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MUSICA: Addio, caro vecchio Arlecchino (intorno alla scomparsa di Michael Jackson)

26 Giugno 2009

di cletus

(Do il bevenuto a nome della rivista a cletus, che  con questo articolo sulla morte di Michael Jackson inizia la sua collaborazione  con noi)

Se ne è andato. La notizia è apparsa a tarda sera, sui siti dei quotidiani italiani.
Dapprima in formula dubitativa, poi confermata da fonti di Los Angeles.

Michael Jackson, l’arlecchino infelice, l’uomo che ha fatto parlare di sé, oltre che per i milioni di dischi venduti in tutto il mondo, soprattutto per la sua condotta poco edificante (ha avute numerose pendenze a causa di presunte inclinazioni pedofile), alla vigilia di un tour che l’avrebbe riportato in Europa, da dove non calcava le scene da diversi anni, è stato, come si dice, stroncato da un infarto e ha salutato tutti, detrattori e non, con un palmo di naso.
Per una delle bizzarrie della cronaca, la giornata di ieri, 25 giugno 2009, passerà alla storia anche per il decesso di un’altra icona americana, la bellissima attrice Farrah Fawcett. Chissà, magari adesso stanno ballando, da qualche parte.  

La favola di Jackson, costituisce di suo, una miniera narrativa. Dagli esordi negli anni ’70 con i fratelli nel primigenio gruppo Jackson’s five, appunto. Il sound derivato dalla contaminazione di quella congerie di ritmi che va sotto il nome di Motown, un intreccio di soft-blues, con forti venature rithm and blues, per poi accreditarsi a pieno titolo in qualcos’altro ancora: il pop.  

Michael, dopo il successo con la band dei fratelli, prende il largo e deve sopratutto al fortunato incontro con quel mago della musica americana che risponde al nome di Quincy Jones, uno dei migliori arrangiatori al mondo, gioielli come Thriller, forse l’album che vanta il maggior numero di copie vendute al mondo.  

Mi piace ricordarlo cosi, insieme al possente a-solo di Van Halen, sulla sua “Beat-it” la canzone più famosa del disco, eclettico, con quel suo modo buffo di danzare, muoversi sul palco, quasi una scommessa, un tentativo mai goffo ma disperato, di tentare di coniugare le proprie movenze fisiche al ritmo torrenziale della sua musica. E’ con il corpo che Jackson ha vissuto, insieme ad un successo travolgente, i problemi più grandi. Succube della mania di diventare bianco, lui, figlio di una modesta e numerosa famiglia  di neri americani, tenterà in tutti i modi, di togliersi di dosso questo evidentemente imbarazzante “marchio di fabbrica”. Passerà alle cronache per episodi poco edificanti che lo vedono coinvolto in vicende a sfondo pedofilo, subirà processi, verrà abiurato da migliaia di fan, sempre sotto i riflettori per qualche bizzarria, su tutte quelle di andare in giro con una mascherina perennemente sul volto. Fra le rare apparizioni, quella dalla finestra di un albergo mentre si sbraccia pericolosamente mentre ostenta l’ultimo dei suoi tre figli,   Prince Michael II.  

Il rammarico, e insieme una maledetta storia che si ripete, quasi che le icone della musica pop del nostro tempo, non possano legittimamente ambire ad un sereno decesso per vecchiaia.
Come Jim Morrison, Jimi Hendrix, la struggente Janis Joplin, e prim’ancora lo stesso Presley (il cui mito vedrete, verrà oscurato dalla prevista ondata di memorial che si abbatterà nel media-world a breve, appena metabolizzata la notizia) artisti di fama mondiale che la morte,   come a compensare tanto clamore, è venuta a prendersi, in punta di piedi. Anzi no: magari nel suo caso, danzandogli intorno per un po’, con le stesse, nervose eppure spettacolari movenze, che lo hanno reso indelebile nella nostra memoria.  

Una prece.


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2 Comments

  1. Commento by Valeria Caristia Rinaldi — 26 Giugno 2009 @ 15:05

    Mi unisco a Cletus nell’omaggio a “Moonwalker” che forse ora sarà al cospetto dell’Altissimo tentando di spiegare cosa c’era di sbagliato in quella pelle color ebano, mentre Farrah Fawcett, afflitta da un male incurabile, lo starà prendendo a calci nel didietro per insegnarli quanta fatica a volte si fa per sopravvivere.
    “Thriller” è uno degli album più belli della storia del pop, secondo me.

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 26 Giugno 2009 @ 17:02

    Inquadratura struggente e realistica di un artista eclettico, che molto ha fatto parlare di sé, che molto ha dato nell’arte, ma che molto è riuscito a distruggere ed a distruggersi.
    L’analisi proposta è umanamente intensa e presuppone una conoscenza approfondita dell’opera del grande personaggio, oltre che passione ed amore. Ci fa capire l’estro, la creatività, la bravura, l’unicità, ma anche la sregolatezza di un mito, il quale non può che rimanere nel ricordo e nel cuore di ognuno di noi, nonostante tutto.
    Delicatissimo il tratto finale dell’attenta e sentita analisi: porta dolcemente alla commozione
    Gian Gabriele Benedetti

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