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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Uno scherzetto del caso

8 Ottobre 2010

di Dino La Selva

      Ore 15 di un qualsiasi giorno feriale del giugno 2003. La sala d’aspetto del mio ambulatorio oggi è al solito affollata, ma stranamente il mio lavoro è abbastanza scorrevole e gratificante. Brevi controlli clinici, prosecuzioni di cure, diagnosi che imposto con notevole rapidità e chiarezza… Non ci sono neanche i soliti clienti rompiscatole, il che facilita una buona disposizione d’animo fra me e i miei pazienti.

      Ad un tratto uno scoppio di risate arriva dalla sala d’attesa. “Senti come si divertono!” – penso con una punta d’invidia. Ma quella risata è così allegra e contagiosa che fa sorridere anche me, che non ne conosco il motivo. Chiedo il perché di quella ilarità al rappresentante di casa farmaceutica che entra in quel momento in ambulatorio: “C’è un gruppetto di miei colleghi, di là, e fra di essi c’è quello della XY, quel piccoletto dalla barba nera, che ne ha sempre una nuova; quando c’è lui il buonumore è assicurato. Ora ne ha tirata fuori un’altra delle sue…Se la faccia raccontare quando entra!”

      Dopo un ennesimo paziente entra il rappresentante in questione: un piccoletto tarchiato dal carnato olivastro, dai vivaci occhi verdi, dalla barba nera ben curata che gli incornicia il volto rotondo e comincia a diventare brizzolata. Parlantina facile, fluente, degna della categoria alla quale appartiene. “Ho sentito come mi tiene allegro l’ambiente. Complimenti!- lo apostrofo appena entra- Cosa stava raccontando? Può far ridere anche me?” “Certo! Stia zitto, che qualche giorno fa me n’è capitata una davvero bellina. Gliela voglio proprio far sentire”.

      “Avrò avuto 24- 25 anni, non ero sposato ed ero un ragazzotto spensierato ed esuberante. A quel tempo avevo per le mani una ragazzotta, una bella mora, da poco separata dal marito. Mi piaceva davvero tanto, forse ne ero innamorato. Un giorno mio padre mi dà l’incarico di andare a sistemare per le vacanze estive una casetta di campagna a V., paesetto di collina a pochi chilometri da Lucca. Non me lo faccio dire due volte, mentre all’improvviso mi balena e matura in testa un’idea…. Vado a prendere la ragazza   e sul far della notte in macchina ce ne andiamo a V.   Metto la macchina sotto un piccolo pergolato, ben nascosta dagli sguardi indiscreti dei vicini, e zitti zitti entriamo in casa. Chiudo perbene le imposte, che non filtri luce all’esterno, poi ce ne andiamo in cucina, apparecchiamo la tavola e organizziamo una bella cenetta rustica e corroborante.

      Dopo aver mangiato e ben bevuto saliamo le scale ed entriamo nella camera da letto dei miei genitori, dove campeggia un bel lettone matrimoniale che è tutto un invito. Primi approcci, abbracci, carezze, baci…Tutto fila a meraviglia. Finchè non ci sdraiamo sul letto, emozionati e ansiosi di procedere oltre. Ma a un tratto…”Driinn!…” Il suono di un campanello che proviene dal basso rompe il silenzio della notte. Mi blocco a orecchie tese, ma più nulla, solo silenzio… Sarà stata un’allucinazione. Si ricominciano le grandi manovre; ma improvvisamente di nuovo: “Driinn!…”. Stavolta non è un’allucinazione. Mi smonto definitivamente –mi dice accompagnando le parole con una mimica eloquente- e pieno di agitazione comincio a pensare. Forse filtrava un po’ di luce dalle imposte, qualcuno del paese l’ha vista e ha pensato che fossero entrati i ladri… Ora è andato a chiamare i Carabinieri. Oppure ha visto la luce dalla finestra, l’auto posteggiata sotto il pergolato ed è andato a telefonare ai miei genitori… Oddio! Mio padre e mia madre!… Non c’è altro da fare che scappare il più presto possibile. Mi rivesto in fretta e furia, prendo la ragazza ormai freddina e indispettita, ci ficchiamo in macchina e fuggiamo a rotta di collo come due ladri inseguiti. Porto a casa la bella. E da quel giorno fra di noi finì tutto. Lei non volle più saperne di me.

      Passarono gli anni. Altre esperienze, altre ragazze, mi sposai, ebbi dei figli… Poi, per caso, due giorni fa, dopo 22 anni, la soluzione del mistero.

      Ritorno dopo tanto tempo a V., nella casetta di campagna dei miei genitori. C’è da farci dei lavori all’interno e all’esterno, c’è da pulire, imbiancare, revisionare i mobili…. Ed ecco nella stanza matrimoniale noto un filo elettrico che pende giù dal muro a capo del letto e scompare sotto il materasso. Lo seguo, lo tiro fuori… alla sua estremità c’è un pulsante che, schiacciato, fa suonare un campanello elettrico giù in cucina. Sdraiandoci e movendoci sul letto noi schiacciavamo senza saperlo il pulsante, e il campanello suonava.

      Ecco perché, per una peretta finita per caso sotto il materasso, ventidue anni prima era finita miserevolmente un promettente incontro d’amore, si era bruscamente spezzata una storia d’amore appena iniziata, forse la mia stessa vita aveva preso un’altra direzione. Il mio primo impulso fu quello di cercare quella ragazza, di parlarle e di raccontarle perchè era andata storta quella sera… Ma non so più nulla di lei, non so dove abita, non saprei dove cercarla… E ripensandoci forse è meglio così.    

                                                                                                      Carità cristiana

      In via G., a cento metri dalla Chiesa di San Concordio, c’è un palazzotto a un piano non privo di una sua dignità architettonica, con una fila di grandi finestre rettangolari e al centro di esse un grazioso balcone dalla ringhiera in ferro battuto che sovrasta il grande portone di legno chiaro. Davanti, un giardinetto all’italiana, incolto ma ingentilito da tre altissime palme. Era la dimora ottocentesca dei M., proprietari di un’officina meccanica ormai abbandonata, a ricordo della quale erano rimaste alcune antiche macchine molto ben conservate esposte nell’ingresso e sui pianerottoli delle scale, degne di un museo della civiltà vetero- industriale.

      Quando iniziai la professione al pianterreno abitavano ancora le signorine M., due anziane zitelle, con la loro ancor più anziana fantesca, la Gèlsoma. Il primo piano era stato affittato. Delle due sorelle non ricordo assolutamente la minore. Ricordo bene invece la maggiore, alta, magra, ossuta, autoritaria, con gli occhi chiari penetranti e una reminiscenza di biondo nella chioma ormai bianca. Era una bronchitica cronica, naturalmente con riacutizzazioni nel periodo invernale; riacutizzazioni favorite e sostenute da un sistema di riscaldamento poco efficiente.

      Un suo nipote mi raccontò su di lei un aneddoto che mi pare interessante. Durante l’ultima guerra, nel gennaio 1945, San Concordio fu colpita da un micidiale bombardamento aereo che seminò distruzione e morte. La signorina M. rimase molto colpita dall’evento, preoccupata soprattutto per il rischio che avevano corso e avrebbero potuto correre ancora i suoi mobili antichi, e decise perciò di salvarli trasferendoli in una loro casa di campagna a 7-8 Km: da Lucca.

Una mattina comparve così in via G. un grande carro a quattro ruote trainato da una coppia di buoi. Alcuni uomini di fatica si misero all’opera trasportando e sistemando con ogni cura i mobili sul carro; alla fine uscì lei, avvolta in una stupenda pelliccia di cincillà, si sedette a cassetta accanto al conducente, e il carro partì, lento e solenne, accompagnato dai sommessi e rispettosi commenti dei presenti: quella sì che era una signora! Su un carro agricolo, ma con indosso una pelliccia di cincillà!

      La Gèlsoma era la tipica fantesca   di famiglia benestante ottocentesca, nata e invecchiata in casa. Era una donnina magra magra, piccolina, con una folta pelurie nera sul labbro superiore che la faceva somigliare a un tenente dei Carabinieri. Soffriva spesso di feroci emicranie, e allora si legava un fazzoletto stretto alla fronte e si trasformava nell’indiano Kociss. Diceva spesso, rifiutando qualsiasi cura per il suo mal di testa: “Alla mia testa bisognerebbe fare come alle acciughe: Tagliarla!” Vecchia e malandata com’era, di aiuto in casa doveva darne ben poco ma ormai, dopo una vita passata insieme, le padrone la trattavano con comprensione e affetto come una di famiglia.

      Un brutto giorno, invece che dal solito attacco di emicrania, fu colpita da un ictus che la bloccò seduta su una sedia in cucina. E non ci fu nulla da fare. Allora fu commovente vedere le due padrone trasformarsi da un giorno all’altro in infermiere. La assistevano amorevolmente, la lavavano, la vestivano, la aiutavano a mangiare, ad andare al bagno, ad andare a letto; fino al giorno della fine.

                                                                                       _______________________________

      Le signorine S. abitavano in una villetta di loro proprietà all’ombra del campanile di S: Concordio. L’aspetto marziale, la figura magra e legnosa, il modo di fare deciso e autoritario ne rivelavano senza ombra di dubbio l’origine militaresca; figlie di un ufficiale di cavalleria piovuto a Lucca con il suo squadrone prima della guerra, sufficientemente ricche, si erano acquartierate lì vicino alla Chiesa ed erano divenute uno dei sostegni più noti ed efficienti della Comunità parrocchiale, dedicandosi con grande impegno e precisione ad Opere di bene: erano Dame di Carità, della San Vincenzo e di non so che altro. La via nella quale abitavano era costituita da una fila di villette disposte tutte sullo stesso lato, ognuna fronteggiata da un giardinetto ben curato. Quella di loro proprietà, decorosa ed alquanto pretenziosa, ben si accordava ad un perbenismo bigotto piccolo- borghese: severa e curata all’esterno, spoglia e poco luminosa all’interno. Entrando, una vetrata a vetri verdi, gialli e marrone, dava penombra piuttosto che luce all’ingresso.

      Nel villino vivevano anche, non so se in affitto o con che altro accordo, due miti vecchietti, fratello e sorella, Maria e Agostino, entrambi “zitelli”, che alloggiavano in una stanzetta a pianterreno. La sorella, più anziana di qualche anno, aveva per il fratello delle attenzioni quasi materne: sempre in ordine, ben vestito, sbarbato, con la scriminatura di lato, diritta nella chioma bianca e liscia; dava l’impressione di essere stato nella sua vita un “impiegato di concetto” serio e meticoloso ormai a riposo.

      Una mattina d’autunno, passando, lo vidi arrampicato su una scala a pioli, in camicia bianca con i reggi-maniche di elastico, che si affannava a potare con un seghetto un albero del giardino. Qualche giorno dopo fui chiamato per visitarlo. Rosso in volto, febbricitante, un po’ dispnoico, confuso, non mi fece una bella impressione. Aveva una bella bronchite e forse un focolaio polmonare, e il cuore era in disordine. E la sorella, seduta accanto al letto, ripeteva con voce di materno rimprovero: “Io glielo dico sempre, ad Agostino… Lui vuol fare il cavaliere, vuol fare il bravo con le signorine!… Io glielo dicevo: Non andare a potare l’albero in giardino. Digli di no alle signorine!.. Ma lui vuol fare il cavaliere, ed ecco che ha preso freddo e si è ammalato…” E c’era in quelle parole una certa dose di risentimento per le “signorine”. Decisi che era meglio ricoverarlo in Ospedale, ma anche lì non ce la fece, e morì di complicanze cardiorespiratorie.

      Dalla sua morte la sorella non si riprese più: sempre più disperata, confusa, disorientata, trascurava la sua igiene personale, non si rifaceva più la camera… Un giorno la signorina S.(non ricordo più quale delle due, ma è lo stesso) mi affrontò con la solita decisione e perentorietà militaresche e mi disse: “Ci dispiace, ma non possiamo più tenere con noi la signorina Maria.Noi abbiamo bisogno della nostra libertà per le nostre attività benefiche, non possiamo perdere tempo ad assisterla. Il suo posto è in un Ospizio per anziani!” Osservai esterrefatto: “Ma, signorina, la Maria con la morte del fratello ha subito un trauma gravissimo, è rimasta sola. Ha bisogno di cure, ma soprattutto di tanto affetto e comprensione! Ha bisogno che le stiate vicino, che la aiutiate!…” Ma non ci fu verso. “No! No! Non è possibile! –ribattè ella con grande decisione e sicurezza- Noi abbiamo le nostre attività benefiche, le nostre opere di carità! Non possiamo perdere il nostro tempo con la signorina Maria!”

      E così la signorina Maria, confusa e disperata, finì la sua vita ai “Poveri vecchi”, mentre le “signorine” continuarono a dedicarsi, energiche e imperterrite, alle loro opere di carità.


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Bart