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Napolitano non può conservare lo scranno

30 Agosto 2012

Quanti politici attaccati alla poltrona!
Ci siamo meravigliati del subacqueo Gianfranco Fini, che addirittura ci aveva messo la colla, ma Napolitano non pare essere da meno.

Il suo pretestuoso ricorso alla Consulta (non lo aveva fatto nel 2009) è un insulto alla intelligenza dei cittadini. Ho scritto che lo ha fatto per guadagnare tempo ed arrivare così alla scadenza del mandato prima che la Consulta si pronunci.
Infatti, in qualsiasi modo essa deciderà nella prossima primavera, sarà una bomba. E Napolitano non vuole certo assistere alla deflagrazione con la cappa di Presidente.

Sarà una bomba se darà torto a Napolitano (come lo diede a Cossiga nel 2004), poiché a quel punto molto probabilmente conosceremo il contenuto delle sue due telefonate a Nicola Mancino, che devono essere “scottanti” come ha scritto il senatore Luigi Li Gotti, visto anche in quale modo Napolitano (con accuse pesanti alla procura di Palermo) ne chiede l’immediata distruzione.

Lo sarà pure se darà ragione a Napolitano, poiché, per farlo, dovrà rovesciare completamente di 360 gradi la decisione assunta nel 2004 contro Cossiga (qui).

Il caso Cossiga e il caso Napolitano, nonostante i prosseneti del Quirinale cerchino di sostenere che sono diversi, sono in realtà simili come due gocce d’acqua, essendo stati colti, i due presidenti,  entrambi nell’esercizio di funzioni estranee alla loro carica.
Cossiga insultò due cittadini; Napolitano nella primavera scorsa è stato intercettato indirettamente mentre s’intratteneva al telefono con un protagonista (testimone e poi indagato per falsa testimonianza)   del processo in corso a Palermo sulla trattativa Stato-mafia.

Chi voglia sostenere che Napolitano nelle due telefonate con Mancino ha esercitato funzioni presidenziali dice il falso sapendo di dirlo. Napolitano e Mancino non possono non essersi intrattenuti sulla stessa materia su cui Mancino si è intrattenuto con il segretario giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio.
Del resto due sono le prove: indirette, sì, ma talmente forti   da potersi tradurre in fatti.

– La resistenza di Napolitano a far pubblicare il contenuto delle due telefonate con Mancino, dato che sarebbe la soluzione più naturale per assicurare i cittadini (che ne hanno diritto) circa l’incorrotta integrità della carica;

– Il silenzio dell’altro interlocutore Nicola Mancino, il quale sostiene incredibilmente di non ricordare il contenuto di quelle due telefonate, e rammenta soltanto di aver scritto una lettera a Napolitano. Il che è impossibile, a meno che Mancino non sia affetto da demenza senile. E che è impossibile stanno a provarlo le numerose telefonate che Mancino ha intrattenuto con D’Ambrosio in cui si raccomandava che Napolitano intervenisse in suo aiuto. Ciò che D’Ambrosio assicurava, riportando a Mancino di volta in volta conferme sull’interessamento di Napolitano.

Perciò, quando poi Mancino è passato direttamente a Napolitano, di che cosa avrà mai parlato? Lui afferma di non ricordarselo ed io dico che non può non ricordarlo, essendo in quel momento la più importante risposta che si aspettava: quella che Napolitano intervenisse in suo favore, vista la sua posizione traballante nel processo.
Direi che Mancino non fa certo onore agli incarichi che lo Stato gli ha affidato nel passato, in particolare la presidenza del Senato (seconda carica istituzionale per importanza) e la vicepresidenza del Csm.
Si decida dunque a ricordare, Mancino, e a rivelare ciò che lui e Napolitano si sono detti. Che si ricordi dei ruoli che ha ricoperto in rappresentanza dei cittadini, e renda loro onore con la verità.

Torniamo al punto: anche Napolitano è attaccato alla poltrona? Sì, e più che mai. Il suo tentativo è quello di arrivare in tutti i modi a concludere il suo mandato, e a questo scopo potrebbe tornargli utile – come già detto – il tempo che servirà alla Consulta per emettere l’attesa sentenza, ma credo che ormai siano in tanti a nutrire sospetti su di lui e a considerare il suo caso un Watergate italiano. Si attendono le sue dimissioni.

A fiaccare la sua resistenza gli è caduta poi, ieri, un’altra tegola in testa. Si è scoperto che non è la prima volta che Napolitano cerca di intervenire sul processo Stato-mafia.   Lo ha fatto già nel 2009, tentando di affiancare ai procuratori di Caltanissetta la pm milanese Ilda Boccassini. Tentativo fallito per la neutralizzazione della stessa Boccassini da parte della procura di Caltanissetta, per cui la rossa dovette fare le valigie e tornarsene in quel di Milano.

È curioso che Napolitano abbia fallito allora come ha fallito oggi. Ieri ha trovato la porta chiusa a Caltanissetta, oggi gli ha chiuso la porta in faccia il procuratore nazionale dell’antimafia Piero Grasso.
Una sfortuna più nera non poteva capitargli.

Così ora, anche se il contenuto delle due telefonate è ancora segreto ma abbastanza intuibile ricostruendolo dalle intercettazioni D’Ambrosio-Mancino, sappiamo invece con certezza che Napolitano si è permesso di interferire sul processo riguardante la trattativa tra Stato e mafia per il ramo di competenza della procura di Caltanissetta.
Un vizio perciò. Un vizio imperdonabile ad un capo di Stato.

Napolitano non ha altra scelta, dunque, che quella di arrendersi. Non gli è servito a nulla schierare l’artiglieria pesante in sua difesa; deve invece tenere a mente che non si può (e non si deve: questo vale anche per Nicola Mancino) negarsi alla verità. Essa, se gli si resiste, prima o poi si prende la sua rivincita e si abbatte senza pietà su chi ha creduto di poterla nascondere.


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Bart