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L’unità europea è una necessità

10 Giugno 2012

Con la globalizzazione il mondo si è trasformato in una sorta di sistema di vasi comunicanti, del quale a determinare il livello di qualità sono chiamati unicamente le grandi aggregazioni politiche ed economiche.
I piccoli Stati sono come i capillari di un sistema sanguigno, utili, ma non necessari e soprattutto determinanti.
Noi italiani stiamo avendo la prova di ciò.
Che cosa è successo, infatti?

Che, aggrediti dalla speculazione finanziaria, ci siamo rivelati una debole navicella in mezzo ad una tempesta. Abbiamo smarrito la rotta, ci siamo persi. Tutto si è spappolato. I partiti, il governo e le Istituzioni.   Le violazioni costituzionali sono ormai innumerevoli e chi crede di potersele permettere ha la presunzione di autonominarsi il salvatore dal naufragio. E combina solo guai.

Siamo troppo piccoli. Il timone si è perfino sfasciato. Napolitano e Monti non sanno più che pesci prendere, i ministri litigano tra loro, il debito pubblico cresce, mentre le imprese falliscono o si trasferiscono all’estero dove trovano condizioni migliori per produrre e dare lavoro.

La crisi di produttività, destinata ad aggravarsi per le misure proibitive di tassazione imposte dal governo, ha come effetto una robusta riduzione dell’entrate con le quali lo stesso governo dovrebbe fronteggiare la crisi. Il serpente si morde ormai la coda. Più si ha bisogno di denaro, meno denaro entra nelle casse dello Stato e la recessione si avvita su se stessa spingendoci sempre più in basso.

Caduti in mare, non abbiamo più la forza nelle braccia per trascinarci a riva.
Ci vuole una corvetta che ci tragga in salvo. Questa corvetta è l’Europa. Al suo interno, i poli negativi e quelli positivi grosso modo si equivalgono consentendo alla corvetta di navigare e reggere con la sua maggiore stazza il mare grosso.

Scrivo queste cose, utilizzando piccole metafore, giacché a fine giugno, a Roma, si deciderà probabilmente il futuro di ben 27 Paesi che fanno parte della Ue.
La Germania giocherà un ruolo determinante. Sarà il suo sì a salvare l’Europa, sarà il suo no a provocare il naufragio dei singoli Stati. Perché anche la Germania, che forse se ne sta rendendo conto grazie agli avvertimenti di suoi autorevoli leader interni, sarà nel numero degli Stati che crolleranno.

Il no della Germania equivarrà ad una vera e propria dichiarazione di guerra che, se è vero che sarà guerra finanziaria ed economica, nondimeno lascerà sul campo macerie altrettanto dolorose di quelle che abbiamo conosciuto con le due guerre mondiali combattute con le armi.

L’altro giorno scrissi che la Germania ha praticamente già bombardato Pearl Harbour. Tanto è vero che il governatore della Federal Reserve ha già risposto che gli Usa adotteranno tutte le misure necessarie per difendersi dalle incertezze politiche ed economiche della Ue. Ossia, gli Usa sono pronti a tenderci una mano, ma sono pronti anche a difendersi. E ho paragonato quest’ultima operazione come a un nuovo sbarco in Normandia.

Che l’Europa diventi sempre più unita politicamente e economicamente è interesse di tutti, dagli Usa, alla Cina, alla Gran Bretagna. Il suo mercato assorbe molto della produzione mondiale. Così come le sue industrie vi hanno trovato fino a pochi anni addietro ghiotte occasioni per ampliarsi ed estendere anche fuori dei confini la loro produzione.

Smarrirsi, confondersi, in ragione del fatto che la Germania stenta a comprendere che la sua attesissima solidarietà va anche a proprio vantaggio, significherebbe continuare a nuotare tra i marosi con le braccia ormai prive di forza.

Dunque, a fine giugno si dica alla Germania che occorre realizzare al più presto una Banca centrale in grado di emettere eurobond a garanzia del debito europeo risultante dalla somma dei debiti sovrani.

In un articolo di Vittorio Feltri di qualche giorno fa, il giornalista si domandava perché i tedeschi dovrebbero caricarsi anche sulle proprie spalle i debiti sovrani contratti da altri. La risposta l’ha già data l’ex cancelliere Helmut Schmidt: è un debito che la Germania deve all’Europa per il suo recente tragico passato.

Mi ha fatto piacere che Schmidt, un tedesco, e per giunta un ex cancelliere, abbia toccato un tale tasto doloroso per il suo Paese, ma è quello forse che ha accenti più veri e più forti per pretendere dalla Germania di abbandonare il proprio egoismo e le proprie ambizioni di superpotenza per abbracciare un ideale comune. Eviti di fare quel passo in più che la isolerebbe e ne decreterebbe un rapido declino.

Se la Merkel, quindi, continuerà ad essere chiusa alle vere necessità dell’Europa e vorrà solo applicare sulle nostre ferite inutili pannicelli caldi, le si dica senza tanti preamboli che l’Ue non gradisce più la Germania come membro dell’Unione.
Faremo da soli. La corvetta di solidarietà che allestiremo sarà in grado di portarci tutti in salvo.

Alla deriva si avvierà invece la Germania, e per lei l’eventuale ravvedimento arriverebbe troppo tardi. Non potrebbe più contare, infatti, per rialzare la testa, sulla passata solidarietà.


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Bart