di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 22 febbraio 1968]
«Guardalo: è Puccini ». Me lo disse, mettendomi una mano sul berretto di velluto turchino per storcermi la testa dalla parte che voleva lei, la zia che d’inverno portava sempre un tabarro di falso astrakan, con in testa una toque d’astrakan vero.
Il babbo lo conosceva: en trambi indossavano abiti di tweed, feltri grigi, marroni verdi. Puccini veniva in città per il dentista, per comprare biancheria in un negozio mol to accreditato: camicie a ri ghe, scarpe inglesi, i costumi intieri di lana necessari in case mal riscaldate. E si re cava a salutare Carlo Caselli, l’amico di Pascoli – morto questi, da sette o otto anni – fermandosi nel retrobottega.
Lì, gli artisti che avessero un legame con Lucca – vi fos sero nati, v’insegnassero, vi venissero in gita – bevevano la cioccolata e s’abituavano al tè, alla cui infusione ba dava il droghiere amico, traendo con un cucchiaio il tritume di foglie scure dai barattoli gialli, azzurri, viola, rossi; ce n’erano a fiori, o almeno sembravano tali i deco rativi ideogrammi.
Il vestito m’ingannava, non m’accorgevo della differenza di età fra Puccini e mio pa dre, anzi le due immagini si confondevano. La notte quan do svegliandomi udivo suo nare, era come se lui fosse giunto da Torre del Lago. Non riconoscevo le voce pa terna, immaginavo che fosse la sua, mai udita, del resto.
«Principessa di gelo… ». Mi chiedevo come mai Turandot fosse così cattiva. La vedevo in una luminosità gla ciale, « Perché tarda la luna? Faccia pallida! Mostrati in cielo! Presto! Vieni! Spun ta! ». Di là dall’enfasi, m’ac corgevo che era mio padre a invocare l’astro freddo; Puc cini era morto da alcuni an ni. Al « Non piangere Liù », la commozione attenuava per un attimo la tensione d’una fiaba crudele – come le fia be sono spesso, specialmente le infantili – ma al «Nes sun dorma », quando s’aspet ta che sia decisa la sorte del principe vincitore, di cui la principessa esasperata vuole scoprire l’identità a ogni co sto, lo spasimo, uscendo dal lo spartito della riduzione per pianoforte del maestro Carignani, un altro concittadino, invadeva la mia camera. Tan to era, quella notte, il gelo diffuso dall’ostinazione della principessa su Pechino, che io mi nascondevo sotto le coltri.
Motivi e immagini che se guitano a sdipanarsi da an ni. Ignoro quale altro narra tore contemporaneo in Italia abbia raggiunto la forza evocatrice di « Turandot » e del « Trittico ». Anche i coniugi battellieri della Senna, Suor Angelica, la Principessa-Zia, e infine il faceto Gianni Schicchi alimentavano lo stra zio notturno. Il racconto a un certo momento si svilup pava per conto suo, di là dai versi; la musica sollecitava la mia immaginazione.
Di solito, quando li legge vo senza il sollievo della mu sica, i libretti d’opera – di Verdi o di Puccini era lo stesso – svegliavano in me fanciullo la diffidenza che nei primi decenni del secolo por tò a dubitare dell’autenticità poetica del melodramma. Ep pure bastava che di notte il babbo scorresse le mani sulla tastiera canticchiando, e su bito era il miracolo. Parole generiche, versi approssimativi acquistavano la loro ne cessità espressiva, e risplen devano. Puccini ebbe in Giu seppe Giacosa e in Renato Simoni due ottimi librettisti ma la sublimazione del linguaggio attraverso il lievito musicale avviene anche quan do il testo è di Illica, di Ada mi, di Forzano che per quan to scaltri uomini di teatro avevano un orecchio poetico meno sicuro.
In « Tabarro » dopo il de litto, il battelliere Michele è accarezzato dall’adultera che ignora l’uccisione dell’aman te. Lui l’invita a stringerglisi sotto il mantello, come un tempo, e il « Vieni nel mio tabarro » ha un’efficacia stra ordinariamente descrittiva. Si avvertono l’inganno e la ven detta già prima che, aperto il manto, il marito lasci ro tolare il cadavere sulla tolda.
A metà dell’atto unico di « Suor Angelica », l’annunzio crudele della Principessa-Zia (« II principe Gualtieri vostro padre / la principessa Giara vostra madre / quando vent’anni or sono / vennero a morte… ») non lo potrò mai giudicare letterariamente: i versi, per merito della ca denza musicale, sono diventati per sempre una plastica rappresentazione della super bia, dell’odio, tanto ha il so pravvento quello che Thomas Mann chiamava lo spirito del la narrazione.
Sono, queste, impressioni labili a cui il tempo dà un senso, quasi da permettere a un incompetente di musica d’azzardare giudizi. Per me, esistono due Puccini. Uno risponde alle fotografie ilari, alle lettere gaie, tenere alla madre, agli amici della costa, portato allo scherzo, ai giochi di parole, alle calde effusioni. Gli piaceva frequen tare la superstite bohème macchiaiola di Torre del La go, amava cacciare, parlare con vigore realistico, servirsi di macchine nuove: dai fono grafi alla celebre automobile « De Dion-Bouton ». Era già un grande musicista teatrale di « Manon », « Bohème », « Tosca », « Butterfly », un uomo presumibilmente soddi sfatto, e invece, di là dall’ap parente gaiezza, l’accompa gnava l’angoscia d’essere sta to frainteso o non capito ap pieno.
L’altro Puccini, del quale ho un ricordo visivo, nasce da tale inquietudine, è una creatura culturale, fornita di quella sensibilità esasperata ch’era d’altri artisti europei, come Cechov, Thomas Hardy. A un certo punto, questo musicista introverso preferisce la solitudine, gli approfondi menti ch’essa concede. Secoli di musica, da Monteverdi a Mussorgskij, l’ossessionano. Si sente ultimo d’una famiglia – i cinque Puccini – i qua li, per due secoli, di padre in figlio, da Mozart a Verdi, ebbero a vivere straordinarie esperienze. I Puccini non furono solo esecutori o compositori ecclesiastici. Giacomo il vecchio, Antonio, Domenico, Michele scrivevano opere, ai loro tempi rappresentate e applaudite, e musiche da ca mera e da chiesa. S’è avuto
modo di constatarlo nei con certi, dedicati appunto alla singolare dinastia, da un giovane musicista americano, Herbert Handt, che dirige una orchestra a Lucca dove s’è stabilito. Infine, l’iniziativa del Metropolitan di Nuova York di scegliere i cinque musicisti lucchesi per il prossimo festival di Newport – l’estate scorsa toccò a Verdi – conferma la modernità di un compositore affrancato dal la tradizione verista in cui lo vedevamo prigioniero, e dal la quale è stato prosciolto anche per merito dell’avanguardia musicale europea, come testimoniano i giudizi di uno dei rappresentanti più in vista della dodecafonia, René Leibowitz.
Ha risalto ormai l’uomo eternamente scontento di sé, insofferente dei confini impostigli dalla cultura musicale dei suoi tempi. Uno che cor reva a Parigi per ascoltare Stravinskij, e che, dopo l’ese cuzione del « Sacre du prim-temps » passeggiava inquieto per la città, fermando i rari conoscenti che incontrava per discutere e precisare il giudizio. Anche quando s’inte ressava a Schönberg, voleva chiarire a sé – e al pubbli co ostinato a sentire nella sua musica solo sentimenti sem plici – cosa d’altro esistesse nella tersa armoniosità di « Bohème » o nelle crudezze di « Tosca », con Scarpia anticipo di Turandot, o dell’iro nia aspra, che avvertiamo sempre più ogni volta che la s’ascolta, in « Gianni Schic chi », un’opera buffa.
La notizia, quel novembre del 1924, corse subito. Non so come giungesse – un telegramma, una telefonata – ma ho ancora negli orecchi lo scroscio delle saracinesche, i battiti secchi degli sporti infissi nelle staffe di ferro. Ri vedo la mia città, vuota, le bandiere a lutto, ho negli orecchi il silenzio.
Ad alcuni che l’avevano seguito da vicino negli ultimi tempi parve una notizia provocatoria, da rifiutare. Fino alla sera prima dalla clinica di Bruxelles, erano venute notizie favorevoli. Il cuore era forte, gli aghi radioattivi sarebbero stati tolti presto dal collo; invece, il venerdì sera, c’era stato un collasso, e la agonia era finita la mattina, alle quattro.
Gli era parso, negli ultimi tempi, di poter ripetere la straordinaria vecchiaia di Ver di, e di portare il melodram ma più in là, in un territorio nuovo e inesplorato. Guarito, dicevano, avrebbe saputo fi nire « Turandot » con la sua felice violenza, conseguenza al solito d’un lungo segreto studio. Non era pensabile che il ritardo fosse dovuto a stanchezza. Lui sessantaseienne, se rivelava una melanconia pacata, un tempo invisibile o celata dalla spensieratezza superficiale, dava a chi lo os servasse un senso di vitalità.
Il gioviale maestro, che con Mimì aveva avuto l’aria di dare il capolavoro all’inizio della carriera, ormai aveva rotto i limiti della cultura teatrale e musicale italiana ri stabilendo i legami europei della sua tradizione familiare, e ne aveva annodati altri: non solo coi paesi che gli avevano dato il successo – le due Americhe, la Francia, l’In ghilterra, la Germania – bensì con zone nuove. Vienna, Pietroburgo, Mosca erano i suoi miti. Non lo turbavano solo Stravinskij, Schönberg, i grandi russi, ma composi tori lontani dal suo tempera mento, come Gustav Mahler che, quando dirigeva l’Opera di Vienna, gli aveva preferito Mascagni. Dall’oriente gli era no giunte sollecitazioni a cui si era affidato. Esse gli ave vano dato modo di forzare i confini del suo stesso teatro. Ormai ambiva dedicare la vecchiaia a nuovi studi e a nuovi slanci creativi. Ma so no, queste, ipotesi che, per quanto esistano buone testi monianze, non possono essere sviluppate da uno che s’è la sciato cogliere solo dalla commozione e dal desiderio di verità che in certi casi susci ta la memoria.
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