Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Monti non pensa a candidarsi

21 Dicembre 2012

di Fabio Martini
(da “La Stampa”, 21 dicembre 2012)

Troppo alto il rischio di arrivare secondo o terzo tra gli schieramenti in lista

ROMA. Anche Mario Monti ci può ripensare. Dopo averci rimuginato per mesi, ieri il Presidente del Consiglio pare sia arrivato ad una conclusione diversa da quella che lui stesso aveva lasciato intendere nei giorni scorsi ai promotori del Centro, Casini e Montezemolo. Monti – ecco la novità – non intende candidarsi per palazzo Chigi per conto del Terzo polo e neanche fare un esplicito endorsement per questo schieramento.

Quasi certamente dopodomani, nella conferenza stampa di fine anno, il premier produrrà una sorta di Memorandum Monti sulle cose fatte e quelle da fare, su queste da palazzo Chigi interloquirà nei prossimi mesi ma senza schierarsi esplicitamente con alcun polo, anche se via via finirà per convergere col polo centrale e moderato.

Troppo alto, per Monti, il rischio di arrivare secondo o terzo, tra gli schieramenti in lista e dunque alla fine non sarà della partita. Salvo sorprese dell’ultima ora, sempre possibili con un uomo apparentemente di ghiaccio, ma che in questa vicenda ha dimostrato di essere emotivamente sensibile.


Monti e la tentazione della rinuncia
di Paolo Rastelli
(dal “Corriere della Sera”, 21 dicembre 2012)

MILANO – E se Mario Monti ci ripensasse? La voce su una possibile rinuncia dell’ormai ex premier a una candidatura alle prossime elezioni e all’eventuale apparentamento a una lista centrista si fa sempre più insistente man mano che si avvicina la giornata di domenica e l’appuntamento con la conferenza stampa che dovrebbe finalmente squarciare il velo sulle effettive intenzioni del Professore. I motivi che consiglierebbero la rinuncia sarebbero la difficoltà per l’ex premier, qualora decidesse di capeggiare in forma più o meno esplicito una lista centrista o più liste federate, di ottenere un piazzamento elettorale soddisfacente e tale da consentirgli di essere protagonista nella formazione del nuovo governo. Il timore di fare il vaso di coccio tra il ferro del centrodestra e del centrosinistra consiglierebbe quindi un passo indietro. L’ipotesi più accreditata in queste ore è che Monti, nella conferenza stampa di domenica, si limiti a enunciare un programma per l’Italia di domani (europeista, liberista, solidale, fiscalmente equa, votata all’innovazione, capace di attrarre investimenti e di offrire prospettive ai giovani) lasciando poi liberi i partiti di farlo proprio. In questo modo potrebbe esercitare un ruolo di moral suasion e indirizzo sugli atteggiamenti dei partiti, forte dell’indubbio consenso conquistato in questi mesi soprattutto sulla scena internazionale.


Monti si dimette ma aspetta ancora i maya
di Redazione
(da “Libero”, 21 dicembre 2012)

Monti ha rassegnato le dimissioni. Domenica dirà cosa farà, ma una sua ricandidatura a premier non appare più così certa.

Il Monti-1 è finito. Il presidente del Consiglio, dopo l’ultimo consiglio dei ministri a palazzo Chigi, è salito al Quirinale dove ha ufficialmente rassegnato le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La notizia è stata battuta dalle agenzie alle 19 e 33. Nelle prossime ore il Capo dello Stato scioglierà le Camere, avvierà consultazioni solo formali tra le forze politiche per poi fissare ufficialmente la data delle elezioni. Nel pomeriggio, Monti aveva pronunciato il suo ultimo discorso da premier alla Farnesina, di fronte agli ambasciatori e alla presenza del ministro degli esteri Giulio Terzi. “Sono stati tredici mesi spesso difficili, ma comunque affascinanti” aveva detto Monti. Che poi si è lasciato andare a un momento di auto-promozione: “Lascio un’Italia più affidabile e più attraente”.

Il prossimo atto del Professore è atteso per domenica (o almeno, così ha preannunciato lui). Monti ha infatti scelto l’antivigilia di Natale per “sciogliere la riserva” su una sua eventuale corsa per un bis a Palazzo Chigi. Una corsa che, fino a poche ore fa sembrava se non certa almeno assai probabile. Ma che, complici anche sondaggi non proprio entusiasmanti sulle liste di centro che lo sosterrebbero, non pare ora così probabile. Silvio Berlusconi, nel pomeriggio di oggi, lo ha posto di fronte a un aut-aut: se si candida a Palazzo Chigi può scordarsi il Quirinale è il senso delle parole del cavaliere, ed è assai probabile che, candidandosi premier coi vari Casini, Montezemolo, Riccardi, ecc… il prof rischi di giocarsi anche il Colle. Perché, presentandosi come avversario politico, difficilmente potrebbe contare sul sostegno (probabilmente decisivo) del Pd per la nomina a presidente della Repubblica.

Il Professore ha anche problemi di “personale”, nel senso che non ha una solida squadra su cui contare: alcuni dei suoi ministri hanno affermato e riaffermato l’intenzione di porre fine alla loro esperienza politica; altri, come Elsa Fornero, sono francamente impresentabili. Lo stesso Corrado Passera ha deluso, visto che in questi mesi di governo lo sviluppo è rimasto una chimera. Ma nemmeno tra i politici che lo sosterrebbero vengono nomi di peso. Salvo che non si pensi allo stesso Montezemolo o a Casini o a Mastella o a Pisanu o a Fini. Cioè figure che difficilmente accetterebbero di far parte della squadra di governo. O che non potrebbero mai e poi mai essere presentate all’opinione pubblica come garanzia di rinnovamento politico.

E’ possibile che domenica il premier dimissionario presenti un programma per l’Italia e illustri le riforme necessarie per il Paese. Ma prendendosi altri giorni di riflessione per ufficializzare una decisione. Potrebbe anche chiedere una sorta di “fiducia sul manifesto”, ovvero cercare di capire chi e quanti sottoscriverebbero la sua agenda e poi sciogliere la riserva.


Dopo la crisi: se Monti non si candida, saltano i piani di Fini e Casini
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 21 dicembre 2012)

Candidato premier o ‘padre buono’ a sostegno di liste centriste?  Una volta consegnate le dimissioni nelle mani di Giorgio Napolitano, per  Mario Monti  è ora di scegliere cosa farà nei prossimi mesi. Se fino a qualche giorno fa il suo impegno diretto era dato per scontato, nelle ultime ore le indiscrezioni dicono ben altro. L’ex premier, infatti, sarebbe orientato a non candidarsi, pur sostenendo indirettamente il centristi. Che a questo punto si presenterebbero nella contesa elettorale con due liste: una di Udc e Fli, l’altra di  Italia futura  con gli attuali ministri ma senza la presenza del Professore. La regia dell’operazione spetterebbe a  Pierferdinando Casini  e a  Luca Cordero di Montezemolo, che prenderebbero come punto di riferimento l’agenda del governo (con tutta probabilità sarà presentata domenica da Monti nella conferenza stampa di fine anno, ndr) ma senza poter contare sull’ex rettore della Bocconi.

E questo perché il Professore sarebbe tentato da un ‘low profile’, senza ‘impastricciarsi’ con la politica. Da  palazzo Chigi, però, fanno sapere che ancora “tutte le ipotesi sono aperte”. Di sicuro il premier dimissionario presenterà domenica un programma per l’Italia, illustrerà le riforme necessarie per il Paese e poi ufficializzerà la decisione. Ma prendendosi altri giorni di riflessione. Potrebbe chiedere una sorta di ‘fiducia sul manifesto’. Ovvero cercare di capire chi e quanti sottoscriverebbero la sua agenda e poi sciogliere la riserva. E non prima di  Natale. Fonti ministeriali continuano a sostenere che il Professore è tormentato dai dubbi, sta ancora vagliando il da farsi. Un compromesso potrebbe essere quello di una discesa in campo ‘soft’. Ovvero benedire i due simboli, magari dando l’ok affinché venga speso il suo nome, ma restando fuori dalla contesa politica. Ma c’è chi insiste nel sostenere che il professore stia prendendo tempo per avere un mandato pieno e agibilità politica e dopo  entrare in campo  direttamente.

A prescindere da ciò che sarà, tra gli esponenti dell’esecutivo c’è  fibrillazione. “E’ un professore, avrebbe difficoltà ad indossare i guantoni del politico ed entrare nel ring” ha detto un ministro all’Agi. Alcuni esponenti del governo in realtà speravano nel progetto della lista unica, ma il piano sembra tramontato. Fonti ministeriali sostengono che senza la presenza ‘attiva’ di Monti neanche Montezemolo e  Riccardi  si candiderebbero, il rischio – avverte un ‘big’ dell’Udc – è che salti l’intero progetto ‘Verso la Terza repubblica‘. “Noi – hanno sottolineato le stesse fonti – comunque andiamo avanti, puntiamo sull’agenda Monti e su altri punti che aggiungeremo”. In ogni caso nel partito di viaDue Macelli  c’è anche chi comincia a tirare un sospiro di sollievo. Il timore è che il premier potrebbe chiedere una scrematura delle liste, dire di no, chiudere la porta ad alcuni: “Se non c’è Monti però dovremmo raddoppiare le forze per prendere i voti…” hanno fatto sapere dall’Udc.

I leader del ‘Nuovo centro’, tuttavia, aspettano comunque l’annuncio del Professore prima di capire come muoversi.”Vuole restare una figura ‘super partes’ e non pregiudicarsi il Quirinale e il rapporto con il presidente  Napolitano  e il Pd di  Bersani” sostiene uno di coloro che si erano spesi per aggregare i moderati. Ma ora anche i ‘filomontiani’ del Pdl frenano:  Mario Mauro  per esempio aveva già presentato il marchio ‘Popolari per l’Europa’ coinvolgendo tutti gli altri europarlamentari. Ma senza la presenza di Monti anche questo progetto rischia di saltare. Anche i ministri sono in attesa: fonti centriste riferiscono che, per esempio,  Corrado Passera  potrebbe fare il capolista al Senato, altri invece andrebbero nella liste di Udc e di ‘Italia futura’. Nella lista centrista troverebbero posto altri ministri (Catania, per esempio) e imprenditori come  Emma Marcegaglia. Il dato essenziale comunque è che se Mario Monti rinunciasse a candidarsi tutto il ‘blocco’ moderato guidato da Casini, Fini e Montezemolo si troverebbe di fatto senza il capo coalizione designato. In tal caso il nome di Mario Monti potrebbe comparire all’interno del programma elettorale già ispirato all’agenda Monti.

 

 

 

 


Lista Merkel, “vecchie glorie”, Bagnasco
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 21 dicembre 2012)

Non è solo una Lista Merkel quella con cui il presidente del Consiglio, Mario Monti, conta di presentarsi alle prossime elezioni. E non è neppure una lista solo di “vecchie glorie” del professionismo politico e para-imprenditoriale quella con cui il “tecnico” per eccellenza conta di effettuare la metamorfosi in demiurgo politico. A ben guardare c’è un terzo modo di definire l’operazione che Monti si accinge a realizzare accogliendo le sollecitazioni della Cancelliera tedesca, dei capi dei cespugli centristi come Casini, Fini, e Pisanu e degli eterni mediatori tra economia, finanza e politica come Montezemolo. La terza targa della lista montiana è quella della Cei e del suo presidente Cardinal Bagnasco. Che ha messo a disposizione del presidente del Consiglio quella parte del mondo cattolico italiano rappresentata dal Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, dal Bonanni della Cisl, dall’Olivero delle Acli e da alcuni pezzi di Comunione e Liberazione che cercano di salvarsi dal crollo del modello Lombardia che avevano sostenuto per un paio di decenni. È bene identificare le tre componenti della lista Monti non per poter lanciare una qualche polemica. Ma per capire fin da ora, cioè da prima ancora che la lista sia stata presentata ufficialmente, quale sia lo schema con cui i montiani intendano giocare la partita elettorale e quale l’obbiettivo di fondo verso cui siano proiettati.

Lo schema è quello del Cardinale Bagnasco. Cioè di quei cattolici progressisti che nel nostro paese dai tempi del Concilio Vaticano II vanno testardamente perseguendo l’alleanza storia ed irreversibile tra loro stessi ed una sinistra verso cui nutrono da sempre una singolare sudditanza politica e culturale. Secondo questo schema, quindi, il compito della lista Monti è di creare le condizioni per realizzare il ritorno all’eterno centrosinistra della Prima Repubblica. Con Monti destinato ad allearsi comunque con il certo trionfatore Bersani. Ed a farlo in condizioni migliori di quanto potrebbero fare i poveri “cespugli” centristi se fossero abbandonati a se stessi ed ai loro vecchi leader squalificati. L’obbiettivo realistico degli strateghi cattolici-progressisti, quindi, è di creare un centro sufficientemente forte per poter trattare (non in condizione di servitù come farebbero i Casini ed i Montezemolo) con un Pd sicuro vincitore delle prossime elezioni.

Il tutto per arrivare alla formazione di un governo di sinistra-centro guidato da Bersani ma caratterizzato dalla presenza di un Monti che, essendo garante della sinistra nei confronti della Cancelliera Merkel, sarebbe automaticamente garante anche della componente cattolica in perenne sudditanza politica e culturale nei confronti dei post-comunisti. Naturalmente questo schema ha una variante. Che è data dalla consapevolezza che con l’attuale sistema elettorale la vittoria della sinistra e la possibilità dell’alleanza tra sinistra e centro possano trovare l’intoppo della tenuta del Pdl e del centrodestra in alcune regioni-chiave come la Lombardia, la Sicilia. In questo caso l’asse Bersani-Monti, averebbe una larga maggioranza alla Camera ma sarebbe in minoranza al Senato e non potrebbe governare. L’obbiettivo, in questo caso, sarebbe il ritorno alla larga coalizione, ovviamente guidata da un Monti non più tecnico ma provvisto di investitura popolare. O l’ennesimo tentativo di spappolare il Pdl convincendo quelli che oggi rimangono tra le fila berlusconiane non più per convinzione ma solo per poter conservare la possibilità di rientrare in Parlamento, a passare di campo ed a sostenere il progetto del ritorno all’eterna alleanza tra i cattolici progressisti di antico stampo e la sinistra inguaribilmente ferma alle idee degli anni settanta del secolo scorso. E la crisi? E le riforme? Con la metamorfosi in politici i tecnici hanno già archiviato questi interrogativi. Ciò che conta, ormai anche per loro, è solo il potere.


Berlusconi avverte Monti: “Se ti candidi, dici addio al Colle”
di Chiara Sarra
(da “il Giornale”, 21 dicembre 2012)

Silvio Berlusconi era pronto al passo indietro per consentire a Mario Monti di guidare la sua coalizione, ma il Prof “non ha ritenuto nemmeno di farmi una telefonata”.
Per questo il Cavaliere sarà in prima linea: “Mi vedo costretto ad essere ancora io il federatore dei moderati”, dice al Gr Parlamento, aggiungendo che fin dal 1948 “i moderati sono la maggioranza, ma se qualcuno interviene e li divide comporta la vittoria della sinistra”.

La dimostrazione? Il “centrino con Casini che sta avendo meno voti della Destra di Storace e questi partitini per Monti”, che agevolano il lavoro a Bersani & Co. Gli stessi che “non tengono vergogna” e lo accusano di essere sempre in tv: “La sinistra ha monopolizzato nei mesi passati con le primarie mentre io dopo le mie dimissioni non ho dato una sola intervista ai giornali italiani o in tv. Ho un credito enorme, in questa settimama credo di aver accumulato 3 ore di presenza. Questi signori sono quelli di sempre, tutto si basa sulla disinformazione e falsità”.

Il Cavaliere, a Radio Montecarlo, ha poi immaginato gli scenari futuri nel caso domenica il Prof annunciasse la sua candidatura. In questo caso Monti si chiuderebbe la strada verso il Colle: “Al Quirinale deve essere eletto qualcuno che possa garantire a tutte le parti in causa un’assoluta equanimità”.

Del resto per Berlusconi il premier “non dovrebbe aver interesse a diventare un piccolo protagonista della politica italiana, un capo, un capetto di tanti partitini abbandonando il ruolo di deus ex machina come guida di un governo tecnico. C’era la possibilità per lui di tenere insieme tutti i moderati. Ma ora se non vorrà unire i voti dei movimenti che fanno riferimento a lui a quelli del Pdl i nostri destini sono destinati a dividersi”.

L’ex premier da inoltre in parte ragione a Giorgio Napolitano: “C’era la possibilità con il governo dei tecnici di avere la maggioranza in Parlamento per approvare quelle riforme costituzionali necessarie per rendere l’Italia governabile. Quelle riforme che invece il governo dei tecnici non ha ritenuto riproporre”. E tra queste riforme c’è anche quella della legge elettorale. Per Berlusconi il porcellum “può essere imperfetto, non mi sembra una grande perdita”.

Anche sulla crisi, il Cavaliere ribadisce la sua posizione, ricordando che lo spread “è assolutamente indipendente dai governi, ma dipende da altri fattori”. Piuttosto sono stati i tecnici ad “accucciarsi di fronte alle richieste della Ue, soprattutto dell’Unione Europea tedesca e del nord Europa, che portano soltanto alla recessione. Non è solo un mio giudizio, ma anche di premi Nobel”.


Letto 1411 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart