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Mariapia Frigerio: “L’odore della muffa”, Camorak Sogni Editore

24 Settembre 2009

di Marisa Cecchetti

[Il 18 ottobre 2008, pubblicammo il racconto “L’odore della muffa”, che oggi dà il titolo ad una raccolta di 5 racconti che l’autrice ha pubblicato con l’editore Camorak Sogni. Il volume sarà presentato venerdì 25/9/2009, alle ore 18 a Lucca , nella sala Maria Luisa di Palazzo Ducale.
Con l’occasione riprendiamo dalla rivista web Il sottoscritto la recensione della nostra collaboratrice Marisa Cecchetti, che ringraziamo.]

Mariapia Frigerio, che vive a Lucca, è nata a Bergamo, è vissuta a Milano, ha completato gli studi a Torino, dove ha lavorato come marionettista nel Teatro Stabile dei Lupi. Cinque suoi racconti sono stati pubblicati da Camorak Sogni, nella raccolta dal titolo “L’odore della muffa”. Raramente il nome dell’editore si è adattato così bene al contenuto di un libro.
Sono illustrati da splendide tavole in bianco e nero di Romano Masoni, eseguite con la tecnica dell’incisione all’acquaforte, che sono nate “ancor prima dei racconti di Mariapia”, ma che si sono perfettamente adattate. Quindici copie sono numerate e contengono ciascuno le cinque incisioni originali.
Il primo racconto è una reverie, una fantasticheria su “L’uomo alla finestra” quadro di Gustave Caillebotte (1848-1894).L’uomo che volge le spalle alla stanza con lo sguardo fisso fuori, diventa la proiezione dei sogni di una donna che ha ricevuto delusioni dalla vita, che ora ha bisogno di restare “sola nel suo grande letto, senza consorte, senza figli, sola con se stessa e la sua intimità”. E’ “il letto grande con la testata in ferro battuto che aveva trovato in una cantina della casa dei suoi nonni”. Tornano nel ricordo tutti i letti dove ha dormito, ed insieme ad essi le emozioni vissute, ma soprattutto gli odori degli ambienti a cui sono legati: “ricordò i letti – con materasso di crine – che pungevano e l’odore di muffa nelle case del mare”. E’ un uomo sensibile e profondo, con una grande forza d’animo, che la attira vicino a sé e le indica il mare in lontananza. Gli oggetti, siano essi un letto, un tavolino, una vecchia stampa con l’immagine della Madonna, entrano subito con forza nel racconto, come personaggi che prendono vita accanto alle persone.
In “Atto unico” si carica di forza una sedia   sul palcoscenico vuoto, ma soprattutto le scarpe, l’accessorio più amato, in cui la protagonista vede rispecchiata la propria personalità, “con la punta lunga, affusolata e il tacco a rocchetto, viola! Aggressive, da donna in carriera…poi le romantiche…sensuali come i passi di un tango e…quelle argentate, la “bambola d’argento”. Le estremità del corpo, i piedi e la testa, intesi come sede della massima sensualità femminile, aprono su un momento di difficoltà personale, una ospedalizzazione per intervento chirurgico alla testa. Quello che poteva essere vissuto come un dramma, si trasforma in momento di beatitudine, per la presenza amorevole di un medico che ha gesti umani e una sensibilità che si avvicina a quella femminile, e per la possibilità di essere coccolata, quasi tornata bambina nel suo stato di convalescente. Solo la conferma di corrispondenze affettive le riportano la forza di ripartire, quando è divenuta una donna di vetro, con le “bambole d’argento” ai piedi e i libri più amati sotto il braccio.
Questo sensibilità, questo bisogno di gesti educati ed attenti, è un elemento trasversale ai racconti in cui rivivono interni d’inizio novecento, con atmosfere di raccolta penombra, di odori dimenticati, con mobili austeri. Pur non insensibili al richiamo dei sensi, del maschio si rifiuta la rozzezza, la grossolanità: “sono stata sposata e sarei stata un’ottima moglie se lui avesse saputo anche amarmi”. In questa ricerca di altre dimensioni d’affetto, soprattutto di tenerezza,   prende forma la delicata figura di Paolo Poli, aggraziato, lontano dal prototipo di virilità, che incanta una giovane marionettista, e diventa il suo unico vero amore, perché “fare l’amore è solo una questione di testa”. A lui rimangono legati l’odore di muffa in cui era immerso il teatrino, e il profumo di   Baghari che lei indossava nelle passeggiate al Valentino e sotto la neve.
L’omosessualità, eliminando l’aggressività maschile, è una dimensione che tranquillizza e rassicura i personaggi femminili dei racconti. Compare anche in “Visita alla vecchia signora”, che ricostruisce un ambiente borghese della Torino anni ’70,   in cui gli amici omosessuali sono una garanzia di sicurezza dovunque. Qui la profonda intesa tra fratello e sorella, che vivono   “felici nella loro naftalina”, in un mondo che si chiude loro intorno come un bozzolo protettivo, corrisponde fondamentalmente al tipo di rapporto che la donna cerca. Anche qui ci sono elementi decisamente fuori del tempo, a cominciare dalla abitazione dei fratelli, alla figura del “distinto signore, dall’aria un po’ ammuffita” sempre a fianco della signora che abita nella Palazzina di Caccia Stupinigi. Viali autunnali, la statua del cervo che troneggia in cima alla facciata, figure di domestiche d’altri tempi, silenziose ma attente come le madri, auto d’epoca, si affiancano a scorci di una città frizzante di cultura, dove si vede Jonesco in un palchetto del teatro, si fanno serate di lettura con la Ginzburg a casa   di Giulio Einaudi.
“Requiem”, che chiude la raccolta, riporta questo dualismo tra richiamo della fisicità e ricerca di tenerezza, e si ricorda di più il dolore vissuto che l’amore, mentre con lucidità si ripercorrono a ritroso le stagioni   della vita di coppia. Una donna che non ha rimorsi, sicura di avere dato, certa   che è arrivato per lei il momento di ricevere, si allontana dal marito morto nel sonno, prende il cuscino e va a dormire sul divano. Fluiscono pacati i racconti della Frigerio, avvolti quasi in un alone di fiaba, con il linguaggio chiaro e coinvolgente proprio del buon narratore. Lasciano negli occhi immagini di stampe dell’ottocento.


Letto 1945 volte.


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Bart