Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LIBRI IN USCITA: MERIDIANOZERO 5/2011

8 Marzo 2011

Care lettrici e cari lettori,

il piccolo capolavoro dell’inglese Chris Wilson sta piano piano ottenendo i riconoscimenti che merita: e’ un vero gioiello di satira delicata un umorismo raffinato, con questa favola di una scimmia scambiata dalla popolazione di un’isoletta inglese del Settecento, per un ricco e peloso straniero.
Molte librerie l’hanno gia’ terminato e se non volete aspettare che lo riforniscano, vi offriamo – solo per questa settimana – l’occasione di ordinarlo con lo sconto di 3 Euro, pagandolo solo 10 anziche’ 13 Euro. Potete sfruttare il modulo sul sito oppure scrivere una mail, ma ricordatevi di scrivere nell’ordine: “sconto settimana Wilson”.

Buona lettura,
La vostra redazione

* * *

LE RECENSIONI

_____________________________________
Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson – euro 13
_____________________________________

rossovibo.splinder.com

Una scimmia, unica superstite di un naufragio, approda sull’isola di Iffe, dove vive una comunita’ di uomini e donne isolati da secoli dal mondo. E’ subito chiaro che mentre gli uomini sono tormentati dall’infelicita’ e dall’insoddisfazione, lei e’ un’entita’ completa, che non avrebbe bisogno di loro per sopravvivere. Sono gli uomini a interessarsi morbosamente a lei. In quanto diverso, il nuovo individuo arrivato dal mare appare come il perfetto ricettacolo di ogni aspettativa e sogno insoddisfatto.
Forse possiede conoscenze che agli isolani sono precluse, forse ha potere o ricchezze la’ da dove e’ venuto. In breve la scimmia diventa l’elemento piu’ in vista nella comunita’. Ma come puo’ capirli, lei che e’ privo di linguaggio, questi uomini che si contendono la sua attenzione e avanzano incomprensibili pretese?
Vera la pazza, tenerissimo personaggio del libro che, unica, si avvicina ad accogliere la scimmia per quello che e’ davvero, un essere della Natura e non del mondo, e’ un altro individuo che vive fuori dalla comunita’ umana. Vilipesa perche’ incapace di adeguarsi a un ordine di cui non puo’ capire l’esigenza. Vivendo senza una storia, senza un preciso ruolo sociale, senza un linguaggio chiaro e condiviso, Vera ha sfidato la comunita’, e per questo ne e’ stata esiliata. Con uno sguardo piu’ limpido di quello dei suoi concittadini e’ stata in grado di smascherare l’ipocrisia. Lei ha conosciuto i loro segreti nascosti dietro le facciate immacolate. Per questo la comunita’ si e’ vendicata, facendo di lei il canale di scolo dei propri vizi e il capro su cui riversare l’odio e la paura del diverso.
Il ruolo di vittima sacrificale, pero’ ben presto passera’ alla scimmia, con una violenza e un accanimento ancora piu’ ciechi. Vera, per quanto mentalmente confusa, e’ umana, e ha sofferto della propria emarginazione. La scimmia invece, la Natura, non soffrirebbe affatto della perdita degli uomini. Per ottenere la sua sofferenza non basterebbe allontanarla, bisognerebbe colpirla, colpirla e colpirla ancora.
Un piccolo libro, scritto meravigliosamente, divertente in ogni pagina ma spietato perche’ spietati sanno essere gli esseri umani quando il diverso minaccia il loro piccolo e fragile mondo.
Laura

(recensioni Il vangelo della scimmia)

_____________________________________
Stanze nascoste di Derek Raymond – Euro 16,00
_____________________________________

Milanonera hotmag me, 21.2.11

Silenzio parla Raymond. E questa volta parla di se’. In ogni storia parla del se’, d’accordo. Ma questa e’ un’immersione. Nella sua vita. Con un ritegno da rasentare la pudicizia vittoriana. E nella sua scrittura. Nel nero che vede e che cerca di afferrare con le parole.
Dal castello nel Kent dove, ancora Robin Cook, viveva ricco e riverito, alle strade piu’ malfamate d’Europa col nome con cui si e’ rivelato al mondo, in un turbinio esistenziale da rendere pallida la parabola di Charles Bukowski. Pagine asistematiche, poco inclini a voler soddisfare il prurito degli adoratori del suo profilo maledetto. L’avventura c’e’ tutta. Ma il profilo resta volutamente basso. Anche perche’, come scrive, non lo abbandona la compagnia di un dubbio di fondo: quante menzogne rischio di scrivere volendo ricordare la verita’?
Ma il vero luogo di “Stanze nascoste”, quello in cui la parola si fa carne viva, e il pensiero icastico al limite dello shock emotivo, e’ quello che si apre quandoDerek Raymond estrae le vere radici diaboliche della sua vita: la scrittura e il noir.
Dentro di lui, nato a mezzanotte meno venti con un aspetto orribile (“un papero sbronzo” secondo suo padre), scopritore a cinque anni che le carte che gli erano “toccate in sorte non erano buone come sembravano”, considerato da chi gli vive accanto “bravo scrittore, ma uomo da poco”, e’ suonata una sola nota: scrivere, convertire in scrittura cio’ che intendeva per vita. Scrivere noir. Per rendere l’inferno sopportabile. E distruggere il male definendolo.
Pagine incandescenti quelle in cui racconta la febbrile ossessione per Dora Suarez, romanzo e personaggio letterario. In preda a una scrittura che lo distrusse per diciotto mesi, dormendo senza spegnere la luce, visitato dal fantasma di questa donna, tra infinite inafferrabili domande su Dora che lo assalivano, come se si fossero conosciuti davvero. Punta inarrivabile di un modello che comunque Raymond prevede come base necessaria per scrivere noir: lo scrittore deve diventare parte dei personaggi e viceversa, deve lasciarsi assorbire totalmente, deve aver provato gli stessi sensi di colpa e di terrore dei personaggi. Perche’? Semplice. Perche’ per lo scrittore noir “come tutti i disperati, la mancanza di futuro e’ tutto cio’ che ha”. Perche’ “il noir nasce quando il genere umano e’ spinto alla follia, descrive uomini e donne che la sorte ha spinto troppo in la’, la cui vita si e’ contorta e deformata”. Perche’ “chiunque non riesca a comprendere uno stato di disperazione cosi’ profondo in cui l’unica speranza rimasta e’ quella di morire, non potra’ mai comprendere il significato della pazzia”. Perche’ “non e’ credibile uno scrittore che non sia mai stato tormentato dal fantasma di una morte violenta, che prorompe all’improvviso nella stanza, ne’ abbia mai provato su di se’ l’angoscia della disperazione assoluta”.
Altrimenti, per “scrivere cose orribili senza averle vissute” ci sono insipidi sostituti come il giallo e il poliziesco. Una bestemmia, per chi ha combattuto il dolore a mani nude.

Corrado Ori Tanzi

il Secolo d’Italia, 11.2.11
www lankelot eu, 12.2.11

Derek Raymond scriveva noir perche’ il noir era la sua missione sociale: perche’ il noir era speculare alla sua esistenza.
Scriveva noir perche’ aveva rifiutato di essere cio’ che era, un borghese, un borghese figlio dell’alta borghesia britannica; e voleva raccontare tutto quel che non andava nella nostra societa’, nella societa’ occidentale, animando e plasmando le sue storie.
Scriveva noir per capire che cosa significa essere umani, e che cosa sia l’umanita’.
Scriveva noir perche’ aveva saputo diventare un bandito, e vivere vicino ai criminali.
Scriveva noir sapendo che il noir “porta il lutto non per il crimine, che e’ l’ultima espressione della disperazione, ma per la pieta’ e la compassione che la gente per bene, se ce n’e’ ancora, dedica ai morti – soprattutto a quelli che si sono sottratti da soli a un’esistenza lenta e fredda”.
“Stanze nascoste” (Meridiano Zero) e’ un ibrido tra un memoir, un potente trattato di estetica e genetica del noir e un pamphlet etico-politico. E’ un impressionante atto di apertura e di condivisione della propria essenza: e’ la prova della generosita’ d’un uomo di profonda sensibilita’ e granitica e inequivocabile dedizione agli ultimi, ai ribelli e agli sconfitti.
Derek Raymond (1931-1994) scrisse questo libro nel 1992, guardandosi dentro con questo spirito franco e onesto: “E’ la prima volta che cerco di considerare il mio passato nella sua interezza. Vuol dire accettare con piena coscienza che il proprio tempo sulla Terra e’ arbitrariamente limitato, e affrontare quel che comporta – ovvero nessuna possibilita’ di scelta. (…) Non sono per niente pronto a chiudere con la vita”. E con questo spirito franco e onesto l’artista inglese ha condiviso le memorie della sua infanzia da privilegiato, e poi da privilegiato sconvolto dall’assurdita’, dalla violenza e dalla prepotenza delle cose della vita, complici i bombardamenti che squassarono e oltraggiarono il popolo inglese.
Era un bambino di dieci anni quando, nell’estate 1940, tutto a un tratto scopri’ quanto feroce e presente potesse essere la guerra. Cosi’: “Mi ritrovai catapultato dalla parte opposta della sala, illeso ma senza fiato. Stordito, vidi che la porta era stata divelta, i vetri delle finestre ridotti in frantumi, una polvere turbinosa nascondeva tutto, si sentivano solo i rumori di cose che cadevano, si rompevano, si riassestavano, e io ero li’ in mezzo, accasciato contro il muro. Un grappolo di bombe era esploso in strada (…)”.
E quel bambino ricco, figlio di ricchi, figlio di una famiglia ricca e potente da piu’ di un secolo, tutto a un tratto si trovava a dover fronteggiare la sofferenza, la miseria, il pericolo di perdere la vita: l’infamia degli esseri umani, la loro tracotanza. Prima di allora, era un bambino che non amava essere servito. Il suo problema, scrive, era non tanto essere viziato e circondato da una grande quantita’ di oggetti e di svaghi: era, piuttosto, la rabbia. Era un bambino che aveva capito qualcosa in piu’ del dovuto: era quasi sempre insoddisfatto e insofferente. Non si riconosceva nella gerarchia famigliare: non si riconosceva nella cortesia affettata dei suoi cari: si riconosceva, piuttosto, nella semplicita’ e nella poverta’ della servitu’.
Raymond aveva scelto presto e bene da che parte stare. Dalla parte dei ribelli: “Credo che avrei comunque sentito il bisogno di ribellarmi a qualsiasi educazione o condizionamento. Comunque mi sia comportato, non me ne pento”. Formidabile.
Invecchiando, ha poi capito che la scelta era giusta per una ragione in piu’: “Nella vita l’unica cosa che mi e’ riuscita bene, senza volerlo, e’ stata non avere mai un soldo. E’ come un complotto segreto tra me e me: una parte di me si assicura che io sia sempre in bolletta in modo che l’altra sia costretta a scrivere. E funziona!”.
Funziona, si’. Raymond racconta di essere nato in uno strano ghetto: un ghetto per ricchi. Per uscirne e’ bastato diventarne consapevole: appena s’e’ formata la giusta coscienza, l’artista padre di “Il mio nome era Dora Suarez” ha preso e se n’e’ tirato fuori, guadagnandosi sia il disprezzo che il timore della famiglia, perche’ era il primo del ghenos ad essere tornato per strada, dopo piu’ di un secolo.
Raymond era un ragazzo educato a Eton, e che da Eton se ne sarebbe andato, non appena possibile, prendendo e rifiutando il benessere, i capricci infiniti e inverosimili della ricchezza, l’amara poetica della menzogna del classismo. In nome di cosa? In nome della scrittura: forse perche’, come scriveva l’artista inglese, nella lingua c’e’ qualcosa di meraviglioso… “Quando ti viene incontro ti da’ piacere come una donna. Quando fai l’amore con la donna giusta non riesci a smettere, ed e’ altrettanto meraviglioso inseguire e catturare l’immagine con le parole. La frase perfetta e’ come una bella donna, che indossa l’unico vestito giusto per lei in quel momento e solo una goccia di profumo, niente di superfluo, e lo sguardo che ha mentre attraversa una stanza in penombra e’ solo per te”.
E quando uno scrive, per Raymond, la lingua si deve muovere nella mente del lettore in maniera tutt’altro che meccanica. Dev’essere, piuttosto, spontanea, realistica, autentica. Questo. E la scrittura deve essere al servizio del noir. Secondo il maestro Raymond, il noir nasce quando l’umanita’ si trova spinta o costretta alla follia, quando ci si ritrova al di la’ dei propri limiti: quando la vita s’e’ contorta o deformata. Il noir e’ l’espressione dello scontro tra l’umanita’ e il “contratto universale”: uno scontro in cui la sconfitta e’ certa.
Piu’ ancora: “Screditata la religione, il noir e’ una sorta di rinnovato sforzo per colmare il vuoto descrivendo apertamente cio’ che fa male alle persone”. O meglio: esiste per mostrare agli uomini cos’e’ la vera disperazione. E la vera disperazione, per Raymond, sta in quelle piccole e buie stanze dell’esistenza dove ogni uscita e’ sbarrata. Perche’ magari, una volta nominato e definito, il male puo’ essere distrutto: e intanto, e’ stupendo che il noir rivendichi la sua natura di “fratello della poverta’, difensore della miseria, delle masse alla deriva, della disperazione”. Ecco. Uno legge questo libro e si domanda come sia stato possibile confondere il noir col thriller, o col romanzo poliziesco.
Grosso sbaglio, vi avrebbe detto Raymond. La causa? Semplice. E’ pretenziosa robaccia che va lavata via, perche’ “compito del noir e’ di mettersi carponi con un secchio di acqua calda e uno straccio e cominciare a grattare via un po’ dello sporco indecente lasciato sulla scena da autori come Agatha Christie – grazie ai quali, a quanto pare, personaggi ridicolmente improbabili come Hercule Poirot si confondono nella mente dei lettori con Philip Marlowe e Gregor K”. Amen.

Gianfranco Franchi

(recensioni Stanze nascoste)

_____________________________________
Una donna di troppo di Carl Hiaasen – Euro 18,00
_____________________________________

Il Giornale di Brescia, 18.12.10

Vita dura per canaglie, uxoricidi e avvelenatori ambientali
Com’e’ difficile liberarsi della propria moglie. Se ne accorge bene Chaz Perrone, canagliesco coprotagonista di Una donna di troppo, spassoso comic-noir di Carl Hiaasen, in cui tentazioni omicide, imbrogli ambientali e amori che sbocciano e tramontano vengono miscelati ad arte lungo un percorso fatto di situazioni sempre piu’ assurde.
L’origine di tutto e’ il volo… assistito (anzi, meglio dire provocato) di Joey Perrone dal ponte della Sun Duchess, nave da crociera dove la donna era imbarcata per celebrare degnamente l’anniversario di matrimonio. Un bel modo di festeggiare, visto che a gettarla dalla nave e’ proprio il marito, l’ineffabile Chaz. Da questo incidente, cui Joey, grazie all’aiuto di Mick (ex poliziotto dalla vita solitaria e dalle molte storie naufragate miseramente) riesce a sopravvivere, si origina un turbine di eventi, dal carattere ora grottesco ora drammatico, sempre e comunque nel segno del divertimento.
Tra guardie del corpo dai problemi di peluria eccessiva (e con una preoccupante dipendenza dai cerotti antidolorifici), fratelli allevatori di capre ed un integerrimo ex poliziotto che ha scelto una vita di “simil-eremitaggio”, la galleria di personaggi di cui Hiaasen tira i fili e’ un irresistibile melting pot di debolezze ed idiosincrasie. Se vi aggiungete poi amanti a rischio soppressione, miliardari dal reato facile ed una (ex) mogliettina felice che si ritrova salvata dalle acque grazie ad una balla di “erba Giamaicana”, avrete il quadro completo di un romanzo che si gusta come un cocktail ghiacciato. Reso ancor piu’ saporito dal detective Rolvaag, sbirro che sogna il freddo e che si bea dei suoi due serpenti… da compagnia.
Una sarabanda dalla comicita’ inesauribile che conferma la bravura di Hiaasen nel descrivere situazioni cosi’ surreali da sembrare eccessive persino per una citta’ come Miami. Un luogo dove (bastano un centinaio di pagine) sembra che possa davvero accadere di tutto.
Rosario Rampulla

(recensioni Una donna di troppo)


Letto 1640 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart