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L’immagine di un sistema al collasso

30 Ottobre 2012

di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 30 ottobre 2012)

E adesso converrebbe che nessuno ricominciasse a parlare di «laboratorio siciliano ». Oppure ritirasse fuori la metafora – solita e consolatoria – del «campanello d’allarme »: il verdetto emesso ieri dalle urne in Sicilia, infatti, è già oltre quel che si sarebbe potuto definire «l’ultimo allarme ».

L’ultimo allarme, per chi ha memoria, era suonato – invano – un anno e mezzo fa, prima col sorprendente esito di elezioni importanti come quelle di Napoli o Milano, e poi con l’avvento di Monti e dei suoi tecnici. E dunque, piuttosto che a un ultimo allarme, il voto siciliano di ieri somiglia assai più alla prima vera fotografia di un Paese dal sistema politico definitivamente collassato.

Basta mettere in fila quel che è uscito dalle urne: non c’è un dato, dicasi uno, definibile – tradizionalmente – normale. Vediamo. Intanto l’astensione: il muro del cinquanta per cento è stato alla fine infranto, e sono più i cittadini rimasti a casa che quelli andati alle urne. Poi lo stato di salute dei partiti: non ce ne è uno, tra quelli più o meno «storici », che arrivi al 15%, tratteggiando una situazione di grande debolezza e assoluta frammentazione. Ancora, il boom di Grillo: alcuni lo attendevano, altri lo temevano, ma nessuno avrebbe mai immaginato che l’M5S diventasse il primo partito certamente a Palermo e probabilmente nell’intera Sicilia.

Gli effetti di quel che ora appare come un inevitabile maremoto, sono naturalmente multipli. Per restare alla Sicilia, va annotato come il successo del neo-presidente Rosario Crocetta (sostenuto da Pd e Udc) sia stato così flebile e di dimensioni tanto contenute da non assicurargli neppure (stando agli ultimissimi dati) la maggioranza nella nuova Assemblea regionale. Se ci si sposta a Roma – e si mette da un canto il commovente ottimismo di Angelino Alfano, che ha definito «straordinariamente positivo » il risultato ottenuto dal Pdl – si avverte invece una preoccupazione, a volte addirittura un panico, ormai sempre più palpabile.

L’interrogativo al quale dovrebbero infatti rispondere i partiti dopo il voto siciliano, resta identico a quello che i fatti proposero un anno e mezzo fa: come arginare l’ondata dell’antipolitica (in tutte le sue forme) e recuperare credibilità e fiducia dagli occhi dei cittadini? All’epoca le risposte sembravano pronte: l’impegno era a ridurre drasticamente i costi della politica e a varare riforme costituzionali ed elettorali che – mentre Monti fronteggiava la crisi – rendessero il Paese più moderno ed efficiente. Sul primo fronte le risposte sono state tardive, insufficienti e spesso contraddittorie; sul secondo, nulla si è fatto: ma sarà proprio forse a questo nulla che ora ci si potrebbe aggrappare per tentare di salvare il salvabile e tenere in vita un sistema fiaccato e screditato.

La grande paura è legata, naturalmente, a quel che potrebbe accadere nelle elezioni politiche di primavera: partiti ancora in calo, astensione alle stelle, Grillo che continua a moltiplicare i suoi consensi… Con i pochi mesi a disposizione, non sono ormai più pensabili risposte politiche complessive e capaci di iniettare un po’ di fiducia nei cittadini. Si può però tentare, attraverso lo strumento della legge elettorale, di arginare fenomeni in altro modo non contrastabili. E a proposito di legge elettorale, il messaggio che arriva dal risultato siciliano pare quanto mai chiaro: con una legge elettorale che fosse decisamente proporzionale, l’ingovernabilità sarebbe assicurata…

E’ per questo – oltre che per il poco tempo ormai a disposizione – che è difficilmente immaginabile che il cosiddetto Porcellum finisca in cantina (come pure è stato assicurato per mesi). Si potrà forse procedere a qualche modifica marginale (una preferenza qui e lì, un ritocco alle soglie di sbarramento…) per però poi blindare l’impianto della legge e difendere sistema e partiti così come sono. Si dirà: ma il Porcellum non era da cambiare? Fa niente. E non si rischia di nuovo un Senato ingovernabile? Pazienza. Si fa un altro giro sulla stessa giostra, e poi si vedrà: magari annunciando in campagna elettorale che la prossima sarà una «legislatura costituente »… Non sembra una gran ricetta, è vero. Ma di migliori in campo davvero non ce n’è.


Il ciclone Grillo scuote i partiti
di Fabio Martini
(da “La Stampa”, 30 ottobre 2012)

Si è fatta sera, la scossa grillina oramai si è assestata e sul camper che lo porta dal lago di Como verso Milano, dal suo cellulare Matteo Renzi chiosa i risultati siciliani, «abbracciando » Beppe Grillo.

«Straordinario il risultato del Cinque Stelle in Sicilia – dice Renzi -, guai a sottovalutarlo: è un nuovo segnale del bisogno di rinnovamento della politica, un segnale che deve far riflettere, perché o capiamo i messaggi che ci manda l’elettorato, oppure diventa un problema per tutti ». Nel giorno del trionfo grillino, tra i big emersi ed emergenti della politica nazionale, Matteo Renzi è l’unico a «complimentarsi » con Beppe Grillo. Per un motivo che i sondaggisti conoscono da mesi: per la sua carica «anti », il sindaco di Firenze è uno dei pochissimi potenzialmente in grado di intercettare i voti che si stanno riversando sul Cinque Stelle. E se Renzi prova a cavalcarlo, il ciclone Grillo finisce per interpellare tutti i partiti, nessuno escluso: è suonata l’ultima campanella per provare a rinnovarsi? C’è ancora tempo? Qualche partito, o almeno qualche leader è capace di sgonfiare e assorbire quella carica antipartitica?

Un vecchio professionista della politica come Pier Ferdinando Casini lo ammette chiaro e tondo: «Il risultato ottenuto dal Movimento Cinque Stelle in Sicilia fa pensare che Beppe Grillo possa ottenere un 25% a livello nazionale » e cioè un risultato davvero corposo. Davanti al ciclone le reazioni istintive dei partiti tradizionali sono molto diverse: il Pd per ora ironizza; i centristi invocano la Santa Alleanza anti-Grillo; l’Idv accusa il colpo e sembra alla vigilia di una clamorosa esplosione interna; Pdl e Lega intuiscono di essere svuotate, ma per ora latitano le medicine per fermare l’emorragia.

Il Pd, con Pier Luigi Bersani, si limita a punzecchiare: «Invece di stare in un tabernacolo dove non lo vede nessuno o a fare delle nuotate anche Grillo provasse a fare le primarie ». Per ora Bersani sembra non avere ancora elaborato una politica capace di assorbire la novità. I centristi, con Pier Ferdinando Casini, pensano che l’unica soluzione sia coalizzarsi contro il «mostro »: «Si devono ipotizzare alleanze che siano in grado di tenere il Paese ». E l’Idv, il partito politicamente più vicino al Cinque Stelle sembra invece sull’orlo di una crisi di nervi.

Il movimento di Di Pietro (e del sindaco di Palermo Leoluca Orlando) ha subito in Sicilia una batosta, anche se il detonatore che sta portando il partito sulla soglia dell’esplosione è stato un servizio molto accurato di «Report » su Raitre, che ha raccontato le originalissime modalità con le quali Di Pietro ha gestito il finanziamento pubblico, proponendo immagini desolanti, come la moglie dell’ex pm «in fuga », inseguita dalle telecamere. Dice il presidente dei deputati Massimo Donadi: «Spero che nelle prossime ore Di Pietro precisi e cancelli quell’immagine imbarazzante, balbettante e incerta che si è vista durante l’intervista a “Report” ». Dice il presidente dei senatori Felice Belisario, da sempre un «lealista »: «Ho un lavoro affermato, uno studio da avvocato a cui tornerei volentieri: senza un rinnovamento vero non voglio confondermi con perdigiorno e leccapiedi ».

E a destra? La Lega stavolta può permettersi di restare in silenzio (si è votato in Sicilia) e quanto al presidente dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto si limita a denunciare il problema: «Il vento dell’antipolitica è fortissimo: riflettiamo su questo, altrimenti ci esercitiamo sul nulla ». Dice Giorgio Stracquadanio, oramai un battitore libero del centrodestra: «Al momento prevale un effetto-panico: a destra si vede la crescita impetuosa ma nessuno è in grado di interpretarne le istanze. Neanche quando Berlusconi fa il Grillo contro l’Europa, dice che fa cadere il governo, ma poi non lo fa. E oramai nessuno può credere che Berlusconi sia un estraneo: l’anno prossimo voterà chi è nato l’anno in cui lui è entrato in politica ». Sostiene Arturo Parisi, un altro battitore libero: «L’unica risposta a Grillo sarebbe farla funzionare davvero la democrazia: sarebbero una grande occasione le Primarie davvero aperte, nelle regole ma anche nella proposizione di alternative politiche grandi e vere. E invece stiamo morendo di inedia o nella riproposizione della più vecchia delle alternative: chi è per il partito e chi è contro ».


MA CHE BELLA COMITIVA AL PROCESSO SULLA “TRATTATIVA”!
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Il Fatto Quotidiano
(da “Dagospia”, 30 ottobre 2012)

È accigliato, scuro in viso. Scende velocemente dalla sua blindata e si dirige verso l’aula bunker, ignorando gli striscioni delle Agende Rosse e schivando un microfono: “Non ho dichiarazioni da fare”. Sul banco degli imputati, all’apertura dell’udienza preliminare del processo sulla trattativa, ieri a Palermo, l’unico volto dello Stato è quello dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. Contro di lui il governo non si è costituito parte civile. Alla fine dell’udienza gli chiedono: rifarebbe quelle telefonate con Napolitano?

Mancino si volta e ignora la domanda. Lo Stato è dunque in imbarazzo a processare se stesso? “Non devo rispondere io – replica stavolta Mancino – io in questo processo sono parte lesa”. Non c’erano i senatori Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri, i cosiddetti “uomini-cerniera” del negoziato tra i boss e le istituzioni. Con loro hanno disertato l’aula bunker di Pagliarelli anche gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, quest’ultimo autore della richiesta di ricusazione nei confronti del gup Piergiorgio Morosini, che sarà esaminata dalla Corte d’appello il prossimo 9 novembre.

Tutti presenti, invece, in videoconferenza gli uomini di Cosa Nostra: Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Antonino Cinà. Tranne uno: il boss Bernardo Provenzano, che ha rinunciato ad assistere alla prima udienza. Per loro, così come per gli uomini in divisa e per i due senatori, l’accusa è la stessa: violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Trattando sotterraneamente, durante la stagione delle bombe, avrebbero contribuito a realizzare il grande ricatto di Cosa Nostra alle istituzioni, con il risultato di provocare il cedimento dei ministeri alle richieste dei boss stragisti. Circondato dai fotografi, è comparso in aula anche Massimo Ciancimino, il testimone della trattativa.

Lo Stato dunque processa se stesso. E lo fa in un’aula semideserta, nell’indifferenza della città assorbita dai risultati delle elezioni regionali, dove l’unica presenza massiccia è quella dei cronisti. É forse l’ultima udienza per il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, prima della partenza per il Guatemala: “Provo una grande emozione”, ha detto entrando in aula, “ma anche da lontano darò il mio contributo affinché cresca un movimento per la ricerca della giustizia e della verità”.

Al suo fianco, nel bunker di Pagliarelli, i pm Nino Di Matteo e Lia Sava, tre dei cinque sostituti (gli altri due sono Francesco del Bene e Roberto Tartaglia) del pool che in questi mesi – tra mille polemiche – ha indagato sul patto sotterraneo tra mafia e Stato.
Fuori dall’aula, invece, fin dalle prime ore della mattina, qualche bandiera di Rifondazione comunista e il presidio delle Agende Rosse, un centinaio di persone, con un enorme striscione: “I magistrati di Palermo non sono soli”.

L’udienza si è aperta con la costituzione delle parti processuali e quindi con le richieste di parte civile, prima fra tutte quella dell’avvocato dello Stato Beppe Dell’Aira per conto della Presidenza del Consiglio. A ruota, la richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Palermo, rappresentato da Leoluca Orlando , l’unico politico in aula, oltre all’imputato Mancino. “Io so, ma non ho le prove – ha detto Orlando, citando Pier Paolo Pasolini, al suo ingresso nel bunker – che c’è stata una trattativa tra Stato e mafia, e che Paolo Borsellino è stato ucciso perché si sarebbe opposto a quell’ignobile patto. Ma sono i magistrati che devono trovare le prove ed è per questo che chiedo ai magistrati di accertare la verità”.

E la ricerca della verità su quanto è accaduto tra il ’92 e il ’94, è la ragione che ha spinto anche Salvatore Borsellino a chiedere di potersi costituire parte civile, sia per conto del movimento Agende Rosse, sia come fratello del giudice ucciso. A seguire, hanno fatto istanza il Prc, il Centro Pio La Torre, il sindacato di polizia Coisp, i familiari dell’eurodeputato Salvo Lima e l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, vittima della calunnia contestata a Massimo Ciancimino, che lo aveva indicato come il “signor Franco”.

Su tutte le istanze, il gup Morosini si è riservato di decidere. Uscendo dall’aula, tra i fischi delle Agende Rosse, Mancino (che nei giorni scorsi ha chiesto di essere processato dal Tribunale dei ministri) ha ribadito la sua speranza: “Questo è un processo – ha detto – che può essere frazionato in più parti”. Si torna in aula il 15 novembre.


CACCIARI SMONTA LA GIOIA ILLUSORIA DEL PD
di Antonietta Demurtas per “Lettera43.it”
(da “Dagospia”, 30 ottobre 2012)

È una Sicilia da primato quella che esce dalle elezioni regionali del 28 ottobre. Per la prima volta gli astenuti sono la vera maggioranza; per la prima volta vince un presidente di sinistra; per la prima volta il Movimento 5 stelle è il primo partito.

Ma lo scenario politico non è certo rassicurante e se il voto siciliano rappresenta davvero il banco di prova per le future elezioni non c’è da stare tranquilli: «C’è una frammentazione pazzesca », dice a Lettera43.it Massimo Cacciari, «se non si superano queste casematte di sinistra, di destra, di progressisti, questo Paese è spacciato ».

DOMANDA. L’Isola dei primati a partire dal risultato di Grillo: è ancora un voto di protesta da snobbare?
RISPOSTA. No, è un risultato da accettare. Continua e non poteva non continuare questa onda di protesta e sfiducia nei confronti dell’attuale classe politica. Davanti ai deliri di Berlusconi e alle primarie del Pd, per fortuna c’è Grillo.

D. Perché?
R. Almeno il suo movimento non è di destra, non è razzista o xenofobo, e contiene la protesta all’interno di una dimensione democratica non eversiva. Sempre meglio Grillo che Le Pen o la l’estrema destra olandese, svedese, tedesca.

D. Intanto in Sicilia non ha vinto la destra, ma Crocetta.
R. Temo che sia un’anatra zoppa. Molte liste hanno superato il 5% e quindi avranno la loro rappresentanza: per fare il governo Crocetta si dovrà alleare con qualcuno al di fuori della sua coalizione.

D. Pensa anche lei a un ticket con Miccichè?
R. Non lo so, ma sarà comunque un governo che nasce debolissimo, che dovrà fare i conti con forze esterne e sarà poco rappresentativo.

D. Insomma una vittoria di Pirro?
R. È una situazione quasi comica: il 53% dei cittadini non va alle urne e del 47% dei votanti Crocetta raggiunge a malapena il 30%.

D. Con questi numeri essere rappresentativi è impossibile?
R. Al di là della valutazione aritmetica, la debolezza si acuirà a causa della frammentazione pazzesca dell’assemblea regionale, che renderà tutto più complicato.

D. E alla fine si ritornerà alla vecchia alleanza, al sistema Lombardo?
R. Temo sarà l’unico modo. Certo dovranno fare una coalizione del tutto improbabile. Ma oggi si parla di vittoria molto a buon mercato.

D. C’è chi dice che il blocco berlusconian-democristiano resta sempre il primo in Sicilia.
R. I blocchi non esistono più, magari ci fossero, c’è solo divisione. Il Pdl frana, passando dal 35 al 13%, un risultato clamoroso, e questo non è un bene neanche a livello nazionale.

D. Soprattutto per il segretario del Pdl Angelino Alfano, sconfitto in patria.
R. Appunto, è Alfano che frana, attualmente una delle poche persone dotate di buon senso all’interno del Pdl. Questa sua sconfitta non è certo una buona notizia.

D. E dall’altra parte non se la passano certo meglio…
R. Infatti cantano vittoria, va bene che l’irragionevolezza domina sovrana in terra d’Italia, ma se il Pd ha perso cinque punti rispetto al 2008 che vittoria è?

D. Anche l’Udc ha perso cinque punti.
R. Sì, ma almeno ha la scusante che i suoi cavalli di razza, Giovanna Candura e Michele Termini, sono passati con Musumeci. Quindi l’Udc con il 10% ha ottenuto comunque un buon risultato. Ma dire che il Pd con il 13,5% ha vinto è fantascienza.

D. Infatti Bersani commentando le elezioni ha detto che bisogna «organizzare il campo dei progressisti e portarlo a un colloquio con le forze centrali e moderate ».
R. Ma che bella scoperta, e ha iniziato a farlo alleandosi con Vendola? Siamo sempre lì, se non c’è qualcosa che spariglia davvero e non supera queste casematte di sinistra, di destra, di progressisti, questo Paese è spacciato.

D. Cosa bisognerebbe fare?
R. Affrontare le questioni serie indicate dall’agenda Monti, dall’Europa, dalle esigenze di sviluppo e di occupazione. Intorno a questi problemi si deve creare una coalizione, al di là dei nominalismi del passato, altrimenti nessuno riuscirà ad arrestare la decadenza dell’Italia.

D. E la Sicilia è il primo pezzo che cade?
R. Il messaggio delle elezioni siciliane è questo ed è inequivocabile: i partiti franano, la protesta continua.

D. E l’unico vincitore è l’astensionismo.
R. Alle ultime Regionali nel 2008 votò il 66,8%, adesso il 47,42%. Il crollo è iniziato: la gente non va più a votare.

D. C’è il rischio che accada lo stesso alle elezioni nazionali?
R. Sì, succederà questo. L’unica lezione sensata che i politici potrebbero trarre dal voto siciliano è cercare un accordo tra le anime razionali del Pd, di Casini, di Montezemolo o di altre forze di centro.

D. Il patto della crocchetta nazionale?
R. Qualcosa del genere, ma prima bisogna capire anche se i buoi non sono tutti scappati dalla stalla.

D. In che senso?
R. Ormai l’immagine del Pd è quella di una forza di ultra sinistra alleata con Vendola e dentro il Pdl assisteremo a rotture inenarrabili. Il centro con l’Udc di Casini da solo, se non viene rappresentato direttamente da Monti, non vale più del 10%. Quindi il rischio è che a livello nazionale si ripeta quello che è successo in Sicilia, cioè una frammentazione del voto.

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L’intervista a Antonio Di Pietro di Report, qui, qui e  qui.


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Bart