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Meglio quando c’era Berlusconi?

4 Dicembre 2011

Leggendo qui, l’interrogativo non solo è legittimo, ma direi che è anche di buon senso. Siamo, infatti, già a questo punto.

Salvo che non   siano smentite dai fatti (e mancherà poco ad accertarlo), le previsioni segnalano una manovra che somiglia tanto alle stangate che la sinistra ci aveva inflitto nel passato con i suoi sciagurati governi.
Scrissi l’articolo “Siamo alle solite” il 30 novembre, quando ancora le voci erano labili, appena un sussurro, e la certezza che questo governo fosse la panacea per i nostri guai era a prova di bomba.
Finalmente Berlusconi era caduto e da ciò non poteva, secondo questi sciocchi, derivarne altro che bene.

Se avessero lasciato al governo Berlusconi emanare quel decreto che Napolitano non gli ha consentito di fare (mancherà poco, vedrete, alla sua detronizzazione, e ci lascerà a carico   circa 25 mila euro al mese, pari al frettoloso laticlavio regalato a Monti), oggi non ci vedremmo piovere addosso la gragnola di tasse di cui si sente parlare e che non solo causeranno la stretta pericolosa dei consumi, ma daranno sostanzioso foraggio alla recessione.

Alla Ue e alla Bce i provvedimenti richiesti a Berlusconi e che Berlusconi avrebbe assunto con quel decreto sarebbero bastati, e oggi l’Europa resterebbe concentrata sull’Italia allo stesso modo che oggi è concentrata sulle decisioni di Monti. Nessuna variazione di comportamento. E nel frattempo sarebbe arrivata, anche con il governo Berlusconi in carica, quel ripensamento che sta coinvolgendo la cancelliera Merkel, la quale si è convinta finalmente che continuare con le sue irrazionali chiusure (contestate anche dal grande Helmut Koll), avrebbe provocato un danno ragguardevole pure ai tedeschi. Come pure sarebbero ugualmente arrivati gli interventi delle più forti banche centrali a sostegno dell’euro, come stiamo vedendo dall’andamento dei mercati.

Poiché, infatti, (solo la sinistra non lo aveva capito) la crisi non è italiana né causata dall’Italia, ma è una crisi che riguarda la debolezza dell’euro, una moneta non protetta da una Bce con le mani e con la testa ingessate. Nessuno – Dio ce ne scampi e liberi –   mi venga a raccontare che tutto questo si è messo in moto non appena è comparso sulla scena il governo Monti. Monti in questo gioco così complesso vale assai poco, come assai poco valeva Berlusconi. Ripeto, si tratta di un gioco la cui partita non può essere giocata da una nazione singola ma dall’intera Europa comunitaria. Caso mai se un ruolo positivo si deve individuare, questo può essere indicato nell’ascesa di Draghi alla presidenza della Ue. La sua prima decisione è stata quella di una riduzione del tasso d’interesse, decisione che ha avuto il significato di indicare, non solo all’Europa, che la via da percorrere non era certo quella della tassazione, bensì quella della crescita.

È grazie anche a segnali come questo, che ci si è resi conto a livello mondiale che intervenire a sostegno dell’euro e quindi dell’Europa era vantaggioso per tutti, visto che il crollo dell’euro e dell’Europa avrebbe stravolto uno dei mercati più appetibili del mondo, lasciando in braghe di tela tutte quelle grandi aziende multinazionali che hanno nel vecchio continente un immenso bacino di guadagno.
Fermare l’Europa, significherebbe (non voglio qui annoiare con un lungo discorso di storia, di ingegni umani e di civiltà) tornare indietro nel tempo, soffocare uno degli impulsi più virtuosi al progresso mondiale.

Peccato che Berlusconi non abbia avuto la forza e il coraggio di battersi non solo contro la trappola tesa da Napolitano, ma contro i suoi stessi consiglieri. Il consiglio dei Ministri all’unanimità (così si lesse sui giornali) era a favore del decreto. Bastava che lo emanasse e la storia per noi italiani sarebbe andata assai meglio di quanto ci toccherà patire fra qualche ora.

Una speranza ci resta (esigua, si legga qui), ed è quella che quando si arriverà a discuterne in parlamento, il Pdl non dimentichi le ragioni per cui ha più volte vinto le elezioni, una delle quali riguardava proprio il tema (recessivo) delle tasse. Le quali, per quelli della sinistra che sembrano goderne, una volta imposte (non per caso è l’altro suo nome) non se ne vanno più. Mettono radici.

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Bart