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Merkel e la strategia della rimonta

8 Settembre 2012

di Gian Enrico Rusconi
(da “La Stampa”, 8 settembre 2012)

La partita è appena iniziata. Dopo l’indecisione paralizzante che ha caratterizzato la vita europea degli ultimi mesi, la Banca centrale europea ha fatto la sua mossa – forte e attesa. Ma attesa era anche la reazione della Bundesbank, che ha negato il suo voto alla risoluzione della Bce di acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà «illimitatamente » – secondo precise e rigorose condizioni.

Ma la Banca centrale tedesca non è il governo tedesco; non è nemmeno «la Germania ». Eppure, molta stampa tedesca sta reagendo negativamente, convinta o quanto meno preoccupatissima che la Bce abbia commesso un grosso errore che recherà danno all’Unione europea – e ai tedeschi innanzitutto. Ma a ben vedere, lo sconcerto dei tedeschi ha un’altra ragione più sottile: non immaginavano che si osasse tanto contro il loro esplicito parere. O, quantomeno, contro il parere di uomini politici, di gruppi di interesse e di opinionisti che in queste settimane hanno sostenuto le loro tesi in modo così martellante da intimidire in Germania molte altre voci più ragionevoli. Ora si trovano isolati. Che cosa accadrà?

Soltanto la cancelliera aveva intuito che il braccio di ferro che si era instaurato fra tedeschi ed europei non portava da nessuna parte. Anzi, stava creando una paralisi mortale nelle istituzioni europee. Nei giorni scorsi Angela Merkel aveva assunto una posizione che appariva persino ambigua, nel non voler far entrare in collisione il presidente della Bundesbank con il presidente della Bce. Adesso – dopo il contrasto – potrà farsi avanti per chiedere a Mario Draghi perentoriamente di poter «vedere » con chiarezza le famose condizioni precise e rigorose necessarie ai Paesi che intendono beneficiare dell’intervento della Bce. Questo è il punto su cui la Merkel giocherà la sua partita di recupero.

Non penso che la cancelliera creda alla favola diffusa in queste ore che basti «l’annuncio della Bce » per soddisfare i mercati o scoraggiare gli speculatori. Il compito più difficile sarà piuttosto convincere i tedeschi che è loro interesse recuperare rapidamente un rapporto di reciproca fiducia con i partner europei. Cominciando a collaborare con la Bce nella definizione delle condizioni di fruizione degli aiuti della Banca centrale. Ciò che conta è non perdere del tutto il controllo. Riconquistare quella leadership informale che è andata perduta di fatto nell’ultimo anno insistendo unilateralmente sulla ricetta tedesca.

La Germania si trova davanti alla sua prova più impegnativa dopo il 1989/90, dopo i Trattati di Maastricht e dopo l’introduzione dell’euro. Anzi, per molti aspetti è la rivisitazione delle regole e degli accordi sorti proprio da quel nesso di eventi che sino ad ieri si pensava fosse l’asse attorno al quale si era costruita e rafforzata l’identità politica, economica, culturale dell’Europa e della Germania stessa.

Inaspettatamente, oggi l’essere tedesco è entrato in tensione con l’essere europeo. Molti tedeschi hanno la sgradevole sensazione che i partner europei chiedano loro di fare qualcosa che contraddice la lettera e lo spirito dei Trattati consensualmente sottoscritti (in particolare per quanto riguarda la funzione della Banca centrale europea) e che quindi venga mortificata quella che con un tono sprezzante è chiamata la loro «ortodossia ». Sentono penalizzata la loro «disciplina » politico-economica, mentre dovrebbero essere gli altri (in particolare i Paesi del Sud) ad imitarla. Sappiamo che non è proprio così, e che la classe intellettuale e giornalistica tedesca ha la sua responsabilità nell’avere dipinto in modo semplicistico la situazione.

Per le prossime settimane possiamo ipotizzare una secca alternativa. O vince la linea della cancelliera Angela Merkel, che, pur prevedendo un lungo confronto, duro se necessario, ma pur sempre trasparente e collegiale, si mette in sintonia con gli altri partner europei lungo quelle linee di intervento e riforma sistemica delineate nei mesi scorsi, anche grazie al contributo del governo italiano. Oppure, cedendo a risentimenti vendicativi, i tedeschi insisteranno nel rifiuto sistematico di tutte le proposte avanzate sul terreno europeo. Senza arrivare ad un referendum anti-euro (o comunque lo si voglia formulare), la cui vittoria sarebbe usata come una clava contro l’Unione europea, basterebbe che i tedeschi dicessero sempre di no, illudendosi di salvare in questo modo la loro sovranità nazionale. Quello che non capiscono i sostenitori di questa linea «tutta tedesca » è che sarebbe la fine della Germania quale è felicemente uscita dopo le catastrofi del XX secolo, grazie anche agli europei. Sarebbe la fine della Germania come modello democratico, di cui vanno fieri i tedeschi, nel momento stesso in cui rinnegano la strada che hanno percorso per costruirlo.

Intanto però siamo davanti al paradossale ricupero di immagine e di simpatia in Europa della cancelliera Merkel oggetto nei mesi scorsi di odiose vignette e di stupidi insulti. E data per politicamente spacciata da molti commentatori. Sorprendendo ancora una volta amici e nemici – nel deserto di forti personalità ai vertici della politica tedesca – la cancelliera potrebbe inaugurare una nuova stagione della politica tedesca verso l’Europa. Chissà.


Mentana ammazza scoop e lo scoop su Berlusconi
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 8 settembre 2012)

Enrico Mentana, direttore del TgLa7, smet ­te i panni del fustigatore e veste quelli del moralista.
Non gli va che un suo collega di rete, Corrado Formigli, abbia fatto uno scoop, trasmettendo nel corso di «Piazza Pulita », il fuori onda nel quale Giovanni Favia, leader grillino, si lasciava andare a giudizi pesanti su Grillo e sul mo ­vimento. Scorretto – ha detto il direttore nell’edizio ­ne di ieri sera- carpire informazioni con l’inganno, e per di più mandarle in onda senza avvisare gli ospiti presenti in studio, tra i quali lui Mentana medesimo. Evidentemente il direttore pretende di comandare anche in casa d’altri, ma a parte questo non credia ­mo che si tratti di sola invidia professionale.

No, ci de ­ve essere altro, perché Mentana non si è mai fatto pro ­blemi prima d’ora a sfruttare tutti i fuori onda audio e video (oltre che intercettazioni illegali) capitatigli tra le mani. Vuoi vedere che il cuore del direttore su ­per partes per antonomasia in realtà batte forte per il vendicatore Grillo e non gli va che qualcuno ne met ­ta in discussione la limpidezza? Lecito, ovviamente, ma farebbe bene, per coerenza, ad avvisare anche i suoi ascoltatori. Se così non fosse ci scusiamo e gli segnaliamo un caso simile che evidentemente, nella foga di difende ­re i grillini, gli è sfuggito e che riguarda il suo ex edito ­re, quello che lo ha reso ricco e potente. Si tratta di un fuori onda giudiziario pubblicato ieri da Il Fatto .

È il resoconto dell’interrogatorio che Silvio Berlusconi ha rilasciato pochi giorni fa a tre pm di Palermo sui soldi dati a Dell’Utri. Battute, giudizi e confidenze che Berlusconi ha fatto nel chiuso di una stanza alla presenza dei soli tre magistrati, uno dei quali è il fami ­gerato Ingroia. Niente avvocati, niente cancellieri. Ora, escludendo che Berlusconi abbia spifferato il contenuto al giornale dei giustizialisti, è ovvio che a cantarsela è stata una delle tre toghe. La quale ha vio ­lato così la legge e ha mancato di rispetto a un testimo ­ne, per di più ex premier e attuale presidente del parti ­to di maggioranza relativa. In breve ha commesso un reato. Avremmo sperato che Mentana, giornalista li ­bero e puro, si fosse indignato, avesse chiesto al Csm, dal suo pulpito serale, l’apertura di un’inchiesta per violazione del segreto istruttorio e turbativa della po ­litica italiana. Facile, caro Mentana, prendersela con Formigli. Prova, se hai le palle, ad attaccare Trava ­glio e Ingroia, a difendere Berlusconi quando è vitti ­ma di ingiustizie. Ma forse chiediamo troppo anche a un maestro di giornalismo.


La mossa di Mario
di Enrico Cisnetto
(da “il Foglio”, 8 settembre 2012)

Draghi ha fatto bene a sfidare la Bundesbank, anche se la partita è appena cominciata.
Avete presenti le squadre di calcio che segnano al primo minuto? Di solito si dice: adesso vediamo se si sapranno meritare il vantaggio con il gioco. Ergo: hanno fatto gol, ma in un minuto certo non possono esserselo guadagnato. Ecco, lo stesso vale per l’Europa. Ieri Draghi ha fatto gol – e che rete! – ma adesso per salvare l’euro ci vuole altro. Nell’euforia che si è scatenata dopo la decisione (non unanime) della Bce di procedere con il piano anti spread di acquisto illimitato di titoli dei paesi in difficoltà, il rischio è quello di confondere il tipo di medicina che sarà somministrata al malato e gli effetti conseguenti che essa potrà produrre. Superando magistralmente una difesa arcigna, ma inutilmente schematica e cocciuta, Draghi, da centravanti di razza, è andato in porta, realizzando quello che in molti avevano pronosticato come un gol impossibile. Gliene va dato pieno merito, anche perché il governatore della Bce è l’unico attore dello psicodramma dell’euro che finora ha fatto la sua parte al meglio, mostrando una sapienza tecnica, un’intelligenza politica e un acume tattico che nessun leader continentale ha avuto e si sogna di avere. Super Mario, insomma. Ma tutto questo non toglie – e Draghi è il primo a saperlo, proprio perché quattro spanne sopra gli altri – che l’intervento della Bce blocchi la febbre (lo spread), salvi il malato da morte sicura (la fine dell’irreversibilità dell’euro sancita dall’uscita della Grecia e dall’ipotesi di un ritorno a lira e peseta, seppure in un quadro di cambi fissi), ma non curi, né pretende di volerlo e poterlo fare, la malattia che ha causato lo stato agonico della moneta unica. La quale è superabile, strutturalmente, solo con l’integrazione politico-istituzionale degli stati aderenti, cioè con la creazione di un’Europa federale. Siccome è cosa complicata che richiede tempo e una volontà politica che finora è mancata, Draghi ha semplicemente (si fa per dire) comprato tempo, dando la possibilità ai governi di cercare quella soluzione definitiva agli squilibri dell’Eurozona che finora non hanno trovato. Senza la quale la guerra speculativa riprenderà pesantemente, finendo per rendere inutile (nel senso di non decisiva) la barriera anti spread della Bce.

D’altra parte, che i nodi stessero velocemente venendo al pettine lo testimonia il mezzo fallimento dell’asta tedesca di mercoledì 5 settembre: gli investitori internazionali, e in particolare i fondi pensione, non sono più disposti a comprare bund che non rendono nulla, anzi che non coprono neppure l’inflazione, e questo fenomeno sarà comunque, al di là della mossa di Draghi, elemento decisivo per “girare le carte” in sede europea. Perché la mossa della Bce, creando i presupposti per tagliare le punte degli spread, interviene sull’altra contraddizione della crisi, quella di politiche di rigore finanziario, che si sono tradotte in austerità recessiva, in cambio non di tassi di finanziamento più bassi ma ben maggiori dei concorrenti. Ora l’azione calmieratrice della Bce renderà meno suicide quelle politiche, ma non metterà certo nelle condizioni i capitali internazionali di essere meglio remunerati.
Insomma, c’è da essere grati, molto grati, a Draghi, che ha sfidato una potenza come la Bundesbank su un terreno che – anche comprensibilmente – non le è proprio. Ma nello stesso tempo dobbiamo sapere che la partita è appena cominciata e il risultato finale di là da venire. E capire che, così stando le cose, l’ostacolo più grande da rimuovere per rimuovere le cause strutturali dell’incompiutezza dell’euro non è rappresentato (solo) dai tedeschi, ma (anche e soprattutto) dai francesi. Parigi, con Hollande come con Sarkozy, non intende cedere un grammo della sua sovranità, mentre Berlino è disposta, seppure a condizione che l’Europa federale sia germanocentrica. Per questo, sono necessarie due mosse. La prima: innervare la decisione di ieri della Bce con un’unione bancaria vera, in cui i principali attori non siano più nazionali ma europei soggetti a vigilanza centrale. La seconda: cominciare a percorrere la strada federale firmando un accordo politico – credibile, solenne e “vendibile” alle opinioni pubbliche – che sancisca l’irreversibilità dell’unificazione monetaria e definisca scelte a 3-5 anni di equilibrio tra rigore e sviluppo. La prima la si lasci fare a Draghi, la seconda la si costruisca prima che le elezioni italiane e tedesche la rendano impraticabile.


Trattativa Stato-mafia. La bozza della commissione Pisanu, qui


Pressioni su Grasso per Mancino?, qui. Faccio notare che la eventuale sussistenza di questa pressione rafforzerebbe vieppù i sospetti che gravano sul contenuto delle secretate telefonate tra Mancino e Napolitano. bdm


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Bart