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L’Inghilterra, l’Europa e la società moderna

11 Agosto 2011

Consentitemi di proporvi una parte dell’incipit del libro Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile, un libro molto voluminoso,   la cui storia si svolge – tra cronaca e romanzo – negli anni del governo Dini (1995 – 1996). Mi pare che l’ondata di scontento che sta dilagando in Inghilterra, e che rischia di invadere anche altri Paesi, tra cui il nostro, possa avere una qualche affinità con i timori espressi dal personaggio del mio romanzo, scritto circa quindici anni fa.
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“Cencio Ognissanti aspettò che uno dei ragazzi finisse il suo discorso. Erano le sei di un pomeriggio di mezzo inverno, fuori cominciava ad imbrunire. La gente del paese, a quell’ora, s’intratteneva al bar, e discuteva di politica, che era diventata la mattatrice in quegli anni di profonde trasformazioni. Era tramontata infaustamente la cosiddetta prima repubblica, ma la seconda stentava a crescere, e ne era già passata di acqua sotto i ponti dallo scandalo di tangentopoli, e modifiche radicali alle nostre istituzioni non si riusciva a mandarle avanti, e insorgevano continue resistenze, mascherate dietro la paura che ogni modifica alla prima Costituzione, nata dalla Resistenza, avrebbe potuto minacciare la libertà del popolo. Uno di quegli studenti, che aveva appena finito di parlare, sosteneva appunto questa opinione. Cencio si rizzò sulla sedia, e alzò la voce, perché tutti lo sentissero.

«Lo capite o no, che la paura del fascismo è un nostro limite? Per aver vissuto questa sciagurata esperienza, ogni proposta di modifica della nostra Carta costituzionale, ci pare un attentato alla libertà. Noi siamo impazziti. » Lo studente abbozzò una risatina di scherno e guardò i compagni, come per dire, eccolo che ricomincia questo nuovo popolano Lapini. Lapini, conosciuto con l’appellativo di popolano, che accompagnava sempre il suo cognome, era un imbianchino vissuto a Lucca anni prima, dalla lingua sciolta e dal coraggio di un leone, e non lo mandava a dire quel che pensava; in piazza San Michele, da solo si organizzava i comizi, e la gente accorreva ad ascoltarlo, perché le cose che diceva avevano il buon senso di chi la vita la combatte ogni giorno, e la conosce per davvero. C’era più saggezza nel popolano Lapini che in un filosofo o in un poeta. Anche Cencio era convinto di ciò che diceva e, come quel popolano, aveva il coraggio delle proprie idee, che non nascondeva, anzi le esibiva ad ogni occasione, anche quando non era necessario. Così era il suo carattere. Soprattutto quando al bar c’erano gli studenti del paese gli piaceva parlare, perché essi si mostravano saputelli, mentre non avevano sbattuto ancora il naso dentro la vita, che in quegli anni disgraziati sapeva solo mortificare le speranze e crescere rabbia nell’animo della gente. Ne sapeva qualcosa lui, che alla loro età era stato un vulcano di idee e di progetti, ed ora si ritrovava disoccupato, alla mercé di chi ogni tanto aveva la generosità o la pietà di offrirgli una giornata di lavoro. Si era adattato a fare di tutto, ma a volte passavano settimane prima che qualcuno lo chiamasse per un servizio di poche ore.

«Così facendo, non riusciremo mai a crescere, e saremo sempre dei bambini che si portano dietro l’immagine che li ha spaventati. Ma se a guarire il singolo può bastare lo psicologo o lo psichiatra, per guarire una Nazione a chi si deve ricorrere? » Era una bella domanda, di quelle che potevano lasciare col fiato sospeso, e infatti Cencio fece una pausa. Anche gli studenti badarono a non distrarsi, e qualcuno più giovane ascoltava a bocca aperta. Dove ci vuol portare questo fanatico, con le sue stramberie? Vuoi vedere che gli ha dato di volta il cervello? Certuni lo pensavano. Terminata la pausa, Cencio, tornando a guardare lo studente che aveva parlato prima di lui, e che gli stava proprio innanzi, gli puntò contro il dito. «Ce ne sono di cose che non vanno nella nostra democrazia, non è vero Renzino? Ma attenzione, io non dico che si siano fatti degli errori nello scrivere la nostra Costituzione, ma semplicemente che sono mutati i tempi. » Qualche uomo più anziano, quasi certamente di destra, scosse il capo. Da qualche tempo, Cencio si sentiva di sinistra e qualche volta di destra, aveva imparato a sue spese che le ideologie possono essere fuorvianti e uno deve scegliere per ogni idea ed ogni atto che sente suoi, infischiandosene di quelli che se ne appropriano e li trasformano in ideologia. Quando poteva permetterselo, perché aveva lavorato, comprava giornali di destra o di sinistra, a seconda di quali in quel momento confortavano il suo modo di pensare, e li comprava per non sentirsi solo, e che qualcuno stava dalla sua parte.

«Eppoi, un conto è scrivere delle norme, e un altro è calarle nella realtà di un popolo ancora composito qual è quello italiano. Volete un esempio? La nostra Carta costituzionale affida la sovranità al popolo, ma non fa in tempo a dichiararlo che subito dopo, sapete cosa ti combina? Costruisce un regime parlamentare, la cui caratteristica indovinate qual è? Quella di non rispondere al popolo. » Uno degli studenti storse la bocca. Cencio se ne accorse e ribatté subito: «Oggi si sta esagerando e il popolo è considerato peggio di una pezza da piedi, come nel medioevo, buono solo per lavorare e pagare le tasse. Il parlamento se ne sbatte del popolo, e i parlamentari pretendono di essere liberi fino al punto di schierarsi anche contro la volontà espressa dai propri elettori[1]. Dov’è andata a finire la sovranità popolare, allora? Non siamo stati mica ingannati dalle belle parole scritte nella Costituzione? Noi non accetteremo mai che la sovranità del popolo si eserciti unicamente al momento del voto, e poi qualcun altro, sia pure lo stesso parlamento, se ne appropri e la eserciti per esprimere addirittura leggi e governi opposti alla volontà popolare. È democrazia questa? Qualcosa non funziona, non vi pare? »

Qualcuno, si vedeva bene, non lo condivideva, ma non perdeva una parola di quel ragionamento che aveva una sua intrinseca coerenza.

«Si ha paura della deriva plebiscitaria. Ma che cosa mai significa? I politici son buoni solo ad inventare frasi ad effetto, che confondono le idee e non significano niente. Ma con l’introduzione del sistema elettorale maggioritario, le cose sono destinate a mutare, e alla svelta[2]; il contrasto tra il popolo e le sue istituzioni si fa ogni giorno sempre più evidente agli occhi di tutti. Basta, non se ne può più. Si dovrà fare la rivoluzione, se non cambieranno le cose. Tradimenti di questo genere, dànno origine alle rivoluzioni. Ma questa volta scoppierà una rivoluzione che non sarà uno scherzo, e farà stragi peggiori di quella francese, e cadranno le teste degli imbroglioni. Mica come qualche anno fa, che si pensava di avere avviato una rivoluzione bianca, pacifica, senza spargimento di sangue. Ma che rivoluzione era mai quella? Ci siamo lasciati ingannare, e infatti è rimasta a metà, e oggi comandano quelli di sempre. Non servono le rivoluzioni bianche. Ci vuole la forza, accidenti, e non bastano le parole. »

«Bravo! Continua! » gridò qualcuno. «Faglielo capire tu, a questi sbarbatelli. » Uno degli studenti si voltò verso quello che aveva parlato e gli lanciò una pernacchia. Questi alzò le spalle, e si tornò ad ascoltare Cencio.

«In Italia, la politica è diventata l’arte dell’imbroglio. Ma si deve stare attenti questa volta, e rispettare il popolo. »

«Stasera vai che è una cannonata, Cencio. »

«Lo vedete tutti, che non si vuole andare a nuove elezioni, che non si vuole dare la parola alla gente, e i partiti fanno di tutto per combinare coalizioni alla barba di ciò che pensiamo e vogliamo noi. Così facendo, si umilia il popolo, e lo si esaspera. Attenzione però, perché si rischia anche la pelle, se si esaspera e si umilia il popolo. Non lo vogliono capire che le elezioni, invece, rasserenano gli animi; sono i bla bla, al contrario, ad inasprirli. Il cittadino comune è assai più democratico dei politici, ed è pronto a riconoscere e rispettare il prevalere di un’idea, anche se è differente dalla propria. Lo devono imparare una volta per sempre, quelli di Roma, che la vera democrazia sta nel popolo, e non nel potere delle istituzioni. Le istituzioni, col tempo, si corrompono. Il popolo non si corrompe mai. »

Cencio Ognissanti si prese un altro applauso e si chetò. Tornato a sedere, accettò da bere e bevve d’un fiato il bicchiere di vino. Quelli che non erano d’accordo con lui, applaudirono anch’essi, perché Cencio parlava bene, e avrebbe fatto il deputato meglio di quelli che stavano a Roma, e rimestavano a danno della povera gente. Il bar dove Cencio ogni tanto, quando gliene veniva offerta l’occasione, si lasciava andare a questi veri e propri comizi, era piccolo, situato appena fuori della città di Lucca, bazzicato prevalentemente da contadini e operai, ma anche dagli studenti, i quali, in quegli anni, anziché star con la testa sui libri, si sforzavano di seguire la realtà e capivano che c’erano problemi nella società che riguardavano soprattutto loro, che rappresentavano l’avvenire, più che coloro i quali avevano già famiglia e in qualche modo imparato a sopravvivere.”



[1]                           Questo fenomeno deprecabile fu conosciuto con il nome di trasformismo. Anche nell’autunno del 1998 si ripeterà una cosa analoga con la nascita dell’UDR (Unione democratica per la repubblica), partito fondato dall’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga, a cui aderiranno una trentina di parlamentari del Polo delle libertà, tra cui Clemente Mastella, già presidente del CCD, il quale, più tardi, fonderà addirittura un altro partito, l’Udeur. L’UDR, dopo la caduta, il 9 ottobre 1998, a metà legislatura, del governo Prodi, eletto il 21 aprile 1996, consentirà con i suoi voti la nascita, il 27 ottobre 1998, del governo di Massimo D’Alema, sostenuto da una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne. Va dato atto a Romano Prodi di aver rifiutato di governare con una maggioranza diversa da quella che lo aveva eletto il 21 aprile 1996. Da un articolo apparso sulla rivista Sorrisi e Canzoni TV n. 13 del 28 marzo 1999, pag. 22, a firma di Flavio L. Dubois, si apprende che nel parlamento eletto nel 1996 il gruppo misto, a cui aderirono molti transfughi, raggiunse la consistenza alla Camera di 109 deputati, divenendo il terzo partito, dopo i DS e Forza Italia. Sono elencati i deputati che hanno cambiato partito più volte. Il primato spetta a Nicola Miraglia Del Giudice, con 5 cambiamenti, seguono Irene Pivetti – l’ex presidente della Camera – con 4, quindi: Tiziana Parenti, Angelo Sanza, Federico Orlando, Giovanni Panetta, Willer Bordon, Rocco Buttiglione, Carmelo Carrara, Giuseppe Del Barone e Nicandro Marinacci, tutti con 3 mutamenti. Anche in occasione della nascita del secondo governo D’Alema, il 23 dicembre 1999, si avranno fenomeni di trasformismo. Nel gennaio 2000, in occasione del Congresso del CCD (il partito di Pierferdinando Casini aderente al Polo), Francesco Cossiga si avvicinerà di nuovo alla coalizione di centrodestra.

[2]                           In realtà, il sistema maggioritario nelle sue prime applicazioni creò molti problemi, primo fra tutti la proliferazione straordinaria del numero dei piccoli partiti, del tutto inattesa. Da qui le molte critiche che si andranno addensando su questo sistema a favore di un sistema proporzionale del tipo tedesco, ossia con sbarramento.


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Bart