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Lo scontro si fa duro.

5 Dicembre 2010

E sono d’accordo. Scrissi che è il tempo dei falchi e il tempo dei falchi deve rimanere. Siamo arrivati allo scontro in cui si deciderà se il tentativo berlusconiano di ammodernare lo Stato potrà andare avanti, ed anzi migliorare, oppure se prevarrà il tentativo dell’opposizione di riportarci ai riti corrotti della prima Repubblica. È uno scontro epocale per il nostro Paese. Segnerà la rotta per molti decenni almeno. Ieri abbiamo avuto le prime avvisaglie.

Ho scritto anche   che è il momento che la Lega Nord e il Pdl mantengano una unità d’intenti solidissima, indivisibile. Ci si gioca il futuro. Qualsiasi mediazione lettiana sarebbe mortale. Produrrebbe un mostriciattolo, una casta con la faccia rivolta solo al passato, e al passato più deteriore, quello della prima Repubblica.

La richiesta assordante delle dimissioni del governo è emblematica.
È paradossale, infatti, chiedere le dimissioni del governo. Vediamo perché.
Tutti, e giustamente, si preoccupano della crisi internazionale e temono che la speculazione orienti i suoi strali verso il nostro Paese.

Bisogna, però, domandarsi se le preoccupazioni di qualcuno non siano solo un pretesto di marca antiberlusconiana. Ossia che sotto ci sia la solita solfa del tanto peggio tanto meglio pur di mandare a casa l’attuale presidente del Consiglio.

Se per scongiurare la speculazione si invoca la stabilità, che senso ha, infatti, chiedere le dimissioni di un governo che a detta anche dei giornali stranieri ostili a Berlusconi, sta operando bene? Queste sono le parole del Financial Times:

“«La tempesta dell’eurozona si dirige verso l’Italia », che lo ha colpito. Perché, se da un lato il commento dell’autorevole giornale dava credito al nostro Paese, spiegando che il governo ha fatto il possibile per tenere a posto i conti, dall’altro lato segnalava la tara del vecchio debito pubblico che incide per il 118 per cento del Pil. Il commento scivolava anche sull’attuale deriva politica e, dopo aver lodato «l’esperto ministro Tremonti, che ha giocato bene una mano difficile » e descritto la sua personalità e le sue scelte come «fattori di stabilizzazione vitali nel mezzo delle tensioni politiche », concludeva con un vaticinio: «Che il premier colpito dagli scandali perda o no il suo posto, sembra certo che Tremonti manterrà il controllo delle finanze italiane, nel suo attuale incarico o come successore di Silvio Berlusconi ».”

Come si legge, l’autorevole quotidiano accentra la sua attenzione sulla politica di rigore, che apprezza, attuata dal ministro Tremonti, e tocca solo di sfuggita quello che considera l’indebolimento del premier a causa degli scandali. Importante per il Finanziale Times è che a reggere la borsa della spesa resti Tremonti.

Tremonti, come sanno anche i ciechi e i sordi, occupa un posto di rilievo nell’attuale governo e nessuno pensa di cacciarlo via. Dunque perché chiedere le dimissioni del governo? Questo governo è quello grazie al quale Tremonti ha creato il suo prestigio. Al tempo in cui anche Fini faceva parte della maggioranza, fu Fini a non apprezzarne le doti e a farlo cacciare. La valorizzazione di Tremonti (fiancheggiata anche dalla Lega Nord) è una delle molte ottime intuizioni di Berlusconi. Il loro rapporto, anche se qualche volta burrascoso, è a prova di bomba. Lo sarebbe con un altro premier? Ne dubito molto.

Qualcuno può rispondermi: Ma il Finanzial Times in realtà dà l’investitura di premier a Tremonti. E allora bisogna far notare al quotidiano inglese che sta sbagliando. Un premier, chiunque sia, non è un ministro del Tesoro, a meno che non si voglia suggerire che Tremonti, in questo momento di grave crisi economica, possa accentrare le due funzioni. Sarebbe un’assurdità. Si tratta di due incarichi pesanti e complessi che non possono finire nelle mani di una stessa persona. Un tale suggerimento sarebbe pessimo e da evitare.

Quindi: Tremonti premier. E al Tesoro? Impossibile che chiunque venga scelto per l’importante ruolo possa esercitarlo senza subire i dicktat di Tremonti, forte del suo prestigio conquistato in quel ruolo. Nascerebbero conflitti e litigiosità.

Perciò: meglio che Tremonti resti al suo posto. E allora che senso ha, torno a ripetere, far cadere il governo che ha valorizzato proprio il ministro Tremonti?
La risposta è: Non ha alcun senso, e l’insistervi mostra solo che l’obiettivo è un altro e sempre lo stesso: licenziare Berlusconi. E perché? Per la sua vita privata? Per i suoi festini? No: perché porta il nuovo di cui aveva bisogno il nostro Paese.
Il governo va valutato per i fatti, e i fatti sono indicati qui, giorno per giorno. Se sono falsi li si contestino, ma non con le chiacchiere.

Ai finiani e all’opposizione non interessano affatto le minacce sull’Italia della speculazione internazionale. Altrimenti, se interessassero, non chiederebbero le dimissioni del governo, richiesta che per qualsiasi altro Paese sarebbe considerata quantomeno una stravaganza, ma cercherebbero di stringersi intorno al governo per superare l’attuale difficile momento.

E c’è un solo modo per stringersi intorno al governo e scongiurare i pericoli. Mostrare al mondo e agli speculatori che l’Italia sa difendersi quando è in pericolo, formando un blocco unico capace di difendere i suoi confini e i suoi interessi. Così si fa e si farebbe dappertutto.

Ma chiedere questo agli oppositori di Berlusconi è chiedere di ricostruirsi un cervello nuovo di zecca.
Il loro cervello, infatti, è impiastricciato da una brama che li rende pazzi e furiosi. E pericolosi. La brama di tornare al potere e spartirsi la ricca torta che il potere imbandisce a chi agli interessi del Paese sovrappone i propri.

La richiesta di una nuova legge elettorale, che per l’opposizione diventa primaria perfino rispetto alla speculazione che si finge di paventare, è lo specchio di questa ambizione. Con il proporzionale nasceranno, infatti, i molti partiti e partitini della prima Repubblica e in tanti si siederanno a tavola. Pioveranno nelle loro tasche fior di quattrini, anche per il finanziamento pubblico obbligato a sostentarli, e tanti segretari-monarchi potranno spendere e spandere a loro esclusivo profitto. Alla faccia della crisi.

In un momento in cui perfino la Chiesa invoca il maggioritario, i finiani e l’opposizione, mirano dritti dritti al proporzionale della prima Repubblica, che darà al Paese l’inefficienza e l’ingovernabilità che la Storia ci ha consegnato.
In Italia, per come sono diventati i nostri politici, non potremo che avere un sistema maggioritario, che garantisca la governabilità assegnando un forte premio di maggioranza a chi vincerà l’elezioni, anche per un solo voto di scarto. Bisogna farsene una ragione.

Non solo, ma dovranno essere gli elettori a scegliersi maggioranza, programma di governo e presidente del Consiglio. Da qui non si torna indietro. È l’importane novità consegnataci dalla legge 270, che potrà essere sicuramente migliorata, ma ha segnato la rotta.

Ai restauratori, ai libidinosi del proporzionale, questo non piace. Puntano i piedi. Lottano per non scomparire.
Per il bene dell’Italia, mi auguro che siano sonoramente sconfitti.

P.S. Mi permetto di segnalare questo bell’articolo di Marcello Veneziani: “Salviamo l’Italia sfascista”, che sento un po’ mio.

Per converso leggete Barbara Spinelli che si batte per la libertà di pensiero di Assange e tace per quella di Feltri.


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Bart