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Manovra da respingere

10 Dicembre 2011

Ci sono alcuni, che stimo, come Oscar Giannino, che tutto sommato salvano la manovra impostaci dal governo Monti. Ne rilevano i mancamenti sul punto delle misure per la crescita, ma accettano l’inasprimento fiscale.

Stamani con molto piacere leggo un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera che rivela quanto qualcuno, tra coloro che hanno appoggiato l’arrivo di Monti a palazzo Chigi, cominci ad indignarsi e a perdere, a ragion veduta, le staffe.
Come si possono accettare sacrifici di questa portata, quando la politica è ben lungi dal voler dare l’esempio?
È scandaloso e provocatorio che si mantengano odiosi privilegi a favore di chi ci ha condotti a questo disastro.
Addirittura Stella porta anche esempi che riguardano il personale addetto alla Presidenza della Repubblica.

Insomma, ci sarebbero gli estremi per ribellarsi e rispedire al mittente la manovra costruita da cervelli che considerano il popolo bue il cretino del villaggio, disposto a subire qualunque sopruso.
Poiché di questo si tratta. La manovra Monti somiglia in tutto alla famosa tassa sul macinato di infausta memoria, che provocò nella seconda metà dell’Ottocento feroci rivolte popolari, tutte soppresse con la violenza e senza che il popolo ottenesse alcunché.

Abbiamo constato ieri che non è certo con la manovra Monti che lo spread fa i conti, bensì con le decisioni dell’Europa, che ieri hanno lasciato l’amaro in bocca. Monti si è limitato a dire che non si è trattato di un fallimento, e queste parole bastano per far capire che aria tirava a Bruxelles.

Purtroppo in Italia la politica non ragiona più. Finita sotto il tallone di Napolitano ha perduto la facoltà di intendere e di volere, ed oggi il parlamento appare un mero strumento nelle mani del capo dello Stato.
Se si può capire l’assoggettamento ossequioso del Pd, dalle cui file Napolitano proviene, non si capisce invece come il Pdl, che è nato per difendere i cittadini dalla voracità del fisco nostrano, oggi abbia chinato la testa, come se si trattasse di accettare l’inevitabile.

Piuttosto che nuove tasse, destinate a soffocare l’economia, sono meglio le elezioni.
Non è affatto vero che la decisione di andare ad elezioni provocherebbe il default del nostro Paese.
Se è vero, come è vero, che lo spread non dipende dalle decisioni dei singoli Paesi, ma dalle decisioni dell’Europa, la politica (e soprattutto il Pdl) dovrebbe porsi la domanda se sia giusto che i cittadini siano lasciati fuori dal decidere del proprio destino: ad esempio dal decidere di quale cura il nostro Paese ha bisogno e di quali sacrifici, a precise condizioni, sono disposti a sostenere.

Aver messo in piedi il governo delle tasse per arricchire la speculazione e dissanguare i cittadini con sacrifici che non serviranno al Paese è una delle azioni più moralmente riprovevoli che la politica potesse commettere.
Non è con il governo degli ottimati che si salva il Paese. Il Pdl alzi la testa e si ricordi che non è accettando il diktat di Napolitano che si onora la democrazia.

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Altri articoli

“Il ponte che non c’è” di Franco Venturini. Qui.

“Se con lo scudo fiscale lo Stato si fa traditore” di Nicola Porro. Qui.

“Eurofregatura firmata Monti Italia consegnata alla Merkel” di Antonio Spampinato. Qui.

“Ma la carità non si tassa” di Mario Sechi. Qui.

“”Questa stretta sull’unione fiscale non salverà l’Europa. Bisogna rifare l’euro” intervista ad Antonio Martino a cura di Edoardo Ferrazzani. Qui.

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