Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Tre articoli

30 Aprile 2012

L’oltraggio istituzionale
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 30 aprile 2012)

La storia politica italiana si ripete: dopo il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini ecco avanzare il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Un comico che non fa più ridere, ma mette i brividi quando dice che «la mafia non ha mai strangolato i suoi clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un’altra mafia che strangola la sua vittima ». Dove «l’altra mafia » è lo Stato. Ecco dunque emergere come un fiume carsico il sentimento irrazionale del malcontento, dell’insulto, dell’oltraggio istituzionale, dell’iperbole fine a se stessa. Questo è il fenomeno di Grillo, un’eruzione distruttiva di lava, ceneri e lapilli che sommerge tutto senza far crescere più niente intorno. È la Pompei della politica. Giannini si presentò al popolo con un settimanale il cui programma fu così riassunto: «Questo è il giornale dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole ». Era il 27 dicembre del 1944 e la storia, sessantotto anni dopo, si ripete. Neppure la Lega – che pure gridava alla secessione – ha mai raggiunto tale livello di partito antisistema. Nel maggio del 1945 il settimanale di Giannini vendeva 850 mila copie, in breve tempo il giornale diventa partito e all’Assemblea Costituente manda 30 deputati. Ma dopo soli tre anni (1949) il partito di Giannini da quinta forza politica del Paese passa alla dissoluzione. Sarà così anche per Grillo? Ne dubito. L’Italia del dopoguerra aveva un sistema dei partiti nascente e personaggi autorevoli – come Benedetto Croce, che rifiutò sempre l’alleanza dei liberali con Giannini – che traghettarono il Paese dal fascismo alla democrazia. Ma oggi? I leader politici sembrano non aver colto la potenza distruttiva di Grillo e del suo movimento, sono intenti a fare calcoli sulla sua comparsa nel panorama politico con la seguente domanda: chi danneggerà di più? Non hanno afferrato che alla fine saranno travolti tutti. I sondaggi lo danno già oltre il dieci per cento. Il calcolo di piccolo cabotaggio porterà a un suicidio collettivo. Se Grillo fosse lo shock che conduce la politica a riformarsi, tornare tra la gente e per la gente, potrei definirlo un fenomeno positivo. Ma per ora così non è. Vedo invece avanzare la demagogia, la propaganda più becera. Siamo qui, sulla riva del fiume. E se tutto va bene, sono rovinati.


La farsa dei tagli alla spesa
di Vittorio Feltri
(Dal “Giornale”, 30 aprile 2012)

Amministrare il Paese non è come giocare a poker, ma per il governo è giunto il momento di mettere le carte in tavola. Basta con i bluff. I primi sei mesi sono serviti a Mario Monti per portare le tasse italiane al massimo mondiale.

Ingrandisci immagineE i motivi che hanno indotto il presidente a farlo sono noti: lo spread (che poi sale lo stesso), la Borsa (che poi scende lo stesso), il debito pubblico (che si è impennato lo stesso) e il denaro fresco (che poi manca lo stesso).

Il premier esordì in autunno lanciando uno slogan: rigore ed equità. Che il popolo ha preso per buono. E, con rassegnazione, ha pagato tutto ciò che gli è stato chiesto di pagare. Se rigore deve essere – ha pensato- che rigore sia. Ma finora si è assistito a uno strano fenomeno. I sacrifici sono toccati soltanto ai cittadini: Iva, benzina, tabacchi, Imu eccetera. Lo Stato, invece,riforma dell’età pensionabile a parte, non ne ha fatti; non ha tirato la cinghia e ha continuato a spendere e spandere.

Anche l’equità, quindi, è andata a farsi benedire. Un esecutivo che usa il bastone fiscale contro i contribuenti, e si guarda dal tagliare la spesa corrente, causa del bilancio in rosso, è iniquo e stolto.

Il rigore è tale se uguale per tutti. Se, invece, chi ce lo chiede, e lo ottiene, non lo applica anche per sé, è un furfante che non merita rispetto. Ma non è mai troppo tardi per riparare. Concediamo ai professori i tempi supplementari che, comunque, hanno una scadenza: facciamo un mese a partire da oggi, visto che stasera il Consiglio dei ministri è chiamato a spiegare in cosa consista la sua spending review . Già. I tecnici parlano in inglese per apparire sapienti e perché fa figo, però, in questo caso almeno, sotto la lingua di Shakespeare c’è il nulla, mentre dovrebbe esserci la revisione della spesa.

Infatti, il ministro Piero Giarda, incaricato di individuare i rami secchi, ha svolto egregiamente il suo lavoro, ma i politici gli hanno riso in faccia: secchi o non secchi, quei rami non vanno neppure sfiorati. E allora, che si taglia? Siamo alle solite. Bisogna riflettere, ponderare, valutare le conseguenze di un’eventuale potatura. In che senso? I partiti, in parole povere, temono che ridurre le spese significhi scontentare chi riscuote e perderne il consenso. E l’esecutivo, senza l’accordo dei partiti che lo sostengono, cadrebbe. Ecco perché la spending review rischia di rimanere un esercizio platonico, puramente teorico, privo di effetti pratici.

In altri termini. I docenti si limiteranno a qualche piccola recisione, simbolica, indolore, insomma inefficace ai fini della sistemazione dei conti. Per aggiustare i quali, pertanto, essi non avranno altra scelta che sfilare dalle nostre tasche i pochi euro salvati.


Chi governa faccia qualcosa per fermare questa mattanza
di Luca Doninelli
(dal “Giornale”, 30 aprile 2012)

Qualcuno ha usato la parola «strage ». Brutta parola, ma così è. Ne muore uno al giorno. Negli anni Settanta cadevano sotto il fuoco dei terroristi, oggi cadono sotto un altro fuoco. E anche se la mano che spara è la loro stessa mano, resta la domanda che ci facevamo al tempo delle Br: chi l’ha armata? Chi ha armato la mano del povero imprenditore edile di Nuoro che ieri si è tolto la vita dopo essere stato costretto a licenziare perfino i suoi figli? Cosa l’ha spinto a credere che la sola soluzione rimasta fosse quella di premere il grilletto? Non era certo la sola soluzione. Ma per lui non ce n’era un’altra.
Sono i poveri caduti del nostro tempo, gli anonimi eroi della guerra che si sta combattendo, nella quale sembra avere posto (a dimostrazione che il male non passa mai) solo la vecchia frase di Lenin: «Quando si abbatte il bosco, volano le schegge ». Uccisi da schegge, da pallottole vaganti. Come i ragazzini che insanguinarono il fronte del Carso nella Grande Guerra. Come le ignare vittime della violenza ideologica. Un mio amico imprenditore non dorme da settimane perché non riesce a dire ad alcuni operai della sua azienda che è costretto a licenziarli. Sono gente da poco più di mille euro al mese, cinquantenni. Lui gira per i santuari mariani, in lacrime, a chiedere aiuto alla Madonna.
Chi, oggi, ha la responsabilità di arginare la grave crisi economico-finanziaria non dovrebbe permettersi di ignorare un’altra crisi, una crisi antropologica ed esistenziale, che ci ha infragiliti un po’ tutti, e le cui radici non stanno nell’economia e nella finanza ma in un vuoto, diciamo pure in una voragine educativa. Un governante ha il dovere di conoscere chi sono coloro che governa, e le misure che prende non possono omettere questo particolare. È fondamentale sapere con quali uomini si ha a che fare. Altrimenti è come sacrificare a Moloch.
Fino a una decina d’anni fa ho insegnato in un liceo. In uno degli ultimi consigli di classe ai quali partecipai il preside uscì con un’affermazione che si è impressa in me profondamente. Era maggio, e bisognava decidere circa i promossi e i bocciati. «Fate attenzione a bocciare », disse il preside «perché in questo periodo diversi ragazzi si sono tolti la vita per un brutto voto. È un dato di cui è necessario tenere conto ». Molti dei ragazzi di allora oggi hanno famiglia e sono alle prese, come me, con la crisi. E non è detto che quella fragilità si sia risolta, che gli anni e il lavoro li abbiano irrobustiti. Ci vogliono solide ragioni: così solide da darci coraggio quando ci verrebbe da scappare o da tirarci un colpo in testa.
Immedesimiamoci, per favore, con un uomo che deve licenziare i suoi operai: gente troppo vecchia per sperare di trovare un altro lavoro, ma troppo giovane per la pensione. Pensiamo a quanto coraggio è necessario per dire: «Rimettiamoci insieme a fare qualcos’altro, aiutiamoci. Prima io ero il padrone e voi gli operai, adesso siamo tutti a spasso, perciò mettiamoci insieme a cercare, e in ogni caso ci resta la nostra dignità tutta intera ».
Per ragionare così è necessario che al realismo si affianchi la fiducia (quella vera, non quella parlamentare). Ricordiamoci perciò dell’imprenditore di Nuoro. È lui il Milite Ignoto del nostro tempo. Ma onorare la sua memoria significa rendere il suo sacrificio utile a tutti.

Giorni fa, al Salone del Mobile di Milano, è stato chiesto a don Tullio, cappellano dell’Istituto dei Tumori, di celebrare una messa. Il successo dell’iniziativa è stato grande e inatteso. Non dobbiamo stupircene. C’è bisogno di una grande fiducia, perché sperare nel successo non basta più. E chi lavora, l’Italia sana che è molto più grande di quella dei furbetti, lo capisce bene. Se c’è un’uscita dalla crisi, questa è la strada. Il resto – temo – è Moloch.


Letto 1056 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart