Signore Gesù, risurrezione e vita e dispensatore di vita a tutti i morti, credo che tu sei risorto e mi sei apparso. Non mi condannare, Signore, poiché io non ho fatto questo per timore degli Ebrei. Non sarà mai ch’io neghi la tua risurrezione.”.
A riguardo della resurrezione di Gesù, nel vangelo apocrifo di Pietro si ha questa bella immagine di Gesù trasportato da due angeli fuori della tomba: “La testa dei due giungeva al cielo, mentre quella di colui che conducevano per mano sorpassava i cieli.”.
Come pure si apprende dal vangelo apocrifo di Nicodemo che, quando Gesù fu interrogato da Pilato, alcuni miracolati testimoniarono di essere guariti per mano sua. Come sappiamo, però inutilmente. E che, condannato alla crocifissione, i due ladroni che furono crocifissi con lui si chiamavano Disma e Gesta (ma troviamo anche, sempre in Nicodemo: Dema e Cista). Nel vangelo di Gamaliele si conoscerà come fu resuscitato Disma, il ladrone buono.
Ci trascrive anche una conversazione tra Satana e Ade, il signore dei morti, il quale invita Satana a non far scendere agli inferi Gesù, il quale dopo aver resuscitato Lazzaro, avrebbe potuto resuscitare tutti i morti e lasciare vuoto il regno dei morti: “Questo ti dico: in verità, per le tenebre che ci circondano, non portarlo quaggiù se no in me non rimarrà più alcun morto.”. Gesù, “il re della gloria”, invece, arriverà e libererà tutti i morti, con scorno di Satana e di Ade.
Sapete che nel vangelo apocrifo dell’”Apostolo Didimo Giuda Tommaso”, la famosa frase “Dare a Cesare quel che è di Cesare…”, è riportata come segue: “Date all’imperatore quello che è dell’imperatore, date a Dio quello che è di Dio, e date a me quel che è mio.”?
Ma ora è tempo di immergerci nel romanzo di Pardini e scoprire il suo Cristo, e ovviamente il cane randagio che lo accompagna.

Il romanzo

Sono tanti gli autori che si sono interessati alla vita di Cristo, in particolare in Francia: Blaise Pascal (“Compendio della vita di Gesù Cristo”) è uno di questi. Ma anche Georges Bernanos (“Quasi una vita di Gesù”); Jacques Maritain (“De la grâce et de l’humanité de Jésus” nonché “De l’Église du Christ. La personne de l’Église et son personnel”); François Mauriac (“La Vie de Jésus”). Per non parlare del cinema italiano con “Il Messia” di Roberto Rossellini; “Il vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini e “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli. Mi fermo qui, giacché desidero citare, ora, un narratore di casa nostra, Mario Pomilio, che nel 1975 fece uscire il suo capolavoro “Il quinto evangelio”, che ebbe tanto successo e originò molte discussioni. Mi sono interessato a questo libro con una lettura che si trova nel mio volume “Quarantatré letture. Il Sud nella letteratura italiana contemporanea” e che si può leggere anche sulla mia Rivista d’Arte Parliamone, qui.
Ebbene, ad un certo punto, tra le varie disamine, viene espresso il concetto che il quinto evangelio in realtà sia il vangelo che è sempre in corso di scrittura e sarà terminato solo con la fine del mondo: “il vangelo che si sta scrivendo”, e anche “non cesserà d’essere scritto fino all’ultima salvazione”.
Mi piace, allora, inserire l’opera di Pardini all’interno di questa straordinaria avventura.
Intanto vediamo com’è il cane Ebaù: “Era un enorme cane bianco dal pelo assai lungo e folto, le orecchie pendule.”. È questo cane che i pastori vedono per primi; lo osservano mentre s’incammina verso una capanna, dove stazionano per la notte due asini e un bue. Pardini subito dopo scrive che è una grotta al cui ingresso è radunata molta gente, tra cui i Re Magi, venuti, coi loro doni, da molto lontano. Accanto ai due asini e al bue ora sonnecchia anche Ebaù, il cane bianco.
Ecco disegnato un nuovo presepio.
Uno dei Magi ha portato con sé la mirra “che serve per imbalsamare i morti”, e ciò perché, ci dice l’autore, già consapevoli della morte a cui andrà incontro il bambino.
La scrittura di Pardini trae linfa dalla quieta scrittura dei vangeli sinottici e il percorso che disegna è il medesimo che conosciamo, con qualche variante o aggiunta.
Quella del cane è ovviamente la maggiore. Quando, suggerito da un angelo, si mettono in cammino per fuggire in Egitto, in modo da salvare il bambino dal disegno dispotico e criminale di Erode Antipa, Ebaù li segue. La sua presenza dà sicurezza soprattutto a Maria, “infondendole buon umore.”.
Già qui, sorge nel lettore la domanda che cosa veramente rappresenti il cane randagio. Certamente non è un cane comune. Sappiamo che era fuggito, trovandosi vicino al palazzo di Erode, dalla furia dei suoi mastini, che lo avevano inseguito, senza però raggiungerlo.
Aggiuntisi ad una carovana di cammellieri, sappiamo che nessuno di questi riusciva a vedere il cane bianco, che, pure, si abbeverava nelle pile dell’acqua riservate alle bestie.
Più che la vita di Cristo, che il lettore, specie se cattolico, già conosce e se ne rammemora (Pardini ci dà questa bella immagine di Cristo: “la poesia che si portava dentro era inesauribile quanto la sua divinità.”, ci dirà anche che camminava scalzo), è la vita di questo cane che si prende lo spazio maggiore e suscita curiosità e molti interrogativi. È il baricentro del romanzo.
Né Rossellini né Pasolini né Zeffirelli ci hanno dato l’iconografia di questo animale, che infatti nelle loro opere mai compare a fianco di Gesù. Quando Gesù si recherà alle nozze di Cana, non a caso Pardini ne sottolinea la presenza con questa elencazione: “Verso mezzogiorno, giunsero Cristo, il cane e gli Apostoli.”. E alla domanda di un invitato su chi sia il padrone del cane, Gesù risponde “che era suo”.
È il cane un bisturi che Pardini sta usando per entrare dentro un qualche varco spirituale che circonda, non avvertito né riconosciuto, la vita del Messia? Il cane, nonostante che Pardini, a un certo punto, ce ne narri una rapida storia, porta in sé dei crismi che si manifestano solo ad un eletto osservatore? Che significato può avere questa annotazione di Pardini: “Nemmeno i discepoli avevano in simpatia il cane di Cristo, ma tacevano.”? Che misteriose forze si nascondono nel cane randagio, tali da infastidire gli apostoli?, “Se la intendeva soltanto con Cristo.”. Più tardi, quando li difenderà dagli agguati, cambieranno parere e “lo tenevano in considerazione”; “
Si noti anche questo: che noi conosciamo il cane da quando Gesù è nato e lui si è accovacciato ai piedi della culla, ma è ancora vivo e vicino a Gesù quando Costui, compiuti i 30 anni, comincia la sua missione abbandonando la casa di Nazareth.
Restiamo ancora sul cane. Ebaù non solo tiene compagnia a Maria, Giuseppe e Gesù, ma li protegge avvertendoli di qualsiasi pericolo si presenti sulla loro strada. Salverà anche Gesù dall’assalto di una banda di briganti: “Alzato sulle zampe posteriori, gli lacerava vesti e carni; spaventati e feriti, i briganti si dispersero tra le rocce (Pardini ormai da tempo ha scelto di usare il ‘gli’ al posto di ‘loro’). A Gerusalemme lo salverà anche da una folla inferocita, turbata dalle sue parole: “Se non lo fecero fu perché Ebaù accennò ad avventarsi.”. Una funzione, dunque, da Angelo Custode. Una traccia nel cane di una elezione speciale. Come se fosse il Bene che si erge contro il Male. Assisteremo ad uno scontro tra il misterioso cane bianco e “un grosso cane nero” e Maria è convinta che sia “un demone”. Ci sarà un altro scontro simile, sempre con un cane nero, nei pressi di Gerusalemme. Altri cani, sia pure di grosse dimensioni, spesso, invece, se ne ritraggono, timorosi. Ci dice Pardini che i cani neri “emanavano odore di zolfo.” (Satana sarà presente nella narrazione, non solo a riguardo delle tentazioni nel deserto, ma pure nel corso del processo a Gesù).
Pensate che, quando sono ancora in Egitto, Maria confessa a Giuseppe che ogni volta il cane pare diverso da prima: “Talvolta le pareva perfino che non fosse il medesimo.”. Ad un certo punto, significativamente sul cane leggeremo: “Insieme agli adulti, fra i suoi ammiratori troviamo i bimbi. allegri e irruenti, gli correvano incontro. I discepoli li redarguivano, allontanandoli. (…). Gli apostoli cercavano di contenerli; ma essi, protesi nella gara a chi per primo avrebbe toccato il profeta, o accarezzato Ebaù, non si arrendevano.”. Dunque, qualcosa di attrattivo è in comune tra Ebaù e Cristo. Avremo altre immagini di questa natura. Pardini sottolineerà: “aveva accanto un grosso cane bianco. Molto bianco.”. Ancora: “mai si staccava da Cristo, nemmeno quando si imbattevano in cagne in estro.”.
Il cane ha un’altra qualità: comunque legato alla catena, riesce sempre a liberarsi. Così pure riesce ad entrare in un recinto solidamente chiuso dove le lavandaie egiziane custodivano i loro bambini. Ebaù “Quieto, si accucciava in un angolo.”.
Morto Erode, la Sacra Famiglia può fare ritorno a casa. Durante il viaggio i tre sono minacciati da un gruppo di banditi, accompagnati da una muta di cani neri. Li salva una preghiera che Maria rivolge a Dio.
Giunti finalmente a Nazareth, Giuseppe riprende il suo lavoro di carpentiere.
Si avvertono entusiasmo e fede lungo tutta la narrazione, come un’abbagliante luce che illumina le pagine. Questo romanzo sta diventando una epifania dell’autore. Una manifestazione di assonanze. Una rivelazione di sé.
È un romanzo, come ho già detto, preannunciato. Molti dei suoi scritti precedenti sono, infatti, nient’altro che i prodromi del cammino dell’autore verso una purezza che lo colleghi allo spirito del Vangelo e ve lo insinui.
Il cane bianco e randagio è soprattutto Pardini, con tutta la sua ricchezza interiore, con tutto il suo spirito di donazione.
Le suggestive rivelazioni, le riflessioni e i commenti che si incontrano ogni tanto (il romanzo è articolato in capitoli, o meglio in paragrafi, brevi e brevissimi, che qualche volta ritornano sui fatti con precisazioni e aggiunte, come sulla nascita di Gesù) sono, a mo’ di una sceneggiatura rivisitata, un dono, il regalo che fa da contrappunto a una ricerca accurata, per non dire puntigliosa, acquisita attraverso molte letture, a tal punto che tale peculiarità si evidenzia da sé (si veda, ad esempio, la ricostruzione delle date e dei luoghi frequentati da Cristo). Scopertamente, Pardini ci dirà: “I Vangeli non raccontano la dinamica dei viaggi di Cristo e dei suoi: a piedi si spostavano da una parte all’altra della regione, sfidando calura e intemperie. Annunciati da uno o due messaggeri, a cui seguivano i discepoli e qualche apostolo, gli arrivi del Nazareno erano molto attesi.”. Si legga, ancora: “La gente di Giudea e Galilea si era abituata al gruppo degli Apostoli. Marciavano due a due. Capintesta, preceduto o affiancato dal cane, spiccava Cristo.”.
E a proposito dell’amicizia tra Lui e il cane si veda ancora questo esempio, quando Gesù lascia la sua casa per adempiere alla sua missione: “Era una sera stellata e quieta, pervasa dal canto degli uccelli notturni. La Luna non era ancora sorta, e nell’oscurità si vedeva la sagoma di Gesù camminare; di quando in quando, rallentato, emetteva un fischio come quello dei pastori. Dal buio sbucò il cane. Gesù, carezzatolo, preso un sasso lo gettò lontano. il cane corso a prenderlo glielo riportò.”.
Allorché s’incammina per recarsi dal cugino Giovanni, che sta battezzando sulle rive del Giordano (Pardini ci ricorda che non solo Gesù, ma anche Giovanni sfuggì alla strage degli innocenti voluta da Erode), fa una sosta che l’autore rende con questa bella immagine: “Dato al cane frattaglie e pane, mangiò a sua volta focacce e ricotta. Bevuto alla sorgente, bisaccia a tracolla e cane al seguito, riprese il viaggio.”. Su Giovanni, leggiamo: “Correva voce che vestito con pelli di cammello, una cintura di cuoio sui fianchi, si cibasse di miele selvatico e locuste.”.
Anche la figura di Gesù si arricchisce di particolari. Apprendiamo che ama intrattenersi “a bere vino nelle osterie”; “Sovente giocava a scacchi” e era “Attento a non sporcarsi la tunica, né ungersi la barba, mangiava con lentezza.”. Pure su Pietro, leggeremo che ha una famiglia: una suocera miracolata da Cristo, una moglie, Concordia, e una figlia, Petronilla.
Un bravo regista potrebbe ricavare da questo romanzo un film assai ricco di novità rispetto a quelli, peraltro notevoli, di Rossellini, Zeffirelli e Pasolini. Il romanzo è già una sceneggiatura (si leggano la Resurrezione di Lazzaro, il Processo e la Crocifissione) pronta e adeguatamente impostata.
Ci rivelerà anche, l’autore, che la moglie di Pilato, Procula, e alcuni centurioni “elargivano offerte per contribuire al mantenimento dei Dodici e dei discepoli che, di continuo, si aggregavano.”.
Sul Processo a Gesù, sulla Crocifissione, sulla Deposizione e sull’Ascensione (il cane bianco Ebaù sarà sempre presente, anche dopo la Resurrezione; il romanzo si concluderà con commoventi parole su di lui, che, dopo l’Ascensione, diventerà randagio in attesa del ritorno di Cristo), il lettore troverà pagine emozionanti e rivelatrici, e anche, messa in risalto, la profezia di Elia, che continua a meravigliare e a scuotere la coscienza di tutti noi: “Lo vedemmo e non mostrava di sé bellezza alcuna su cui potessimo fermare i nostri sguardi: spregevole come l’infimo dei mortali, era l’uomo di tutti i dolori… carico delle nostre infermità, s’era addossato le nostre debolezze… fu trafitto dalle nostre iniquità, fu maltrattato dalle nostre colpe; prese su di sé il nostro castigo, affinché noi ottenessimo la pace; per le sue ferite fummo risanati.”.


Letto 49 volte.


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Bart