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MUSICA: Il suo nome era Maria Callas ma per tutti divenne la Divina

10 Gennaio 2009

di Antonio Guida

Gli innumerevoli artisti che con il loro “spettro” scenico – vocale hanno scritto le pagine del libro della storia dell’opera, vi è un ampio capitolo, forse il più significativo di tutti, redatto da   una straordinaria figura artistica la cui fine tutt’oggi, viste le variopinte vicende che hanno   interessato la sua vita lavorativa e privata, si cela ancora sotto una spessissima coltre di mistero tale da diventare leggenda.
I praticanti della lirica si sa, tranne in qualche raro caso, sono sempre stati protagonisti di un mondo a parte del mondo, di uno spettacolo a parte degli spettacoli, ma per colei che per forza di cose (e di casi) dovette scendere al compromesso di posizionare la propria realtà socio lavorativa sulla bilancia del gossip e dei superlativi degli anni 60, non fu difficile diventare pregiatissima merce dei mass media dato l’eccessivo peso che ne precisava la lancetta di quest’ultima e i decenni che hanno visto il suo accendersi, succedersi e spegnersi, ne sono gli assoluti testimoni. I suoi inizi però furono ben diversi.
Lunga era la strada che la sedicenne e paffutella Maria doveva fare da casa sua fino al conservatorio di Atene e ahimè, doveva percorrerla tutta a piedi. La sua voce era bella, troppo bella, bellissima! bella a tal punto da far fermare le macchine in strada perché gli automobilisti potessero udirla uscire da quella finestra di casa sua, ma era ancora una dote lontana da una tecnica e da una “forma” e sul finire di quegli anni 30 la ragazza era tutt’altro che un’attrice da palcoscenico. La sua classe però, come ogni classe che si rispetti, per quanto immatura e incosciente non era assolutamente acqua e con qualche opera in versione concerto, anche se in contesti presso a poco sconosciuti e insignificanti, grazie anche all’aiuto e al sostegno dei suoi docenti di conservatorio, la giovane donna iniziò a spiegare i suoi gradi lirici nell’Atenese in modo da mettere in bagaglio un buon carico di esperienza. Ma non era nulla di più e ciò sicuramente non abrogava la sua sete di successo che dagli angoli più teneri dei suoi sentimenti, iniziava a far trasparire la propria ombra.
La guerra finì ben presto con il minacciare la vicinanza anche con la sua città e quest’avvenimento contribuì alla sua decisione di tornare dal padre in America e tentare la carta della cantante lirica questa volta però di stampo professionistico, ma sebbene ricco si presentava a lei il nuovo mondo, per far fronte alle esigenze economiche dovette rimboccarsi presto le maniche e cercare lavoro con i quali ricavi si pagava le lezioni di canto.
Lezioni di tecnica su lezioni di tecnica, audizioni su audizioni, ma niente; per quanto le sue qualità artistiche mostrassero singolarità, ella non convinceva sotto un profilo professionale tale da poter essere lanciata in ruoli a lei attinenti e al calar della sera, Maria restava come al solito sola in un angolo con l’unica compagnia dei suoi sacrifici a piangere per essere stata rifiutata l’ennesima volta. Mentre al mattino ella si alzava con la voglia e l’entusiasmo di farcela, alla fine della giornata il suo sogno di calcare le scene liriche scompariva sempre nel tomento dei fallimenti e nell’angoscia di non farcela mai; svaniva nella realtà.
Nessuno che potesse comprenderla, sollevarla, nessuno che potesse regalargli un sorriso, che potesse obliarle le delusioni avute; già,   nessuno tranne il suo destino che guardandola dall’alto le asciugava le lacrime con la larva tessuta dal trascorrere dei giorni e gli dava la forza di continuare quella che per Maria era ormai diventata una sfida con la sua vita e con quella sua voce che stava iniziando a tingersi di viola.
In mare c’è una legge: pesce grande mangia pesce piccolo. La favola di Maria Callas ne ha sentenziata un’altra: due pesci piccoli possono distrarre e deridere di un pesce grande.
Se infatti l’apprezzamento di un basso nei suoi confronti, (conosciuto in pieno tempo di sventura) lo spinse a presentarla a quel tenore in pensione di nome Giovanni Zenatello, che era in America in cerca di talenti per la stagione d’opera all’arena di Verona, allora sorte volle che il l’anziano doveva muovere gli astri in modo tale da creare le correnti adatte per l’arrivo di un uragano senza precedenti.
La saggezza non è sempre sinonimo di anzianità, l’anzianità invece è sempre sinonimo di saggezza e questa volta l’ex Otello l’aveva indovinata veramente. Con quella modesta Gioconda di Verona la tempesta non si era ancora scatenata del tutto per la greca, ma in cambio conquistò il binomio (Meneghini – Serafin). Del primo divenne moglie, del secondo la prediletta; e fu proprio tale “duo” che iniziò a gettare le fondamenta del mito dei miti.
Sebbene ancora in teatri secondari, gli impegni iniziarono ad incalzare l’uno sull’altro quando solo qualche tempo prima la giovane artista era in difficoltà economiche. La sua tecnica si andava saldando sempre di più e la sua voce suonava nell’udito dei seduti come un soprano di coloratura con dei strani suoni nella zona grave e centrale che accendevano curiosità, ma era solo l’inizio perché le frecce al suo arco ne erano ancora parecchie e per fortuna (e per sfortuna) le direzioni nelle quali ella le scagliava non colpivano solo nel mondo della lirica. L’effetto pungente che ne comportavano poi bruciava la noia e la consuetudine facendo innamorare senza pietà, perdutamente, proprio come si disperse nella passione quell’imprenditore veneto appassionato di lirica di nome Meneghini, che proprio come don Josè della Carmen, lasciò i suoi interessi per inseguire quelli di Maria.
Fu da quel momento che la giovane iniziò a trasformarsi nella Callas.

Dopo l’improvvisa sostituzione del soprano Margherita Carosio, indisposta, nel ruolo di Elvira ne I puritani alla Fenice che la mise al cospetto di un pubblico più colto, le porte dei principali teatri del mondo non tardarono a spalancarsi per Maria e i suoi giorni “pre o dopo recita” erano di tutto rispetto: le sue serate infatti erano diventate eventi di gala che non conoscevano il significato della parola sosta e laddove lei non era la primadonna lo diventava. Maria Callas della lirica, Maria Callas dell’alto borgo, Maria Callas ovunque e ovunque al primo posto, anche sui francobolli. Lusso e sfarzi a suo stretto contatto come a suo stretto contatto vi erano i principali professionisti dell’opera, del jet set e della politica; quella ragazza emigrata in America con il sogno di diventare una cantante d’opera si trovò catapultata, grazie alle sue doti, ad un pizzico di fortuna e all’intraprendenza di quell’anziano imprenditore veneto, in un mondo fatto di firme, champagne, oro e nomi importanti e quando ella lavorava, entrava in teatri quali Scala di Milano, opera di Roma, opéra di Parigi, Covent Garden di Londra e Metropolitan Opera House di New York; luoghi nei quali le bastava aprire la bocca e porgere il braccio verso l’alto per far crollare i loggioni dagli applausi perché era umanamente impossibile astenersi dall’applaudire quella gestualità che porgeva il suo canto direttamente verso il cuore di chi la udiva e chi la udiva, avvertiva il propagarsi nell’aria di quei suoni provenienti da una fonte misteriosa, quasi da un essere extraterrestre che non aveva limiti di arte, di repertorio, di espressività, di magnetismo emotivo. Dalla prima ottava quella bronza vocalità che falsificava una voce centrale femminile, il velluto cresceva man mano che ella ascendeva all’acuto e tale restava fino a passare ai suoi sopracuti, ove lo squillo di un’aquila suggellava quella dote assolutamente fuori dalle classi ordinarie; il tutto coadiuvante con una espressività gesto-visiva che dal centro del suo viso accendeva un faro che brillava potentissimo sulla folla di fronte a lei accecandola di perfezione stupore.
Circa tre ottave nelle sue corde, le   corde di Maria Callas ovvero la regina dell’habanera, la regina del dì vissi d’arte, della casta diva, della Medea; Maria Callas wagneriana, Maria Callas dei virtuosismi, Maria Callas delle opere sconosciute riportate alla ribalta. Ella era tutto ciò che si poteva pretendere ed anche di più. Violetta? Norma? Valkiria? Lucia? Isotta’ Tosca? Medea? Turandot? Orfeo?… Carmen??? nulla era impossibile a quell’artista abnorme che altro non poteva essere classificata come “soprano drammatico di agilità” e una tale classificazione che solo lei sapeva veramente decifrare e dimostrare, in quei primi anni 50 finì con il diventare un cult di dominio mondiale il cui cachet si firmava con diversi zeri in coda tale da truccarle gli occhi da artista di lusso che solo i principali teatri internazionali ormai si potevano permettere. La Maria che cantava un tempo ad Atene e che cercava di farsi strada, era solo un ricordo quasi del tutto cancellato dal colossale business che ora la riguardava, perché ora lei era diventata la divina.
L’essere moglie di un impiegato potrebbe comunemente comportare una serata sul divano di casa a guardare la televisione o al massimo una pizza al ristorante in centro; l’essere moglie di un membro dell’alta società invece, può anche significare l’ingresso di una settimana su uno yatch di un amico; così, tanto per passare una settimana di vacanza in compagnia degli esseri umani più potenti del mondo tra i quali vi era un armatore greco alle anagrafe Aristotele Onassis conosciuto già da Maria qualche tempo prima.
Cosa ci vuoi fare Meneghini? la vita è un girotondo che nessuno sa spiegarsi perché gira in quel modo e poi magari cambia direzione e se provi a chiederglielo, magari ti risponde che l’amore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, perché proprio come la sigaraia francese Carmen lasciò “il provato” don Josè per correre dal suo Escamillo, così anche Maria lasciò quell’uomo che stravedeva per lei per correre dal suo Onassis, per inseguire quella che nell’arco di una settimana sembrava diventata la vera motivazione della sua felicità affettiva, per godersi il suo grande amore. Per avviarsi verso la sua fine.
Era felicissima, la donna più felice del mondo. Aveva il successo, aveva la fama, era diventata ricca, ed ora finalmente aveva anche l’amore, il vero amore, quello che aveva sempre sognato; ma tutti questi averi, in realtà altro non erano che germi di illusione esistenziale che la vita iniziò ad iniettargli nel sangue per estinguerla di morte lenta e dolorosa, di dispiaceri e delusioni. Ma di quelle che annientano senza pietà.
L’impegno che ella impiegava nell’immedesimarsi scenicamente nei personaggi era eccessivo e quella drastica dieta che le aveva tolto decine di chili non le fu certo d’aiuto per i ritmi di lavoro che doveva sostenere data l’importanza raggiunta dal suo nome. Il dazio di tali mancanze ricadde dopo non moltissimo a carico delle sue corde che iniziarono a far ballare e a forzare quelli che solo qualche anno a dietro per lei erano suoni facili e ineguagliabili. In tali nozze, la stampa non tardò a far sentire il suo eco critico, i rapporti con i direttori artistici e sovrintendenti minacciavano burrasca data l’esuberanza del suo nervosismo e del suo umore giunto all’apice della lunaticità e dopo le sue esibizioni che a malapena brillavano, fischi e insalata iniziarono a cadere sul proscenio a fine atto nel frattempo che scontri e maldicenze contornavano il tutto.
Recite andate male, recite lasciate a metà, recite disdette; iniziò ad accadere di tutto, mentre il raggio del vortice degli scoop aumentava vertiginosamente intorno a lei.
Anche il suo principe azzurro saltellava sulle promesse di unione fin quando egli stesso, per motivi strettamente personali, lasciò quella donna perdutamente innamorata che mai come in quel momento forse aveva bisogno di lui, per sposare la vedova  Jacqueline Kennedy. Fu quella la forbice che diede il taglio finale alle “vere” corde di Maria Callas (e non solo) e la rinchiuse in un tunnel di depressione, dal quale sebbene tentarono di tirarla fuori personaggi come Pier Paolo Pasolini con il film “Medea” e Giuseppe Di Stefano con una tournée in Giappone,   la divina si accorse di dipenderne psico-fisicamente e ogni aiuto le era vano, ogni scappatoia era smentita dalla sorte perché si trovava ormai tra due fuochi micidiali: Quello di aver perso il più grande amore della sua vita e quello di aver smarrito la voce per esprimere se stessa.
A cosa serviva più la vita alla divina? Cosa avrebbe significato il proseguire se non ne aveva più alcun motivo?
Maria Callas fu trovata morta nella suo appartamento di Avenue Georges Mandel 36 di Parigi Il 16 settembre 1977, intorno alle 13.30. Aveva 54 anni. Oggi, a quarant’anni da tale evento, per aver dimostrato doti artistiche che nessuno mai è arrivato ad eguagliare sia sotto un profilo vocale che espressivo, ella resta (a maggioranza di opinione pubblica e critica) l’indiscussa prima donna della lirica di tutti i tempi anche se non è mancato (e non manca) chi è pronto a mettere in dubbio una tale definizione.
Noi invece che viviamo in un epoca ove non esiste più la divina, ci limitiamo ad apprezzare l’esistenza di una donna che nacque povera, conobbe il tempio e i fasti della sua “divinità” e morì poverissima; una povertà fatta di solitudine, depressione e incomprensione.
Cosa ne sarebbe stato di lei se non avesse conosciuto Meneghini o meglio ancora Onassis? ….Quando ritornerà Maria Callas? E chi la noterà per primo? Sono solo alcune delle domande senza risposta che vivono nella mente dei melomani da decenni, come da altrettanti anni vi sono stati casi di “rimpiazzo” i quali hanno dimostrato che si può essere vocalmente “poliedrici” anche con una voce diversa da quella della greca, ma non con questo hanno sicuramente centrato il bersaglio eguagliando (o oltrepassando) la divina; lei, che a conti fatti, durante la sua vita non ha fatto altro che lottare per la difesa di 2 amori: la sua voce e il suo Onassis; due amori diversi ma importantissimi allo stesso tempo con il risultato finale che l’uno si è divorato l’altro non avendo alcuna pietà per chi ne soffriva, e in tale martirio lei trovò la via della pace con il riposo eterno perché (oggi diremmo) non era più in grado di poter dire “the show must go on”; fu però in grado di ultimare   l’ultima frase del capitolo del suo passaggio, lasciandoci indirettamente come unico figlio della sua breve ma intensa esistenza, un esempio di vita che trasformandosi in una morale pecca un po’ di cinismo ma il più delle volte sa tanto di realtà, e che Antonio Guida, dividendo le classi “forti” da quelle “deboli” traduce in…”Una persona innamorata è una persona felice, ma è un artista finito”.


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Bart