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Napolitano e il Watergate italiano

7 Luglio 2012

Sarà un punto di vista del tutto personale, ma nella sostanza non vedo alcuna differenza tra il caso che travolse Richard Nixon, l’allora presidente degli Usa e il comportamento tenuto dal nostro capo di Stato sul caso Mancino.

Là si trattava di spionaggio nei riguardi degli avversari politici, qui si tratterebbe di interferenze sulla magistratura che non avrebbero altra interpretazione che quella di spezzare una lancia a favore dell’ex presidente del Senato Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza nella causa cosiddetta della trattativa tra Stato e mafia, che vede coinvolti personaggi a quel tempo al vertice delle Istituzioni, e perfino l’ex capo di Stato Oscar Luigi Scalfaro, che, come sta risultando da diversi documenti, non poteva non sapere ciò che stava accadendo.

Sembra che Scalfaro sia intervenuto (lo fece anche nel 1994: ricordiamo quanto si adoperò per convincere la Lega Nord a far cadere il primo governo Berlusconi) per caldeggiare la sostituzione di uomini che si opponevano all’ammorbidimento del carcere duro per centinaia di mafiosi. Adempiendo con ciò alla richiesta avanzata in una lettera mafiosa indirizzata a lui e ad altre Autorità, tra cui il Papa.

Allo stesso modo sembra che anche Napolitano (il quale con Scalfaro ha pure in comune l’aver lavorato per la caduta dell’ultimo governo Berlusconi) sia intervenuto nel tentativo – questa volta reso vano dal rifiuto del magistrato Pietro Grasso – di   alleggerire la pressione dei pm di Palermo su Nicola Mancino.

Tanto l’azione di Scalfaro quanto quella di Napolitano, se accertate, furono e sono interventi che la Costituzione non assegna al capo dello Stato, e perciò furono e sono classificabili quali interferenze che, come dice Giovanni Sartori nell’intervista rilasciata ieri su il Fatto Quotidiano a Marco Travaglio, “Un presidente americano si guarda bene dal fare certe co ­se.”

Proprio così. Un presidente americano sarebbe stato costretto alle dimissioni, proprio come accadde a Richard Nixon, e se proprio volete sapere il mio parere sulla differenza tra il Watergate e i fatti che avrebbero coinvolto tanto Scalfaro che Napolitano, dico che una operazione di spionaggio, per quanto gravissima ed indegna, ha un peso politico sicuramente minore rispetto alle interferenze che parrebbero pesare sui casi Scalfaro e Napolitano.

Le accuse a Scalfaro non apparvero al tempo dei fatti poiché la gravità di ciò che accadde negli anni 1992-1993 sta emergendo solo ora dopo la testimonianza resa a Palermo dall’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso.

Il caso che coinvolge Napolitano è invece recente (di questa primavera) ed ha trovato un giornale coraggioso che ha capito la gravità di ciò che è accaduto e – sia pure isolato – non demorde, allo stesso modo che non si arresero i due giornalisti che scoprirono il Watergate.

Ho già espresso il mio plauso a il Fatto Quotidiano per questo suo impegno eroico, che lo vede combattente in mezzo ad un silenzio che fa accapponare la pelle, poiché dà testimonianza di una stampa partigiana e asservita, che non lavora per la verità, anzi si adopera spesso per nasconderla o camuffarla.

Stamani il Fatto ospita un editoriale del suo direttore Antonio Padellaro dal titolo eloquente: “Presidente, renda pubbliche le sue telefonate”.

Vi si richiede una cosa molto semplice e giusta, ossia che il presidente della Repubblica, colpito da un sospetto così grave, per trasparenza e lealtà nei confronti dei suoi cittadini, autorizzi a rendere pubbliche le sue telefonate.

Il sospetto infatti riguarda proprio questo: se egli si sia limitato a scrivere la lettera resa pubblica (e inficiata dal dubbio che sia stata una lettera pressoria, in quanto ciò che vi si chiede formalmente era già in vigore da oltre un anno) o abbia fatto qualcosa d’altro che possa configurarsi come interferenza esplicita a lui interdetta.

Napolitano si è chiuso invece nel silenzio più assoluto, come un monarca che non debba rendere conto delle sue azioni a nessuno, dimenticando che siamo in una repubblica parlamentare e che la sovranità non appartiene al capo dello Stato (che rappresenta soltanto la Nazione), ma al popolo, a cui tutte le cariche dello Stato debbono rendere conto quando sono messe in dubbio la legittimità e la trasparenza del loro operato.
Ma Napolitano ha seguito l’esempio di Scalfaro, che pronunciò quel “Io non ci sto”, con il quale si considerò immune dai suoi obblighi.

Dunque, è con gioia che constato che il Fatto Quotidiano continua la sua battaglia e gli rivolgo i migliori auguri, confessando che quanto più Napolitano insiste nel suo silenzio, tanto più mi vado convincendo che il quotidiano di Padellaro e Travaglio abbia colto nel segno, e che Napolitano abbia davvero commesso delle azioni di cui teme le conseguenze per il mandato ormai vicino al suo compimento.

 

P. S.  Se è vero che il programma di Santoro  Servizio Pubblico  passerà, dopo il periodo estivo, a La7 e vi parteciperà anche Marco Travaglio, spero che i due protagonisti approfittino per trattare in Tv il caso Napolitano-Mancino. Se avranno questo coraggio, l’eco del loro servizio sarà enorme e Napolitano sarà messo con le spalle al muro.


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