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L’Italia e il vestito di Arlecchino

6 Aprile 2012

Nel nostro Belpaese l’etica, soprattutto quella politica, uno se la fa a modo suo, così che essa ne esce colorata e rattoppata come il vestito di Arlecchino.

Facciamo dei nomi e degli esempi: Pontone, Penati, Lusi, Belsito.
Costoro hanno qualcosa in comune: maneggiavano denaro e affari per il proprio partito, chi in veste ufficiale di tesoriere, chi per il posto che occupava.
Un’altra cosa hanno o hanno avuto in comune: i contatti con la magistratura o per essere semplicemente interrogati su certi fatti o per essere indagati con precise accuse.

Ma c’è ancora un terzo punto: i loro segretari, ossia gli uomini di riferimento, hanno dichiarato di non aver mai saputo nulla di ciò che è stato compiuto.
Così Fini si è tirato fuori da ogni responsabilità, dopo aver fatto credere che se la sarebbe assunta una volta emersa la verità, Bersani ha fatto lo stesso per ciò che ha combinato Penati, Rutelli dichiara che l’ex Margherita è stata derubata senza che lui si sia accorto di niente, e lo stesso ha fatto Bossi, che proprio ieri proclamava, in stile Scaloja, che avrebbe denunciato chi avesse pagato i lavori alla sua casa di Gemonio.

Senonché solo Bossi ha deciso di dimettersi da segretario (diventando però presidente del partito). Sembra che abbia dichiarato: “Chi sbaglia paga qualunque sia il cognome che eventualmente porti” (qui). Gli altri: Fini, Bersani e Rutelli hanno fatto spallucce, dimenticando che un segretario o presidente di partito è tenuto moralmente a rispondere dei fatti gravi che coinvolgono suoi importanti collaboratori, come può essere appunto un tesoriere, che maneggia fior di quattrini, oppure il braccio destro con cui si lavora metaforicamente spalla a spalla.

Come si vede siamo ben lontani dai tempi in cui governava Berlusconi e da lui si pretendeva la quintessenza della moralità.
Ora tutto è cambiato. L’etica è diventata elastica e variopinta, cosicché il vestito di Arlecchino piace a tutti i lorsignori che dirigono la politica del nostro Paese.
La stampa che prima strillava affiancando l’operazione ipocrita contro Berlusconi, ora ha messo da parte la sua deontologia inquisitoria e tende a ponziopilateggiare.

Molti “se” e molti “ma” sono pronti a levarsi per distinguere da caso a caso e così assolvere coloro o colui che in quel momento fa più comodo proteggere, ma questi gravi accadimenti non si misurano a peso e la verità è che gli uomini che si sono trovati a reggere le sorti del loro partito nel periodo in cui avvenivano, avrebbero dovuto dare le dimissioni da tempo, e invece sono ancora lì illudendosi di governare l‘Italia quando non sono stati capaci nemmeno di vedere cosa succedeva sotto il loro naso.

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Altri articoli

“L’unico “amiainsaputa” possibile è di Bossi” di Annalena Benini. Qui.


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Bart