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Ma che c’azzeccano questi centristi insieme?

27 Dicembre 2012

di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 27 dicembre 2012)

Qualsiasi cosa succederà da qui al 24 febbraio, giorno delle elezioni per il rinnovo delle Camere, Mario Monti sarà un politico qualunque, uno dei tanti che brigano per rimanere nel cono di luce.

Altro che uomo extra partes, altro che tecnico, altro che salvatore della patria, altro che risorsa per il Paese: assomiglia a Clemente Mastella, a Rosy Bindi, a gente sorretta dall’ambizione di esserci a ogni costo.

È legittimo che il Professore non voglia mollare l’osso spolpato: d’altronde, anche a 70 anni si può rimanere infettati dalla politica. Non lo critichiamo per questa debolezza presenile. Ci stupisce semmai che un senatore a vita (per meriti scientifici, suppongo), dopo aver sperimentato quanto sia difficile guidare un governo sostenuto da partiti litigiosi, accomunati soltanto dal desiderio di mantenere posizioni di potere e per nulla sensibili agli interessi dei cittadini, muoia dalla voglia di essere fagocitato dal sistema guasto.

Chissà se è consapevole dei rischi cui va incontro baldanzosamente: avendo escluso ogni accordo col centrodestra, cioè col Pdl, per intenderci, egli a questo punto è il candidato in pectore della sinistra, in aperta concorrenza con Pier Luigi Bersani, segretario del Pd e vincitore delle primarie. Si renderà conto della confusione che sta creando? Temo di no. Può un premier tecnico schierarsi con una parte contro un’altra, dato che entrambe lo hanno appoggiato per un anno intero?

È una scelta stravagante. Tanto più che i suoi sponsor eccitati sono personaggi scarsamente affidabili: Pier Ferdinando Casini, Pietro Ichino, Beppe Pisanu, Mario Mauro, Luca Cordero di Montezemolo, Andrea Olivero, Gianfranco Fini (per citarne alcuni) cos’hanno da spartire tra loro, se non qualche poltrona di risulta? È improbabile che riescano a convivere pacificamente nello stesso club e fornire a Monti una base di lancio di qualche efficacia. Questo gruppo composito comprende ex democristiani, ciellini, ex comunisti, capitalisti irrequieti: è sicuro il bocconiano di andare lontano con una compagnia del genere, accreditata di consensi non superiori al 10 per cento? Strano che non si ponga l’interrogativo.

Ancor più bizzarro è che non abbia spiegato quali siano i cardini del progetto, ammesso ne abbia uno fondato su elementi concreti. Sondaggi generosi riguardanti i cosiddetti montiani si spingono a ipotizzare un 15 per cento. Prendiamoli per buoni. Simile quantità di voti non basta però per tornare a Palazzo Chigi, ovvio; al massimo serve per sedersi al tavolo delle trattative con Bersani, il quale proporrà al club, in cambio di un’alleanza, alcuni ministeri, non certo la presidenza del Consiglio, a meno che non impazzisca entro febbraio.

In sostanza, le iniziative rococò del Professore sembrano ispirate a un eccesso di fiducia nel fato e incoraggiate dalla stampa amica (quasi tutta) più che da una corretta valutazione della realtà: non è sufficiente il fascino del loden a far dimenticare agli elettori il dramma delle tasse, della disoccupazione, del disastro economico associato al riverito nome di Mario Monti.

Quanto alle reclute centriste, stiano attente: ci vuole niente a passare da aspiranti collaboratori a inutili idioti.


Il Corsera boccia Monti: “E’ troppo di sinistra”
di Redazione
(da “Libero”, 27 dicembre 2012)

Il professor Monti? Troppo di sinistra. E per la crescita la sua agenda non propone nulla di concreto. Parole di un fiero oppositore come Silvio Berlusconi? Nemmeno per idea. L’atto d’accusa è stampato sulle prime pagine dei due quotidiani che più di tutti gli altri hanno sostenuto ed osannato il Professore, rispettivamente il Corriere della Sera (che lo accusa di eccessivo statalimo) e il Sole 24 Ore (dove viene tacciato di immobilismo).

Corsera: Troppo di sinistra – Procediamo con ordine. Iniziamo dal Corsera e dall’attacco – un vero e proprio paradosso – firmato da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (quest’ultimo chiamato nel 2012 proprio da Monti in veste di “esperto” per il monitoraggio della spending review). Il punto dei due editorialisti è chiaro: “Di ridurre lo spazio che occupa lo Stato non si parla abbastanza nel programma che Mario monti ha proposto agli italiani. Anzi – prosegue l’editoriale di Via Solferino -, finora il governo Monti si è mosso nella direzione opposta”. Monti, lo statalista. Come statalista e accentratrice è, per definizione, la sinistra. Alesina e Giavazzi riferiscono poi delle voci di un’ipotesi “di ingresso delle Ferrovie dello Stato” nella Cassa Depositi e Prestiti. Si tratterebbe di una “ri-nazionalizzazione. Invece bisognerebbe andare nella direzione opposta: privatizzare la Cassa depositi e prestiti, come i governi degli anni Novanta seppero fare con l’Iri”.

Il Sole: Solo slogan – L’accusa sul Sole 24 Ore è firmata da Luigi Zingales, “ideologo” di Fermare il Declino di Oscar Giannino. La bocciatura dell’agenda Monti è netta: “A grandi linee le proposte sono assolutamente condivisibili”, ma “è priva di numeri e dettagli. Più che un programma economico di rilancio, è un manifesto politico”. Secondo Zingales, però, c’è una parte più deludente di tutte le altre: “E’ quella sulla crescita: non per i principi enunciati (altamente condivisibili) ma per l’assenza di proposte concrete”. Il Professore, da mesi, insiste sulla crescita e sulla necessità di continuare la sua “opera” di governo per realizzare gli obiettivi in tal senso, ma secondo il quotidiano di Confindustria questi obiettivi, semplicemente, non esistono. Per Zingales – che rinfaccia al Prof anche l’accenno alla patrimoniale e la porta sbarrata all’abbassamento della pressione fiscale – l’agenda “non sembra un programma di riforme per un rilancio dell’economia, ma un programma per la protezione dei diritti acquisiti di chi vive di spesa pubblica”. Dura la conclusione del commento di Zingales: “Se un’altra volta l’agenda liberale viene usata come foglia di fico per difendere gli interessi di pochi, a soffrirne non sarebbe solo l’economia del nostro Paese, ma la sua stessa democrazia”.


L’analisi di Luca Ricolfi, qui.


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Bart