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Luciano Violante in difficoltà sulla trattativa Stato-mafia?

15 Settembre 2012

Penso di sì, a leggere come e cosa risponde a Marco Lillo nell’intervista che potete leggere qui.

Anche Violante non si perita di ricorrere a qualche “non ricordo” e soprattutto batte in ritirata quando il giornalista gli domanda come si sarebbe comportato se al posto di Napolitano ci fosse stato, sia pure nella veste di presidente del consiglio, Silvio Berlusconi.
Se la cava dicendo, infatti, che lui non intende cadere nella trappola che Marco Lillo gli ha preparato.

Come vedete, ecco un altro testimone del processo in corso a Palermo che sembra dire e non dire e per le cui mani negli anni incriminati sono passati documenti importanti che avrebbero dovuto mettere in guardia su ciò che di lì a poco sarebbe accaduto, ossia la liberazione dal carcere duro di 334 mafiosi, una cinquantina dei quali molto importanti.

Oggi apprendo che il gip Pier Giorgio Morosini si è dimesso da segretario della “rossa” componente (Magistratura Democratica) dell’Anm, per poter dedicarsi completamento al processo, che considera assai importante e complicato a tal punto da esigere tutte le sue energie. Mi è parso un gesto significativo, onde evitare strumentalizzazioni che sempre sono pronte a comparire per confondere le idee, quando invece l’ampia ed intricata materia da analizzare necessita di serenità, trasparenza e lucidità.

Spero, infatti, che il gip Morosini sia severo ed intransigente anche quando dovesse incontrare sulla sua strada quei famosi nastri secretati che sono, a mio avviso, una parte di tutto rilievo del percorso per giungere alla verità. Ho già scritto che, ove la Consulta emettesse una sentenza secondo la quale quei nastri dovessero andare distrutti immediatamente senza passare dalla decisione del giudice, sentite le parti in causa, essa negherebbe nei fatti la necessaria trasparenza che ogni istituzione è tenuta a preservare nel rispetto della costituzione. E a maggior ragione se una istituzione, come quella rilevantissima del capo dello Stato, fosse stata oggetto di dubbi ed imbarazzi circa la normalità e permissibilità di taluni comportamenti, i quali potrebbero risultare non del tutto estranei alla materia trattata nel processo, vista la posizione processuale di Nicola Mancino, ossia dell’interlocutore del capo dello Stato.

Travaglio è stato criticato per avere scritto un articolo,  “La Corte cortigiana”, in cui in sostanza paventa che la consulta subirà l’influenza quantomeno indiretta del capo dello Stato, ed infatti molti profeti già annunciano che la sentenza definitiva darà ragione all’avvocatura dello Stato e quindi al quirinale.

I dubbi di Travaglio sono legittimi, e lo sono a motivo dell’inquietante periodo che stiamo vivendo, in cui molte certezze sulla onorabilità delle nostre istituzioni cadono malamente in rovina. Perché dunque non considerare che l’eventualità da lui paventata possa realizzarsi? Io stesso, pur conoscendo la inequivocabile sentenza del 2004 in cui il presidente Cossiga fu condannato poiché ciò che aveva fatto fu considerato atto al di fuori delle sue funzioni istituzionali, nutro le stesse perplessità. Temo infatti che la consulta giudichi le conversazioni tra Napolitano e Mancino ricomprese nelle funzioni istituzionali del capo dello Stato, il che sarebbe paradossale, visto in quale ambiguo ambito di illeicità si erano mosse le telefonate tra Mancino e il segretario giuridico di Napolitano, il quale ultimo peraltro  dichiarava ripetute volte che ciò che stava riferendo a Mancino era in concordanza con il capo dello Stato. Le telefonate, perciò, tra Mancino e Napolitano, potrebbero avere un contenuto convergente con quelle tra Mancino e D’Ambrosio e la loro distruzione non potrebbe assolutamente avvenire per il solo fatto che unilateralmente qualche pm di Palermo ha dichiarato ai giornali che non vi è nulla di penalmente censurabile in quelle telefonate. Questo giudizio spetta solo al giudice sentite le parti in causa, come recita la legge.

Ossia, la consulta, a mio parere, compirebbe un atto assai censurabile, ove – dubitandosi di una contiguità tra le telefonate Mancino-D’Ambrosio e le telefonate Mancino-Napolitano, autorizzasse la distruzione delle telefonate Mancino-Napolitano, sulla sola base delle dichiarazioni ai giornali di alcuni pm.

Come si evince anche dall’intervista a Violante richiamata all’inizio, a Palermo è in discussione un momento importante della nostra storia repubblicana, un momento oscuro, di grandi tensioni e di grandi affronti alla legalità. A nessuno, nemmeno alla consulta, è permesso, a mio avviso, di sottrarre alla ricostruzione storica alcun frammento – quindi anche le telefonate tra Mancino e Napolitano – che possa aiutare a scoprire la verità.

La verità viene avanti a tutto, anche alle leggi che dovessero ostacolarla.
Questo, a mio modo di vedere, dovrà essere (e deve sempre esserlo) il principio cui ogni giudizio (quindi anche quello della consulta) è tenuto ad ispirarsi.

Se malauguratamente, con la sentenza che sarà emessa nei prossimi mesi, la verità dovesse essere sacrificata a leggi o alchimie sopraffattrici, ciascun cittadino avrebbe il diritto-dovere di gridare che lo Stato è perduto.


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Bart