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Caso Napolitano. «Il Colle spinse Boccassini ». La telefonata di Napolitano a Caltanissetta

29 Agosto 2012

di Ulisse Spinnato Vega
(da http://www.lettera43.it/cronaca/il-colle-spinse-boccassini_4367562775.htm)

Si aggiunge un nuovo capitolo sulla presunta ingerenza del Colle nella gestione delle indagini sulla  trattativa  Stato-mafia e sui fatti del ’92-’93. Questa volta sotto la lente non è la  procura  di Palermo, ma quella di  Caltanissetta  a cui il presidente GiorgioNapolitano  telefonò per perorare l’applicazione all’inchiesta su via D’Amelio di Ilda Boccassini. Operazione ideata dal procuratore nazionale antimafia  PieroGrasso.
La polemica sollevata intorno al capo delloStato  non accenna quindi a placarsi. E continua a  dividere stampa e opinione pubblica.

IL RUOLO DELLA PROCURA NISSENA.Esiste infatti un precedente finora inedito e un po’ più datato rispetto agli eventi del 2012.
Da quanto risulta a  Lettera43.it, si tratta di una telefonata fatta tre anni fa dal presidente della Repubblica in persona al procuratore capo nisseno, Sergio Lari, in relazione alle nuove indagini su via D’Amelio.
Un evento che se paragonato alle mosse di Mancino e del consigliere del Quirinale, Loris D’Ambrosio, poteva avere effetti ben più clamorosi   per le inchieste sui fatti del ’92-’93.

Nel 2009, stando alla ricostruzione fornita dalle fonti, la procura di Caltanissetta riaprì i faldoni sulla strage di Via D’Amelio dopo che le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza avevano mandato in frantumi l’impianto di tre processi con tanto di sentenze definitive.

GRASSO PUNTA SU BOCCASSINI.  Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, accarezzò a quel punto l’idea (in nome del coordinamento tanto evocato anche tre anni dopo da Mancino al telefono con D’Ambrosio) di applicare alla nuova indagine il giudice Ilda Boccassini, spostandola così da Milano a Caltanissetta. E in maggio lo comunicò ai magistrati nisseni.
L’esperta toga napoletana era stata infatti tra i primi, verso la fine del 1994, a intuire il bluff del falso pentito Vincenzo Scarantino intorno al quale erano state costruite le vecchie inchieste sulla strage di Via D’Amelio e, secondo Grasso, avrebbe potuto dare, ancora una volta, un contributo importante alla nuova indagine basata sulla fonte Spatuzza.

LA TELEFONATA A LARI.  Alte cariche istituzionali appoggiarono la manovra del procuratore antimafia e, nella primavera del 2009, elemento finora mai trapelato, Napolitano in persona si mosse: il capo dello Stato chiamò infatti almeno una volta il procuratore Lari per perorare presso i magistrati nisseni la soluzione Boccassini. E fornì, dunque, un’altissima copertura istituzionale all’operazione voluta da Grasso.

Il cavillo che poteva compromettere l’intera indagine

Operazione che tuttavia spiazzò, irritò e preoccupò non poco le toghe di Caltanissetta. Infatti Boccassini, avendo già partecipato all’inchiesta sulla morte di Borsellino e dei suoi uomini incardinata sul depistaggio Scarantino-Candura, era testimone dei fatti in oggetto e non poteva certo occuparsene di nuovo.
Si trattava di un dettaglio, un vizio di forma che poteva generare delle incompatibilità e al quale un qualunque azzeccagarbugli avrebbe potuto aggrapparsi per far saltare l’intera indagine.

MANOVRA SVENTATA.  L’incauta manovra Grasso, che sarebbe stata appoggiata (c’è da supporre in assoluta buona fede) da Napolitano in persona, venne per fortuna sventata dallo stesso pool di Caltanissetta che passò al contrattacco e nel giugno 2009 decise di interrogare Boccassini come persona informata dei fatti.
Quelle otto pagine scarse di verbale salvarono al tempo l’inchiesta perché crearono una condizione ostativa formale, facendo sì che Boccassini non potesse essere applicata alla nuova indagine su via D’Amelio.
Mercoledì, 29 Agosto 2012

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Anche qui.


Se li conosci li eviti
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 29 agosto 2012)

Commentando nel web il  dibattito di lunedì a La7  sulla trattativa Stato-mafia,  molti rimproverano a Mentana di aver invitato Ferrara. Non sono d’accordo. Intanto va apprezzata la perfidia di Mentana, che ha invitato Ferrara a un programma intitolato  Bersaglio mobile. E poi Ferrara, specie quando non dialoga con se stesso e veste come Bagonghi, va chiamato spesso, possibilmente sempre. Nessuno meglio di lui riassume, con una franchezza che sconfina nella spudoratezza, come ragiona (si fa per dire) il  Potere in Italia. E dimostra, anche fisiognomicamente, la differenza fra i giornalisti che raccontano i fatti e quelli che programmaticamente li ignorano per non disturbare le proprie certezze malate.

Infatti s’è subito trasformato in una gigantesca macchinetta spara-palle, tipo quelle usate per allenare i tennisti: ne sparava così tante che era impossibile respingerle tutte. “Andreotti è stato assolto” (prescritto per “il reato commesso fino al 1980”). “La sentenza Iacoviello della Cassazione ha smentito che Dell’Utri sia mafioso” (Iacoviello è un sostituto Pg e non fa sentenze: la sentenza conferma che Dell’Utri è colpevole per il lungo periodo trascorso al servizio di B., mentre occorre un nuovo appello per provare che lo fosse anche nei tre anni al servizio di Rapisarda). “Anche Falcone trattò con la mafia, vedi Buscetta” (Falcone convinse Buscetta a collaborare non per trattare con la mafia, ma per processarla). “La mafia è stata  sconfitta” (senza parole). “L’agenda rossa di Borsellino è una minchiata” (infatti l’han fatta sparire). “L’inchiesta sulla trattativa non è condivisa nemmeno dal procuratore Messineo” (il “visto” del capo non è previsto sull’atto di conclusione delle indagini; lo è invece sulle richieste di rinvio a giudizio ed è prontamente arrivato). “Il pm Di Matteo ha svelato a  Repubblica  le intercettazioni di Napolitano per ricattarlo” (le svelò  Panorama). “Ingroia chiede il segreto di Stato perché alle accuse non crede neanche lui” (Ingroia chiede a chi giustifica la trattativa in nome della ragion di Stato di dire tutto ciò che sa e sfida i politici, se la condividono, a fare una legge che liceizzi ex post quella condotta criminale). “Ingroia fugge in Guatemala per non sostenere l’accusa al processo” (falso: l’invito dell’Onu per l’incarico in Guatemala risale a oltre un anno, e l’accusa ai processi la sostengono di solito i sostituti, non gli aggiunti).

Molto divertente il teorema secondo cui i pm di Palermo indagano sulla trattativa non perché sia una notizia di reato, su cui la Costituzione impone di indagare, ma “per fare carriera”: com’è noto, in Italia,  il miglior modo di fare carriera  è mettere sotto processo politici di destra e di sinistra più qualche ufficiale del Ros, e ritrovarsi subito dopo alle calcagna Quirinale, Avvocatura dello Stato, Consulta, governo, Parlamento, Pg della Cassazione, Csm, giornaloni e tg a reti unificate. Un carrierone. Molto opportuno anche l’invito di Mentana a  Macaluso, che faticava a comprendere la differenza fra un giornale libero e un giornale di partito, scattava come la rana di Galvani solo alla parola “Napolitano”, scambiava per “attacchi al Quirinale” qualunque critica all’inquilino pro tempore ma poi mostrava gravi lacune sul conflitto di attribuzioni (l’amato Presidente non sostiene affatto che “nella Costituzione c’è un vuoto da colmare”, ma che i pm di Palermo han violato le sue presunte prerogative costituzionali).

Era presente, oltre a  Di Pietro, un deputato del Pd, tal  Boccia, accomunato agli altri due dall’assoluta ignoranza sul tema di cui si parlava: appena si tentava di spiegargli la trattativa, sorrideva beotamente, più  divertito ancora di Ferrara. Ma è stato giusto invitare anche lui. Altrimenti non si capirebbe cosa sta diventando il Pd, perché si allea con  Casini, perché molti elettori hanno l’ulcera perforata, perché  Vendola  ha vinto due primarie su due in Puglia e perché non basta essere giovani per essere meglio dei vecchi.


StatoMafia.it, il punto sulla trattativa
di Federica Fabbretti e Martina Di Gianfelice
(da “il Fatto Quotidiano”, 29 agosto 2012)

Giuliano Ferrara  non riesce a capire perché  se i ROS dei Carabinieri nel ’92  trattavano  con i vertici di Cosa Nostra, pochi mesi più tardi arrestavano Salvatore Riina. Poi liquida la questione: “puttanate”. Ha gioco facile, Ferrara: fatte salve le solite eccezioni, in Italia si continua a parlare di  trattativa “presunta”  anche se nella sentenza del marzo 2012 del processo per la strage di Via dei Georgofili a Firenze, invece, è scritto chiaramente che

“Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un  do ut des.  L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni  e non dagli uomini di mafia”

C’è anche chi, come Scalfari, spiega che comunque “in guerra la trattativa tra le parti è pressoché  inevitabile“. Forse a preventiva giustificazione, o a voler vedere per forza una cosiddetta “ragion di Stato”, visto la vicenda sembra ormai diventare abbastanza chiara.

Come giustamente  ricordava a La7 Marco Travaglio, sono state scritte montagne di pagine nelle inchieste e nei molti processi che riguardano questa vicenda così complessa.  StatoMafia.it  vuole raccogliere e  soprattutto spiegare, decifrandole, quelle montagne di pagine, cercando di raccontare questa storia nel modo più comprensibile possibile, anche per Ferrara e Scalfari.

Abbiamo deciso di partire dall’inizio della storia, da quando  Rocco Chinnici fu trasferito a Palermo  e divenne Capo dell’Ufficio Istruzione, dando vita all’embrione del  Pool Antimafia. Nella  nostra pagina Facebook, trovate raccontata questa storia fino alla Strage di Via D’Amelio; nei prossimi giorni proseguiremo il racconto della cosiddetta seconda fase della trattativa, dopo che la prima fu interrotta pochi giorni prima del 19 luglio 1992 quando i Carabinieri  ritennero irricevibili le prime richieste di Riina.

Racconteremo anche i processi in corso e quelli già svolti, rimettendo insieme le tessere del mosaico della stagione più vergognosa della Storia del nostro Paese.


Ma che avrà detto Giorgio di Ingroia?
(da “dagospia”, 29 agosto 2012)

da “Radio 24”

“Probabilmente Napolitano si sarà lasciato scappare qualche parolaccia di troppo nei confronti dei magistrati di Palermo e questo, detto dal presidente del Csm, non appare opportuno”. Per Antonio Di Pietro, ospite a “24 Mattino” su Radio 24, è questo il motivo che ha spinto il Quirinale a ricorrere alla Consulta nei confronti della procura di Palermo sul caso delle intercettazioni che vedono coinvolto anche il Capo dello Stato nell’ambito della trattativa Stato-Mafia.

“La procura di Palermo – ha aggiunto Di Pietro – ha già detto che non c’è niente di rilevante per quanto riguarda le espressioni riferite dal Capo dello Stato. Quindi lui non ha nulla sul piano tecnico e giuridico da temere. Lo avrà fatto per delle ragioni sue personali. Aveva mille altri occasioni per ricorrere. In 7 anni ci sono state altre telefonate in cui si sente la sua voce, proprio adesso e su un fatto così delicato che riguarda una trattativa stato-mafia interviene?”.

Di Pietro ha poi lanciato una proposta: “C’è un appello che tutta la società civile dovrebbe fare al Capo dello Stato. Invece di insistere in un dirompente e devastante ricorso per conflitto di attribuzione, lo ritiri e mandi un messaggio alle Camere e le Camere si assumano la responsabilità di prendere una decisone trasparente, di colmare un vuoto legislativo su cosa fare delle telefonate del Capo dello Stato nel caso venga indirettamente intercettato e queste non hanno rilevanza”.

Di Pietro ha poi commentato l’intervista apparsa oggi sulla Stampa, che riporta le dichiarazioni rilasciate un mese fa dall’ex ambasciatore Usa in Italia Reginald Bartholomew, morto ieri. Bartholomew muove dure critiche al pool di Milano durante l’inchiesta Mani pulite negli anni ’90. “Un pool di magistrati – dice Bartholomew – che violò sistematicamente i diritti di difesa degli imputati”.

Bartholomew parla anche di preoccupazione americana, tanto che il giudice della Corte Suprema Usa Scalia venne a Roma e parlò con 7 giudici italiani di queste violazioni: “Queste cose dette da una persona che non c’è mi spingono a dire ‘pace all’anima sua’ – replica Di Pietro a Radio 24 -. Altrimenti l’avremmo chiamato immediatamente a rispondere delle sue affermazioni per dirci ‘chi, come, dove e quando’. Io non ho mai incontrato questo Bartholemew, invece so che gli Stati Uniti all’epoca furono molto collaborativi per quanto riguarda le rogatorie che noi effettuammo.

Vent’anni dopo una persona fa delle affermazioni in relazione a comportamenti che lo stesso suo Paese ha fatto in modo totalmente diverso, mi sembra una cosa che non abbia né capo né piedi. Bartholemew è una persona che vuole sconfessare se stesso e il suo Paese e quindi non fa onore al suo Paese, ma ripeto non c’è più quindi pace all’anima sua”.


Pomicino: trattativa ci fu. Elefante: venite presto fuori dal manicomio
(da “il Foglio”, 29 agosto 2012)

Al direttore – Sembra di essere tornati ai tempi dei guelfi e ghibellini. Un’indagi ­ne della procura di Palermo che casual ­mente ha intercettato il presidente della Repubblica in una conversazione con il senatore  Nicola Mancino senza che ne disponesse im ­mediatamente la distruzione del na ­stro in base a un’in ­terpretazione ardi ­ta sulle prerogative presidenziali, ha innescato uno scon ­tro furibondo tra una stragrande mag ­gioranza guelfa e una minoranza ghibellina.

Motivo del contendere, al di là della registrazione definita dalla stessa procura di Palermo irrilevante ai fini penali, è l’inizia ­tiva assunta dal Qui ­rinale con il suo ri ­corso alla Corte co ­stituzionale per un possibile conflitto di attribuzione tra la magistratura in ­quirente e le prero ­gative del presiden ­te della Repubbli ­ca. Una questione di non poco conto, naturalmente, che nello spazio di pochi giorni ha diviso l’opi ­nione pubblica, i partiti e la stampa ciascuno con il suo corredo di esperti e di uomini e donne di cultura. In un paese serio la questione avrebbe meritato uno o due articoli sui maggiori quotidiani aspettando con compostezza la decisione della suprema corte evitando di scivolare verso tifoserie agitate che né la magistratura e men che meno la presidenza della Repubblica meritano. Passeranno i secoli ma l’Italia, nel profondo della sua pancia, rimarrà quella descritta da Dante. Questa volta, però, non si tratta di un pessimo costume antico che di tanto in tanto rie ­merge con tutto il suo ca ­rico di faziosità emotiva nella storia del nostro bel paese. Questa volta sta accadendo qualcosa di più e di diverso. Tut ­ta la polemica, infatti, si è concentrata su di una questione, le prerogati ­ve presidenziali proba ­bilmente violate dalla procura di Palermo, la cui importanza certo non ci sfugge, ma resta pur sempre marginale rispetto a qualcosa di più importante e di più vitale. Lo scontro tutto giuridico tra presiden ­za della Repubblica e procura di Palermo ha, infatti, oscurato del tut ­to il drammatico inter ­rogativo se la trattativa tra stato e mafia c’è stata davvero. Se non risultasse offensivo per tutti, diremmo che è stato messo in opera un grande depistaggio trasferendo in maniera morbosa l’attenzione della pubblica opinione dal fatto cen ­trale di un’indagine al suo corollario giuridico. Sarà colpa della nostra natura di guelfi e ghibellini ma sta di fatto che della trattativa nessuno più ne parla e meno che meno c’è qualcuno che tenta di fare un’inchiesta più approfondita. Per parte nostra aspetteremo con serenità la pronuncia della Corte trattandosi di materia che non incide sull’indagine ma sull’equilibrio dei poteri nel nostro ordinamento costituzionale e per tanto ha una valenza che non consente né faziosità né tifoserie contrapposte. Intanto, però, ripetiamo con forza che la trattativa stato-mafia c’è stata, che essa non si è limitata alla revoca dei 350 41 bis del novembre 1993 ma si è estesa anche agli oltre 6 mila mafiosi e camorristi liberati grazie ai programmi di protezione, che l’esecutore materiale è stato il governo Ciampi nel suo complesso e con particolare riferimento ai ministeri dell’Interno e della Giustizia e che il mandante è stato l’azionista forte di quel governo, con alcune complicità non ancora emerse. Dopo 20 anni dalla strage di Capaci e di Via D’Amelio gli assassini di Paolo Borsellino sono ancora sconosciuti, quelli di Giovanni Falcone sono tutti in libertà, eccezion fatta per Giovanni Brusca, proprio grazie ai programmi di protezione figli di quella trattativa che ha rappresentato il vero tra ­dimento della Repubblica. Nel frattempo sia i guelfi che i ghibellini tacciono su queste migliaia e migliaia di mafiosi e ca ­morristi rimessi in libertà mentre qual ­che vittima designata dalla mafia, come Calogero Mannino, viene ancora una vol ­ta rinviato a giudizio dopo 2 anni passati in carcere da innocente nel mentre esecu ­tori e mandanti restano ancora una volta coperti dalle complicità, dall’ipocrisia e dalla codardia. Quousque tandem abute ­re patientia nostra?

Paolo Cirino Pomicino

Appunto, quousque tandem, Pomicine? Se per trattativa si intende scambio di guerra e in guerra, strategia per vincere la battaglia contro la criminalità organiz ­zata, lo stato non ha fatto altro che tratta ­re, e i trattativisti sono Scalfaro, Ciampi, ministri, premier e legislatori di tutti i partiti responsabili, capi della polizia e dei servizi e dei carabinieri, magistrati eroici come Falcone dall’operazione Bu ­scetta al governo del mini ­stero della Giustizia nell’esecutivo Andreotti. Il potere esecutivo fa così, e i pm alla Ingroia balbettano una lingua che non co ­noscono, la storia, frammischiando il peccato di ogni potere (efficiente e utile alla società) e reati inesisten ­ti. La sciocchezza della trattativa come fattispecie di reato, peraltro non formulata in giudizio e insussistente a rigore di logica, è invece affermata torvamente dal conto-protezione Claudio Martelli, capace di passare dalla stanza di Gelli all’Excelsior alla sbarra dell’accusa con Ingroia, non senza annettersi il suo amico Enzo Scotti (che cosa non si fa per restituirsi l’onore politico). E dal suo amico Marco Trava ­glio, che la coccola insieme a Martelli nel Fatto e mi ha spiegato in tv, dopo doloro ­se non-risposte, che Riina è stato arresta ­to per fare un piacere a Provenzano (bum) e Provenzano perché era ormai molto ma ­lato (bum bum bum), e i 3.700 e qualcosa latitanti messi in carcere da politici collu ­si sono stati acchiappati per sbadataggine (ma che cosa si era fumato?). Siete rimasti lei e Gasparri, Pomicine carissime, a pun ­tare il dito su Ciampi e Violante come mandanti della trattativa. Trovatene un’altra, per carità, uscite presto fuori dal manicomio.

Giuliano Ferrara

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Qui l’intervista di Giuliano Ferrara a “il Giornale”.
Qui l’articolo di Barbara Spinelli


Pd, la tentazione autoritaria
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 29 agosto 2012)

C’è un partito che si candida alla guida del Paese in un momento molto difficile per l’Italia.
È il più forte nello schieramento che si è opposto per molti anni ai governi di Berlusconi.

E tutti i sondaggi lo pongono in testa nelle preferenze degli elettori. Sostiene il governo Monti e, contestando le presunte ambiguità del Pdl nell’appoggio al presidente del Consiglio, accusa quel partito di praticare uno sleale e opportunistico «doppio binario », per non perdere consensi tra i suoi sostenitori. Eppure, questo partito, il Pd di Bersani, ha avuto «il buon gusto », davvero democratico, di vietare la partecipazione del ministro del Lavoro, la torinese Elsa Fornero, ai dibattiti che si svolgono nelle cosiddette feste del Pd, compresa quella che si tiene a Torino.

Tale esclusione è davvero ingiustificabile, sul piano politico e su quello personale, ma riveste un significato inquietante, più generale, perché alimenta dolorosi sospetti su come sia intesa ancora in quel partito la concezione del dialogo e, quindi, della sostanza della democrazia.

La risibile e, ripetiamo, purtroppo inquietante, motivazione di questa scelta è quella di valutare «non in sintonia » il ministro Fornero con le posizioni del Pd. Già è abbastanza grave la contraddizione evidente tra questo giudizio e il sostegno parlamentare a un governo di cui il responsabile delle politiche per il lavoro è parte fondamentale. Ma è ancora più grave che si pensi di dover dialogare solo con chi è «in sintonia » con le idee del partito.

Fa davvero dispiacere che il «social democratico » Bersani autorizzi una simile deriva solipsistica e autoritaria di un partito che, più o meno convintamente, aveva fatto credere la piena conversione all’idea liberale e democratica del dialogo. Quel dialogo che è tale se avviene, appunto, solo tra persone che non sono «in sintonia ». È incomprensibile, poi, l’occasione rivelatrice di questo atteggiamento, un atteggiamento che speravamo fosse dimenticato nella storia più buia della vecchia tradizione comunista. Il ministro Fornero, infatti, può certamente aver assunto posizioni discutibili e, magari, anche sbagliate, ma è persona di cultura sicuramente democratica, con un impegno politico sempre nello schieramento di centrosinistra, basti ricordare la sua partecipazione alla giunta torinese di Castellani, il sindaco predecessore di Chiamparino.

È inoltre curioso, per usare un aggettivo benevolmente ironico, che il ministro Fornero sia stato invitato dal consiglio di fabbrica dell’Alenia di Caselle, a maggioranza Fiom, per spiegare le sue posizioni e quel dibattito sia stato esemplarmente duro, ma corretto e civile, mentre non possa fare altrettanto con i simpatizzanti del Pd. I quali, per un’altra decisione sciagurata di quel partito, non possano neanche ascoltare le ragioni di quel sindacato, anch’esso escluso dalle feste «democratiche ». Una doppia esclusione che non elide l’errore commesso con Fornero, ma che non raddoppia, perché conferma una concezione profondamente errata del «dialogo ».

Da una parte, fa impressione come Bersani, sulla scia dello sfortunato slogan berlingueriano, «partito di lotta e di governo », finisca per riuscire a non fare del Pd né un partito di lotta, né un partito di governo. Perché lascia larghi spazi alla protesta e al disincanto, mentre suscita molti dubbi tra gli elettori moderati, non convinti della sua capacità di affrontare scelte di rinnovamento e di apertura riformatrice, come l’Europa chiede al prossimo inquilino di Palazzo Chigi.

Dall’altra parte, stupisce la quiescenza e la mancata vigorosa protesta di quell’ala del Pd che si autodefinisce «liberal » o che non proviene dalle file del vecchio Pci. Sottovalutare certi atteggiamenti, trascurare questo costume di intolleranza, di dogmatismo che persiste in quel partito è, soprattutto per loro, un grave peccato di autolesionismo. Se, poi, la sera delle elezioni, quando prima o poi arriverà, se ne pentiranno, sarà troppo tardi.


Effetto Draghi
(di Redazione
(da “il Foglio”, 29 agosto 2012)

L’asta dei Ctz biennali ha avuto un notevole successo ieri, col tasso a 3,06 contro il 4,86 di luglio. Anche l’asta spagnola è andata molto bene: i titoli a tre mesi hanno spuntato lo 0,94 mentre il tasso della precedente era stato del 2,34. Un po’ meno marcato il miglioramento per i Bonos a sei mesi. Sono alcuni degli effetti della valutazione positiva che il mercato sta dando della strategia enunciata da Mario Draghi per l’intervento flessibile della Banca centrale europea nell’acquisto di debito pubblico dei paesi in difficoltà, che stanno procedendo nel consolidamento del loro bilancio, in relazione a quotazioni che essa valuti come anomale.

Nonostante gli interventi contrari di Jens Weidmann, che rappresenta la Bundesbank nel direttorio della Banca centrale europea, l’annuncio del presidente dell’Istituto centrale Draghi funziona. La ragione di ciò sta, innanzitutto, nel fatto che la sua linea è molto realistica. Non intende impegnarsi in acquisti rivolti a mantenere i tassi sui Bonos e sui Buoni del tesoro a un dato livello, ma si riserva di comperarli quando la quotazione appaia eccessiva, per suggerire al mercato quella di equilibrio.
Gli acquisti lo scorso anno furono temporanei e in misura limitata. Ora invece Draghi ha dichiarato che la nuova politica non si basa su una scelta quantitativa preventiva. Ma gli interventi si indirizzeranno prevalentemente al mercato a breve, per dare ai governi nazionali che stanno consolidando i bilanci il respiro necessario per attuarlo.

Il fatto che l’asta dei Ctz biennali sia andata bene indica pure che il mercato vede, per l’Italia, il pareggio a breve scadenza e reputa che la Bce possa premiare la realizzazione di questo traguardo. Per la Spagna il raffreddamento è sui titoli a tre mesi e, un po’ meno, sui semestrali, perché questi dovrebbero essere i titoli oggetto di intervento dell’Istituto centrale di Francoforte, in attesa che la Spagna si avvicini al rapporto del debito al prodotto interno lordo del 3 per cento. Inoltre Draghi, con prassi non usuale, ha reso noto che Weidmann in passato ha votato contro la decisione della Bce di intervenire sui mercati del debito pubblico. Con un duplice effetto: di coprirlo e di far sapere che la Banca centrale europea può deliberare anche con il voto contrario della Bundesbank. A Francoforte c’è un buon guardiano dell’euro.


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Bart