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LIBRI IN USCITA: MeridianoZero 6/2010

22 Aprile 2010

Care lettrici e cari lettori,

Apriamo le danze annunciandovi che Victor Gischler, autore per Meridiano zero di “Anche i poeti uccidono” – che ha gia’ incassato recensioni entusiastiche dal Corriere della Sera, Venerdi’, L’Unita’ e il Giornale – sara’ in Italia dal 17 al 25 maggio 2010, accompagnato da JOE LANSDALE. Prendete nota!

Gischler e Lansdale saranno insieme in Italia:
– Dal 17 al 23 maggio al Festival Blues di Piacenza
– il 24 maggio 2010 sempre a Padova per un one shot presso la fumetteria Panstore, poi alla Libreria Lovat per la presentazione del libro di Gischler “Anche i poeti uccidono” e infine all’Osteria Barabba, una cena accompagnata dal musica dal vivo. L’Osteria Barabba ospitera’ infatti la figlia stessa di Joe, la cantante Casey Lansdale.

Matteo Strukul, ufficio stampa di Meridiano zero. ha intervistato per voi proprio Victor Gischler.

Vi salutiamo non prima di avervi augurato:
Buona lettura!

La vostra redazione

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Le novita’ in libreria:

Anche i poeti uccidono di Victor Gischler – Euro 15
L’atteso ritorno dell’autore della “Gabbia delle scimmie”: un nuovo strepitoso noir ambientato in un college universitario. Svegliarsi di fianco al cadavere nudo di una sua studentessa e’ solo l’inizio di un’incredibile serie di guai in cui il Prof. Morgan si trova immischiato. Un detective privato e’ sulle sue tracce, una reporter del giornale universitario lo ha visto seppellire il cadavere e, come se non bastasse, al suo corso di poesia si e’ appena iscritto un gangster di colore sotto falso nome arrivato da poco in citta’ con una partita di droga trafugata. Uno spettacolare incrocio fra pulp, noir e commedia che ricorda il miglior Elmore Leonard.

Two for Texas di James Lee Burke – Euro 14
Storia di due carcerati che si trovano complici in una disperata fuga verso il Texas, braccati dalla polizia e ostacolati da una natura selvaggia, “Two for Texas” e’ uno straordinario romanzo di avventura, ambientato in uno dei paesaggi piu’ suggestivi al mondo, in cui violenza, asciutto lirismo e ritmo incalzante si fondono in un’atmosfera vibrante alla Cormac McCarthy.

Corri, uomo, corri! di Chester Himes – Euro 8
E’ uscito in tascabile il capolavoro di un vero maestro del noir.
Testimone involontario di un duplice, brutale omicidio, il giovane Jimmy Johnson diventa bersaglio dell’implacabile assassino: un agente di polizia razzista e alcolizzato. A partire dal magistrale alternarsi di piani sequenza che apre il romanzo, Himes organizza uno spietato insegumento per le strade, le case e i locali di New York, ma allo stesso tempo dipinge un minuzioso quadro di vita quotidiana nella Harlem degli anni Cinquanta.

1915/18: Un uomo, una donna – Epistolario di guerra della Val Posina di Giorgio ‘Havis’ Marchetto – Euro 25
In questo splendido volume, arricchito da fotografie d’epoca, Marchetto ha raccolto la corrispondenza di una coppia durante la Grande Guerra. Un epistolario di guerra pressoche’ integro, un carteggio cosi’ intenso, e’ cosa rarissima. In particolare, a rendere unica questa raccolta e’ il numero di lettere dell’amata pervenuteci, mentre di solito le lettere che arrivavano al fronte subivano destini imprevedibili. Sono cinquecento lettere d’amore, spedite tra il giugno 1916 e il maggio 1919 da due innamorati, Elisa e Pietro. Elisa e’ costretta dalla guerra stessa a emanciparsi, mentre Pietro, seppur lontano, ritrae la sua anima nello spazio protetto della famiglia, l’unico in grado di restituirgli un senso di realta’.

L’INTERVISTA

L’intervista a Victor Gischler:

Prenderti per le viscere e scagliarti in una sparatoria all’ultimo sangue ma allo stesso tempo scrivere di poesia con la leggera eleganza e la sensibilita’ di un autore colto e raffinato. Quanta incantevole fantasia, quanta classe in questo nuovo, sanguinante,e a tratti dolcissimo Gischler.

Si’, perche’ in “Anche i poeti uccidono” c’e’ talento narrativo allo stato puro. Lansdale non si e’ risparmiato su Gischler e da par suo ha voluto regalare al giovane scrittore della Louisiana un lancio da brividi:

“Victor Gischler e’ uno dei miei autori preferiti. I suoi libri e le sue storie sono devastanti: fredde come il ghiaccio secco, piene di intrighi e di divertimento allo stato puro. Ragazzi, questo scrittore continua a stupire!”.

Lansdale ha dichiarato di aver letto “Anche i poeti uccidono” in un giorno perche’ non riusciva a smettere di andare avanti con le pagine.

E poi c’e’ anche “La gabbia delle scimmie”, “un grande ritorno al genere gangster puro” come lo ha definito Alan D. Altieri, il grande romanzo di debutto dell’autore della Louisiana (Gischler vive a Baton Rouge) pubblicato da Meridiano zero nel 2008. Un grande romanzo anche quello: da leggere subito, per tutti coloro che se lo fossero perso.

E allora parliamo di questi due meravigliosi libri direttamente con l’autore: con Victor “The Punisher” Gischler.

MS: Per cominciare: quando hai cominciato a scrivere racconti e romanzi?

VG: In prima elementare scrissi un racconto che aveva per protagonista un detective che inseguiva in una foresta una gang che aveva rubato delle ciambelle. Finiva tutto in un bagno di sangue. Se un alunno di prima elementare scrivesse oggi una cosa del genere credo che i suoi maestri lo manderebbero dritto all’ospedale psichiatrico. Comunque, durante gli anni delle elementari, scrivevo storie per far divertire i miei amici. Ho sempre saputo dentro di me che avrei scritto storie.

MS: Quali sono gli auori che ti hanno maggiormente influenzato?

VG: Jim Thompson, Mike Resnick, Kurt Vonnegut, John D. MacDonald, Carl Hiaasen, Elmore Leonard e Raymond Chandler.

MS: Parallelamente alla scrittura coltivi anche una carriera accademica che fra l’altro ti offre “materiale infiammabile” per le tue storie – penso proprio a questo tuo nuovo libro uscito in italia per Meridiano zero con il titolo “Anche i poeti uccidono” – me ne parli un po’?

VG: Ho un rapporto di odio-amore con l’universita’ ed e’ proprio questo che porta, credo, ai passaggi piu’ divertenti del mio secondo libro che e’ appunto “Anche i poeti uccidono”. Amo la liberta’ che puo’ dare l’universita’ ma quell’atmosfera autoreferenziale che spesso la caratterizza mi riesce piuttosto indigesta. Pero’ adoro insegnare ai ragazzi.

MS: A mio parere come per Joe Lansdale o Elmore Leonard anche per te e’ fondamentale mescolare gli elementi del noir e dell’hard boiled con lo humour da commedia nera e le atmosfere pulp. “La gabbia delle scimmie”, il tuo primo romanzo, (“Gun Monkeys” nel titolo originale, nda) mi sembra un caso emblematico in questo senso…

VG: Esatto. I personaggi non si rendono conto che quello che gli accade e’ divertente, anzi per loro e’ semplicemente terrificante. Resta il fatto che per il lettore entrare nel loro mondo e’, spero, divertente in un modo che potrei definire dissacratorio e non privo di irriverenza.

MS: Nel 2002 “La gabbia della scimmie” ti ha portato direttamente alla finale del prestigioso Edgar Award (gli Oscar del noir, nda) per la miglior opera prima. Raccontami di quell’esperienza.

VG: Quello fu un momento formidabile. Ricordo che Tom Fassbender della UglyTown Press – la mia casa editrice di allora – mi chiamo’ per dirmi che avevo ricevuto la nomination e gli chiesi se fosse completamente ubriaco. Il premio per la mia categoria, quello per la miglior opera prima, veniva consegnato nella fase finale della cerimonia e questo mi mandava letteralmente fuori di testa. Quando diedero l’annuncio ero nervosissimo. Vinse qualcun altro. Pazienza, pensai. Avrei avuto piu’ fortuna la volta successiva. Fu comunque una bella serata trascorsa a bere parecchi drink con gli altri scrittori.

MS: Recentemente hai scritto una storia per il fumetto “Punisher MAX” (“Il Punitore” della Marvel Comics, nda) dal titolo “Little Black Book”. Poi sei diventato sceneggiatore della serie regolare di “Deadpool: Merc with a mouth”. Quanto sono importanti i fumetti per la tua scrittura?

VG: Mi ricordo che quando avevo dieci anni io e mio fratello spedivamo pacchi di storie e idee per nuovi personaggi alla Marvel. E’ incredibile pensare che oggi quel sogno d’infanzia sia divenuto realta’. Ho altri albi di “Punisher – MAX” e “Deadpool” in preparazione e finche’ la Marvel sara’ soddisfatta del mio lavoro puoi star certo che continuero’ a darci dentro.

MS: Come descriveresti il tuo stile e il tuo processo creativo?

VG: Mi piace mescolare nei miei romanzi l’energia del rock’n’roll con il dinamismo parossistico dei fumetti e l’approccio cinematografico. Il mio processo creativo somiglia molto da vicino a una valanga. Le idee cominciano a rotolare, ruzzolare, prendere velocita’ e a quel punto e’ troppo tardi per poter pensare di fermarle.

MS: Quale musica preferisci ascoltare?

VG: Warren Zevon, Abba, Neil Diamond, Johnny Cash, Frank Sinatra, Freakwater, The Rolling Stones, The Clash, una marea di cose diverse insomma.

MS: E’ possibile che qualcuno dei tuoi libri divenga in un prossimo futuro un film?

VG: Direi che e’ altamente probabile. Di tre dei miei romanzi ho gia’ venduto i diritti cinematografici, per due c’e’ gia’ il regista ma adesso come adesso non posso davvero dire di piu’ o qualcuno verra’ a spezzarmi le gambe…teniamo le dita incrociate.

LE RECENSIONI

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Anche i poeti uccidonoVictor Gischler – Euro 15
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Corriere della Sera, 26.3.10
Una storia pulp esilarante

«Mi manda Joe Lansdale ». Una frase che può anche suscitare preoccupazione per la propria incolumità in chi ascolta, se conosce l’opera – spesso a altissima gradazione pulp – dell’autore texano, cintura nera di arti marziali e di bestseller. Ma a fregiarsi di questo importante biglietto da visita – in Italia Lansdale vanta una solidissima base di lettori affezionati – è Victor Gischler, autore noir del quale Meridiano Zero ha pubblicato in Italia l’esordio “La gabbia delle scimmie”, e ora si appresta a mandare in libreria “Anche i poeti uccidono” (traduzione di Luca Conti). Lansdale, infatti, ha non soltanto accettato di fornire a Gischler, da lui assai stimato, una lusinghiera minirecensione – «L’ho divorato in un giorno. Non riuscivo a staccarmene… Victor Gischler è uno dei miei autori preferiti. I suoi libri e le sue storie sono devastanti: fredde come il ghiaccio secco, piene di intrighi e di divertimento allo stato puro… questo scrittore continua a stupire. ») – ma verrà anche in Italia a presentare al pubblico l’amico Victor.
Gischler sarà in Italia insieme con Joe dal 17 al 25 maggio al Festival blues di Piacenza. Con Lansdale, Gischler divide il dono per la prosa scoppiettante e i dialoghi secchi. E può fare affidamento su un talento particolare: è capace di dribblare i cliché del genere e di stupire. Sia nel libro d’esordio, sia in “Anche i poeti uccidono”, fa sfoggio di una grande abilità nel rovesciare le aspettative del lettore incallito di noir. Esempio: il protagonista di “Anche i poeti uccidono” si ritrova dopo poche pagine con un cadavere di donna nel letto. Uno scrittore standard racconterebbe i tentativi solitari e concitati di sbarazzarsi del cadavere (o magari, con un colpo di coda hitchcockiano via Edgar Allan Poe, nasconderebbe il cadavere temporaneamente in un posto sotto gli occhi di tutti). Gischler invece si diverte a inventare una esilarante scena a più voci, con il cadavere che diventa rapidamente soltanto un pretesto (come, peraltro, il povero afroamericano morto nell’auto di John Travolta e Samuel L. Jackson in Pulp Fiction). Stesso discorso per la sepoltura clandestina della morta, qualche pagina dopo. E così via. A Gischler, tra gli sfoggi di bravura, manca però lo sguardo di umanità che caratterizza Lansdale, e dei cliché noir si porta dietro un po’ di dna macho: a accomunarlo a Lansdale è soprattutto il senso dello humor. Vedi certe situazioni esilaranti che si verificano durante le lezioni del protagonista, un professore universitario di letteratura alla Eastern Oklahoma University. C’è l’allievo ossessionato a comporre poesie che hanno scoiattoli, topi, cincillà e altri animaletti come protagonisti, c’è lo spacciatore che ha rubato l’identità a uno studente vincitore di borsa di studio che, dovendo scrivere poesie, presenta alla classe terrificanti liriche rap su droga, auto di lusso e sparatorie. Accolte, alla fine della lettura, da un comprensibile silenzio tombale.
Matteo Persivale

il Giornale, 4.4.10
Nel background di Victor Gischler ci sono molti elementi che ne hanno fatto in pochi anni una stella del nuovo noir americano. Ha sfiorato più volte l’Edgar e l’Anthony Award, ha siglato fumetti di successo per la Marvel e Joe R. Lansdale sostiene che le sue storie “sono devastanti: fredde come il ghiaccio secco, piene di intrighi e di divertimento allo stato puro”. E i suoi primi romanzi pubblicati in Italia da Meridiano zero (“La gabbia delle scimmie” e “Anche i poeti uccidono”) confermano tale giudizio. Gischler scrive dialoghi fulminanti come quelli dei film di Tarantino o di un fumetto di Preacher di Garth Ennis, ha un talento innato per le scene d’azione, una conoscenza del mondo criminale degna di Edward Bunker e un’attitudine alla battuta che sembra scippata a Donald Westlake. La sua è una narrativa violenta e arrabbiata, ma allo stesso tempo scanzonata.
Mi ritrovo, in questa definizione,” ammette lui. “È un accostamento un po’ innaturale, ma per me funziona benissimo: violento e arrabbiato per dare il tono e sottolineare i conflitti, scanzonato per renderlo digeribile.
Se dovesse definire il suo stile?
Ci metto un po’ di tutto. Ci sono forti elementi di noir, ma spesso anche un happy ending. Tono e stile sono influenzati dalla tradizione hard-boiled… C’è sempre una dose di ironia e di satira. Mi piace pensare che il lettore ogni tanto sia costretto a chiedersi “sta cercando di abbindolarmi?”.
Come sceglie i suoi protagonisti criminali?
Si sviluppano mano a mano che vado avanti. Si dice spesso che un cattivo ben disegnato non sa che è il cattivo. Nella sua testa lui è l’eroe della storia. Ha un suo programma, obiettivi e problemi da risolvere.
In Anche i poeti uccidono perché ha deciso di mostrare un lato così nero delle Università americane?
Pensiamo spesso alle Università come a torri d’avorio isolate dal mondo reale. Ma il mondo reale sgomita per farsi avanti. Mia moglie insegna alla Louisiana State University, a Baton Rouge. L’altra mattina abbiamo sentito alla radio la notizia di un ragazzo morto cadendo da un edificio di sei piani. La polizia sospetta un suicidio. Il lato oscuro della vita ti può cogliere ovunque. Anche i poeti uccidono è stata una bella occasione di mettere alla berlina tutta la presunzione e il culto di sé che dominano nel mondo accademico. Ma non fraintenda: non sono contrario all’Università (altrimenti non vi avrei insegnato per anni!). È solo che ci sono molti accademici troppo innamorati del suono della propria voce.
Come ha caratterizzato i protagonisti di questa storia?
Ho preso tutti i personaggi che pensiamo di conoscere – un professore, uno studente, un investigatore, un gorilla – e ho cercato di deformarli o camuffarli in un modo interessante o inaspettato.
(…)
a cura di Luca Crovi

(recensioni Anche i poeti uccidono)

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1915/18: Un uomo, una donnaGiorgio ‘Havis’ Marchetto – Euro 25
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www lankelot eu, 18.3.10
Meridiano zero pubblica un nuovo piccolo tesoro, sin qua segreto e famigliare, della Grande Guerra. Si tratta di un insolito carteggio d’amore, esteso per tre anni, composto da circa 500 lettere: 270 – qualcuna in piu’ della meta’ – spedite dalla moglie al marito. La novita’ e’ proprio questa; sin qua, abbiamo avuto la fortuna di poter archiviare molte lettere scritte dai soldati, quasi mai le risposte scritte dai famigliari. Colpa, come scrive il curatore Havis Marchetto nella prefazione, di varie cause: dai blocchi della censura alla mancata consegna, dallo smarrimento durante le marce alla morte del povero soldato. “Un uomo, una donna”, pubblicato con la collaborazione del Comune di Vicenza, dei Musei Civici e del Museo del Risorgimento e della Resistenza, include circa 200 delle 500 lettere; il curatore ha inteso cosi’ d’evitarci ripetizioni ossessive o eccessive, invitandoci a immaginarle. Non si fatica a farlo. Con un pizzico di commozione, anche. La scrittura e’ “incerta”, e rimanda a un italiano parlato contaminato dal dialetto; diciamo che si tratta d’un italiano creativo e ultrapopolare, che domanda la nostra partecipazione e la nostra fantasia. Soprattutto, domanda il nostro cuore: la nostra adesione e la nostra immedesimazione.
(…)
Gianfranco Franchi

(recensioni 1915/18: Un uomo, una donna)

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Angeli perduti del Mississippi di Fabrizio Poggi – Euro 15,00
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Buscadero, aprile 2010
Chissà quante volte abbiamo ascoltato Robert Johnson o Muddy Waters, o dischi registrati in un “juke joint”, o ripetuto a denti stretti frasi tipo “get me a mojo hand”. Abbiamo ascoltato J.B. Lenoir e assaporato del “funk”, oppure semplicemente fruito del blues in tutte le sue varianti, down home, delta, piedmont; quante volte avremo chiacchierato con Mr. Bojangles, o assaporato le canzoni di Bob Dylan, considerando distrattamente che le dodici battute fungono da base portante del suo patrimonio artistico; e quante volte ci sarà capitato di disquisire sulle radici africane dell’intera musica americana degli ultimi duecento anni. Termini, appellativi, luoghi, generi musicali, locuzioni che creano con il tempo un identificativo indelebile e che si riflettono ancor più indelebilmente sull’immaginario in senso più ampio. L’immaginario ne smorza un po’ l’effetto a volte, ricambiandoci però con una praticità d’uso; e se qualche volta citiamo termini, locuzioni, modi di dire con un po’ di approssimazione, ciò fa parte delle regole del gioco. In fondo la musica viene suddivisa in generi per nostro comodo e questo di per se è già un significato, al di la del significato vero e proprio. Come dire che c’è chi si prende l’illustre briga di approfondire e chi poi fruisce (magari il fruitore renderà il favore in altri campi). Chi approfondisce si appresta a un lavoro insostituibile, affascinante e a volte ingrato; il cosiddetto “fissato” ha il gusto e l’insana tentazione di trasmettere le sue conoscenze accumulate in decenni di frequentazioni, ricerche, viaggi, studi; ciò che ha acquisito con tanta passione ma anche con fatica, lo mette istantaneamente al servizio del fruitore, che nello spazio di una lettura arricchisce se stesso. Nello specifico, l’uomo con l’insana tentazione è Fabrizio Poggi, ministro dell’armonica e frequentatore del panorama afro americano da decenni, autore di un altro splendido saggio, II violino dei poveri, dedicato al piccolo strumento e ai suoi eroi (recuperare please qualora non lo aveste già fatto). Me l’immagino stanco di sentire la gente che canta Hoochie Coochie Man “a pappone” (ovvero così come viene; tranquilli, è nel pieno diritto del fruitore); e allora beccatevi un incredibile dizionario su tutto ciò che riguarda da vicino il blues, i suoi dintorni (eccellente il capitolo sul menzionato Dylan), le sue leggende, le radici, i suoi lati oscuri, i personaggi. Angeli perduti del Mississippi è un indispensabile vademecum per comprendere il significato di tutto quello (o di molto perlomeno) che ha animato e che anima l’universo musicale e culturale afro americano; che poi, in fondo, generi o etichettature a parte, tutto è riconducibile ad un unico cosmo; il blues e la musica sono un linguaggio universale, di cui Fabrizio riporta i codici più significativi. L’autore restituisce con stile fluido e accattivante diverse biografie, Leadbelly, Robert Johnson (chiaramente uno dei basilari), Lightnin’ Hopkins, Howlin’ Wolf, Blind Lemon Jefferson, John Lee Hooker, fotografa gli stili regionali e soprattutto approfondisce le radici africane di tanti termini comunemente usati; chiarisce la differenza tra “hoodoo” e “voodoo”, si immerge nel significato di parole come “shimmy”, “hokum”, “holler”, “hambone”, “jack ball”, “jazz”, indica i vari modi per chiamare l’armonica. Personaggi, appellativi, oggetti di culto, diventano protagonisti della stessa rappresentazione storica. Insomma c’è di tutto in questo bel volume, più che approfondito (e non potevamo avere dubbi), ma anche bello, scorrevole e divertente da leggere, una volta tanto anche da chi non è esperto dell’argomento (e questo è un gran merito). Una ricerca, un viaggio fisico e spirituale verso territori cari e familiari all’autore, che mostra tutta la sua conoscenza e il rispetto per il fruitore di cui sopra; e Fabrizio è persona che umilmente mostra di esserlo lui stesso, fruitore. Ed è grazie a opere come questa se miti, storie e leggende sopravvivono, se un patrimonio culturale viene preservato; se, in fondo, gli “angeli” non sono perduti per sempre.
Roberto Giuli

(recensioni Angeli perduti del Mississippi)

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L’apprendista di Gordon Houghton – Euro 15,00
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biogiannozzi.splinder.com, 1.4.10
Gordon Houghton è l’Apprendista dalla parte dei morti resuscitati
Provate a morire. Una volta, una sola non potrà farvi poi troppo male!
Sul letto di morte quale sarà il vostro ultimo pensiero? E: avrete tempo di formularlo un pensiero, o piuttosto tirerete le cuoia punto e basta?
(…)Gordon Houghton immagina una storia, quella di uno zombie, o meglio di un tizio che è andato incontro alla morte in giovane età per un incidente capitatogli fra capo e collo proprio mentre stava svolgendo il suo lavoro di investigatore privato se non proprio alle prime armi quasi.
Ade è stato assassinato, non si sa da chi, fatto sta che i quattro cavalieri dell’Apocalisse, Morte, Guerra, Carestia e Pestilenza hanno bisogno di rimpiazzarlo. Scegliere il successore di Ade è meno semplice di quanto si possa immaginare, ecco dunque l’ennesima estrazione, o meglio riesumazione: Morte tira fuori dalla tomba il fortunato cadavere che suo malgrado diventerà l’Apprendista, per una settimana, al termine della quale i quattro Cavalieri dell’Apocalisse daranno il loro responso se è adatto o no a ricoprire il ruolo che fu di Ade. Il giovane zombie non sa che pesci prendere e quando un barlume d’intelligenza comincia a risvegliarsi nel suo cervello zombizzato è troppo tardi: oramai ha firmato il contratto, per sette giorni si darà da fare per prendere il posto di Ade, dovrà accompagnare Morte e imparare da lui; e se alla fine della settimana concessagli sarà giudicato non buono, potrà tornarsene nella tomba. All’inizio l’Apprendista si sente scombussolato, non capisce, i Cavalieri non sono proprio come lui se li era immaginati, e poi c’è Rissa, un giovanotto strano che si dice sia stato lui a far secco Ade. Tuttavia mancano precise prove a suo carico e la sola cosa che si possa fare per il momento è di formare l’Apprendista affinché prenda il posto di Ade e il ruolo che fu suo. C’è anche il grande Capo che guida tutta la baracca. Tuttavia trovarlo in ufficio è una impresa della Madonna, pare che non ci sia mai o che sia sempre impegnato, per cui avere un faccia a faccia con lui è più duro che guadagnarsi il Paradiso.
L’Apprendista, accompagnato da Morte, lo aiuterà nel suo compito, quello di aiutare i destinati a trapassare. Ma non è che sia proprio portato per questo mestiere, passa difatti la maggior parte del tempo a rimettere pure l’anima e a cercare di capire che ne è stato della sua vita precedente quando non era uno zombie. Scopre di sé cose che non avrebbe mai immaginato, gli arrivano risposte che solo una fine prematura gli potevano fornire, e non da ultimo capisce che nonostante sia solo uno zombie non ci tiene proprio a tornare nella tomba sotto due metri di terra, nel cimitero di Oxford.
Humour nero ma non privo di filosofia esistenzialista e di un dissacrante spirito kafkiano: L’Apprendista è infatti la storia tragicomica di un giovane investigatore, non troppo fortunato in vita e nemmeno una volta zombie, che suo malgrado si vede costretto ad affrontare ancora una volta l’esistenza ma nelle vesti di morto ricucito alla bell’e meglio dopo l’autopsia, pallido e con il pene mozzato.
Gordon Houghton fa sua l’arguzia di Terry Pratchett, l’assurdità situazionale di Ronald Dahl, la poeticità dark di Neil Gaiman, ma anche l’esistenzialismo di Franz Kafka e la cupa logica “illogica” di Dino Buzzati. Attraverso L’Apprendista, Gordon Houghton prende per i fondelli almeno tre generi letterari: il giallo, il noir, il rosa. Houghton invita il lettore a riflettere sul pasticciaccio che la morte è divertendolo, dandogli in pasto uno zombie pasticcione ma non per questo privo di sentimenti: non è azzardato sottolineare che il giovane apprendista è più vivo lui di tanti uomini e donne, che ogni giorno si suicidano per delusioni d’amore o solo perché stanchi di essere.
Non leggere L’Apprendista è un crimine contro la Vita e la Morte. Credetemi sulla parola.
Giuseppe Iannozzi

(recensioni L’apprendista)


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LIBRI IN USCITA: MeridianoZero 6/2010 — 22 Aprile 2010 @ 08:09

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart