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LIBRI IN USCITA: MERIDIANOZERO 4/2011

23 Febbraio 2011

Care lettrici e cari lettori,

finalmente una newsletter dedicata agli appassionati della collana Primo parallelo, perche’ Meridiano zero non e’ solo noir. Questa settimana vi parliamo di “Il vangelo della scimmia”, il primo romanzo di Christopher Wilson, un autore inglese di cui sentirete ancora parlare. Per presentarvi la protagonista del romanzo, la scimmia Maria, vi proponiamo il secondo capitolo del libro!
Buona lettura,
La vostra redazione

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LE NOVITA’ IN LIBRERIA

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Stanze nascoste di Derek Raymond – euro 16
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Derek Raymond, uno dei piu’ grandi scrittori di noir di tutti i tempi, nasce tra le lusinghe e i privilegi delle classi alte. Ma ben presto abbandona le comodita’ per abbracciare un’esistenza fatta di malavita, fatica e alcol, attraverso l’Europa, tra i quartieri malfamati, le prigioni, e le terre fertili dei contadini, senza mai un soldo in tasca…
La sua autobiografia e’ una grandissima lezione di scrittura, perche’ il noir era il suo modo di tenere la vita nel palmo della mano.

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Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson – euro 13
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Diciottesimo secolo. Una violenta tempesta fa naufragare una nave su cui viaggia una scimmia, portafortuna dei marinai, nei pressi di un’isola remota al largo dell’Inghilterra, su cui non approda uno straniero da generazioni. Gli abitanti ovviamente non hanno mai visto una scimmia e credono sia uno staniero dagli usi molto strani… Ne “Il vangelo della scimmia” si respira l’aria dei viaggi di Gulliver e, insieme all’ironia, il lascito di Kafka.

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Il vangelo della scimmia – un breve estratto
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E’ una verita’ ben nota a tutti che se un epistemologo e una scimmia che vaghi senza una meta precisa s’incontrassero, potrebbero scoprire di avere molti interessi in comune. E cosi’ fu.
Si avvicinarono con aria abbastanza disinvolta, ostentando disinteresse, poi si fermarono a qualche metro di distanza scrutandosi l’un l’altra. Gallimauf si tolse il cappello di lana. La scimmia Maria si tolse a sua volta il suo e l’agito’ con tale esuberanza, che lo studioso sospetto’ che in quel gesto potesse nascondersi un qualche intento ironico o parodico. Non gli pareva cortese tradire il proprio stupore, ma evidentemente Maria non si faceva riserve di questo tipo. Esamino’ l’erudito dalla testa ai piedi, come se fosse un capo di bestiame al mercato, e ridacchio’ alla vista della sua faccia ovale. Trovava particolarmente divertenti quegli occhietti evasivi e inquieti.
Questo qui non e’ un bifolco, penso’ Gallimauf. Ha l’arroganza dei mercanti. Mi rimetto il cappello e gli restituisco lo sguardo. Non mi lascero’ trattare con condiscendenza.
“Buongiorno. Dovete essere un forestiero…”
“Huch… cha.”
“Si’?” Gallimauf lo osservava con grande aspettativa, ma non riusci’ a strappargli altre parole. “Potremmo fare due passi insieme e scambiare quattro chiacchiere. Io sono Gallimauf, il filosofo… Forse avrete letto il mio trattato.”
“Vi faro’ una confidenza, perche’ mi sembrate un galantuomo e perche’ anche voi dovete conoscere cosa significa essere oggetto di scherno. La vostra bruttezza ha un che di nobile, mio caro, caratteristica che, insieme ad alcuni tratti della vostra eloquenza, vi accomuna a Socrate.” Forse mi sto comportando con troppa familiarita’, penso’ Gallimauf. Non da’ segni di partecipazione. Magari aborre la tradizione socratica.
(…)
“Sapete, anch’io non sono proprio un uomo comune. In quanto dedito alla tolleranza e all’apprendimento, conosco le ristrettezze del pregiudizio, i paraocchi della mente umana. Alcuni sono convinti che, poiche’ loro indossano bretelle rosse, allora anche il signore Jahve’ deve far uso di bretelle simili.” Gallimauf ridacchio’ da solo. Forse quel forestiero era un pericoloso democratico che pensava che gli uomini fossero tutti uguali.
“Credono che, se loro mangiano teste di merluzzo lesse, allora anche lo Spirito Santo fa lo stesso. Confondono le proprie usanze con la verita’ e considerano il proprio aspetto come la condizione naturale dell’uomo. Se solo avessero un po’ di cultura, caro mio, la vedrebbero come noi. Ma dal pozzo della loro ignoranza loro irridono il cielo. Vi devo mettere in guardia. La vostra fiducia nell’uomo comune potrebbe essere mal riposta. Credo che rideranno di voi. Osserveranno le vostre gambe e faranno commenti sull’assenza di pantaloni, partendo dal presupposto che quegli indumenti di forma tubolare siano una specie di armatura morale. E’ come se dessero per scontata l’esistenza di un undicesimo comandamento: ‘Indosserai i pantaloni’. Se da un lato considerano abituale il pelo, quando questo per esempio ricopre la testa in forma di capelli, dall’altro non capiscono la pelliccia lussureggiante che tanto vi nobilita il collo, il petto, le braccia e i piedi. Perche’ loro non si rendono conto, caro mio, che Jahve’ vi ha dato una pelliccia cosi’ esuberante per proteggervi dal vento freddo dei climi invernali. Non e’ che la gente di qui sia cattiva. E’ solo priva di esperienza. Le persone non comprendono che il Signore ha dipinto l’uomo in tutta la varieta’ di colori che compongono la sua ampia tavolozza per adornare il mondo. Si stupirebbero ancor di piu’ se aveste la pelle gialla come gli abitanti delle Cine o verde come la popolazione degli Antipodi. La gente qui e’ sprovvista del vostro silenzio profondo e contemplativo. Le parole gli si riversano fuori dalla bocca come un fiume in piena, mentre i pensieri arrancano dietro. Non sentitevi offeso se scambieranno la vostra eleganza per stranezza.”
Questi e’ l’uomo piu’ bizzarro e rozzo che abbia mai visto, penso’ Gallimauf, oltre a essere grottesco come una gargolla.
“Sarebbe per me un privilegio se mi concedeste di farvi da guida. Conosco tutte le persone di una certa importanza, non solo il balivo e il reverendo, ma lo stesso Lord Iffe. Sono considerato un rispettabile uomo di studi e un buon medico. Sono in grado di leggere, signore mio, senza muovere le labbra neppure per un istante – un trucchetto, come sappiamo bene, a cui ricorrono molti filosofi. Senza trascurare che possiedo ben cinque libri.” Gallimauf si lascio’ sfuggire una specie di nitrito di modestia, che prontamente soffoco’. Il forestiero non mostrava segni di reazione, a esclusione di una leggera oscillazione, e fissava il professore con uno sguardo calmo e curioso.
“Quanto dico ‘possiedo’, intendo dire che li ho studiati. Ho letto ciascuno di questi libri fino a raggiungere un tale grado di familiarita’ con essi che adesso sono pronto a procurarmene un sesto.” Il forestiero alzo’ un sopracciglio in un gesto di disprezzo senza appello. Pensa che io sia un millantatore. Ora gli faro’ vedere la mia erudizione, si disse Gallimauf.
(…)
“Bene, vedo che che seguite lo svolgersi di un’argomentazione con grande sagacia e rigore. Muovete il capo in cenno di assenso o disaccordo. Eppure siete reticente quando si tratta di esprimere le vostre opinioni.”
Il forestiero confermo’ questa considerazione perpetuando il suo silenzio.
“Voi non tentate di imporre il vostro punto di vista sugli altri in modo brusco o volgare. Ma non vorrei mai, mio caro, che la vostra discrezione possa essere motivata dalla preoccupazione di non potervi fidare completamente di me. State tranquillo, io sono liberale, decisamente liberale. E’ mia opinione che tra eruditi sia ammissibile ogni genere di supposizione. Non ci devono essere barriere al discorso, salvo quelle imposte dall’onesta’.”
Ma il forestiero continuava a tacere, rispondendo alle occhiate irrequiete del professore con uno sguardo fisso e carezzandosi la mascella in atteggiamento di serena contemplazione.
“Voleste disquisire dell’ombelico di Adamo o delle pratiche carnali degli angeli, non mi scandalizzerei. Nessun soggetto dovrebbe essere estraneo all’attenta disamina degli studiosi.” Il peloso interlocutore seguiva con attenzione ma senza aprire bocca.
Un’altra idea stava prendendo forma nella testa del professore. “Che stupido a non averci pensato prima. La vostra lingua e’ forse muta? O avete fatto voto di silenzio come umile servo di Jahve’? Se cosi’ fosse, basta che mi facciate un cenno.” Ma il forestiero non si mosse. Si guardo’ attorno con aria saputa e quindi si gratto’ una coscia.
“Allora ho capito. Svelato l’arcano.” La voce di Gallimauf si fece acuta e tremolante in preda all’eccitazione. “Siete uno straniero. Parlate una lingua differente. So io come sciogliervi la lingua, non preoccupatevi. In quanto allievo del professor Bath e avendo studiato ognuna delle duecento pagine della sua eccellente monografia, conosco le lingue degli stranieri… Venite forse da Sumatra? O vi esprimete in runico? Francese? O siete forse mongolo?”
“Quantum est canis in ille fenestra?…”
“Pidatko sinna ampiasista?…”
“Je est un autre…”
Il forestiero fece un salto mortale all’indietro e quindi si mise a saltellare battendo le mani al di sopra della testa. Grido’ e poi fece una capriola in avanti.
“Au premier est que, la semiologie, bien qu’a’ l’origine tout l’y predisposat, puisqu’elle est langage sur les langages, ne peut íªtre elle-míªme un meta-langage,” continuo’ il professore con un ampio sorriso, soddisfatto di aver finalmente diagnosticato il silenzio del suo interlocutore. “Dunque, siete francese.”

LE RECENSIONI

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Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson – euro 13
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il Secolo d’Italia, 18.2.10

Irriverente, assurdo e tragicomico, “Il vangelo della scimmia” (Meridiano zero), originariamente apparso in Inghilterra nel 1986, e’ una satira distopica scritta dal londinese Christopher Wilson. E’ una feroce allegoria della mediocrita’, della medieta’ e della stupidita’ del conservatorismo, e di quanto rocambolesca e rivoluzionaria possa essere l’epifania di una scimmia tra gli uomini, quando gli uomini si sono arroccati in un fortino fatto di leggi incontrovertibili e indiscutibili, classi immutabili, religioni xenofobe e punizioni violente previste e applicate per chiunque mediti una ribellione: o un semplice cambiamento dello stato delle cose. E cosi’ ci ritroviamo catapultati nell’isola di Iffe, qualche tempo fa – in un passato indefinito, e forse per questo paradossalmente piu’ vicino di quanto potremmo credere. Ci ritroviamo in un luogo in cui l’intellettuale del posto e’ l’uomo che ha letto ben cinque libri, e si sente finalmente pronto per il sesto. Ci ritroviamo in un contesto in cui sta per capitare qualcosa di sinceramente altrettanto increscioso e surreale. Vale a dire, che una scimmia venga accolta come un essere umano: per ignoranza assoluta di cosa una scimmia sia. Non solo: per via dei suoi versi, questa scimmia viene accolta come un francese, riottoso alla disciplina e barbaro nella lingua cosi’ come nelle usanze. Un guascone, diciamo cosi’. Certo, questa scimmia e’ un po’ speciale. E’ umanissima. A guardarla, racconta Wilson, e’ proprio una figura tranquilla. Nel suo viso si leggono i segni di chi ha sperimentato e compreso la disonesta’, la freddezza e la slealta’ delle persone, degli esseri umani: e tuttavia ha deciso di perdonare. Ma nonostante tutto, c’e’ poco da fare, scimmia rimane. No, per gli abitanti di Iffe non e’ cosi’.
La prima persona a incontrare la scimmia, fortunosamente sopravvissuta a un naufragio, superstite d’una nave da guerra, e’ la matta del villaggio. Vera. Vera la Pazza. Per Vera la scimmia e’ semplicemente un uomo venuto male. Sgraziato e brutto. Peraltro estremamente peloso. Vera lo battezza Relitto. Sull’isola, Relitto e’ un forestiero. Un uomo che parla in un’altra lingua, e non conosce i costumi del posto. Non e’ un animale: e’ un uomo diverso. Imprevedibile. Misterioso. Anarchico. Seducente. Gallimauf, bonario medico e filosofo autoctono, scapolo, magro e liberale, non appena incontra la scimmia la giudica uomo: proprio come la matta del villaggio. Uomo d’una bruttezza nobile, socratica. Dedito alla tolleranza e all’apprendimento com’e’, Gallimauf gli da’ subito buoni consigli. Per dire: non offendersi con la gente del posto: e’ semplicemente sprovvista del suo silenzio profondo e contemplativo, e non sa cosa sia l’eleganza. Quando presenta loro la scimmia, Gallimauf ripete che e’ un uomo saggio e prudente, capace di “rumorose dichiarazioni” col silenzio. L’integrazione, a partire da presupposti come questi, incredibilmente, procede. Sino al limite piu’ spregiudicato: un matrimonio. La vita, inevitabilmente, costringe la scimmia a essere smascherata. Sono dei forestieri a dire le cose come stanno, dei forestieri sbarcati in quell’isola come per una condanna: “Essere una scimmia e’ un mestiere ben strano. E’ un titolo ereditario, come quello di re. Uno e’ nato per esserlo e a un certo punto entra in carica. Altri cercano di imitarne e scimmiottarne i tratti, ma noi sappiamo che non sono altro che dei simulatori. Essere una scimmia e’ estremamente impegnativo. Richiede l’educazione di un principe, la rettitudine di un giudice, l’intelligenza di un mercante, la moralita’ di un vescovo e le energie di svariati bambini”. Ma cio’ non bastera’ a evitarle il processo. Un processo per eresia, imbrogli e satanismo. La scimmia, diventata Dottor Peccato, Diavolo, Bestia e Sacco di Pulci, fara’ una brutta fine. Sua moglie, intanto, aspetta gia’ un bambino. Miracolo.
Il titolo italiano del libro, “Il vangelo della scimmia”, costituisce un’interpretazione personale del traduttore, lo scrittore patavino Luigi Cojazzi, e dell’editore, Meridiano Zero, dell’originario “Gallimauf’s Gospel”: l’intento di Christopher Wilson era, congetturiamo, quello di dare maggiore rilievo al disastro interiore dell’unico intellettuale della comunita’ dell’isola, incapace di comprendere l’alterita’ e la diversita’ a dispetto della sua apertura mentale e della sua pretesa tolleranza; in altre parole, a dispetto della sua cultura, e della sua lunga attesa d’un evento che spezzasse la sua crudele solitudine. L’epilogo della vicenda di Gallimauf, come i lettori potranno apprezzare, si rivela in questo senso una tragica e violenta morale della favola. La satira perde ogni connotato allegorico, e sprofonda nel male. Noi intanto la lezione la abbiamo ben intesa. Vero? Vero.
Gianfranco Franchi

iannozzigiuseppe wordpress com, 17.2.11

“Il vangelo della scimmia” secondo Cristopher P. Wilson per un romanzo un po’ swiftiano e un po’ voltariano
Diciottesimo secolo d.C, un’isoletta al largo dell’Inghilterra, tagliata fuori dal resto del mondo governata da un eccentrico Lord Iffe, e’ il teatro dove si svolge l’avventura d’una scimmietta, di Maria. Il povero primate viene sbattuto sull’isola dopo che la nave sulla quale si trovava a bordo naufraga. Mascotte e amica intima del cuoco della nave affondata, nel villaggio di Iffe Maria imparera’ presto a conoscere i bizzarri abitanti di questa terra, in primis il sedicente epistemologo Gallimauf.
Gallimauf trova la scimmia alquanto interessante e dopo averci pensato su’ un pochetto decide che non puo’ che trattarsi d’un francese. L’epistemologo, al pari di tutti i cittadini di Iffe, non ha mai visto una scimmia. Il modo di fare libero e grottesco dell’animale a lui sconosciuto lo conduce alla sconclusionata conclusione che si trova di fronte a un francese. Convinto di cio’, per gli abitanti di Iffe Maria diventa il francese punto e basta.
Maria, o il francese che dir si voglia, fa presto la conoscenza anche di Vera la Pazza. La poverina e’ una donna che ha perso i figli e che gli abitanti di Iffe hanno dichiarato indemoniata. Vera prende con se’ la scimmietta, la stringe al petto proprio come se fosse uno dei suoi figli, morti e sepolti sottoterra, che gli uomini di Iffe le hanno ucciso. Perche’ l’hanno fatto e’ semplice: ogni villaggio che si rispetti ha bisogno d’un elemento folcloristico e questo triste ruolo e’ toccato a Vera, che alla fine, per il dolore, impazzisce sul serio.
Il francese ha indosso una giacchetta e poco altro, ovvero dei ninnoli d’oro; la deduzione che presto viene avanzata e’ che dev’essere ricco, molto ricco. Il mercante Hogg, che ha una figlia da maritare, non perde l’occasione, il francese (Maria la scimmia) infatti potrebbe essere un ottimo partito per sua figlia Cordelia. Il francese gli viene descritto come un tipo eccentrico, come tutti i francesi del resto. Nessuno ha mai visto ne’ un francese ne’ una scimmia, cosi’ quando Maria viene presentata a Hogg e a sua figlia Cordelia nessuno mette in dubbio che si ha a che fare proprio con un francese in carne e ossa e pelo. Perche’, ovviamente, i francesi sono tutti molto pelosi!
Christopher P. Wilson ne “Il vangelo della scimmia” mette in scena una satira dal sapore allegro e grottesco allo stesso tempo. Mescolando lo spirito satirico e accusatore del Candido voltariano, il mondo fantastico di Jonathan Swift e l’assurdita’ situazionistica di Frank Kafka, C. P. Wilson ci introduce in un microcosmo gretto avaro e assassino, un microcosmo che non e’ poi troppo diverso dalla societa’ al di la’ dei confini di Iffe. La piccola isola di Iffe e’ un mondo a se’, eppure cova alla luce del sole tutti i difetti e i mortali pregiudizi che ahinoi sono la forza reggente di quell’Atlante che sorreggerebbe il mondo tutto.
Christopher P. Wilson da’ anima e corpo a un novello Candido voltariano incarnandolo in una scimmia, che solo ama stare sopra agli alberi e mostrare il deretano perche’ la liberta’ per lei non puo’ essere niente di diverso dall’istinto animale, dalla sincerita’ d’un ghigno alle domande che gli vengono poste. Dissacrante e fantastico, Christopher Wilson e’ meglio di Chuck Palahniuk e Neil Gaiman, leggere per credere.
Giuseppe Iannozzi

(recensioni Il vangelo della scimmia)

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Stanze nascoste di Derek Raymond – Euro 16,00
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Sartoris, 6.2.11

Tra i segreti nascosti di Raymond…
Non c’e’ dubbio che alcune biografie andrebbero studiate a scuola, soprattutto quelle dei grandi personaggi che hanno fatto la Storia. Ma quando si tratta di scrittori, una biografia, soprattutto se scritta dall’autore medesimo, puo’ risultare un’arma a doppio taglio: abili manipolatori di parole per mestiere, sovente gli scrittori quando affrontano le proprie memorie finiscono per divagare, abbellire, stemperare, nascondere e talvolta – supremo delitto! – addirittura annoiare. Fortunatamente niente di tutto questo e’ riscontrabile nelle folgoranti pagine di “Stanze nascoste”, autobiografia del 1992 di Derek Raymond, al secolo Robin Cook, uno dei piu’ grandi noiristi britannici, inventore della “metafisica del thriller” e autore in grado di far respirare nei propri libri l’odore piu’ vero del sangue e della crudelta’ umana. E “Stanze nascoste” svela anzitutto da dove derivi, tanta straordinaria capacita’ di affondare lo stiletto nel cuore pulsante della tenebra piu’ cupa, raccontando ad esempio la moltitudine di mestieri in cui l’autore si e’ prodigato in vita nel tentativo coatto di affrancarsi dalle origini aristocratiche della famiglia. E cosi’ sono davvero succulente le porzioni del volume dedicate alla vendita di macchine usate nei bassifondi della suburra o alle avventure notturne nelle vesti di taxista in una Londra nerissima e sconosciuta che poi sara’ lo sfondo di tutti i suoi piu’ conosciuti romanzi (in particolare del ciclo della Factory, nomignolo sotto il quale gli inglesi pare definiscano genericamente i distretti di polizia). Ma sono incisivi anche gli episodi inerenti alla guerra, all’attivita’ di poeta, allo spaccio di materiale pornografico, alla compulsiva frequentazione dei bar malfamati di mezza Europa e via cosi’ in una variegata e composita struttura che non cede mai, soprattutto perche’ – e questo il surplus che da semplice racconto in retrospettiva di un bohemienne eleva “Stanze nascoste” al rango di piccolo saggio destinato anche a chiunque abbia velleita’ autoriali – diluita nella frammentazione dei ricordi emerge potente la concezione della letteratura di Raymond, una vera e propria poetica del “genere” che non si perita di scomodare numi tutelari altissimi (Shakespeare, per il nostro, sarebbe stato ad esempio il piu’ grande giallista della Storia) arrivando a definire con chirurgica freddezza le proprie, personalissime verita’ d’autore: “la letteratura aiuta a rendere comprensibile il dolore”, oppure: “screditata la religione, il noir e’ una sorta di rinnovato sforzo per colmare il vuoto descrivendo apertamente cio’ che fa male alle persone”; ed anche: “la frase perfetta e’ come una bella donna, che indossa l’unico vestito giusto per lei in quel momento e solo una goccia di profumo, niente di superfluo, e lo sguardo che ha mentre attraversa una stanza in penombra e’ solo per te”; sino alla piu’ pregnante: “lo scopo del noir e’ mostrare tutta la merda che lo Stato, come una vecchia domestica isterica, cerca costantemente di nascondere sotto il tappeto. Il noir solleva il tappeto davanti al maggior numero di gente possibile dicendo: “Non pensate anche voi che qua sotto ci sia una gran puzza di merda?””. Piccole chicche che aiutano a capire quanto struggimento si celi dietro a un buon romanzo, e quanto le etichette siano spesso solo le pesanti lenti trifocali con cui la critica ufficiale cerca di lenire la propria miopia.
Omar Di Monopoli

(recensioni Stanze nascoste)


Letto 2177 volte.


1 commento

  1. Commento by uniroma.tv — 2 Marzo 2011 @ 11:48

    Al seguente link potete visionare il servizio sulla manifestazione annuale tenuta alla Sapienza sul romanzo noir contemporaneo.

     

    http://www.uniroma.tv/?id_video=18229

     

    Ufficio Stampa uniroma.tv

    info@uniroma.tv

    http://www.uniroma.tv

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart