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MUSICA: Giacomo Lauri Volpi

18 Aprile 2009

di Antonio Guida

Trent’anni fa si spense in Spagna Giacomo Lauri Volpi. È stato uno degli artisti lirici più accademici del ‘900.

Il mio corpo alla Spagna, la mia anima a Dio e il mio cuore a Roma“. Fu una delle ultime affermazioni del celeberrimo Giacomo Lauri Volpi, un artista che praticò il teatro d’opera per circa 40 anni sotto le vesti di un penetrante tenore lirico spinto, emulato e preso d’esempio fino all’esasperazione dalle generazioni future dell’arte del canto.
La storia del tenore di Lanuvio, si perde così nella notte dei tempi, in un’epoca in cui chi era destinato come lui a divenire una pietra miliare della storia dell’opera, sembrava trovarsi accomunato (come ad esempio Caruso o Gigli) da umili origini dalle quali mai nessuno avrebbe potuto pensare un così luminoso futuro e la vita.
Giacomo Lauri Volpi era l’ottavo di nove figli. Dopo i disastri della guerra del 15 – 18 che lo vide protagonista al fronte, il ragazzo delle campagne romane che durante le guardie militari spiegava la sua diamantina voce per tenersi compagnia, decise così di inseguire la via del canto anziché gli studi in giurisprudenza e la sua impervia a te o cara, dei Puritani, fu notata per quella fiammante grana vocale e gli valse la scrittura per Rigoletto e i Puritani di Bellini.
Gli anni passavano e l’artista, considerato uno dei maggiori tenori lirici del suo tempo, sembrava avere diverse frecce al proprio arco, frecce che si rifacevano non solo alla sua lampeggiante voce ma anche alla sua intelligenza di uomo di spettacolo. Diede infatti un contributo alla lirica sotto poliedrici vesti: fu insegnante (maestro di canto di Corelli), melomane e scrittore (scrisse diversi testi, tra i quali il famoso Voci parallele).
La voce di Giacomo Lauri Volpi, che inizialmente sembrava atta ad un repertorio più belcantistico che romantico, presto cambiò faccia, e sebbene sia stata sempre caratterizzata dal quel colore chiaro e lucente adattissimo ai registri pucciniani, nella seconda metà della sua carriera si spessì nel colore e nel volume, facendo vibrare i teatri con i suoi fulminanti acuti che si estendevano fino al RE sovracuto. Legatissimo al teatro dell’opera di Roma ove tornava a cantare frequentemente, divenne uno dei maggiori rappresentanti del repertorio pucciniano, ma anche verista e verdiano, giungendo a cantare addirittura l’Otello per 10 anni di seguito al Met di New York.
Scolpiti nella storia dell’opera, resteranno infatti i DO di petto della sua manina, della Pira, del Faust, dei Puritani, e non ultimo del suo scintillante Vincerò, romanza che volle cantare in tono davanti ad un pubblico in delirio, alla bella età di 84 anni.


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Bart