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Napolitano come Vittorio Emanuele III?

17 Ottobre 2010

È nota la somiglianza del nostro capo di Stato con re Umberto di Savoia. Ne hanno scritto in tanti divertendosi a rimarcare il fatto che un comunista doc somigli, per una specie di scherzo del destino, all’ultimo re della nostra Italia monarchica.

Ma oggi mi pare che la somiglianza debba essere estesa anche a Vittorio Emanuele III, il padre di Umberto. Stesso sangue, stessa dinastia savoiarda.

Il re pavido, che pensò bene di salire in macchina e di lasciare gli italiani senza un capo, di fronte all’emergere del fascismo finse di non accorgersi di nulla e, anziché ascoltare l’allora presidente del Consiglio Luigi Facta, fece la cosa più facile: liquidò il governo e dette a Mussolini l’incarico di formarne uno nuovo.
Tutti sappiamo quali furono le conseguenze.

Napolitano non vede, o finge di non vedere il fascismo montante di Fini. Gli fa comodo e gli perdona tutto, convinto che ciò potrà servire ad abbattere un governo da lui malvisto, ma che ha ricevuto un vasto consenso popolare.

Eppure i precedenti di Fini dovrebbero essere conosciuti da Napolitano. Il suo autoritarismo dispettoso ed invadente è stato più volte denunciato da uomini che appartennero alla sua stessa formazione politica.

Oggi i suoi comportamenti stanno confermandone la natura ambiziosa ed arrogante. Un minuscolo uomo con una avidità smodata e fuori controllo:

1 – mente agli italiani,
2 – svende un casa non sua che finisce, attraverso inquietanti società off-shore, nella disponibilità del cognato,
3 Рraccomanda in Rai persone della sua famiglia. Imponendole perfino se, come ̬ successo con il rifiuto di Guido Paglia, qualcuno cerchi di ostacolarlo;
4 – fa a pezzi l’imparzialità della terza carica dello Stato, ribaltando una tradizione consolidata;
5 – fonda un movimento che agisce sistematicamente contro il governo della cui maggioranza sostiene a parole di fare ancora parte;
6 – provoca contrasti e liti istituzionali, come è accaduto con il presidente del Consiglio e con il presidente dell’altra aula del Parlamento, Renato Schifani, permettendosi giudizi negativi sui lavori del Senato;
7 –   è il più assenteista tra i membri della Camera, e se ne impipa se qualcuno glielo fa notare;
8 – ha contatti inquietanti con la magistratura (si ricordino le parole che pronunciò a microfono aperto, a Pescara, conversando con il giudice Nicola Trifuoggi) e si permette già di prevedere l’archiviazione dello scandalo di Montecarlo, scandalo grande come una montagna, e che manderebbe al macero ciò che resta della credibilità della magistratura. Così che il comportamento dei pm romani sarà la cartina di tornasole per misurare l’onnipotenza della macchina di copertura e di protezione di cui gode Fini.

Di contro a tutto questo obbrobrio e a questo scempio delle regole, sta un Napolitano che non sente, non parla, non vede.
Proprio come Vittorio Emanuele III.

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