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Monti non vuole strappi e cerca un’intesa con il Pd

16 Dicembre 2012

di Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica”, 16 dicembre 2012)

NON ROMPERE con Pierluigi Bersani. E riflettere ancora su una candidatura alle elezioni, con la voglia e l’orgoglio di provarci ma solo nell’ipotesi di una collaborazione con il Partito democratico. “Di questo parlerò con il presidente Napolitano, ascolterò i suoi consigli”, spiega Mario Monti alla vigilia dell’incontro di oggi al Quirinale.

Nello studio del capo dello Stato sarà quindi evocato il candidato premier del centrosinistra, intenzionato a godersi la domenica nella sua casa di Piacenza prima di rientrare a Roma lunedì. La lunga attesa intorno alla decisione del premier ha innervosito il Pd. Eppure da entrambe le parti c’è il desiderio di un chiarimento. Un primo passo è stato già fatto, raccontano, con una telefonata “molto recente” nonostante la smentita del segretario: “Non ci sentiamo da due giorni”.

Monti scioglierà la riserva dopo l’approvazione della legge di stabilità e l’atto formale delle dimissioni nelle mani di Giorgio Napolitano. Ossia, venerdì o sabato. In meno di una settimana si gioca così il destino della legislatura che verrà. Una partita a tavolino che non annulla il passaggio fondamentale del voto, ma disegna equilibri, ruoli e programmi dei prossimi cinque anni sotto gli occhi attentissimi della comunità internazionale.

Il Professore è sottoposto a pressioni di tutti i tipi. Dalle liste di centro, per schierarsi apertamente con loro e affrontare le urne alla guida di una coalizione moderata. Dal Pdl, che nel giro di un paio di giorni ha rovesciato la sua posizione. L’offerta di Silvio Berlusconi al premier è stata rispedita al mittente persino con un po’ di ribrezzo. E il Cavaliere ha mutato linea in un amen, senza sorprendere chi ha assistito al balletto della settimana appena finita.

Oggi infatti è il Pdl a premere in maniera insistente su Palazzo Chigi perché Monti resti “neutrale”, mantenga il “profilo istituzionale degli esordi”, si “faccia da parte” senza troppe discussioni. Siccome non sarà mai il leader dei moderati come lo intende Berlusconi, l’ambasciatore berlusconiano Gianni Letta gli ha fatto sapere che non deve prendere posizione: né candidatura, né endorsement, né nome nel simbolo di qualche “partitino”. Berlusconi si è fatto intervistare ieri sera dal Tg5 per rendere esplicito al suo popolo che l’operazione è fallita. Non ha mai citato il premier, nemmeno indirettamente. Monti ha chiuso la porta e l’ex premier torna a cercare una diversa via d’uscita.

Si apre così un altro scenario: le forme di una collaborazione tra il Professore e il centrosinistra. Monti vuole “superare le perplessità del Pd”. Non si è lasciato impressionare dall’intervista di D’Alema al Corriere (“Una candidatura del premier? Sarebbe moralmente discutibile”). Il suo interlocutore è Bersani, al quale riconosce l’autorevolezza della premiership decisa dalle primarie. Sono state una prova di partecipazione democratica vera e di grande impatto, il Professore lo sa. Anche per questo si aspetta che sia il segretario democratico a parlargli in maniera chiara di un’eventuale intesa sul futuro. “È un candidato già in pista, pienamente legittimato. Tocca a lui introdurre l’argomento”.

Si è discusso, negli ultimi giorni, di un sostegno del centrosinistra e del centro per l’elezione al Colle di Monti. Si è ventilata l’ipotesi di un ruolo di governo, all’Economia, sul modello di Carlo Azeglio Ciampi nell’esecutivo Prodi. Ma sul piatto resta, come sottinteso molto concreto, la possibilità di una prosecuzione del lavoro a Palazzo Chigi in vista di un altro anno di crisi dura. “Le riforme vanno portate avanti, seguite e attuate – ha detto qualche giorno fa il premier -. Altrimenti è meglio non farle”. Insomma, l’idea di un accordo tiene dentro anche il Monti bis, pure in presenza di un candidato premier favorito in tutti i sondaggi.

Nel colloquio di oggi al Quirinale sarà probabilmente il tema-chiave. Il presidente Napolitano, ormai vicino alla scadenza del suo mandato, avrà ancora una posizione centrale nel disegno istituzionale. Può esercitare la sua moral suasion, anche sul leader del Pd, per verificare i contorni di questa “collaborazione” con la consapevolezza che dalle risposte dei prossimi giorni dipenderà la scelta di Monti. Un patto di legislatura che preveda il tandem Monti-Bersani non dispiace a una fetta del Pd, dai montiani doc agli ex Popolari. È tornata a risuonare una formula che appartiene al passato: la staffetta. Con il Professore che lascia il posto al segretario del Pd superato lo scoglio del prossimo anno. Monti quindi si prepara a valutare le numerose soluzioni. Ma appare chiaro che lo farà senza strappare con il Pd.


Speriamo che il premier non cada in tentazione
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 16 dicembre 2012)

MARIO MONTI è stato tentato. Non è un santo, ma un buon cattolico sì, lo è. Conosce i precetti della Chiesa e li osserva e sa che i santi sfidano la tentazione per mettersi alla prova. Di solito resistono alle lusinghe del tentatore che è lo spirito della terra, cioè Lucifero o comunque si chiami l’angelo decaduto e diventato diavolo. Perfino Gesù sfidò il diavolo ritirandosi nel deserto per quaranta giorni. Ma per lui era facile sconfiggerlo: era il figlio di Dio o credeva di esserlo, perciò sconfisse il tentatore e tornò a predicare la salvezza delle anime.

Monti non si è ritirato nel deserto ma è stato invitato a Bruxelles al congresso del Partito popolare europeo. Non c’era il diavolo a Bruxelles ma i capi del Ppe e i primi ministri europei militanti in quel partito. E tutti – a cominciare da Angela Merkel – si sono congratulati con lui per la politica attuata in Italia e in Europa, l’hanno esortato a continuare l’opera sua anche dopo le elezioni politiche del prossimo febbraio. Non hanno detto esplicitamente con quale ruolo ma implicitamente glielo hanno fatto capire: guidare le forze politiche dei moderati, cattolici o non cattolici. I modi per conseguire quell’obiettivo e guidare anche il governo, questi riguardano lui altrimenti si tratterebbe di un’ingerenza che nessuno in Europa vuole compiere.

Monti si è riservato e farà conoscere le sue decisioni prima di Natale. Perciò nulla sappiamo su quanto deciderà, ci sta pensando. Se cadesse in tentazione commetterebbe un peccato di ambizione. Ambizione legittima ma comunque un peccato. Massimo D’Alema lo ha pubblicamente diffidato: metterebbe in difficoltà il Pd, il partito che più degli altri lo ha lealmente appoggiato fin dall’inizio quando Berlusconi si dimise e il Pd avrebbe potuto chiedere che si andasse subito alle elezioni che probabilmente avrebbe vinto. Bersani respinse quella pur legittima tentazione nell’interesse dell’Italia. Bersani non è certo un santo e non credo neppure che sia un cattolico praticante, ma dette un contributo alle sorti d’un Paese in emergenza.

L’emergenza dura tuttora e il Pd ha dichiarato di mantenere tutti gli impegni che il governo Monti ha preso con l’Europa. Monti a sua volta ha confermato d’esser disponibile a contribuire al superamento dell’emergenza economica se sarà chiamato a farlo dal nuovo Parlamento e dal nuovo governo che uscirà dalle urne. Con quale ruolo non l’ha precisato.

Ieri però ha detto al nostro giornale una cosa della massima importanza: non starà mai più con Berlusconi malgrado adesso con una giravolta di grande maestria il Cavaliere si sia dichiarato montiano.

Le cose sono dunque a questo punto: Monti non starà mai più con Berlusconi; darà un contributo se richiesto. Perfetto, ma in quale ruolo? Se cederà alla tentazione il ruolo non può che essere quello di primo ministro; ma qui c’è di mezzo il popolo sovrano chiamato al voto e il presidente della Repubblica cui spetta la nomina del premier e dei ministri da lui proposti. Se dalle urne il Pd uscisse vincente, rafforzato nella vittoria dal premio previsto dalla legge che assegna al primo arrivato il 55 per cento dei seggi della Camera, la guida del governo spetterebbe a quel partito salvo il risultato raggiunto al Senato dove il premio scatta con un meccanismo del tutto diverso.

A quel punto la parola passerà al centro moderato, guidato o sponsorizzato da Monti; oppure con Monti in panchina “en réserve de la République”, pronto a contribuire sia nell’un caso sia nell’altro.

* * *

Il centro, allo stato delle cose, è senza testa. È composto dall’Udc di Casini; in posizione più defilata dal gruppo di Fini. Sommati insieme, secondo gli ultimi sondaggi, arrivano all’8-9 per cento. Con Montezemolo e Riccardi possono aspirare al 12. Una lista guidata da Passera (o la medesima) potrebbe arrivare al 18 o forse al 20. Sponsorizzati da Monti fin forse al 25. Guidati direttamente da Monti addirittura al 30 o perfino sfondare al 35. A quel punto il risultato complessivo sarebbe sulle ginocchia di Giove ma la cosa certa è che se Monti scenderà in qualche modo in campo lo scontro politico ed elettorale si svolgerà tra il centro e la sinistra riformatrice con Berlusconi e i suoi relitti in posizione di arbitro e il Movimento 5 stelle altrettanto.

D’Alema ha certamente usato toni sconvenienti nei confronti di Monti, ma le ipotesi fin qui esposte corrispondono alla sostanza delle sue parole e configurano una situazione da incubo non per il Pd ma per il Paese. Se si vuole evitarla Monti deve restare in panchina oppure sponsorizzare insieme il centro e il centrosinistra. Questa sarebbe la soluzione ottimale.

* * *

Si dice: ma Vendola? Ma i popolari di Fioroni? Ma Renzi? Ma la sinistra radicale? Non credo che i problemi siano questi e semmai possono emergere nel solo caso d’uno scontro diretto tra centro e centrosinistra.

Si dice anche: l’agenda Monti va comunque rispettata, il resto sono solo chiacchiere. Vero. Personalmente, per quel che vale, l’ho scritto da sempre. Ma qual è l’agenda Monti? Lo sappiamo: rispettare gli impegni presi con l’Europa, in parte già attuati e in parte da attuare.

Quelli attuati riguardano il rigore dei conti pubblici; quelli da attuare riguardano il rilancio dello sviluppo, dell’occupazione e dell’equità sociale.

Bersani si è impegnato a rispettare i primi e ad attuare con equilibrio e gradualità i secondi. Da questo punto di vista l’agenda Bersani coincide con l’agenda Monti e con le richieste dell’Europa e anche con l’agenda del centro con qualche leggera variante. Ma esiste un terzo capitolo, determinante, ed è la costruzione dello Stato federale europeo.

Questo capitolo è al tempo stesso montiano, bersaniano, centrista. È dunque assolutamente chiaro che queste forze politiche debbono stare insieme. Non si esce dall’emergenza se non mantenendo il rigore e rilanciando sviluppo ed equità. E non si costruisce il futuro se non unificando l’Europa o almeno l’Eurozona.

Questi obiettivi sono al tempo stesso ambiziosi e necessari. In Europa hanno molti alleati. La Merkel è una di questi, specie quando avrà superato le elezioni e tanto più se dovrà allearsi con la socialdemocrazia. Mario Draghi è l’altro pilastro che opera efficacemente e fin dall’anno scorso in quella direzione. Obama ha lo stesso obiettivo che conviene all’America anche se deve scontrarsi con una forte opposizione delle grandi banche d’affari americane.

In Italia c’è un precedente che va ricordato. In un altro periodo d’emergenza nazionale, determinato dal terrorismo, la risposta politica della classe dirigente italiana fu l’alleanza tra Moro e Berlinguer. Moro fu rapito e ucciso dalle Br ma l’alleanza restò in piedi, anzi si rafforzò ancora di più, con Zaccagnini (e Pisanu) e Andreotti e Cossiga da un lato, e tutto il Pci compattamente dall’altro. Se lo ricordi Casini, se lo ricordi Vendola. Montezemolo se lo faccia raccontare.

C’era anche Paolo VI in quell’alleanza, naturalmente nei modi e nelle forme appropriate ad un Pontefice. Lo tengano ben presente Benedetto XVI, il cardinale Bagnasco e il vecchio, ma sempre combattivo cardinal Ruini. Non spetta a loro costruire o incoraggiare un partito; loro debbono perseguire la pace, anche quella politica.
Infine c’è un sostegno determinante per l’attuazione dell’agenda Italia, si chiama Giorgio Napolitano. Le elezioni anticipate hanno comportato qualche difficoltà attuativa ma hanno consentito un fondamentale vantaggio: il regolatore della partita, prima e dopo il responso delle urne, sarà il Quirinale. Noi l’abbiamo sempre sperato ed ora è finalmente accaduto. Per iniziativa di Monti e per decisione di Napolitano.

Tutto è dunque di buon auspicio e suggerisce di resistere alle tentazioni. “Unicuique suum” e “Non praevalebunt” diretto agli anti-europeisti e quindi anti-italiani. È questo che speriamo accada.


Quel miracolo che Monti non farà mai
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 16 dicembre 2012)

Anche i giornali risentono della grande confusione politica del momento e forniscono informazioni contraddittorie. Non hanno colpe, a parte quella di non capire ciò che è incomprensibile.
Tre sono gli uomini al centro delle chiacchiere: Silvio Berlusconi, ridisceso in campo, ma appena appena; Pier Luigi Bersani, sicuro (mica tanto) di vincere le elezioni; Mario Monti, che è sul punto di uscire da Palazzo Chigi, ma con qualche rimpianto.
L’unica certezza è la mancanza di certezze e ogni commentatore azzarda ipotesi nelle quali crede poco. Il Cavaliere vive alla giornata: un giorno è sul pero e l’altro sul melo. Non sa che frutto cogliere, però sa di essere alla frutta e teme di sbagliare albero. Vorrebbe segare il tronco del Pd, ma non sa come. Avrebbe bisogno di aiuto, preferibilmente quello del premier che, però, offeso dal Pdl in Parlamento per bocca di Angelino Alfano, gli nega collaborazione. Silvio, corteggiatore indefesso, non demorde: prima o poi – pensa – il Professore si renderà conto che gli conviene sposare me.

Monti sarebbe tentato di unirsi in matrimonio con qualcuno dalla ricca dote di voti, però non trova la fidanzata adatta alle proprie esigenze e rispettosa della propria verginità politica ed europea: il centrino di Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Luca Cordero di Montezemolo, pur rinforzato da una truppa di opportunisti desiderosi d’essere invitati a nozze, è troppo magro, non garantisce un’unione di successo alle urne. Rimane Bersani. Questi però ambisce in prima persona a fare il presidente del Consiglio; e avere tra i piedi il bocconiano potrebbe intralciare la sua corsa. Non è disponibile a vivere in coppia con uno che gli fa ombra. Tuttavia, pur di evitare che Monti si metta con altri e gli rubi la ribalta, è pronto – nel caso di vittoria – a spingerlo al Quirinale in sostituzione di Giorgio Napolitano, ormai a fine mandato.
Un posto abbastanza sicuro sul Colle non si butta via ed è molto meglio che capeggiare una coalizione di centristi male assortiti. Ecco perché pensiamo che il premier, pur combattuto, sceglierà probabilmente di starsene tranquillo in un angolo in attesa del risultato elettorale, senza sporcarsi la veste bianca utile per dimostrare agli italiani di meritare la presidenza della Repubblica.

Intanto le manovre nel retrobottega della politica non cessano. I partiti sono talmente impegnati nelle tattiche per la conquista delle poltrone da aver dimenticato i problemi degli italiani e da trascurare i modi per risolverli. Nessuno accenna ai programmi e alle risorse per realizzarli. Bersani e Nichi Vendola non potranno mai accordarsi sul dare seguito alla cosiddetta agenda Monti. Quindi, i centristi montiani, se hanno un minimo di coerenza, non appoggeranno un governo mezzo marxista e mezzo ex marxista che già medita un’altra patrimoniale dopo la maledetta Imu.

Montezemolo anticapitalista, poi, non è credibile neanche in un gioco di società, figuriamoci in una maggioranza priva di denominatore comune. Su Casini non ci sbilanciamo: è capace di tutto, perfino di parlare in ogni telegiornale, dal primo mattino a notte fonda, e di farsi intervistare da qualsiasi quotidiano di carta senza dire nulla, tranne che lui ha dei valori. Quali? Forse immobiliari. E questa gente sarebbe attrezzata per portare il Paese fuori dalla crisi? Oddio, forse sarà in grado di affermarsi alle elezioni sul piano numerico, ma non di sostenere un esecutivo duraturo. Se non è riuscito Monti a fermare l’ascesa mostruosa del debito pubblico, delle tasse e della disoccupazione, e a impedire la discesa del Pil e dei consumi, è ragionevole sperare che ci riesca Bersani? E se hanno fallito i tecnici con la spending review (tagli alla spesa), con le liberalizzazioni e con il rilancio dell’economia, è insensato supporre che un governo prevalentemente rosso – e statalista – non faccia altrettanto o addirittura peggio?

Ciò considerato, solo un miracolo ci salverà. Oppure un atto di coraggio proprio da parte di Monti. Il quale, se rinunciasse davvero al Quirinale e si gettasse nella mischia per radunare sotto lo stesso tetto tutti i potenziali conservatori e liberali, magari ci regalerebbe il prodigio. Ma siamo nel mondo dei sogni.


Aldo Busi sostiene Monti: “Ci massacra e ce lo invidiano tutti, viva il professore”
Intervista ad Aldo Busi a cura di Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”, 16 dicembre 2012)

“Se  Monti resta al governo  e ci massacra di tasse noi ci sentiremo onorati per  mancanza oggettiva di scelta, capisce?  Il mondo ci dice che per noi il professore è il migliore, dal  Fmi alla Merkel. Saremmo dei coglioni a non votarlo. Io poi lo voterei solo per una ragione: è lui ad  aver esautorato Berlusconi  gettandolo finalmente nel ridicolo internazionale che gli compete, non il Pd”.  Aldo Busi  tenta di non parlare da scrittore ma da “semplice cittadino  che ha contatto con la realtà, a differenza di questi politicanti, uno più corrotto dell’altro”. Perché, riflette a voce alta, “tutti si dimostrano  fallimentari, anche  Beppe Grillo  con i suoi assolutismi  da pulpito incorporato, per non parlare di  Bersani  che si commuove al pensiero del parrocco e dello sciopero che da ragazzino organizzò tra i chierichetti: mille volte meglio Monti e persino il ministro Fornero, meglio dei veri nemici del populismo che dei finti amici della democrazia”. È un fiume in piena, Busi, da arginare (purtroppo) con alcune domande.

Andiamo con ordine. Lei vota?
Certo e invito tutti a votare, tutti: è l’unico modo che abbiamo per farci sentire. Votare significa scendere a compromessi con l’ideale sbagliato che ognuno si fa di sé, è a torto che ci sentiamo migliori quasi sempre di chi votiamo turandoci il naso e anche qualcos’altro.

Voterebbe Monti?
Ce lo invidia il mondo intero, a quanto pare. Se non ce lo teniamo passiamo per un popolo di smidollati. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio del potere civile sui politici al potere, io rispetto le leggi e pago le tasse, tutte. Voto chi oltre a dare delle regole le rispetta anche. E poi chi vuole che ci invidi Bersani, su. Al solo pensiero della Bindi al governo vorrei annegare di acqua anche benedetta con un’ostia di lisca nel canarozzo. Bindi, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Letta: bastaaaa preti in abiti civili… Be’, se è per questo, anche Monti non scherza… Le sembra confortante per me dare le stesse preferenze di Ratzinger e di Casini? Le do contro di me per quanto io riesca a intravedere del bene a medio termine del Paese.

È più rottamatore renziano o anticasta grillino?
Ma chi se ne frega del linguaggio altrui? Mica dovrò fare mio anche quello! Parlo da coscienza della nazione esasperata. Da noi ciò che dovrebbe essere normale, come un minimo di etica e di rispetto formale e sostanziale del patto sociale viene considerato un evento straordinario che stride con lo stesso Dna del politico italiano. Ancora si fa spallucce della condizione elementare che un complesso industriale debba già nascere e tenersi aggiornato con il progresso dei dispositivi insiti nelle norme di sicurezza e tutela della salute del lavoratore, è orribile che ancora qualcuno sappia di dare morte in cambio di pane e possa continuare impunito su questo viale di cipressi cimiteriali chiamato busta paga a fine mese.

Renzi o Grillo?
Anche Renzi l’ho assunto facendo di necessità virtù, proprio come anche un astemio talvolta deve ingurgitare un grappino per rinvenire, con lui lo scenario sarebbe sicuramente cambiato, forse persino in positivo, ma è giovane, ha tempo.  Grillo invece, per me è out, ha mostrato la corda. Io ne ho le palle piene dei sacerdoti dell’assoluto come Mussolini, Berlusconi, Grillo, il mago Otelma, che resta il migliore nel suo genere e alle elezioni non mi costringe a scegliere tra lui con i suoi paludamenti e lui senza paludamenti perché altro il convento non passa, nel senso che non passa che frati con o senza saio.

Eppure…
Eppure la situazione è questa, drammatica. Il popolo trattato come una mandria di ovini, la politica fatta per tornaconto personale e non per il bene comune. Ma come si fa a non delegare ad altri, a non fidarsi? Basta guardare il fallimento anche pedagogico di Berlusconi, incapace di lasciare, di Alfano dice che non ha il quid, poi Alfano dimostra di saperselo dare e Berlusconi, invece di gioirne come avrei fatto io al posto suo, zac, lo castra, e ne nasce un putiferio  tra Alfano e Dell’Utri, traDell’Utri e Berlusconi, una comica insensata tra vecchi galli e pulcinotti di cui fare carne ai ferri, ai ferri corti. Un buon politico cresce i propri delfini, Grillo invece li ha cacciati. Favia e Salsi sono il futuro invece lui li emargina, vuol dire che Grillo è già finito: fi-ni-to. Un re è tale per i delfini che lascia. Niente delfino, niente re. I delfini, destinati a diventare re, mal sopportano ogni suggeritore occulto dietro il sipario.

Quindi?
Non voglio più dittatoruncoli, non voglio più vedere Berlusconi con la Lega o con l’Udc che a sua volta deve allearsi con il Pd che si allea alla fine con la qualunque basta non perdere i voti dei cattolici, che neppure esistono più e comunque sono indecifrabili e doppi di natura soprattutto in una cabina elettorale. Piuttosto Monti tutta la vita e anche la Fornero frignona ministro o al Quirinale, peggio non sarà di Napolitano con la faccenda delle intercettazini delle chiaccherate scambiate con Mancino e lo stop alla pubblicazione delle medesime decretato ora anche dalla Consulta alla Procura di Palermo. Ci sono 15 milioni di italiani che non hanno di che cibarsi e scaldarsi, dovremo confiscare i capitali inappropriatamente requisiti al popolo da questi politicanti del passato tuttora troppo presenti. Intanto ridurre dell’ottanta per cento ogni pensione, ogni fringe, ogni beneficio e andare a vedere bene se hanno avuto facile accesso a mutui spesso spropositati allorché il piccolo imprenditore deve finire in mano ai cravattari perché una banca gli rifiuta diecimila euro di prestito.

Farsi ridare i soldi che hanno rubato?
Nel modo più subdolo: legale. È come il sequestro dei beni ai mafiosi. Oggi la mafia è quella dei parlamentari, non a caso si parla di patto tra Stato e mafia. Io non la penso come Ingroia, è lui che la pensa come me, fosse solo per questioni anagrafiche. Ma di lui mi fido quasi quanto di me.

La Consulta è stata chiara, le intercettazioni delle telefonate Napolitano e Mancino vanno per l’appunto distrutte.
Un errore clamoroso, un autogol perché il segreto di Stato ormai è considerato dai cittadini e dall’opinione pubblica uno strumento per coprire le malefatte dei potenti
(il grassetto è mio).   Sono, in pratica, segreti dell’antiStato. Monti renda tutto divulgabile, tolga i segreti. E anche il ministro Cancellieri, ci lasci con un memorabile e geniale colpo di teatro, lei ha la stoffa per permetterselo: apra tutti gli armadi tenebrosi degli ultimi cinquant’anni. Aria, aria, aria!

Se lei fosse Monti cosa farebbe?
Fortunatamente non mi sono mai candidato, me lo propongono da 20 anni. Oggi potrei fare un bel partito con donna Assunta Almirante e, per essere più allegri, ci metterei, toh, un Cicchitto. Prenderei un sacco di voti lo stesso e aprirei tutti i cassetti, gli archivi di Stato: io non voglio essere loro complice, non voglio le loro briciole sanguinolente, a me fanno schifo. E se me le danno, posso acconsentire ad accettarle solo per ridistribuirle una volta mondate dal martirio delle vittime sacrificali che sono costate. L’onestà è faticosa ma rompe le palle in modo meraviglioso ai corrotti, anche ai corrotti per niente, come scrivo ne “El especialista de Barcelona”.

Non è né rottamatore né grillino, sostiene che Monti ci tocca quasi per destino e parla quasi da sovversivo e anarchico…
Per carità, non diamo nomi altisonanti al mero amore per la giustizia e per la cernita delle mele marce fuori dal paniere delle istituzioni, io sono solamente schifato dalla mancanza di etica e di buon senso, di giustizia e senso civico, di questa classe politica impresentabile. La gente è affamata, massacrata dalle umiliazioni e dalle vessazioni continue nei tribunali, negli ospedali, nelle scuole, persino negli asili per l’infanzia, e lasciamo Equitalia per un’altra volta. Io per primo ho pagato e pago una montagna di tasse e non ho nemmeno la minima, eppure dico ben venga Monti. Nel mio romanzo, guardi, cito anche una malinconicissima frase di De Masitre, “Non so come sia la vita di un mascalzone, perché non lo sono mai stato, ma la vita di un uomo onesto è abominevole”. E chiudiamola qui.


E così siamo arrivati a 2000 miliardi di debito pubblico
di Domenico Moro per Pubblicogiornale.it
(da “Dagospia”, 16 dicembre 2012)

E così siamo arrivati a duemila miliardi di debito. La notizia mette i brividi ma è vera, ed è forse l’ultimo regalo fatto all’Italia dai (presunti) risanatori Tecnici. Come può essere accaduto, dopo tanto rigore, dopo dodici mesi di lacrime e sangue?
Da più di un anno si è affermata la vulgata secondo cui l’aumento del debito pubblico porta alla crescita degli interessi e dello spread. A questo concetto è connessa l’idea che una politica di rigore, riconducendo sotto controllo il debito, può ridurre spread e interessi. Il Presidente Napolitano, proprio allo scopo di risolvere la situazione di crescita del debito e salvare l’Italia dall’insolvenza e dal baratro, ha nominato Monti che ha applicato una politica di rigore.

Ora, però, a distanza di un anno dal suo insediamento accade una cosa strana: il debito pubblico è aumentato ancora. E di molto: la soglia psicologica dei duemila miliardi è stata sfondata, raggiungendo i 2.014.693 miliardi di euro. La cosa più bizzarra, però, è che nell’anno montiano, tra novembre 2011 e ottobre 2012, il debito è aumentato del 5,3%, mentre tra novembre 2010 e ottobre 2011, Berlusconi presidente, il debito era cresciuto del solo 2%.

In assoluto con Monti il debito è aumentato di quasi 102 miliardi, mentre nell’anno precedente l’aumento era stato di 38 miliardi. Altro fenomeno, apparentemente inspiegabile secondo la logica imperante, è il fatto che lo spread sia diminuito. Ma andiamo per ordine. Perché il debito è aumentato? La politica di aumento dell’imposizione fiscale di Monti ha portato ad un incremento delle entrate fiscali, tra gennaio e ottobre 2012, di 8,75 miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In termini percentuali l’aumento delle entrate fiscali è stato del 2,9%, mentre nel 2011 sul 2010 era stato dell’1,5%. Forse allora sono state le spese ad essere aumentate in misura tale da annullare l’effetto positivo sui bilanci delle maggiori imposte?

Neanche questo è vero, o meglio non del tutto: perché le spese, tra gennaio e ottobre 2012, sono cresciute di 10,5 miliardi. In percentuale l’aumento è stato del 3%, mentre tra 2011 e 2010 era stato del 3,7%. Se andiamo a scartabellare il Bollettino della Banca d’Italia ci accorgiamo, però, che c’è una tabella in cui si evidenziano le erogazioni dello stato italiano a favore dei vari fondi salva stati, in particolare attraverso accordi bilaterali o direttamente all’Efsf. Tali erogazioni passano dai 3,9 miliardi del 2010, ai 13,12 del 2011 e crescono velocemente per tutto il 2012 fino ad arrivare alla bella cifra di 30,2 miliardi.

Bisogna osservare che, quando uno stato presta all’Efsf, i fondi vengono ascritti come passività al suo debito pubblico, che di conseguenza ne risulta aumentato. Ecco, dunque, che la «povera » Italia, in predicato di finire nel baratro, in realtà si è fatta finanziatrice di altri Paesi, senza ottenere nulla in cambio dall’Europa ed anzi dando un contributo decisivo a mettere le pezze ad un sistema che fa acqua da tutte le parti. Un rituale un po’ strano per un Paese che doveva ridurre il proprio debito innanzi tutto.

Un’altra conclusione da trarre è che nei fatti non esiste una correlazione diretta e necessaria tra aumento del debito ed aumento dei tassi di interesse e dello spread, come le vicende di altri Paesi, dal Giappone agli Usa dimostrano. Infatti, nonostante l’aumento del debito in assoluto ed in percentuale sul Pil, spread e tassi d’interesse in quei paesi sono diminuiti. Tale diminuzione dipende più che da Mario Monti dall’altro Mario, Draghi, che ha deciso l’intervento della Bce mediante strumenti anti-spread ed ha erogato liquidità alle banche dei vari Paesi, che hanno acquistato titoli di stato, riducendone i tassi d’interesse.

Infatti, i tassi, scesi subito dopo l’arrivo di Monti, sono risaliti dopo poco, e sono scesi ancora e definitivamente solo dopo i vari interventi della Bce. Comunque, il calo dei tassi di Bot e Btp non ha giovato granché al miglioramento delle condizioni di prestito a famiglie e piccole e medie imprese. Anche la rinnovata fiducia degli investitori internazionali, grazie alla ritrovata credibilità italiana, anche questa attribuita al solito e sobrio Monti, sembra essere alquanto esagerata.

Infatti, i titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi dai 796,85 miliardi del 2010 ai 721,7 del 2011 e ancora ai 676,5 di settembre 2012. Viceversa, i titoli detenuti dai nostri istituti finanziari sono saliti dai 541 miliardi del 2010 ai 698 del settembre 2012, quelli della Banca d’Italia da 66 miliardi a 99 miliardi, e quelli in mani di altri residenti da 145 a 197 miliardi. Non vogliamo dire che debito, spread o alti tassi d’interesse sono una stupidaggine.

Vogliamo dire che sono volutamente esagerati o comunque utilizzati come strumento sia per attaccare le posizioni del lavoratori (salario e stato sociale) e dei settori non monopolistici della società sia per regolare conti interni ai gruppi dominanti.
Inoltre, certamente non si risolvono con politiche di rigore del tutto inutili. Dietro chi appoggia Monti e in genere dietro chi si fa promotore della cosiddetta agenda «europeista » ci sono forze che utilizzano l’Europa per una profonda ridefinizione degli assetti istituzionali, sociali ed economici continentali.


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Bart