Un secolo in Cavalleria

di Leonardo Pinzauti

Alla vigilia del 17 maggio 1890, data della prima rappresentazione al Teatro Costanzi di Roma di Cavalleria rusticana, il giova ­ne     Pietro     Mascagni     (aveva ventisette anni) non avrebbe potuto immaginare che la sua opera in un atto avrebbe avuto non soltanto un enorme e sen ­sazionale successo, ma che sarebbe diventata un punto di riferimento, e quasi la data di nascita, di una nuova civiltà del teatro musicale: quella che è passata alla storia sotto l’eti ­chetta del verismo. In realtà la stessa cronaca della prima se ­rata romana   ha caratteri   di un’assoluta eccezionalità, quasi che il pubblico della ca ­pitale, anche allora probabilmente non meno scettico e in ­differente di quello di oggi, si fosse trovato di fronte ad un evento lungamente atteso, ca ­pace di scuotere perfino quan ­ti continuavano ad andare al ­l’opera soprattutto per rispet ­tare  consolidate abitudini mondane, e insomma quegli «oziosi intertenimenti » che fin dalle sue origini avevano caratterizzato il teatro musicale, soprattutto in Italia. Ma i gior ­nali riferiscono che Cavalleria rusticana ebbe ben sessanta «chiamate », fra quelle all’au ­tore   e   quelle   agli     interpreti (che erano il direttore d’orchestra   Leopoldo   Mugnone   e   i cantanti    Gemma Bellincioni, Annetta Guli, Roberto Stagno, Gaudenzo Salassa e Federica Casali), e l’enorme successo del maestro livornese fece ta ­le scalpore da varcare imme ­diatamente i confini nazionali, tanto da diventare un «caso » addirittura senza confronti, anche in un’epoca in cui la presenza di un Verdi felice ­mente operante, e con un pre ­stigio consolidato, invitava di solito a mitigare con prudenza o ad eludere i giudizi troppo entusiastici, visto che lui era sempre pronto a far conoscere i suoi umori e le sue severe rampogne, specialmente   nei confronti dei più giovani.

Mascagni stesso, del re ­sto,     restò     stupito     di tanto successo, come si desume da una sua commo ­vente lettera al padre: in fondo Cavalleria rusticana era un’o ­pera in un atto, e allora le «operine » – che sarebbero state un segno caratterizzante di gran parte del teatro novecentesco – non godevano di particolare       gradimento nel pubblico, e tanto delirio di applausi per un   lavoro   breve, mentre furoreggiavano le dispute fra wagneriani e ammiratori incondizionati di Verdi, dovette accentuare lo stupore di Mascagni, che al libretto ap ­prontato da Giovanni Targioni-Tozzetti, e poi da Guido Mena ­sci, aveva lavorato febbril ­mente per appena due mesi, quando era venuto a cono ­scenza del Concorso Sanzogno. In fondo quel lavoro sulla trama siciliana resa celebre dal dramma di Verga era stato un modo per evadere dagli im ­pegni non esaltanti della sua vita di direttore del Corpo filarmonico di Cerignola, e alla fi ­ne della sua veloce fatica, se non fosse stato per la fiducio ­sa intraprendenza della mo ­glie, avrebbe perfino rinuncia ­to a mandare in tempo la sua partitura alla commissione giudicatrice, formata da auto ­revoli personaggi come il criti ­co D’Arcais, Amintore Galli, Filippo Marchetti, Pietro Platania e Giovanni Sgambati. E invece Cavalleria rusticana dello sconosciuto Pietro Ma ­scagni «maestro in Cerigno ­la », come riferiscono i giorna ­li, risultò «degna di rappresen ­tazione » fra le 73 presentate al concorso del 1888, insieme a Labilia di Niccola Spinelli e a Rudello di Vincenzo Ferroni, «maestro di composizione al Conservatorio di Milano » (e ora appena conosciuto per i suoi trattati scolastici). Ma le altre due operine furono ben presto travolte dall’oblio, certo perché soffocate anche dal successo della partitura di Ma ­scagni, che giunse subito non soltanto nei principali teatri italiani, ma nelle capitali in ­contrastate della musica come Vienna e Parigi, dove trovò un pubblico entusiasta e sorpre ­so insieme; perché Cavalleria rusticana, proprio nel momen ­to in cui il melodramma tradi ­zionale italiano, quello dei «pezzi chiusi », sembrava or ­mai travolto dal rovesciamen ­to di gerarchie espressive se ­colari (prima il canto, e poi il «commento » orchestrale) – avvicinando di fatto le fantasie gigantesche di Wagner e di Verdi, e facendo nascere un sinfonismo teatrale che aveva tutti i segni della «modernità » – il giovane musicista livor ­nese rinverdiva di getto, con l’impeto di una fantasia appas ­sionata ed efficace, rimescolandoli in una geniale dialetti ­ca di contrasti, modi espressi ­vi del melodramma del passa ­to e astuzie timbriche del pre ­sente, genuinità popolare di «canzoni » reinventate e gusto della grande scenografia so ­nora: il tutto sotto l’impulso di «un talento fresco, energico, sincero » (come lo definì il se ­vero Hanslick) che senza sa ­perlo aveva inventato il mani ­festo stesso del verismo musi ­cale, senza più ritrovare in se ­guito la stessa coerenza vitale e la stessa continuità di inven ­zione drammatica e di trasfigurazione emotiva. Il che as ­segna a Cavalleria rusticana, che ebbe in seguito ammirato ­ri illustri come Gustav Mahler e Bernard Shaw, il valore sen ­sazionale di un vero e proprio «unicum » nella storia non sol ­tanto di Mascagni musicista, ma di tutto il teatro in musica, diventando a suo modo un evento «rivoluzionario » nel momento stesso in cui era ap ­parsa come una impetuosa re ­surrezione di linguaggi ormai tramontati.

Che ad un’analisi distac ­cata si possa ritrovare in Cavalleria rusticana anche qualcosa di «eccessivo » e perfino di retorico (ad esempio nella parte del baritono, che si rifà a modelli verdia ­ni, ma come svuotati dalle loro sottigliezze psicologiche) non intacca minimamente l’emo ­zione di aver a che fare con un autentico capolavoro. Cavalle ­ria rusticana resta la fiammata di un grande talento, e baste ­rebbe da sola ad assicurare a Mascagni un posto di rilievo nella storia della musica e del costume, accanto ai musicisti destinati a dare il meglio di sé nella loro giovinezza: come non accadde a Verdi, ma come toccò a uno Schumann e ad uno Chopin.

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