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Mediaset. Pena confermata, annullamento o rinvio

29 Luglio 2013

di Luigi Ferrarella
(dal “Corriere della Sera”, 29 luglio 2013)

MILANO – È tutta una questione di motivazioni: un po’ come un’atleta, anche una sentenza – quando entra sulla pista della Cassazione – passa in giudicato oppure precipita giù dal podio a seconda di quanto cinque componenti della Suprema Corte, giudici solo di legittimità e non più del merito della causa, trovino corretta la tenuta logico-giuridica delle motivazioni che in Appello la sorreggevano. Nel caso del processo Mediaset, che imputa a Silvio Berlusconi una superstite (alle tante prescrizioni già intervenute) frode fiscale di 7,3 milioni di euro nell’ammortamento nelle dichiarazioni dei redditi Mediaset 2002-2003 di diritti tv negoziati all’estero anni prima con il produttore americano-egiziano Frank Agrama, si parte da una «doppia conforme », cioè da due sentenze di merito che sia in Tribunale sia in Appello hanno inquadrato nello stesso modo la responsabilità dei fatti e l’entità della pena.

LE PENE IN GIOCO- La prima possibilità, statisticamente parlando, è dunque che domani anche la Cassazione possa confermare la condanna a 4 anni di reclusione e 5 di interdizione dai pubblici uffici. Sul versante della libertà personale, 3 dei 4 anni sarebbero comunque condonati dall’indulto del 2006, e Berlusconi per l’anno residuo non andrebbe mai in carcere: o perché (come fanno ogni giorno tutti quelli nella sua situazione) chiederebbe al Tribunale di Sorveglianza e senz’altro otterrebbe la misura alternativa al carcere dell’affidamento in prova ai servizi sociali, o perché (anche qualora per principio non chiedesse questo beneficio) il suo essere ultrasettantenne gli assicurerebbe gli arresti domiciliari pure nel peggiore dei casi. La pena interdittiva, invece è quella che per 5 anni lo farebbe decadere da parlamentare e, nel caso si tornasse a votare, gli impedirebbe di candidarsi. La procedura prevede un passaggio in Senato e un voto della giunta delle immunità e dell’aula per prendere atto della sentenza definitiva e dichiarare la decadenza: ma è possibile che nel caso di Berlusconi il suo partito azzardi un mai prima tentato braccio di ferro parlamentare volto a vanificare l’operatività di una sentenza definitiva di interdizione.

DUE TIPI DI ASSOLUZIONE – Nulla tuttavia impedisce che anche una «doppia conforme » venga cassata dalla Suprema Corte nel caso in cui sia accolto uno dei cinquanta motivi di ricorso presentati dai difensori del capo del Pdl, il senatore Niccolò Ghedini e il professor Franco Coppi. In questo caso, la sorte di Berlusconi dipenderà dal tipo di debolezza che la Cassazione dovesse cogliere nella motivazione d’Appello. Potrà annullare la condanna ma ordinare un altro processo d’Appello, indicandogli il punto da riconsiderare e da rimotivare meglio, e in questo caso il nuovo Appello e la successiva nuova Cassazione non è detto facciano in tempo a essere celebrati prima della prescrizione nel settembre 2014 dell’ultima imputazione relativa al 2003. Oppure potrà annullare la condanna senza ordinare un nuovo Appello, dunque con assoluzione secca e totale e definitiva dell’imputato. Vi spera la difesa di Berlusconi, sostenendo che l’ex premier, non facendo parte di alcun organo amministrativo e non avendo firmato le dichiarazioni dei redditi di Mediaset 2002-2003, non potrebbe tecnicamente rispondere di concorso in un reato il cui autore formale (cioè il funzionario firmatario della dichiarazione dei redditi) non è imputato. L’altra trincea difensiva si attesta sui proscioglimenti che Berlusconi negli ultimi due anni ha avuto sia a Milano sia a Roma (entrambi confermati in Cassazione) nelle udienze preliminari del «gemello » processo Mediatrade su meccanismi analoghi ma epoche successive. Specialmente la sentenza preliminare di Roma è cavalcata dalla difesa perché ravvisò nel coimputato Agrama non un socio occulto di Berlusconi ma «una effettiva attività di intermediazione di pacchetti di diritti », e nella maggiorazione dei prezzi del 50% «un ricarico quantomeno in termini astratti del tutto ragionevole ». Qui si è molto vicini a entrare in valutazioni di merito che alla Cassazione sono precluse, ma la Suprema Corte potrà sempre sindacare se sia corretta la controargomentazione dei giudici di merito milanesi, secondo i quali questi due proscioglimenti Mediatrade «non possono incidere sul giudizio » perché «attengono a diversi periodi di tempo e a distinti quadri probatori ». Questione di puro diritto è invece la rilevanza penale o meno, dentro il contenitore giuridico della frode fiscale, dei fatti ricostruiti dai giudici di merito: qui accusa e difesa duellano infatti sull’interpretazione o sul travisamento (che si rimproverano a vicenda) della sentenza di Cassazione n. 45056 del 23 dicembre 2010, sulla quale la difesa punta per affermare che il reato non è configurabile nell’ipotesi di «non congruità » di un’operazione realmente effettuata e pagata. Applicato al caso concreto, la difesa vuole cioè rimarcare che il corrispettivo indicato nelle fatture era assolutamente «reale » nel senso che corrispondeva davvero al prezzo pagato da Mediaset ad Agrama per l’acquisto di quei diritti tv, e che le corrispondenti somme uscivano effettivamente dalle casse di Mediaset senza retrocessioni provate: insomma il valore poteva anche essere non congruo, ma il costo sarebbe stato davvero sostenuto da Mediaset, dunque effettivo e tale da non far configurare il reato.

RINVIO DUBBIO- Solo domani all’ultimo minuto i legali decideranno se provare a chiedere un rinvio dell’udienza, la cui gittata è però una incognita perché il cambio della data, se oltre pochi giorni, avrebbe il delicato effetto di cambiare anche i giudici. Attualmente, come da tabella prefissata, sono quelli del primo collegio di turno (fino al 10 agosto) nella sezione feriale, dove il processo Mediaset è stato incardinato in anticipo perché metà (l’anno 2002) rischiava di prescriversi tra poco: non l’iper prudenziale 1 agosto calcolato dallo spoglio della Cassazione, ma pur sempre il 13 settembre (stima del Corriere) o 26 settembre (stima della difesa). L’obiettivo di Berlusconi sarebbe, a prescrizione nel frattempo congelata, superare il 15 settembre, fine della sezione feriale e ritorno alla sezione (terza) ordinariamente competente sulle frodi fiscali. Ma l’impressione è che il rinvio, se chiesto, o sarà molto breve o non sarà. E in quest’ultimo caso la sentenza, se non già domani sera, arriverebbe mercoledì.


Il momento peggiore
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 29 luglio 2013)

La sentenza della Cassazione su Berlusconi non poteva cadere in un momento peggiore. È inutile nasconderlo: basta solo dare un’occhiata all’imputato, al suo partito, al governo di cui è uno dei principali azionisti, e all’alleato-avversario Pd.

Berlusconi è disperato: non hanno alcuna importanza le cose che ha detto e dice alla vigilia, la spavalderia con cui annuncia che se condannato non fuggirà e andrà in carcere, le rassicurazioni che in pubblico o in privato dispensa ai dirigenti del suo partito e delle sue aziende, oltre che ai familiari, preoccupati più di lui. La verità è che l’uomo sa che stavolta la condanna, possibile e considerata addirittura certa da uno dei suoi avvocati, Nicolò Ghedini, oltre che definitiva sarebbe letale per lui. Hai voglia a dire che continuerebbe lo stesso a fare politica anche fuori dal Parlamento, che organizzerebbe una grande campagna contro la magistratura politicizzata, che dal carcere griderebbe contro il regime che lo ha privato del diritto di continuare a rappresentare e a guidare i nove milioni di italiani che lo hanno votato e credono in lui. Un carcerato è un carcerato, seppure agli arresti domiciliari, com’è scontato che toccherebbe a un detenuto quasi ottantenne. Privato della reggia di Arcore, del teatrino di Palazzo Grazioli, della Sardegna di Villa Certosa, delle telefonate a «Mattino 5 », del Milan e di Milanello, oltre che degli stravaganti passatempi con cui un tycoon ricco e anziano come lui cerca di sconfiggere la noia, il Cavaliere, c’è da scommetterci, andrebbe in depressione. Senza la libertà, lui che ha fatto della libertà assoluta la sua bandiera, per la prima volta si sentirebbe davvero sconfitto. Inoltre, a uno che in tutta la sua vita ha fatto dell’azzardo la sua regola – e negli ultimi vent’anni, grazie a questa anomala forma di talento, s’è impadronito di un Paese -, cadere a causa di una piccola frode, certo non la più grave di quelle che gli sono state contestate finora, rode. Altro se gli rode.

Se questo è il dramma del Cavaliere – un dramma che grazie a lui trascolora nella commedia, e ogni tanto nella farsa – quella del Pdl è una tragedia vera e propria. Nessuno, dicasi nessuno, dei dirigenti del fu maggior partito del Paese, è in grado di prevedere cosa sarebbe di lui e del centrodestra nel caso infausto della condanna del leader. Non si tratterebbe di scegliere la linea dura della Santanchè o quella morbida di Cicchitto, né di andare a manifestare davanti al «Palazzaccio » romano della Cassazione come avevano fatto l’altra volta di fronte al Tribunale di Milano. Se il centrodestra è, com’è stato finora, Berlusconi, senza Berlusconi il centrodestra non c’è più. I primi a saperlo sono loro.

Quanto al governo sorretto per metà da Berlusconi e dal Pdl in questo stato, e per l’altra metà da un Pd in piena febbre precongressuale, con l’apporto minimo di Scelta civica (un centro impegnato soprattutto, a dispetto delle proprie esigue dimensioni, in un’intensa attività frazionistica), non si può dire che goda di buona salute, né che sia in grado di onorare realmente la promessa a restare in vita, costi quel che costi, anche dopo l’eventuale condanna di Berlusconi. Sebbene tutti gli alleati della maggioranza si siano coralmente impegnati in questo senso, con il beneplacito del Capo dello Stato, non è un mistero che il maggior peso di un così gravoso impegno poggi sulle spalle del Pd. Ed è per questo che il presidente del consiglio Enrico Letta aveva chiesto udienza, prima ai gruppi parlamentari, e poi alla direzione del suo partito, per ottenerne l’assicurazione che anche nella prospettiva più infausta – la condanna, appunto di Berlusconi, e le reazioni prevedibilmente smodate del Pdl – sarebbero stati in grado di sterilizzare il futuro del governo dalla contingenza degli eventi.

Per inciso, era il minimo che Letta potesse fare, dopo la svolta del caso Alfano e le difficoltà di ricondurre alla ragione un partito che pensava di far dimettere il ministro dell’Interno senza aprire una crisi. Malgrado ciò, l’esito di questi incontri, nei quali Letta ha parlato chiarissimo – fin troppo secondo alcuni, che non hanno gradito il tono secco del premier -, è stato assai modesto, quando non contrastato o addirittura opposto rispetto agli obiettivi che Letta s’era dato. Di votare un testo, un ordine del giorno, o anche solo un auspicio di sopravvivenza del governo, il Pd, a qualsiasi livello, non ha voluto saperne. E in direzione, invece di parlare di questo, s’è addirittura consumata una rissa sulle regole per il congresso: pensa un po’.

Perchè il partito di Epifani sia ridotto così, e si rifiuti ostinatamente di prendere atto di dover sopportare la maggiore responsabilità di quel che potrebbe accadere, purtroppo non è difficile da capire, ed anzi è presto detto. Nel Pd, dall’ultimo degli iscritti, fin quasi, forse, al segretario, tutti non vogliono saperne di dover salvare Berlusconi. Piuttosto la morte: c’è chi lo dice a voce alta e chi si trattiene, mordendosi la lingua. Ma il pensiero di ognuno di loro è lo stesso: lo abbiamo già salvato una prima volta nel 2011, quand’era finito e se fossimo andati a votare, al posto di fare il governo Monti, avremmo vinto. Lo abbiamo salvato la seconda, piegandoci a fare il governo di larghe intese con lui. Stavolta crepi, e non se ne parli più. Che a soccombere, con ogni probabilità, sarebbe il Paese, al Pd, militanti, parlamentari e dirigenti, non importa. Se arriverà la condanna e saranno chiamati a votare in Parlamento la decadenza di Berlusconi dal Senato, voteranno per farlo decadere, e poi accada quel che deve accadere.

In sintesi, il quadro è questo: la rete di sicurezza non esiste, probabilmente era un’illusione pensare che potesse essere predisposta. Non solo il destino di Berlusconi, ma quello del governo e della legislatura è dunque nelle mani della sezione estiva della Cassazione, di fronte a cui domani si presenterà il nutrito collegio di difesa del Cavaliere. Fare pronostici, al punto in cui siamo, è impossibile, oltre che inutile. Gli storici ricordano che anche in un altro frangente drammatico, l’incerto referendum del 1946, toccò alla Suprema Corte proclamare il risultato che segnò una svolta storica, con la cacciata del re e la scelta della forma repubblicana. Volesse il Cielo che, dopo averne legittimato la nascita, i giudici del Palazzaccio in quest’occasione non si trovino a certificare la fine della nostra, assai malandata, Seconda Repubblica.


Così le toghe della Cassazione giocano col futuro del Paese
di Salvatore Tramontano
(da “il Giornale”, 29 luglio 2013)

Tutto dipende dal finale. La Cassazione, qui, domani, ha in mano il destino e il futuro di questo Paese. Non è in ballo solo una sentenza. Non c’è solo Berlusconi. Un’uscita di scena traumatica del Cavaliere mette in moto forze imprevedibili, che renderanno ancora più instabile il sistema politico.

C’è tanta gente che spera di vederlo umiliato, dietro le sbarre, distrutto, cancellato. Dicono che solo così l’Italia cancellerà ogni male e si butterà alle spalle le sue paure e i suoi guai. Si illudono. L’unica cosa che otterranno è la vendetta, per un personaggio che non hanno mai amato, sfogando in questo modo le loro frustrazioni.

Il resto sarà caos, con una cicatrice profonda, con frammentazioni e guerre fratricide all’interno di ogni partito, rese dei conti, con piccoli leader che a destra e sinistra cercheranno in ogni modo di soddisfare le proprie ambizioni personali e un vuoto che renderà ancora più spaesati gli elettori. Non ci sarà l’equilibrio, ma una serie di sciami sismici, con la possibilità per i partiti antisistema di inserirsi e puntare al disfacimento.

La crisi italiana non è solo economica. È una crisi di riforme non fatte, di problemi che si sono incancreniti, di partiti che hanno perso la loro identità. Non ci sono progetti, perché la politica ha delegato ai tecnici, alla burocrazia e all’Europa la costruzione di un futuro. Un’uscita di scena di Berlusconi morbida, concordata, avrebbe permesso forse davvero al Paese di aprire una grande stagione di riforme. Le larghe intese non sarebbero state solo un governo balneare, buono per tirare a campare. Ma qualcosa di più alto, concreto, con lo sguardo rivolto in avanti. Una transizione senza odio, senza traumi, senza vendette, senza ossessioni. È quello che accade nei Paesi dove la politica ha ancora un ruolo, e non viene scandita e influenzata dalla giustizia o dai ricatti di Bruxelles. Noi invece preferiamo chiudere le stagioni politiche con lo sfregio, con la demonizzazione del capro espiatorio.

Berlusconi vede lontano quando dice che non sarà il Pdl a far cadere il governo Letta. Lo scossone arriverà da sinistra, perché lì sono in tanti quelli che scalpitano, quelli che lavorano ai fianchi il premier, e aspettano solo la sentenza per aprire le danze del potere. Renzi non fa nulla per nasconderlo. I suoi uomini sono stati allertati e vogliono chiudere i giochi con l’avversario generazionale e il partito da rottamare. Sarà una battaglia su due fronti, che il sindaco di Firenze è sicuro di vincere contando proprio sugli elettori orfani del Cavaliere. Ma sarà una battaglia lunga, con due figli della Democrazia cristiana, più o meno della stessa età, che combatteranno fino all’ultimo sangue, perché è chiaro che uno dei due sarà di troppo. Questo non solo macellerà il Pd, con la sinistra più nostalgica e vendoliana a fare da ago della bilancia, ma getterà l’Italia in una sfiancante guerra di trincea. Grillo getterà benzina sul fuoco, giocando ancora di più sul populismo, con gente sempre più arrabbiata e sempre più illusa, che non avrà neppure più Berlusconi da maledire.

Il Pdl dovrà fare un lungo viaggio nel deserto, con gli eredi pronti a scannarsi per brandelli di voti, con la paura di scomparire, determinati solo a restare aggrappati alla loro poltrona a qualsiasi costo. Gli imprenditori, chi lavora, chi pensa che l’Italia possa ritrovare aria e forza solo abbandonando le politiche di austerità, perderanno ogni punto di riferimento. Non è gente che ama le rivolte e le piazze, ma questa volta si sentirà con le spalle al muro, senza prospettive e disposta a combattere per la propria sopravvivenza.
No, da certi traumi non si esce con la pace. Non sarà la fine di Berlusconi l’inizio di un Paese normale. Lui, il Cavaliere, ha già detto che in caso di condanna non scapperà all’estero, nessun esilio. Non ha voglia neppure di essere rieducato o vivere la sua prigione a casa. A 77 anni potrebbe di nuovo sfidare tutti scegliendo il carcere. Non è un uomo che si arrende. Dal suo punto di vista i processi sono frutto di una strategia ben precisa per liberarsi di un avversario politico scomodo. Il carcere, nelle sue intenzioni, è un modo per continuare a combattere per la libertà e la democrazia. È convinto che alla fine la Cassazione non potrà non assolverlo. È il suo ultimo atto di fiducia nella giustizia. È la speranza di essersi sbagliato. Siamo al bivio, e spetterà ai giudici scegliere il futuro politico, economico e sociale degli italiani.

Ma potranno dei magistrati condannare a morte la procura di Milano per salvare Berlusconi? Forse il problema di tutta questa storia è proprio questo.


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Bart