di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 22 marzo 1970]
Nelle grandi e grandissime città si danno fenomeni che altrove â— piccoli centri ur bani, paesi, aperte campagne -non avvengono: connessi probabilmente con la massic cia concentrazione di unità umane e col prevalere dell’elemento meccanico. Ne cito alcuni di mia conoscenza.
IL TROLLEY â— A Mila no, quando io ero piccolo, esi steva una credenza popolare a cui nessuno però amava ac cennare apertamente: quando sulla linea tranviaria numero 6, che dal centro portava al Monumentale passando per via Brera, Solferino, Statuto, eccetera, per una irregolarità tecnica o per eccessiva velo cità, saltava il trolley, stac candosi dal cavo della cor rente elettrica, in quel preciso istante nella città moriva un bambino. Infatti mi ricordo vagamente di avere assistito – avrò avuto sì e no otto an ni â— a una scena drammati ca che mi riuscì del tutto incomprensibile. All’incrocio con via Pontaccio, un tram, appunto della linea 6, si fer mò di colpo con grandi sbat timenti dell’antenna metallica uscita dall’aerea rotaia. Il ma novratore, un giovane con la barba, si precipitò per rias sestarla, ma si trovò circon dato da un gruppo di donne uscite fulmineamente dalle ca se vicine, che inveivano con tro di lui e una, con un om brello, cominciò a pestarlo sulla testa con furia selvag gia. Feci appena in tempo a vedere lui che si dava alla fuga giù per via Fatebenefratelli. Mia mamma, spaventa ta, mi trasse via. E ho avuto un bell’insistere per avere da lei una spiegazione. Mi ri spose: « No, no. Sono cose che sarebbe meglio non ave re neanche visto ». Soltanto parecchi anni più tardi, quan do seppi di quella leggenda (la linea 6 non esisteva più), capii il motivo della scenata.
IL PACCHETTO â— Per un certo numero di anni, qui a Milano, ho abitato in piaz za Castello, all’estremità dei numeri pari. Di notte lascia vo la mia auto, allora una giardinetta Fiat, posteggiata lungo il marciapiedi. E spes so mi dimenticavo di chiu derla a chiave. Una mattina, aperta la portiera, ho fatto per sedermi, quando ho no tato che sul sedile a destra c’era un pacchetto. Era un rozzo involto fatto con carta di giornali e legato con uno spago, che trasudava un li quido, qua rossastro, là ten dente al giallo: una cosa schi fosa. Tanto repellente che non pensai neppure per un istante di aprirlo. Proteggen domi le mani con uno strac cetto, lo sollevai e lo buttai fuori, sulla strada. Era rela tivamente soffice e pesante, come se contenesse, poniamo, della carne. Uno scherzo di cattivo gusto, pensai. E alla sera badai che vetri e portie re fossero ben chiusi. Senonché, a distanza di circa dieci giorni, il fatto si ripeté. An cora un pacchetto trasudante materia liquida di colore ab bietto. E pure stavolta mi guardai dall’aprirlo. Lo av volsi alla bell’e meglio con un vecchio giornale e lo de posi accanto al marciapiedi. Ma come avevano fatto a in trodurlo nella macchina, ermeticamente chiusa? Rimasi lo confesso, turbato.
Passarono, penso, due me si, ed ecco un altro miste rioso pacchetto di aspetto ri pugnante. La curiosità avreb be voluto che io, con le de bite precauzioni, lo aprissi per vedere che cosa contenes se, ma un sentimento difficile a descrivere, di oscuro sbi gottimento, mi trattenne, co me se l’involto celasse qualcosa che riguardava personal mente me; ed era meglio non vedesse la luce.
A intervalli irregolari, an che di sei sette mesi, lo sgra devole incidente si è ripetuto con le stesse modalità. Ho cambiato di casa due volte, e non è servito. Stamattina l’obbrobrioso pacchetto mi sembrava non più grosso ma più pesante del solito. Voi di rete: perché, se non hai tu il coraggio di aprirlo, non infor mi la questura? La risposta suonerà assurda: perché io ho paura; non so dire il moti vo, ma ho paura. (Confessio ne fattami da un amico di cui non posso rivelare il nome).
STRANO INCONTRO â— Capita non di raro, nei posti molto affollati, nelle ore co siddette di punta, nei momen ti di maggiore ressa e agita zione. Per esempio all’ingres so dello stadio, quando la gente si pigia per entrare. Nella calca, un paio di metri davanti a voi, scorgete, di schiena, un vostro carissimo amico, appassionato di calcio come voi. Lo riconoscete sen za ombra di incertezza: i ca pelli biondi trascurati che de bordano un poco sul colletto, quella cicatrice, sulla nuca, di un vecchio favo vespaio, il modo di tenere la testa, leg germente piegata a sinistra, il caratteristico cappello nero con le falde rialzate ai lati come quelli che portava Toscanini. Assolutamente lui. Da non sbagliare in mezzo a miliardi di persone. « Antonio! Antonio! » voi chiamate. Ma lui non si volta. Chiamate più forte. Niente. Allora vi pren de l’orgasmo. Chiedendo scu sa, supplicando, chiedete agli altri, dinanzi a voi, che vi lascino un varco. Infastiditi, sorpresi, stranamente vi fanno largo. Voi fate un balzo. Tendete la destra per toccare l’amico sulla spalla. « Anto nio! Antonio! ». Un ondeggia mento improvviso della folla. Vi fanno sbandare. E l’amico si direbbe portato via, risuc chiato da un gorgo repentino. Scompare. Svanisce nel nulla. Davanti, intorno, soltanto fac ce sconosciute. Che ve ne im porta più della partita? Vi la sciate trascinare avanti con un atroce batticuore. Perché siete matematicamente sicuri che era proprio lui, il caris simo amico, Antonio. Ma so no ormai cinque lunghi anni che il vostro amico è morto.
IL TONFO â— Quando nel cuore della smisurata metro poli si entra nella ciclopica sede della grande società, del la potentissima banca, del mastodontico giornale, e si giunge, tra un andirivieni fre netico, al grande atrio degli ascensori, sfilata di porte me talliche dorate a perdita d’oc chio, sovrastate dai quadri luminosi su cui scorrono i nu meri via via che l’ascensore si sposta, quarantesimo, qua rantunesimo, quarantaduesimo… Quante saranno le cabi ne del lift nel palazzo babe lico? La porta dinanzi a cui io aspetto si apre con un sof fice sospiro. Entro con una ventina d’altri. La porta si richiude. Partenza a razzo perché questo ascensore ser ve soltanto dal trentunesimo piano in su. In quel momen to si ode un tonfo orribile che riecheggia nelle viscere del grattacielo. Intorno, nes suno dice parola, ma le facce sono impallidite, sembrano tanti morti. Quel tonfo orren do si sa benissimo che cosa sia. E’ precipitato un ascen sore. Succede. Per guadagna re tempo, accelerare il ritmo produttivo, tenere testa alla concorrenza feroce, i capi danno la frusta agli ascensori, veloci, più veloci, sempre più veloci. E’ ovvio: qualcuno può precipitare; col suo cari co umano, si intende. Ma le banche, le società, i giornali, sono potentissimi. Nessuno violerà il segreto. Nessuno sa prà niente. Non verrà data nessuna notizia. Losgombe ro delle salme e dei rottami avverrà a notte alta, a porte chiuse. I parenti saranno son tuosamente tacitati. Né si fa ranno funerali. Ascensore più, ascensore meno.
SPIRITI â— E’ noto che spiriti e fantasmi non sono interventi dall’aldilà bensì re sidui vitali, come orme sulla sabbia, lasciati da determina te persone defunte; che a po co a poco il tempo cancella. Ma non soltanto gli anni con sumano progressivamente tali tracce. Ancora più distrutti vo è l’affanno delle grandi città: il movimento, i rumori, la televisione, il caos. Un mio vecchio zio, reazionario, ave va dovuto, per campare, ven dere la rocca di famiglia, in Valtellina, di cui era sempre stato orgoglioso per l’intensa attività notturna di alcuni avi ti spiriti, specialmente nella biblioteca. E si era ridotto in un appartamento d’affitto in città, del tutto insipido e iner te. Senonché l’anno scorso un suo cameriere si tolse la vita, con la pistola, per una delu sione d’amore. E da quel gior no, nello stanzino già occu pato dall’infelice, si comin ciarono a udire, nottetempo, strani rumori di passi e di mobili spostati; con indicibile consolazione di mio zio. Tan ta cuccagna è stata però bre ve. Ben presto i romantici strepiti sono andati affievo lendosi e nel giro di dieci mesi sono del tutto scompar si. Ho un bello spiegare a mio zio che nel cuore della città non c’è spirito, per for te e baldanzoso che sia, il quale possa resistere a lungo. Lui non sa darsene pace.