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Presidente, renda pubbliche le sue telefonate

7 Luglio 2012

Presidente, renda pubbliche le sue telefonate
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 7 luglio 2012)

Vicemonito di Bersani contro “un quotidia ­no italiano” sulle cui pagine “continua lo stillicidio degli attacchi pretestuosi e del tutto immotivati al presidente della Repub ­blica”. Dopo aver compulsato le pagine del Cor ­riere, di Repubblica e degli altri sessanta quotidiani italiani, abbiamo capito che il segretario del Pd ce l’aveva proprio con il Fatto. Forse per avere pub ­blicato le voci libere e autorevoli di Franco Cor ­dero, Barbara Spinelli, Stefano Rodotà e Giovanni Sartori sulle strane telefonate tra Nicola Mancino e il Colle. Invece di fare la faccia truce per conto terzi, Bersaní­ dovrebbe più utilmente interrogar ­si sui reali pericoli che corre la credibilità del “presidio più alto di cui il Paese dispone”. Per esempio, non sarebbe nell’interesse stesso del Quirinale e principalmente di Giorgio Napolita ­no chiedere a Mancino di rendere pubbliche le loro due telefonate (mai smentite), visto che l’ex ministro da indagato ha accesso agli atti dell’in ­chiesta di Palermo sulla trattativa? È una domanda che sorge spontanea dopo che, in un’altra tele ­fonata trascritta dai pm di Napoli, l’ex ministro Giulio Tremonti conversa con un signor Moncada (definito dall’ex presidente lor Gotti Tedeschi “grandissimo burattinaio”) di un dvd completo con tutte le intercettazioni Mancino-Quirinale, gravido di conseguenze sulla tenuta del governo Monti. “Scherzavo”, ha poi spiegato Tremonti e non c’è motivo per non credergli, se non fosse che siamo in. Italia dove il mercato di veleni & ricatti è sempre fiorente. Chi può escludere in ­fatti clic sul Mancino telefonico esista una sorta di compilation con brani inediti e vieppiù scottanti? A riprova di una polemica a suo dire “costruita sul nulla”, il Presidente cita la pubblicazione della sua lettera al Procuratore generale della Cassazio ­ne affinché verificasse la correttezza e il coordi ­namento delle indagini sulla trattativa Stato-mafia che tanto allarmavano Manci ­no. Vero, ma se quella missiva fosse stata resa nota al momento dell’invio e non oltre due mesi dopo, quando ne parlammo noi sul Fatto, forse ogni polemica “costruita sul nulla” sarebbe sta ­ta evitata alla radice. Ora, onde evitare che sul “nulla” di telefo ­nate certamente limpide sí­ co ­struiscano commerci di dvd e il ­lazioni avvelenate, non sarebbe meglio – chiediamo rispettosa ­mente – dimostrare subito e una volta per sempre che di nulla si tratta?


I resistenti trasversali
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 7 luglio 2012)

È arrivata l’ora della verità. Adesso che il governo cerca di mettere mano ai tagli alla spesa pubblica, il Paese reale si ribella, mette in campo tutta la potenza di cui è capace. Possiamo così comprendere perché di «rivoluzioni liberali » in Italia si possa solo parlare senza mai farle. Il governo Monti si scontra ora con veti potentissimi. Sono davvero tanti e forti coloro che lavorano perché l’ambiziosa e meritoria operazione di spending review messa in piedi dal governo fallisca il bersaglio. Sarà già molto se i risparmi previsti consentiranno di rinviare l’aumento dell’Iva.

I tagli veri e radicali alla spesa pubblica (cresciuta di quasi duecento miliardi nell’ultimo decennio), quelli di cui ci sarebbe bisogno per abbassare la pressione fiscale e fare ripartire lo sviluppo, restano un obiettivo incerto e lontano.

Perché in Italia è sempre possibile aumentare le tasse mentre non è possibile incidere davvero sul sistema pubblico, imporgli una vera cura dimagrante? Perché, quando si tratta di accrescere la pressione fiscale, lo si può fare senza quasi incontrare resistenze (è facile come affondare un coltello nel burro) mentre se si tratta di contrarre la spesa le resistenze diventano formidabili, si finisce per dare testate contro una spessa lastra d’acciaio? Il motivo è che i contribuenti, pur essendo tanti, sono disorganizzati, non hanno difesa. Invece, coloro che vivono di spesa pubblica sono organizzati e possono attivare difese potentissime. Le ragioni dei disorganizzati non hanno alcuna chance nel conflitto con gli organizzati.

C’è una specie di triangolo di ferro (della morte?) a guardia del sistema fondato su alte tasse e alta spesa: è composto dalla infrastruttura amministrativa (la burocrazia dei ministeri, degli enti parastatali e locali, le magistrature, amministrative e non), dal sindacalismo del pubblico impiego e dalle tante lobby che campano di spesa pubblica. I partiti politici ne sono i complici. In parte ne subiscono il ricatto, in parte sguazzano nello stesso stagno: se la spesa pubblica venisse ridotta e razionalizzata, dovrebbero dire addio a un bel po’ di clientele. Pensate a cosa accadrebbe nei mercati elettorali locali se venissero abolite le Province con annessi e connessi o unificati i Comuni al di sotto dei cinquemila abitanti o posto mano a una riforma della sanità all’insegna della efficienza.

Chi però giudica solo i partiti come responsabili non si avvede di quanto sia forte, ramificato e organizzato il blocco di potere a guardia della spesa pubblica. Così forte e ramificato da avere i suoi santi protettori anche dentro il governo Monti (dove infatti c’è conflitto fra l’ala liberale e l’ala statalista).

Va notato che i movimenti di protesta che sorgono periodicamente possono anche inveire contro le tasse ma non propongono di ridurre la spesa (anzi, in genere, vogliono aumentarla). Persino la Lega, che agli esordi aveva impugnato la bandiera della rivolta fiscale, in seguito si mise a difendere tutto ciò che era «pubblico » e spesa pubblica nelle regioni del Nord.

Resta solo il «vincolo esterno » europeo: secondo alcuni, solo l’Unione Europea potrebbe domani avere la forza per indebolire il trasversale partito italiano della spesa pubblica e per imporci una seria riduzione delle tasse. Nonostante i dubbi, è forse l’unica speranza.


La Costituente che non serve
di Ugo De Siervo
(da “La Stampa”, 7 luglio 2012)

Siamo in una situazione nella quale un po’ tutti – salvo i proponenti, almeno ufficialmente – stanno prendendo atto che l’iperattivismo volto a rivedere grosse parti della nostra Costituzione ha prodotto – come era prevedibile – una situazione di stallo, che mette seriamente a rischio perfino la riduzione del numero dei parlamentari, tante volte promessa.
Peraltro, a riprova del dubbio livello di cultura istituzionale di tanti, invece di serie autocritiche sull’uso improprio e strumentale delle proposte di revi sione co stituzionale, continuano ad essere avanzate iniziative ancora più pericolose di riscrivere intere parti o addi rittura l’intera Costituzione.
E ciò mediante fantasiosi referendum o addirittura l’elezione di apposite Assemblee costituenti.

Due sono le obiezioni preliminari: anzitutto non è minimamente credibile che tutto ciò che è avvenuto di tanto discutibile sul piano istituzionale nella presente legislatura possa essere addebitato alla nostra Costituzione e non alla cattiva politica di tanti. In realtà le modeste capacità realizzative evidenziate dal trascorso governo non derivano certo né da carenze numeriche della sua ampia maggioranza parlamentare, né da difficoltà di poter disporre di strumenti legislativi (siamo, anzi, in una legislatura nella quale il Governo ha esercitato più poteri di tipo legislativo del Parlamento). Inoltre, se è vero che non di rado si è giunti perfino a dichiarazioni di incostituzionalità di disposizioni legislative di recente adozione, ciò purtroppo corrisponde a palesi violazioni della legalità costituzionale e di principi del tutto fondamentali come l’eguaglianza, la non discriminazione, la ragionevolezza. In una democrazia nessun potere può credere di non aver limiti.

In secondo luogo, sembra che anche nell’attuale straordinaria contingenza politica sia estremamente lenta e contraddittoria la risposta dei gruppi parlamentari alle loro specifiche responsabilità legislative su temi di natura istituzionale: si pensi alle progettazioni di nuove legislazioni sui partiti politici, sul loro finanziamento, sulla legge elettorale, sulla stessa riduzione del numero dei parlamentari. Ciò rivela gravi incertezze progettuali ed anche grande debolezza dei partiti a vincere i residui tenaci interessi contrari. Ma si pensi anche all’ assoluta resistenza dei parlamentari a modificare in modo sostanziale il nostro Parlamento, con la trasformazione di una delle Camere in un organo rappresentativo degli enti territoriali, così come dovrebbe essere normale in un assetto seriamente regionale, se non federale, e secondo quanto per tanti anni si è detto e scritto.

Insomma: gli stessi soggetti politici che non hanno usato in modo corretto ed efficace i grandi poteri di cui disponevano, che non hanno neppure modificato tante istituzioni che ben potevano migliorare (si pensi, ad esempio, alla legislazione su Regioni ed enti locali o ai regolamenti parlamentari), che neppure ora riescono a dare risposte efficaci alle loro specifiche responsabilità di «riforma della politica », adesso scoprono che la colpa di tutti i guai è la Costituzione, che quindi deve essere da loro rapidamente modificata.

Fra le varie proposte, quella del senatore Pera di istituire addirittura una nuova Assemblea costituente merita qualche chiarimento specifico, dal momento che curiosamente appare anche sostenuta da alcuni organi di stampa, evidentemente affascinati dalla proposta di un evento tanto straordinario.

Appunto, si tratterebbe di un evento del tutto eccezionale, dal momento che non si tratterebbe di modificare singole parti della Costituzione ma di rifarla integralmente: ma le Costituzioni non sono leggi ordinarie e pertanto anche relativamente precarie, ma norme del tutto speciali e fatte per durare per lunghi periodi, essendo finalizzate a individuare e stabilizzare valori e regole comuni per le persone ed i gruppi sociali di un’intera comunità statale e a configurare un modello efficace di istituzioni democratiche. Non a caso, durante la nostra Assemblea costituente si è usata l’espressione «casa comune » per definire appunto la Costituzione che si andava elaborando; ciò evidentemente non significa che essa nel tempo non debba essere adeguata e migliorata, ma a ciò si può agevolmente provvedere con il procedimento di revisione costituzionale, che nel nostro sistema è piuttosto agevole.

Qui emerge un secondo elemento di riflessione: mentre nella revisione costituzionale è indispensabile un assenso superiore alla mera maggioranza politica presente in Parlamento, in un’Assemblea costituente si decide a maggioranza, anche se è naturale che si ricerchi un consenso molto vasto sulle nuove «regole del gioco »: la nostra Costituzione fu infine approvata, dopo tante discussioni, da circa il 90% dei costituenti, ma qualcosa del genere appare del tutto improbabile in una fase storica di polarizzazioni delle forze politiche e contemporaneamente di grandi incertezze etico-culturali.

Ma soprattutto le Costituzioni nascono in «momenti duri e tragici », per ripetere l’efficace espressione del giovane Aldo Moro proprio alla Costituente, quando cioè si verificano in un paese o eventi rivoluzionari, o gravi sconfitte belliche, o irrimediabili distacchi di massa dalle regole collettive. Ed in genere proprio l’estrema gravità delle situazioni dalle quali si esce, o nelle quali si opera, dà alle forze politiche la spinta per superare felicemente le logiche eccessivamente partigiane e per ricercare, invece, regole e valori largamente condivisi.
Tutt’altra cosa da quanto esiste adesso, pur con tutti i problemi e le tante insoddisfazioni. Il vero problema non sono nuove regole costituzionali, ma l’ urgente necessità di un deciso miglioramento della qualità progettuale espressa dalle diverse forze politiche, con il recupero effettivo del primato degli interessi comuni.


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Bart