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LETTERATURA: “I Pesci non chiudono gli occhi” di Erri De Luca – Feltrinelli

10 Dicembre 2011

di Francesco Improta

Folgorato! Ancora una volta dinanzi a un libro di Erri de Luca sono rimasto senza parole. Ho dovuto metabolizzare le emozioni suscitate dalle sue riflessioni, dalla sua unica e inconfondibile capacità di scoprire se stesso, gli altri e le cose circostanti, ho dovuto far distillare, a goccia a goccia, la dolcezza di quelle sue parole che sembrano cullarti, prendersi cura di te prima di scrivere queste brevi note. I pesci chiudono gli occhi, casa editrice Feltrinelli, è un gioiello prezioso. Dopo tante storie ambientate in montagna – anche l’ascesa al monte Sinai di Mosè era stata de ­scritta come una scalata – il libro in questione, come suggerisce il titolo, ci riporta al mare, e questo per chi come me è vissuto con il rumore del mare nelle orecchie è già di per sé un titolo di merito. Siamo sull’isola d’Ischia che aveva fatto da sfondo anche al romanzo (racconto lungo?) Tu, mio ma non credo che si possa parlare, come qualcuno ha fatto di sequel o di evoluzione ide ­ologica e spirituale del romanzo pubblicato nel 2003, semmai potrebbe essere considerato e non solo perché ambientato in un periodo precedente, un prequel, così come Il giorno prima della felicità è il prequel di Tre cavalli, ma stando a ciò che lo stesso Erri aveva dichiarato in un’intervista, credo che tutti questi ragio ­namenti siano superflui e oziosi. Parlando della memoria Erri aveva affermato che è simile a un ghiacciaio in cui trovano posto, congelate, tutte le nostre esperienze emotive e sentimentali; ogni tanto in seguito a qualche lieve slittamento si apre un crepaccio e si scorge un ricordo o un semplice brandello che ci consente di ricostruire o d’inventarci (l’una operazione non esclude l’altra) una storia. Nel caso specifico le schegge di memoria affiorate dal fondo del crepaccio riguardano i suoi dieci anni, vera e propria linea di confine o meglio ancora linea d’ombra tra l’infanzia e l’adolescenza, quando la mente incomincia a svegliarsi e ad acquisire una certa, sia pur vaga, consapevolezza e si accorge di vivere confinata e a disagio in un corpo troppo piccolo e insufficiente.

    “Il mio corpo non mi sta a cuore e non mi piace. È infantile e io non sono più così. Lo so da un anno, io cresco e il corpo no.”

Da qui la decisione del piccolo Erri di farsi malmenare dai tre ragazzi più grandi, che lo avevano preso di mira, perché godeva delle confidenze di una ragazzina del nord su cui anche loro avevano messo gli occhi.

Tale decisione nasce dalla convinzione, infatti, che solo rompen ­dosi il guscio può consentire al corpo nuovo di venire fuori.

Al centro di questa storia c’è, quindi, Erri, bambino di dieci anni, che fino ad allora aveva vissuto rinchiuso nell’infanzia e avvolto nella placenta protettiva e nutriente dei libri che riempivano le pareti della stanza in cui dormiva, e che per la prima volta si trova a fare i conti con il mondo circostante e con tutto ciò che è altro da sé. La lontananza del padre e della sorellina accentua la sua solitudine, riempita solo parzialmente dalla lettura e dalla com ­pagnia silenziosa di un pescatore che gli insegna a remare, a pe ­scare e soprattutto a trattare con il mare, che assume per lui, a dispetto della sua vastità, una dimensione intima e familiare, di ­ventando in quella lontana estate dei primi anni sessanta un rifugio sicuro. Il libro, anche agli occhi del lettore più distratto, appare costruito su evidenti antitesi e contrapposizioni: acqua-terra; mare-montagna; infanzia-maturità, innocenza-peccato; odio-amore; vi ­cinanza-lontananza, isola-terraferma; Italia-America e soprattutto maschio-femmina. Il libro, infatti, racconta una piccola grande storia d’amore e descrive le prime pulsioni e i primi moti dell’a ­nimo di Erri. Turbamenti indistinti, confusi che acquistano chia ­rezza e consapevolezza attraverso un rituale fatto di gesti e soprat ­tutto di parole; la ragazzina di cui Erri non ricorda neppure il nome, ma a cui deve – lo capirà successivamente – la liberazione del verbo amare, fino ad allora coniugato solo a scuola come verbo rappresentativo della prima coniugazione latina, spesso gli dice, lasciandolo stupito, “Lo sai che hai detto una frase d’amore”. In chiusura poi di questa storia di formazione, Erri scrive, riecheggiando un passo di E disse:

        “A un bivio ci separammo, sciogliendoci le mani senza necessità di altro saluto. Eva e lo sposo suo, usciti dal giardino, avevano già avuto tutto il bene del mondo. La vita aggiunta dopo, lontano da quel posto, è stata una divagazione.”

L’insorgere dell’amore non esaurisce, però, i temi trattati o sem ­plicemente sfiorati da Erri: il cinema; la partecipazione alle manifestazioni di piazza; gli scontri con la polizia; il carcere; la guerra in Bosnia; i bombardamenti aerei non molto diversi da quelli subiti da Napoli nella seconda guerra mondiale, e di cui la madre era stata testimone. Ed è proprio alla madre e alla lingua materna, il dialetto napoletano, che Erri rende omaggio con questo libro, come risulta ancora più chiaramente dal cortometraggio Al di là del vetro, interpretato da lui e da una splendida Isa Danieli, presentato all’ultimo Festival di Venezia ed allegato al libro. Così dopo essersi confrontato con la figura paterna in Tu non c’eri, in questo libro parla con tenerezza e affetto struggente della madre a cui attribuisce anche la forza e la determinazione di una scelta difficile, mi riferisco al momento in cui lei, dopo aver chiesto anche il suo parere, si rifiuta di seguire il marito negli Stati Uniti. Un rapporto difficile quello di Erri con i genitori, non a caso in un passo del libro, con un evidente senso di colpa per il suo vo ­lontario allontanamento da casa a diciotto anni e per l’esistenza randagia condotta in seguito, dice testualmente:

“Volevano un figlio, ebbero me. Loro sono i miei, ma io sono stato poco e male il loro.”

Nel corso della narrazione si intrecciano diversi piani narrativi; lo scenario cambia frequentemente; il passato si allunga e si modella come se fosse di gomma e noi lettori siamo catapultati da Ischia a Napoli, dalle lotte di piazza ai campi di battaglia in Bosnia, dalle miniere ai cantieri edili in cui Erri ha prestato la sua opera.

La scrittura, come al solito, è scarna, essenziale, efficace e trae forza dall’immediatezza del dialetto che si avverte sottotraccia e di cui bisogna tener conto per cogliere la bellezza e la qualità del suo stile. Un libro, insomma, imperdibile, come lo sono, a mio avviso, quasi tutti i libri di Erri.


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2 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 10 Dicembre 2011 @ 14:06

    Un bel libro sicuramente, ma la recensione è ancora meglio. Bravo, con le tue parole mi hai fatto riandare agli anni miei. Che poi coincidono con quelli di De Luca..

    Carlo Capone

  2. Commento by Francesco Improta — 10 Dicembre 2011 @ 14:36

    Grazie Carlo, per l’attenzione che hai dimostrato nei confronti delle mie recensioni e soprattutto dei libri di Erri De Luca, che – lo ribadisco ancora una volta – , a mio avviso, dopo la morte di Francesco Biamonti è il più grande scrittore italiano vivente.

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