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L’Inter come Bartali?

23 Maggio 2010

È vero che ieri non ha vinto la nazionale italiana di calcio, ma una squadra di club. Tuttavia, chi sa che la vittoria dell’Inter non addolcisca gli animi dei nostri politicanti.

Vi ricordate la vittoria di Gino Bartali al Tour de France del 1948? Servì da calmante ad una situazione accesissima sviluppatasi all’indomani dell’attentato a Palmiro Togliatti.
Dio voglia che accada un’altra volta quel miracolo.

Anche se solo una parte degli italiani è interista, non voglio credere, infatti, che non si gioisca del bellissimo successo dei neroazzurri che, dopo ben 45 anni, sono tornati ad essere i vincitori di quella che una volta si chiamava Coppa dei Campioni.

È pur vero che i campioni di ieri sera erano più stranieri che italiani, compreso l’allenatore, ma così va il mondo oggi. L’Inter comunque è una squadra italiana sia perché ha sede in quel di Milano, come il Milan, sia perché il suo proprietario è l’italianissimo Massimo Moratti.
Insomma, ieri sera abbiamo dimostrato che qualcosa sappiamo ancora farla. Vediamo di saperla fare anche in politica.

Parliamo, dunque, del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche. Un articolo apparso sul Riformista di ieri, il giornale di Antonio Polito, mi ha richiamato alla mente quanto scrissi qualche tempo fa, sulla necessità di prevedere punizioni per quei magistrati che si lasciano sfuggire notizie su procedimenti in corso, consentendo alla stampa di mettere alla gogna un po’ tutti, compresi gli innocenti.

L’articolo è di Jacopo Matano e reca, a pag. 2, un’intervista al senatore del Pd Enrico Morando. Ad un certo punto, nel criticare il ddl, il senatore osserva:

“Occorre stabilire che il pubblico ministero è il responsabile unico dell’intercettazione. Il pm non può venirmi a raccontare che non sa come sono andate le cose, e che poi l’intercettazione è finita sui giornali prima di venire usata nel processo. Qualsiasi violazione della procedura, qualsiasi pubblicazione prima del tempo deve essere a carico suo: lui deve indagare e scoprire chi è che ha dato ai giornalisti il testo delle intercettazioni. E chi ha fatto uscire la voce deve essere penalizzato, deve pagarla.”

E ancora: “Se il pm non è capace di trovare il responsabile della fuga significa che sceglie dei collaboratori di cui non si può fidare, e allora non può fare il pm. Inoltre, i magistrati non devono più fare uscire le solite dichiarazioni sibilline.”

Come non essere d’accordo? Sono parole chiare, nette, che vanno a toccare il vero problema delle intercettazioni: la fuga di notizie ad opera di personale che si trova all’interno della magistratura.

In dissenso, invece, con Morando e con tanti altri, sono d’accordo che occorre una disciplina legislativa per porre un freno all’imbarbarimento dell’informazione. Essa non sarebbe necessaria se i giornalisti si attenessero alla deontologia professionale e rispettassero la privacy di coloro che non c’entrano niente con i reati. Ma così non è. Gli appelli ai giornalisti si sono moltiplicati nel tempo, ma senza alcun risultato positivo. Gli inviti fatti solo di parole, è ormai dimostrato che nel nostro Paese non servono a nulla. Si continua a fare come prima. Ossia è il giornale e il giornalista che decidono di volta in volta chi mettere alla gogna, scegliendo come fa una qualsiasi rivista gossipara.

E allora deve intervenire la legge, la quale è obbligata a difendere il più debole, che non è certo il giornalista,   e nemmeno il suo giornale.

In un’intervista dice bene il ministro Frattini: “Siamo sensibili al tema del diritto all’informazione, ma non possiamo allo stesso tempo far finta di non vedere che c’è in ballo anche il diritto alla vita privata. La privacy è altrettanto importante della libertà di stampa, soprattutto quando vengono pubblicate intercettazioni che nulla hanno a che fare con le inchieste e sono sottoposte a segreto istruttorio.”

Sono ancora d’accordo con Morando quando, dopo aver premesso (e qui torno a dissentire) che si debbono “fare tutte le intercettazioni necessarie senza ostacoli”, aggiunge: “Ma se ci limitiamo a dire questo e non parliamo del secondo principio (ossia punire il pm colpevole della fuga di notizia. Nda) diciamo metà della verità. Ora ci sarà da fare una battaglia politica, chiarendo ai cittadini che siamo quelli che vogliono tutelare la loro sicurezza e allo stesso modo i loro diritti.”

Dunque, se il disegno di legge pone alcuni paletti affinché la stampa non degeneri e rientri nell’alveo dimenticato della deontologia professionale, fa bene, al contrario di quanto pensa Morando; ma bisogna riconoscere che il problema non è ancora risolto, giacché è alla radice del male che si deve intervenire. E la radice del male è dentro la magistratura.

Se c’è una fuga di notizie paghino quei giornali e quei giornalisti che si sono messi sotto i piedi la deontologia professionale, ma il prezzo più alto deve essere pagato dal magistrato che ha permesso (perché di questo si tratta) la fuga di notizie. La magistratura è una casta potente, si sa.

Ma al governo non tremi la mano e introduca anche una sanzione per i pm colpevoli.


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2 Comments

  1. Commento by Ambra Biagioni — 23 Maggio 2010 @ 11:55

    Quello   che mi domando, però, è se sono necessari provvedimenti legislativi per punire coloro che della legge dovrebbeo essere garanti.

    Lo trovo un paradosso al quale molto difficlmente si potrà porre rimedio

    Il   CSM è un organo di autocontrollo e di autogoverno della Magistratura, il Presidente del CSM è il P.d.R…. A regola dovremmo fare una legge che punisse Napolitano per incapacità a far funzionare l’organismo che presiede.

    Manca “in tutti” la volontà politica per far cambiare le cose.

  2. Commento by Mario Di Monaco — 23 Maggio 2010 @ 12:10

    Le difficoltà che sta incontrando il   premier per far approvare, se mai ci riuscirà, il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche ripropone il problema del Parlamento che non è più in grado di assolvere alle sue funzioni e che costringe i vari governi a servirsi dei decreti e dei maxi-emendamenti per provvedere alle necessità del paese.

    Napolitano, Fini, Bersani e molti altri non perdono occasione per accusare Berlusconi di voler comprimere il ruolo del Parlamento pur sapendo che l’unica soluzione per un suo possibile ed auspicabile  più efficiente funzionamento  sono le riforme.

    Casi come questi, ossia di persone pronte ad intervenire per sollevare i problemi ma che poi tacciono quando si tratta di indicare le  soluzioni, mi fanno venire in mente un saggio suggerimento appreso ad un corso sulle tecniche manageriali che frequentai nell’età giovanile: “quando ti trovi di fronte ad uno che ti vuol prospettare un problema avvertilo che se non ti ha portato anche la soluzione diventa lui il problema”.

    Sono anni che il Parlamento non funziona,   tanto che anche Prodi era costretto per governare a ricorrere alla decretazione d’urgenza.

    E la soluzione non si trova perché lo scenario politico del nostro paese è affollato di personaggi che sanno recitare bene la parte del lamento ma che scompaiono dietro le quinte quando si tratta di decidere sui possibili rimedi.

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