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LETTERATURA: Il ricatto del tempo

11 Maggio 2008

di Gian Gabriele Benedetti  

[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Da una vita non ero più tornato quassù, quasi avessi voluto cancellare dalla mente e dal cuore questi luoghi assieme a tutti i ricordi che racchiudevano e che rodevano dentro di me. Era stata troppo acuta la sofferenza dell’abbandono forzato, della perdita di un mondo di cose e di affetti, che conservavo sì come gioie preziose nei precordi, ma che ferivano simili a schegge dolorose ben conficcate e non facili da togliere. Ed allora, per vincere la pena feroce della nostalgia, mi ero tuffato con tutto me stesso nel duro lavoro e molti dei miei sogni si erano tramutati in realtà e potevo dirmi, tutto sommato, soddisfatto. Ma non avevo fatto i conti con l’agguato del tempo. Ed il tempo ci mette sempre del suo, eccome! Così meno uno se l’aspetta, si trova di fronte alla vecchiaia che fa sentire inutili, più soli, più fragili; ci avverte chiaramente di essere arrivati al capolinea e che dinanzi a noi non s’aprono più nuove prospettive, se non assiepate d’ombre e di paure. Soprattutto fa capire in modo impietoso che sbiadiscono pesantemente le speranze e non rimane che aggrapparci ai ricordi per sopravvivere. Piano piano, inesorabilmente, si cede sempre più al richiamo pressante di un passato che, rimasto a covare come brace sotto la cenere, quasi all’improvviso avvampa, afferra, avvolge e vince, senza scampo. Ci si accorge di avere come unico compagno rimasto al nostro fianco solo quel passato e solo quello ci pare capace di offrire ancora l’illusione di poter affrontare un presente, ora fattosi di solitudine e di vacuità, e di poter deviare i tanti cigli franosi e le erte faticose del poco cammino che resta dinanzi.
                      Ed è per questo che, dopo quasi cinquant’anni, preso da un indicibile desiderio di riappropriarmi del tutto di una memoria lontana, sono qui a salire lungo la strada di ghiaia e piena di buche, ansimando penosamente, per recarmi sul colle dov’era la vecchia casa che m’aveva visto nascere e crescere, fino al penoso addio.
                      La stretta carreggiata su cui arranco mi pare ancora più piccola di quella che mi era rimasta impressa. Ai lati si arrampicano tuttora, anch’essi a fatica, due file rade di cipressi, simili ad una processione, statica e silenziosa, verso una realtà perduta. Elevano al cielo imbronciato di quel tardo ottobre l’alta chioma a pennello, cresciuta a dismisura, ma non più composta ed intatta come un tempo, quasi a voler far mostra di una stanchezza greve d’anni.
                      La campagna che accoglie il mio ritorno, un grappolo di campicelli a terrazzo, di ripidi poggi, di vigne cadenti, è lì a testimoniare la fine di una vita contadina che aveva animato quei luoghi, strappando a stento tra mille sacrifici e rinunce dalla terra arcigna quel poco di pane per tirare avanti alla meglio. Una malia perversa pare si sia divertita a scompigliare le docili trame, che carezze di mani callose una volta tutto rendevano curato ed ordinato.
                      Qua e là spuntano grigi casolari senza più anima, nel lento decolorarsi dell’autunno. In alto nuvole scure ammassate si muovono leste, allo scirocco, creando strane figure come lugubri presagi, e lasciando, di tanto in tanto, spazio breve a toppe d’azzurro, dalle quali filtra a stento qualche raggio obliquo di sole malato che si industria a dare un po’ di tono ad una natura smorta. Ovunque silenzio e solitudine, ed un vuoto che inghiotte ed opprime.
                      È stato come imbattermi in un fantasma con mille tentacoli d’emozioni, l’apparirmi improvviso della mia vecchia casa, non appena ho svoltato l’ultima curva, dove la strada prende a spianare.
                      Grande, alta, capace di accogliere una numerosa nidiata, ha l’aspetto triste di chi è trasandato e in abbandono. Le pietre cinerine, mal squadrate, a stento ancora connesse tra loro, mostrano vistose crepe a minacciare la logora resistenza. Le inferriate alle finestre basse assaporano l’inesorabile morso di un trionfo di ruggine annosa; gli infissi di legno, anneriti dalla muffa, ormai paiono cadere a pezzi; nei vetri, quei pochi rimasti intatti, opachi e sudici, si annidano fitte trame pendule di ragnatele.
                      Lì accanto ancora la secolare farnia, ingigantita, con rughe fonde e scure nel tronco, con molti, troppi rami in alto. Intorno un mare d’erba gialla sotto quella nuova che sporge a stento, e qualche rovo. Più in là la siepe di bosso, trascurata, che prende a braccetto quel che resta del viottolo quasi del tutto soffocato.
                      Sono costretto a fermarmi. Rimango immobile a guardare ogni cosa come se fosse la prima volta a mostrarmisi. I miei occhi velati non sanno dove fermarsi: tutto vorrebbero afferrare in un solo abbraccio. Ho il cuore in gola e le gambe malferme. Mi sento più che mai preso nel gorgo di spazi ritrovati, di aromi che ritornano, di richiami nutriti, di voci lontane e pur presenti e nitide, di gesti risaputi a trafiggere l’animo già vinto.
                      Il vento, alto sopra la casa, mormora tra i rami quasi spogli a dilatare l’immensità della commozione che tutto m’avvolge e mi piega.
                      Mi manca il coraggio di andare avanti: sono assalito da un’improvvisa voglia di fuggire, di allontanarmi definitivamente e di infossare tutto questo passato che vado a ricercare. Riconosco la debolezza che mi aveva accompagnato per anni ed anni, tenendomi a distanza da una realtà trascorsa, che in ogni modo ho sempre cercato di ovattare.
                      Faccio violenza a me stesso e mi trovo davanti all’uscio screpolato di casa. Non è chiuso: lo spingo lentamente ed i cardini cigolano e sanno di un lamento sconsolato.

                      La grande cucina mi accoglie spoglia col suo pavimento dissestato di mattoni.
                      Entrare è come avvertire un abbraccio dolcissimo e tristissimo ad un tempo. Esito: ho quasi paura del silenzio e della penombra. L’unica finestra a stento riesce ad incidere la semioscurità ed il nero dei muri e dei travi di legno.
                      Adatto la vista: la stanza è completamente vuota e sporca. Alla mia sinistra appena intravedo il caminetto che assomiglia ad una bocca spalancata, buia, afflitta, senza parola.
                      Il mio vecchio torace sobbalza, le ginocchia si piegano. Questa stanza prende ad avvolgermi ed a schiacciarmi con le sue pareti nude e con i suoi fantasmi.
                      Il tempo si dilata. E sono annientato, annientato del tutto da una memoria che mi cade addosso con il fragore di una valanga. Una strana trasparenza mi conduce ad un punto d’origine dove anche lo spazio si stempera e mi consente di rivedere, di rivivere, di riassaporare…                      

                      Alla tenue luce dell’acetilene la grande tavola di legno, al centro, si anima di sguardi ansiosi. Fra poco verrà servita la cena. Manca ancora il babbo: è l’ultimo a tornare dai campi, quando fuori tutto è scuro e le prime stelle si destano timide come fiori di prato a primavera. Il fuoco è acceso, la fiamma è viva sotto il paiolo fumante di polenta. La mamma è intenta a rimenarla col mestone. Noi ragazzi non perdiamo una mossa.
                      Si spalanca l’uscio ed il babbo entra con la giacca sulle spalle. La stanchezza gli si legge sul volto. L’acqua calda è pronta nella catinella per le sue mani martoriate.
                      Ora la famiglia è al completo e la mamma è pronta a scodellare in tavola. Facciamo spazio e la polenta gialla, in un fumigare denso e festoso, scivola sulla grande tafferia: pare la luna piena in una notte d’estate. Gli facciamo festa.
È tarda sera: siamo intorno al caminetto. Il ciocco brucia lento, sfrigolando e scoppiettando. Tratteggia di lievi chiarori ed ombre tremanti i nostri visi. La mamma racconta una fiaba. Gli occhi-bambini si accendono di magia, finché non li vince il sonno.
                      Sono nel mio lettino col materasso di sfoglie di granturco. Sento una mano che rimbocca le coperte ed un bacio tenero sulla fronte. Poi più nulla…
     

                      Più nulla! Tutto scompare al mio sguardo trasognato. La stanza è impietosamente vuota e squallida ed i primi tentacoli della notte incipiente la rendono ancora più triste e desolata.   Amare lacrime segnano le mie guance provate. Mi sento vicino al naufragio e non ho più ormeggi a sostenermi. Porto le mani al volto umido: è più scavato del solito e le rughe sotto le dita si sono moltiplicate ed acuite. Piango la mia pena e mi trovo più solo e più vecchio. Ho soltanto pensieri di morte e qui vorrei finire i miei giorni di spine, ma neppure la pietà della morte mi riconosce, anche se dentro avverto prossimo il distacco provvido dalla sponda.
                      Tolgo le mani dal viso: ora il buio ha invaso la stanza ed anche il mio animo. Non posso più rimanere in questo luogo di supplizio. Esco con passi incerti, quasi a misurare la breve distanza che mi conduce fuori. La notte ha preso decisa a tessere la sua tela di caligine e annulla le cose. Solo in alto gli ultimi riflessi del tramonto, lievemente ingialliti dall’aria, lasciano un barlume lattiginoso che consente ancora di vedere i nembi che si accavallano e si addensano nel loro ribollire cupo, simile ai miei pensieri.
                      Mi allontano senza badare dove metto i piedi. Il mio passo geme sulla ghiaia come il mio intimo ferito. Guardo in alto, quasi ad invocare una mano misericordiosa a lenire il mio tormento. Fra due nuvoloni appare una chiazza di cielo abbrunato. Una stella precoce, d’oro scialbo, occhieggia pudica. Vorrei trovarmi lassù, dove so che sono racchiusi tutti i miei cari e lì riprendere quel filo che stretti ci univa. Il mio cuore grida. Perché non sono con voi, madre mia, padre mio, fratelli cari? Perché mi trovo qua solo a sopportare il peso di un mondo che non riconosco più e più non voglio? Perché la mia vita non torna a vivere sui vostri passi?   Mi sento come un asse schiodato ed inutile: dinanzi ho solo toppe d’amarezze e di solitudine.
                      La chiazza di cielo si è richiusa, lasciando tutto nel buio più tetro. Qualche goccia grossa e rada comincia a ticchettare risoluta qua e là ed il rumore secco, alternato porta ancor più sulla soglia del vuoto che raggela l’anima. Fra poco pioverà a dirotto.
                      E sarà il pianto dell’aria a far compagnia al pianto della mia infelicità infinita, senza nome.  


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2 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Il ricatto del tempo - Il blog degli studenti. — 12 Maggio 2008 @ 17:42

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  2. Pingback by Appunti Blog IT » LETTERATURA: Il ricatto del tempo — 12 Maggio 2008 @ 17:45

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Bart