Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Fatterelli di città

7 Settembre 2014

di Dino Buzzati
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 22 marzo 1970]

Nelle grandi e grandissime citt√† si danno fenomeni che altrove √Ę‚ÄĒ piccoli centri ur ¬≠bani, paesi, aperte campagne -non avvengono: connessi probabilmente con la massic ¬≠cia concentrazione di unit√† umane e col prevalere dell’elemento meccanico. Ne cito alcuni di mia conoscenza.

IL TROLLEY √Ę‚ÄĒ A Mila ¬≠no, quando io ero piccolo, esi ¬≠steva una credenza popolare a cui nessuno per√≤ amava ac ¬≠cennare apertamente: quando sulla linea tranviaria numero 6, che dal centro portava al Monumentale passando per via Brera, Solferino, Statuto, eccetera, per una irregolarit√† tecnica o per eccessiva velo ¬≠cit√†, saltava il trolley, stac ¬≠candosi dal cavo della cor ¬≠rente elettrica, in quel preciso istante nella citt√† moriva un bambino. Infatti mi ricordo vagamente di avere assistito – avr√≤ avuto s√¨ e no otto an ¬≠ni √Ę‚ÄĒ a una scena drammati ¬≠ca che mi riusc√¨ del tutto incomprensibile. All’incrocio con via Pontaccio, un tram, appunto della linea 6, si fer ¬≠m√≤ di colpo con grandi sbat ¬≠timenti dell’antenna metallica uscita dall’aerea rotaia. Il ma ¬≠novratore, un giovane con la barba, si precipit√≤ per rias ¬≠sestarla, ma si trov√≤ circon ¬≠dato da un gruppo di donne uscite fulmineamente dalle ca ¬≠se vicine, che inveivano con ¬≠tro di lui e una, con un om ¬≠brello, cominci√≤ a pestarlo sulla testa con furia selvag ¬≠gia. Feci appena in tempo a vedere lui che si dava alla fuga gi√Ļ per via Fatebenefratelli. Mia mamma, spaventa ¬≠ta, mi trasse via. E ho avuto un bell’insistere per avere da lei una spiegazione. Mi ri ¬≠spose: ¬ę No, no. Sono cose che sarebbe meglio non ave ¬≠re neanche visto ¬Ľ. Soltanto parecchi anni pi√Ļ tardi, quan ¬≠do seppi di quella leggenda (la linea 6 non esisteva pi√Ļ), capii il motivo della scenata.

IL PACCHETTO √Ę‚ÄĒ Per un certo numero di anni, qui a Milano, ho abitato in piaz ¬≠za Castello, all’estremit√† dei numeri pari. Di notte lascia ¬≠vo la mia auto, allora una giardinetta Fiat, posteggiata lungo il marciapiedi. E spes ¬≠so mi dimenticavo di chiu ¬≠derla a chiave. Una mattina, aperta la portiera, ho fatto per sedermi, quando ho no ¬≠tato che sul sedile a destra c’era un pacchetto. Era un rozzo involto fatto con carta di giornali e legato con uno spago, che trasudava un li ¬≠quido, qua rossastro, l√† ten ¬≠dente al giallo: una cosa schi ¬≠fosa. Tanto repellente che non pensai neppure per un istante di aprirlo. Proteggen ¬≠domi le mani con uno strac ¬≠cetto, lo sollevai e lo buttai fuori, sulla strada. Era rela ¬≠tivamente soffice e pesante, come se contenesse, poniamo, della carne. Uno scherzo di cattivo gusto, pensai. E alla sera badai che vetri e portie ¬≠re fossero ben chiusi. Senonch√©, a distanza di circa dieci giorni, il fatto si ripet√©. An ¬≠cora un pacchetto trasudante materia liquida di colore ab ¬≠bietto. E pure stavolta mi guardai dall’aprirlo. Lo av ¬≠volsi alla bell’e meglio con un vecchio giornale e lo de ¬≠posi accanto al marciapiedi. Ma come avevano fatto a in ¬≠trodurlo nella macchina, ermeticamente chiusa? Rimasi lo confesso, turbato.

Passarono, penso, due me ¬≠si, ed ecco un altro miste ¬≠rioso pacchetto di aspetto ri ¬≠pugnante. La curiosit√† avreb ¬≠be voluto che io, con le de ¬≠bite precauzioni, lo aprissi per vedere che cosa contenes ¬≠se, ma un sentimento difficile a descrivere, di oscuro sbi ¬≠gottimento, mi trattenne, co ¬≠me se l’involto celasse qualcosa che riguardava personal ¬≠mente me; ed era meglio non vedesse la luce.

A intervalli irregolari, an ¬≠che di sei sette mesi, lo sgra ¬≠devole incidente si √® ripetuto con le stesse modalit√†. Ho cambiato di casa due volte, e non √® servito. Stamattina l’obbrobrioso pacchetto mi sembrava non pi√Ļ grosso ma pi√Ļ pesante del solito. Voi di ¬≠rete: perch√©, se non hai tu il coraggio di aprirlo, non infor ¬≠mi la questura? La risposta suoner√† assurda: perch√© io ho paura; non so dire il moti ¬≠vo, ma ho paura. (Confessio ¬≠ne fattami da un amico di cui non posso rivelare il nome).

STRANO INCONTRO √Ę‚ÄĒ Capita non di raro, nei posti molto affollati, nelle ore co ¬≠siddette di punta, nei momen ¬≠ti di maggiore ressa e agita ¬≠zione. Per esempio all’ingres ¬≠so dello stadio, quando la gente si pigia per entrare. Nella calca, un paio di metri davanti a voi, scorgete, di schiena, un vostro carissimo amico, appassionato di calcio come voi. Lo riconoscete sen ¬≠za ombra di incertezza: i ca ¬≠pelli biondi trascurati che de ¬≠bordano un poco sul colletto, quella cicatrice, sulla nuca, di un vecchio favo vespaio, il modo di tenere la testa, leg ¬≠germente piegata a sinistra, il caratteristico cappello nero con le falde rialzate ai lati come quelli che portava Toscanini. Assolutamente lui. Da non sbagliare in mezzo a miliardi di persone. ¬ę Antonio! Antonio! ¬Ľ voi chiamate. Ma lui non si volta. Chiamate pi√Ļ forte. Niente. Allora vi pren ¬≠de l’orgasmo. Chiedendo scu ¬≠sa, supplicando, chiedete agli altri, dinanzi a voi, che vi lascino un varco. Infastiditi, sorpresi, stranamente vi fanno largo. Voi fate un balzo. Tendete la destra per toccare l’amico sulla spalla. ¬ę Anto ¬≠nio! Antonio! ¬Ľ. Un ondeggia ¬≠mento improvviso della folla. Vi fanno sbandare. E l’amico si direbbe portato via, risuc ¬≠chiato da un gorgo repentino. Scompare. Svanisce nel nulla. Davanti, intorno, soltanto fac ¬≠ce sconosciute. Che ve ne im ¬≠porta pi√Ļ della partita? Vi la ¬≠sciate trascinare avanti con un atroce batticuore. Perch√© siete matematicamente sicuri che era proprio lui, il caris ¬≠simo amico, Antonio. Ma so ¬≠no ormai cinque lunghi anni che il vostro amico √® morto.

IL TONFO √Ę‚ÄĒ Quando nel cuore della smisurata metro ¬≠poli si entra nella ciclopica sede della grande societ√†, del ¬≠la potentissima banca, del mastodontico giornale, e si giunge, tra un andirivieni fre ¬≠netico, al grande atrio degli ascensori, sfilata di porte me ¬≠talliche dorate a perdita d’oc ¬≠chio, sovrastate dai quadri luminosi su cui scorrono i nu ¬≠meri via via che l’ascensore si sposta, quarantesimo, qua ¬≠rantunesimo, quarantaduesimo… Quante saranno le cabi ¬≠ne del lift nel palazzo babe ¬≠lico? La porta dinanzi a cui io aspetto si apre con un sof ¬≠fice sospiro. Entro con una ventina d’altri. La porta si richiude. Partenza a razzo perch√© questo ascensore ser ¬≠ve soltanto dal trentunesimo piano in su. In quel momen ¬≠to si ode un tonfo orribile che riecheggia nelle viscere del grattacielo. Intorno, nes ¬≠suno dice parola, ma le facce sono impallidite, sembrano tanti morti. Quel tonfo orren ¬≠do si sa benissimo che cosa sia. E’ precipitato un ascen ¬≠sore. Succede. Per guadagna ¬≠re tempo, accelerare il ritmo produttivo, tenere testa alla concorrenza feroce, i capi danno la frusta agli ascensori, veloci, pi√Ļ veloci, sempre pi√Ļ veloci. E’ ovvio: qualcuno pu√≤ precipitare; col suo cari ¬≠co umano, si intende. Ma le banche, le societ√†, i giornali, sono potentissimi. Nessuno violer√† il segreto. Nessuno sa ¬≠pr√† niente. Non verr√† data nessuna notizia. Losgombe ¬≠ro delle salme e dei rottami avverr√† a notte alta, a porte chiuse. I parenti saranno son ¬≠tuosamente tacitati. N√© si fa ¬≠ranno funerali. Ascensore pi√Ļ, ascensore meno.

SPIRITI √Ę‚ÄĒ E’ noto che spiriti e fantasmi non sono interventi dall’aldil√† bens√¨ re ¬≠sidui vitali, come orme sulla sabbia, lasciati da determina ¬≠te persone defunte; che a po ¬≠co a poco il tempo cancella. Ma non soltanto gli anni con ¬≠sumano progressivamente tali tracce. Ancora pi√Ļ distrutti ¬≠vo √® l’affanno delle grandi citt√†: il movimento, i rumori, la televisione, il caos. Un mio vecchio zio, reazionario, ave ¬≠va dovuto, per campare, ven ¬≠dere la rocca di famiglia, in Valtellina, di cui era sempre stato orgoglioso per l’intensa attivit√† notturna di alcuni avi ¬≠ti spiriti, specialmente nella biblioteca. E si era ridotto in un appartamento d’affitto in citt√†, del tutto insipido e iner ¬≠te. Senonch√© l’anno scorso un suo cameriere si tolse la vita, con la pistola, per una delu ¬≠sione d’amore. E da quel gior ¬≠no, nello stanzino gi√† occu ¬≠pato dall’infelice, si comin ¬≠ciarono a udire, nottetempo, strani rumori di passi e di mobili spostati; con indicibile consolazione di mio zio. Tan ¬≠ta cuccagna √® stata per√≤ bre ¬≠ve. Ben presto i romantici strepiti sono andati affievo ¬≠lendosi e nel giro di dieci mesi sono del tutto scompar ¬≠si. Ho un bello spiegare a mio zio che nel cuore della citt√† non c’√® spirito, per for ¬≠te e baldanzoso che sia, il quale possa resistere a lungo. Lui non sa darsene pace.


Letto 2019 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart