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Lo spettro di Montecitorio

24 Aprile 2010

Pivetti, Bertinotti, Casini, Fini e prima di loro Scalfaro. Ci deve essere qualcosa di stregato, una specie di maledizione che colpisce, non tutti, ma alcuni presidenti della Camera, che dalla gloria finiscono nella polvere.

A Innocenzo X, della famiglia Pamphilj, uno dei pontefici più abili della sua epoca (siamo nel 1600) e al grande architetto Gian Lorenzo Bernini si deve la costruzione di Palazzo Montecitorio che solo con l’unità d’Italia divenne sede della Camera dei deputatati.

Bello a vedersi, deve ospitare però qualche fantasma, come nei castelli scozzesi. Un fantasma bizzarro, che sta scontando una pena e attende una qualche redenzione. Magari in catene come il famoso spettro di Canterville.

Non so se i presidenti colpiti dalla sfortuna abbiamo trovato una qualche traccia della sua presenza e l’abbiano negligentemente trascurata, ma sta di fatto che taluni – per esempio quelli sopra citati – dopo aver ricoperto l’incarico, si sono squagliati nel nulla (politicamente parlando) o hanno dato segni di una qualche anomalia.

Non so, uno scarabocchio sulla carta intestata, una macchia sospetta sul tappeto, una soffiata sul collo, una tenda che si è mossa, una voce che ha gridato nel sonno, un lumino che è passato davanti agli occhi, un gatto nero che ha attraversato la stanza e ha miagolato. Sarebbe bene che ci pensassero su. Si potrebbe così avviare un’indagine, chiamando naturalmente i maggiori esperti in materia.

Non si può infatti lasciar perdere. Il senso dello Stato lo impone.

In questa legislatura, sullo scranno più alto del bel palazzo seicentesco sta Gianfranco Fini. Vedete la fine che ha fatto. Lasciarlo in balia del fantasma non vi pare cosa disdicevole e vile?

Voi mi direte: Al punto in cui stanno le cose, è meglio lasciar correre. Il fantasma ha colpito e ha colpito duro. Probabilmente la botta è irreversibile.

Sono d’accordo. Rimediare su Fini non è possibile. Il fantasma deve avergli inferto una tale potente sciabolata con le sue catene da stordirlo.

Va bene, allora. Non pensiamoci più. Quel che è accaduto è accaduto e pace a tutti, a lui e a noi.

Ma guai a lavarsene le mani, come Pilato. Se si ha il senso dello Stato, posto che il fantasma esiste, occorre d’ora in poi prevenire la sua azione, scoprire il perché agisca nei confronti di alcuni e non di altri.

Io, una mia ipotesi ce l’avrei. Esaminati i poveretti che sono caduti sotto le sue sciabolate, ho trovato che c’è un filo rosso che unisce tutti questi casi.
L’ambizione.

Avevano tutti dell’ambizione da smaltire, si sono seduti sullo scranno più alto del palazzo di Innocenzo X, non per servire ma per soddisfare la propria vanità. E per una specie di legge del contrappasso, ci ha pensato il fantasma a dar loro una bella lezione.
Ora vagano smarriti e avvolti dalla dimenticanza. Oppure deliranti.

E il rimedio, vi domanderete?

Il rimedio è quello di scegliere meglio la prossima volta. Fuori gli ambiziosi, che restino a casa.
Statene certi, il fantasma non colpirà più, e forse sarà perfino liberato dalle sue catene e restituito al sonno eterno.

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“Un ritorno all’antico” di Michele Salvati. Qui.

“Bongiorno: non ce ne andiamo” di Aldo Cazzullo. Qui.

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2 Comments

  1. Commento by Ambra Biagioni — 24 Aprile 2010 @ 11:28

    Ecco Federico Punzi dal Velino:

    POL – *I risvolti istituzionali del caso Fini preoccupano (non solo il Pdl)

    Roma, 23 apr (Il Velino) – Se il “controcanto” sistematico di Gianfranco Fini, dalla postazione in teoria ‘super partes’ della presidenza della Camera, ai danni del presidente del Consiglio Berlusconi aveva già sollevato degli interrogativi circa la compatibilità del suo interventismo squisitamente politico con il ruolo di “garanzia” che ricopre, dopo il duro scontro ieri in direzione e la formalizzazione di una “minoranza organizzata” all’interno del Pdl, che l’ex leader di An ha promosso e intende capeggiare, la possibilità di “scintille” o addirittura “guerriglia” in Parlamento, che cioè i ‘finiani’ si mettano “di traverso” rispetto all’agenda di governo, non fanno che alimentare le perplessità e le preoccupazioni. Non solo all’interno della maggioranza, ma probabilmente anche al Quirinale, per lo scontro istituzionale tra il premier e la terza carica dello Stato che potrebbe verificarsi e le cui avvisaglie si sono avute ieri. I presidenti delle Camere non possono essere sfiduciati dalle assemblee da cui sono stati eletti. Nella Costituzione non si prevede nulla di simile. E non si mai verificato fino ad ora che un presidente del Consiglio abbia dovuto sollevare apertamente la questione che ieri Berlusconi ha posto a Fini: “Le dichiarazioni politiche le fai da uomo politico e non da presidente della Camera”.
    L’unico precedente in qualche modo assimilabile appare quello di Giuseppe Saragat, che nel febbraio del 1947 si dimise da presidente dell’Assemblea costituente dopo essere stato artefice della scissione di Palazzo Barberini, quando da una costola del Psi nacque il Psdi. Tra i presidenti della Camera, ricordiamo poi Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Sandro Pertini e Giorgio Napolitano, che hanno suggellato la loro natura di personalità ‘super partes’ venendo eletti presidenti della Repubblica; Brunetto Bucciarelli Ducci, Nilde Iotti e Pietro Ingrao, che hanno proseguito la loro attività di parlamentari anche dopo la carica, senza ricoprire o aspirare a ruoli da leader. Irene Pivetti, che ha lasciato la politica, e Luciano Violante, che è rimasto deputato per altri 7 anni dopo la scadenza del suo mandato, mantenendo però un profilo istituzionale. Fino al 2001, dunque, i presidenti della Camera, come quelli del Senato, si sono astenuti dall’intervenire pubblicamente nella dialettica politica tra i partiti e interna alle maggioranze, né hanno giocato partite finalizzate alla propria affermazione personale come leader politici. E’ quanto accaduto sempre più spesso e in modo via via più evidente, invece, in questa incerta e confusa Seconda Repubblica. Una delle anomalie più evidenti della sua Costituzione “materiale” sta proprio nel modo in cui il ruolo di presidente della Camera è stato interpretato da chi ha ricoperto questa carica nelle ultime tre legislature: i presidenti della Camera che si sono succeduti dal 2001 ad oggi sono stati tra gli elementi più “destabilizzanti” degli ultimi governi. La politicizzazione del ruolo non sta quindi nel venir meno della correttezza e dell’imparzialità nell’esercizio delle funzioni parlamentari del presidente, ma nell’assumere pubblicamente posizioni critiche nei confronti della propria maggioranza. Sia Pierferdinando Casini (presidente durante la legislatura 2001-2006), sia Fausto Bertinotti (2006-2008) con le loro prese di posizione sui temi di attualità politica e i loro appunti sui rapporti tra governo e Parlamento hanno voluto distinguere politicamente, in modo via via più netto con il trascorrere della legislatura, se stessi e i loro partiti dalla maggioranza di cui erano espressione.

    Pur non assumendo la guida diretta dell’Udc, tra il 2001 e il 2006 Pierferdinando Casini ha continuato ad essere considerato dai media e dagli altri soggetti politici il leader di fatto del suo partito. Da presidente della Camera ha incoraggiato e sostenuto esplicitamente la linea critica dei segretari (prima Marco Follini poi Lorenzo Cesa) rispetto all’azione del governo, e cercato di mettere in discussione la leadership di Berlusconi nel centrodestra. Dopo la sconfitta elettorale del 2006, l’Udc di fatto non si è più considerata parte della Casa delle Libertà. Nel 2008 non ha accettato di confluire nel Popolo delle Libertà e si è presentata autonomamente alle elezioni. Con Fausto Bertinotti, anch’egli percepito come vero leader del suo partito pur avendone lasciato la segreteria subito dopo essere stato eletto alla presidenza della Camera, l’interventismo della terza carica dello Stato nella dialettica tra le forze politiche e soprattutto all’interno della maggioranza si accentua. Bertinotti rilascia alcune interviste interpretate come segnali di sfiducia di Rifondazione comunista nei confronti del governo Prodi. Lo paragona a un “brodino caldo”, dichiara che “questo governo ha fallito”, e viene difeso dal suo partito dalle critiche provenienti dall’interno della maggioranza. Lo stesso Romano Prodi, il 7 aprile 2008, poco prima delle successive elezioni politiche, in un’intervista attribuirà la caduta del suo governo a “chi ha minato continuamente l’azione del governo” e a chi “ha fatto certe dichiarazioni istituzionalmente opinabili”.,
    La tendenza verso un ruolo sempre più marcatamente “di parte” politica del presidente della Camera si rafforza ulteriormente con Gianfranco Fini. Se Bertinotti muoveva le sue critiche a Prodi come leader di un partito diverso da quello del presidente del Consiglio, l’attuale presidente della Camera si pone a capo di una fazione interna al partito di maggioranza. Da qui le perplessità e le preoccupazioni di queste ore. A Fini non si chiede, da presidente della Camera, di non partecipare alla vita interna del suo partito, di non intervenire e dire la sua nelle direzioni e nei congressi. Attivi in questo senso sono stati in passato anche i presidenti Nilde Jotti e Luciano Violante. Ci si chiede però se sia compatibile con la sua carica istituzionale un presidente della Camera che convoca i “suoi” parlamentari; che mostra visibilmente la propria insofferenza per l’esclusione dai vertici di maggioranza nei quali si definisce l’agenda di governo; che rivendica nel rapporto con il presidente del suo partito e presidente del Consiglio un ruolo nella determinazione dell’indirizzo politico del governo; che in contrasto con questi è pronto a formalizzare e capeggiare correnti o addirittura a costituire gruppi parlamentari autonomi. Nel Pdl si rimprovera a Fini di essersi rifiutato, in quanto terza carica dello Stato, di prendere parte ai comizi in campagna elettorale, ma di non aver rinunciato a svolgere un’attività eminentemente politica nel fare da “contrappunto quasi quotidiano” al premier.
    Quale scontro istituzionale potrebbe aprirsi – ci si chiede – se a un certo punto il calendario dei lavori della Camera fosse in contrasto con le esigenze del governo, o se la “corrente” del presidente Fini si mettesse “di traverso” su una serie circoscritta di temi o persino su tutta l’agenda della maggioranza? Per non parlare poi dell’ipotesi di una crisi di governo e di elezioni anticipate: a che titolo il presidente della Repubblica convocherebbe Fini per le previste consultazioni, come parte in causa o come carica istituzionale? E come verrebbe interpretato il suo parere, come quello di un leader politico o del presidente di una delle Camere? Un precedente su cui si sta riflettendo anche dalle parti dell’opposizione. Cosa accadrebbe infatti se rispetto ad un eventuale futuro governo Bersani, Dario Franceschini dovesse svolgere da presidente della Camera un simile ruolo nel Pd? Solo qualche esempio delle implicazioni istituzionali della condotta del presidente Fini che allarmano i vertici del Pdl, ma non solo.

    (Federico Punzi) 23 apr 2010 19:07

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 24 Aprile 2010 @ 14:54

    Articolo condivisibile, Ambra. Grazie.

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