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M5S, il voto e quell’Italia insoddisfatta che da quarant’anni cerca di cambiare

8 Marzo 2013

di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 8 marzo 2013)

Nell’interpretazione che viene data del massiccio consenso elettorale ottenuto dal Movimento 5 Stelle si nota spesso un fraintendimento: cioè l’assunto che votare per M5S abbia significato aderire al programma del movimento stesso o, ancora di più, confidare nelle capacità di leadership politica di Beppe Grillo. Sicché ci si chiede scandalizzati come sia stata possibile questa apertura di credito da parte di tanti pur dotati di qualche giudizio.

Non sapendo darsi una risposta, allora, secondo un antico costume nazionale, si avanza immediatamente il sospetto di opportunismo, trasformismo, «voltagabbanismo », e quant’altro.
A mio giudizio chi vede le cose a questo modo si condanna a capire poco o nulla della storia recente e meno recente d’Italia. A non capire un dato di fondo: che c’è una generazione d’Italiani, c’è una parte del Paese, la quale già a partire dalla fine degli anni Settanta si accorse di quattro fatti che solo ora, dopo decenni, stanno entrando nella consapevolezza di tutti. Questi: a) che il sistema di governo sancito dalla seconda parte della Costituzione, nonché la legge elettorale proporzionale, erano ormai del tutto inadeguati ai bisogni del Paese; b) che esisteva un fenomeno come la partitocrazia, responsabile non solo di aver distorto profondamente il funzionamento del sistema suddetto ma anche di un malcostume e di un malgoverno sempre più vasti e opprimenti, c) che la Democrazia cristiana stava esaurendo la sua originaria spinta propulsiva e la sua funzione di salvaguardia democratica; d) che la presenza egemone a sinistra del Partito comunista equivaleva alla perenne subalternità della sinistra italiana, e cioè che con il Pci questa sinistra non avrebbe mai vinto un’elezione, non sarebbe mai andata al governo. Quella parte del Paese, insomma, vedeva con molto anticipo che un’intera fase storica – la fase del dopoguerra – andava ormai terminando, pur potendo continuare a contare sull’immane forza di una vischiosa continuità. E che dunque era necessario imboccare strade nuove.

Da allora – dapprima esigua, poi negli anni sempre più numerosa – quell’Italia del cambiamento è alla disperata ricerca del modo in cui riuscire finalmente a mutare lo stato delle cose: di uno strumento, di un’idea, di un varco. Ed è così che da allora quella parte del Paese, e con lei una fascia generazionale d’Italiani, di volta in volta ha guardato con simpatia al Partito radicale, ha sperato in Craxi, si è schierata con le iniziative referendarie di Mario Segni, ha cercato di capire le ragioni della Lega, ha puntato inizialmente su Berlusconi. Così come adesso fa un’apertura di credito a Grillo. Ma vogliamo dirlo? Non identificandosi mai, realmente, con le scelte di volta in volta compiute. Vedendone benissimo limiti e contraddizioni, ma sperando sempre, se si vuole illudendosi di servirsene strumentalmente: come una sorta di grimaldello.

Ingenuità? Certo, ingenuità. È facile dirlo (dirlo ieri e dirlo oggi), ma l’alternativa quale era? Una sola, evidentemente: stare dall’altra parte. Dalla parte, cioè, che fino ad oggi ha resistito o si è opposta ogni volta al cambiamento, o vi si è adattata solo perché non poteva altrimenti; di chi ha dovuto aspettare la caduta del muro di Berlino per decidere di non dirsi più comunista; dalla parte che ha preferito vedere la Dc disintegrarsi piuttosto che fare qualcosa prima; che fino a ieri giurava sull’intangibilità della Costituzione; dalla parte di chi a suo tempo (per quanto tempo!) giudicava una bestemmia qualunquistica parlare di partitocrazia; di chi per decenni non ha mai fatto nulla di concreto, mai nulla, per arginare corruzione e sperperi di misura inaudita. Ma che naturalmente – proprio come sta facendo anche oggi – ogni volta non mancava di arricciare il naso atteggiandosi a custode del bon ton politico, esibiva la propria educata compostezza di Padre Fondatore di fronte alla sgarbata impertinenza dei nuovi venuti, impartiva a destra e a manca lezioni di coerenza. L’Italia del cambiamento, così, si è dovuta (e si deve) sentire dare dell’opportunista e del voltagabbana da chi in quarant’anni è passato tranquillamente dal Pci di Togliatti e Longo al Pd di Bersani ma è convinto che però lui no, per carità, lui non ha mai cambiato idea! Solo gli altri fanno queste cosacce.

Un’Italia del cambiamento, irrequieta, sempre divisa, destinata regolarmente a vedere le sue speranze deluse per mille motivi, tra cui non da ultimo l’inadeguatezza dei partiti e degli uomini cui è stata fin qui costretta ad affidarsi. E molto probabilmente sarà così anche stavolta, con gli sprovvedutissimi parlamentari del M5S e con il loro capo. «Ma non era ogni volta prevedibile? » – mi sembra già di sentire chiedere dall’immancabile censore. Sì, forse sì: era prevedibile (e anche previsto, aggiungo). Ma almeno un dubbio, una sia pur tenue possibilità ogni volta c’era. Mentre dall’altra parte che cosa c’era ancora alla vigilia delle ultime elezioni? Il tetragono immobilismo di chi in dodici mesi non aveva trovato il modo di cancellare una legge elettorale nefanda o di avviare la minima riforma istituzionale, l’insensibilità di chi in un anno intero non aveva mosso un dito per tagliare davvero costi e privilegi della politica, neppure per abolire una manciata di province. E come sola alternativa accreditata la presunzione che per governare bastino i conti in ordine.
Prigioniera di un lungo passato, tramutatosi in un eterno e soffocante presente, l’Italia del rinnovamento ha preferito chiudere gli occhi. E fare un salto nel buio.


Un macigno sulle trattative per il Governo
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 8 marzo 2013)

Accolta da Berlusconi e dal Pdl quasi come un colpo di Stato, la condanna del leader del centrodestra, per rivelazione di segreto d’ufficio della famosa intercettazione di Fassino («Abbiamo una banca ») sulla scalata Unipol alla Bnl, è solo la prima di una serie che in tempi assai brevi dovrebbe abbattersi sulla testa dell’imputato più eccellente d’Italia. E di una tempesta giudiziaria, che condizionerà non poco la ricerca di un minimo equilibrio dopo il controverso risultato del voto e la possibilità che in tempi brevi il Paese debba tornare alle urne.

Non solo per la grandinata di sentenze attese da Berlusconi. Ma anche e soprattutto per la grande manifestazione di piazza che sta organizzando e che, seppure con un florilegio di parole d’ordine dedicate alla crisi economica e alla battaglia anti-fisco, ha in realtà come obiettivo principale la messa sotto accusa della magistratura «politicizzata », definita di recente dal Cavaliere addirittura «un cancro ». Sarà questo, più delle ulteriori e assai probabili condanne che l’imputato si aspetta, a rendere il centrodestra, se non proprio inutilizzabile, molto, ma molto difficilmente coinvolgibile in qualsiasi tentativo di trovare un assetto parlamentare per il governo che Napolitano dovrebbe cercare di formare, dopo l’annunciato, e per molti versi scontato, fallimento del tentativo di Bersani di costruire un’intesa con Grillo o almeno con una parte del suo movimento.

L’innesto di una crisi istituzionale – visto che il Capo dello Stato non potrà consentire l’attacco indiscriminato alla magistratura nel suo complesso – in quella politica già in corso, e vieppiù complicata dai risultati elettorali, renderà praticamente impossibile la quadratura di un cerchio già di per sè azzardata. Rafforzando la pregiudiziale del Pd a ogni e qualsivoglia forma d’intesa con un Berlusconi che, una tegola dopo l’altra, potrebbe presto ritrovarsi giudicato colpevole di esercizio della prostituzione; condannato, anche se in primo grado, all’inibizione dai pubblici uffici oltre che al carcere; e confermato, in appello, nella sentenza che gli ha già inflitto quattro anni per l’evasione fiscale dei diritti cinematografici della Fininvest. Tutto ciò mentre la procura di Napoli indaga sulla corruzione, con tre milioni di euro, confessata dal senatore De Gregorio ai tempi del governo Prodi, e su un’analoga ipotesi di reato per il passaggio dall’opposizione dei deputati Razzi e Scilipoti, i cosiddetti «responsabili » di uno dei più clamorosi episodi di salvataggio dell’ultimo governo Berlusconi. Un’inchiesta, sia detto per inciso, in cui in coincidenza delle resistenze del Cavaliere s’è già avvertito tintinnìo di manette, rivolto tra l’altro a un Parlamento in cui per la prima volta l’eventuale richiesta di arresto del leader del centrodestra potrebbe contare su una maggioranza.

Ce n’è abbastanza per considerare purtroppo realistica l’ipotesi di un nuovo scioglimento delle Camere, fino a ieri evocata come un disastro da evitare, perché rischierebbe di portare l’Italia in condizioni simili a quelle della Grecia. Berlusconi infatti spera ancora di trovare un accordo con il Pd. Ma Bersani non lo vuole perché cerca a sua volta un’impossibile intesa con Grillo (che il leader del Movimento 5 Stelle a sua volta esclude), e perché spera – inutilmente finora – che il centrodestra, o almeno una sua parte, abbandoni Berlusconi al suo destino. Il risultato di questo carosello di incomunicabilità e la somma di questi anomali fattori ci porteranno quasi certamente a nuove elezioni. Ma non elezioni qualsiasi: stavolta infatti, molto più di altre, l’Italia rischia davvero di andare a rompersi l’osso del collo.


Gli otto punti incomunicabili del Pd
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 8 marzo 2013)

Mi è capitato, nei giorni scorsi, di prender parte a un dibattito televisivo sulle elezioni e di ascoltare una puntata di un talk show politico, sempre con esponenti del Pd. Poi, ieri, ho letto attentamente gli 8 punti programmatici con cui Bersani pensa di candidarsi a guidare un governo appoggiato da Grillo. Ebbene, lo dico subito, io sono sconcertato.

Sono sconcertato perché, più li leggi e li ascolti, più ti accorgi che nei dirigenti del Pd nulla, ma proprio nulla è cambiato dopo il voto. Non sono cambiati gli slogan, non sono cambiati i programmi, non sono cambiati gli atteggiamenti. Non sono cambiati i rituali, non sono cambiati i ragionamenti, non è cambiato il linguaggio. Non c’è nessuna idea veramente nuova. Solo tanta supponenza, e una completa incapacità di capire come si viene percepiti dagli altri. Questi dirigenti dimostrano, con il loro modo di parlare e di atteggiarsi, di non avere la minima idea di come la gente li vede. Se potessero entrare anche solo per qualche minuto nei nostri cervelli avrebbero uno shock: scoprirebbero che non solo non li apprezziamo, non solo li troviamo irritanti, ma siamo semplicemente increduli.

Ma come? Nemmeno dopo lo schiaffo, lo sberleffo, l’umiliazione del trionfo di Grillo, nemmeno dopo tutto questo riuscite a mettere insieme una reazione, un ripensamento, un dubbio vero?

E’ terribile, quel che sta succedendo. Il vincitore morale delle elezioni è Grillo, che ha sfondato per l’elementare ragione che noi sfortunati elettori di questo paese non avevamo alcun altro mezzo per dare un segnale forte ai partiti tradizionali. Ma questa vittoria si sta rivelando inutile, se non dannosa. Il vincitore tecnico delle elezioni, il Pd di Bersani, si sta infatti mostrando del tutto incapace di recepire quel segnale. E il programma in 8 punti varato l’altro ieri nella direzione del Pd ne è purtroppo l’amara testimonianza scritta.

Io consiglio caldamente a tutti di andarselo a leggere, questo programma che dovrebbe “cambiare l’Italia” (www.partitodemocratico.it). Di studiarlo parola per parola. Di provare a capirne la logica. Perché è una cartina di tornasole perfetta dell’incapacità di cambiare o, se preferite, dell’incapacità di concepire il cambiamento al di fuori delle furbizie della politica.

Che cosa vi troviamo, infatti? Fondamentalmente due cose.
Primo, un umiliante strizzare l’occhio a Grillo, con la ripresa di temi cari al Movimento Cinque Stelle (misure anti-casta, “banda larga”, “ottimizzazione ciclo dei rifiuti”, “recupero aree dismesse”, etc.), ma silenzio assoluto sulla sua proposta chiave (condivisa anche da Matteo Renzi), e cioè l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Su questo il punto 3 di Bersani si limita a dire: “Legge sui partiti con riferimento alla democrazia interna, ai codici etici, all’accesso alle candidature e al finanziamento”. Formulazione farraginosa e vuota, da cui si può dedurre solo che il finanziamento resta in piedi e si tratta unicamente di fissarne l’entità, in totale spregio del risultato del referendum che lo aveva abolito giusto vent’anni fa.

Secondo, una riproposizione, in molti punti e sotto-punti del programma di governo, del medesimo linguaggio usato in campagna elettorale, un linguaggio che, se (forse) ricompatta la base dei militanti, è invece del tutto controproducente quando si cerca di arrivare all’elettore normale, che non solo ignora il codice della politica ma lo detesta.

Che cosa è il “codice” della politica? L’essenza del codice della politica è la preferenza per le formule astratte, generiche, involute, vuote o meramente intenzionali. Espressioni che si limitano a comunicare l’attenzione per un tema o per un problema, senza indicare una soluzione praticabile (dove trovo i soldi?) ma soprattutto comprensibile. Esempio: se dico “metto 100 euro al mese in più nella social card e i soldi per farlo li trovo aumentando la benzina di tot centesimi al litro”, il cittadino può gradire oppure no, ma capisce perfettamente di che cosa stiamo parlando. Ma che cosa può capire se gli prometto “l’avvio della universalizzazione delle indennità di disoccupazione”? O se gli garantisco “avvio della spending review con il sistema delle autonomie e definizione di piani di riorganizzazione di ogni Pubblica Amministrazione” ? O se gli prometto un “programma pubblico-privato per la riqualificazione del costruito” ? O se mi limito a dire che farò una legge, o introdurrò nuove norme, su un problema, un ambito, un tema?

Gli “8 punti” di Bersani grondano di leggi, norme, misure, piani, revisioni e rivisitazioni su tutto e su tutti: “misure per la tracciabilità”, “rivisitazione delle procedure di Equitalia”, “revisione degli emolumenti”, “legge sui partiti”, “legge sulla corruzione”, “norme efficaci sul voto di scambio” “norme sui conflitti di interesse”, “norme contro il consumo del suolo”, “norme sulle unioni civili”, “norme sull’acquisto della cittadinanza”, “contrasto all’abbandono scolastico”, “piano bonifiche per lo sviluppo delle smart grid”. Ma a chi parlate? E che cosa credete di comunicare, se non la vostra pretesa di occuparvi un po’ di tutto, e quindi la nostra certezza che finirete per combinare ben poco?

Di questa farraginosità degli 8 punti del programma di Bersani si è accorto persino il sindaco Pd di Padova, che in direzione ha detto senza tanti giri di parole (cito testualmente dalla trascrizione del suo intervento): “I punti proposti da Pierluigi, però, non sono 8, ma 50. Come li comunichiamo? Faccio un esempio: la campagna elettorale di Berlusconi si è basata fondamentalmente sulla restituzione dell’Imu e sull’eliminazione delle tasse per chi assume i giovani. (…). Gli 8 punti (di Bersani), ognuno dei quali si articola in 5 o 6 proposte, sono secondo me incomunicabili. Ha ragione il sindaco di Bari quando dice che oggi la proposta politica e la sua capacità di essere comunicata coincidono, hanno la stessa importanza”.

Da un programma di governo, tanto più se si tratta di un governo che difficilmente governerà a lungo, non ci aspettiamo che sia zeppo di buone intenzioni, di dichiarazioni di sensibilità e di interesse, tanto più che la maggior parte di tali intenzioni e dichiarazioni le abbiamo già sentite innumerevoli volte e ogni volta, arrivati al dunque, cioè al governo del Paese, le abbiamo viste sciogliersi come neve al sole. E questo sempre, a sinistra, come a destra, come al centro. No, quel che chiediamo a un programma di governo è di indicare poche cose, ma che siano chiare, ben definite, fattibili, e davvero utili al Paese. Alcune di queste cose, a mio parere, sono presenti nel programma elettorale del Pd, altre in quello del Pdl, altre in quello del Movimento Cinque Stelle. Altre ancora non stanno in alcun programma, perché sono impopolari.

Quel che manca non sono le idee, ma un gruppo dirigente capace di scegliere le cose da fare e quelle da non fare. Un leader e una squadra che non fabbrichino i programmi politici al servizio delle alleanze che intendono costruire, ma che costruiscano le alleanze al servizio del programma che intendono realizzare.

Un sogno?
A Giorgio Napolitano l’ardua sentenza.


Nel processo Ruby la Boccassini è una fuorilegge
di Gian Marco Chiocci
(da “il Giornale”, 8 marzo 2013)

Con i soldi dei risarcimenti incassati dal Giornale Ilda Boccassini avrebbe potuto comprarci una bella casa: 500mila euro incassati nel corso degli anni, a forza di querele e citazioni per danni.

Proprio la sua lunga battaglia giudiziaria contro il quotidiano potrebbe però, se la legge venisse applicata in modo testuale, costarle anche una rinuncia dolorosa. La dottoressa non potrebbe pronunciare la requisitoria con cui questa mattina si accinge a chiedere la condanna di Silvio Berlusconi per il caso Ruby. A stabilirlo sono gli articoli 53 (comma due) e 36 del codice di procedura penale, che regolano i casi in cui un Procuratore della Repubblica deve sostituire un pm impegnato in un’udienza, specificando che se il procuratore non provvede deve farlo al suo posto il procuratore generale. Un obbligo tassativo, si direbbe a leggere il codice. Tra le ipotesi in cui scatta l’obbligo di cambiare il magistrato, c’è il caso che «una delle parti sia debitore o creditore di lui, del coniuge o dei figli ». E proprio questo parrebbe il caso di Ilda Boccassini e del suo unico imputato, Silvio Berlusconi, legati da un assai cospicuo rapporto di dare-avere, proprio a causa delle azioni legali intentate dalla pm al Giornale.

Si potrebbe obiettare che è Paolo Berlusconi, e non suo fratello Silvio, l’editore del quotidiano, e che pertanto nulla deve il Cavaliere a Ilda Boccassini. Peccato che la stessa Boccassini la pensi esattamente al contrario: quando fa causa al Giornale, è convinta di fare causa non solo a Paolo ma anche, e soprattutto, a Silvio. Lo scrivono per suo conto i suoi avvocati nell’atto di citazione spiccato contro il Giornale nel gennaio 2000 in cui si chiedeva mezzo milione di danni per un articolo di Salvatore Scarpino: è la causa che la Cassazione ha reso definitiva nei giorni scorsi riconoscendole 100mila euro. «L’articolo dello Scarpino è ospitato da un quotidiano che notoriamente appartiene ai fratelli Berlusconi », si legge. Ancora: «Silvio Berlusconi è il dominus del quotidiano in questione ». E per dimostrare che Silvio, e non Paolo, è il vero padrone del Giornale la Boccassini produce nella causa due sentenze del tribunale e del pretore del Lavoro di Milano. È alla porta di Silvio, insomma, che Ilda Boccassini bussava a quattrini. Ed è da Silvio che si aspetta di ricevere non solo i tanti soldi già incassati ma gli altri che ancora rivendica. Lo sta facendo nella causa d’appello a Brescia per un articolo di Gianfranco Lehner, per il quale chiede 250mila euro di risarcimento: anche qui nell’atto di citazione si legge che secondo la pm «la proprietà del Giornale si era venuta a identificare con il leader politico entrato in lizza ». Insomma, se molti soldi finora ha avuto da Silvio Berlusconi, altri Ilda ne ritiene di doverne avere. È quindi un creditore dell’imputato, e come tale questa mattina avrebbe il dovere di non presentarsi in aula. Se lei non sentisse questo dovere dovrebbe farlo per lei il suo capo Edmondo Bruti Liberati. E se anche Bruti dovesse ritenere tacitamente abrogato l’articolo 53, dovrebbe intervenire il pg Minale.

C’è un precedente illustre in tal senso, e vede protagonista quell’Antonio Ingroia non troppo amato da Ilda. Al processo Silvia Melis contro Nichi Grauso lui e i colleghi pm palermitani Caselli, Dileo e Sava si astennero correttamente dopo aver avviato una causa per danni all’editore sardo «Confermo, andò così. Poi intervenne il procuratore generale » dice Ingroia al Giornale. Il pg Celesti sostituì l’intero pool d’accusa col sostituto procuratore Del Bene applicato al processo di corte d’appello. Altri tempi, stesso codice.


Sulla condanna a Berlusconi, Alessandro Sallusti, qui, Sarina Biraghi, qui e Maurizio Belpietro, qui.


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Bart