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Napolitano torna alla Prima Repubblica per far fuori la destra

2 Gennaio 2013

di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 2 gennaio 2013)

I discorsi di fine anno rivolti dai presidenti della Repubblica al popolo italiano, per la loro natura augurale, sono sempre rassicuranti, non suscitano polemiche e neppure scalpore. Ma quello pronunciato lunedì sera da Giorgio Napolitano è stato diverso. Non abbiamo ascoltato solo una lunga elencazione di buoni propositi e di grane da risolvere; abbiamo anche appreso una notizia: la Seconda Repubblica è moribonda, e questo lo sapevamo, però non stiamo andando verso la Terza, bensì tornando alla Prima.
Il capo dello Stato non lo ha detto espressamente, né avrebbe potuto farlo per ragioni di opportunità, tuttavia le sue parole lo hanno lasciato intendere. D’altronde, anche la tela che egli ha tessuto al Quirinale, a ben riflettere, porta a questa conclusione: fallito l’esperimento del bipolarismo, bisognava inventarsi qualcosa di nuovo per tentare di uscire dall’impasse. Dato però che la politica italiana considera il nuovo fuori dalla propria portata, quantomeno ne è terrorizzata e lo fugge quale calamità, era fatale che, invece di fare un passo avanti, ne facesse uno indietro.
Cosicché Napolitano, quasi novantenne, nostalgico dei bei tempi (si fa per dire) trascorsi, ha innestato la retromarcia onde riportarci all’antico. Manovra impeccabile. Sarebbe stato da ingenui aspettarsi da lui, nato e cresciuto in piena guerra fredda, un’idea più originale di un pannicello caldo buono per tirare a campare. In effetti, la sostituzione di Silvio Berlusconi con Mario Monti non è stata una restaurazione, ma un restauro: una mano di vernice al sistema (per dare una sensazione di freschezza agli italiani), il quale sostanzialmente non è cambiato, ed è rimasto marcio. Chi ha il coraggio di buttarlo via e di crearne uno più efficiente? Nessuno.
Ecco una prova. Napolitano nel messaggio ha sottolineato un concetto basilare: «È necessario ridurre il massiccio debito pubblico ». In effetti, questa era la missione del governo tecnico. Si dà però il caso che in 13 mesi di attività l’esecutivo non abbia ridotto le dimensioni del buco: le ha ampliate. Eravamo sotto di 1.900 e rotti miliardi di euro, adesso siamo sotto di oltre 2.000. Bella performance. Perché i risultati negativi (in ogni campo) dei professori vengono rigorosamente taciuti?
L’obiettivo vero di Monti (e del suo mentore che siede al Quirinale) non è salire, ma scendere e precipitare nella Prima Repubblica, dove la Dc e il Pci fingevano di essere antagonisti: in realtà, cogestivano la spesa pubblica che ci ha rovinati, e della quale ora viene attribuita la responsabilità a chi non ne ha, ovvero ai governanti degli ultimi 10 o 15 anni. Un falso storico e contabile: basta dare un’occhiata ai grafici pubblicati da Oscar Giannino, da cui si evince che il record di indebitamento spetta a Bettino Craxi, pace all’anima sua.
Posto che si è dimostrata l’incapacità del sistema – con o senza professori – di aggiustare i conti, anziché insistere per risolvere il problema, mutando indirizzo politico, si cerca di convivere con esso. Come? Si elimina la destra, tra l’altro bravissima ad autodistruggersi; si potenzia al massimo il centro (imitazione non di Cristo ma dei cristianodemocratici); si agevola la vittoria elettorale – con l’aiuto dei media compiacenti – della sinistra; poi si formerà una maggioranza d’antan, ci si affiderà all’Europa e si adotteranno i criteri del passato, cioè una sorta di solidarietà nazionale in stile moroteo, e il debito, lungi dall’essere ripianato, verrà nascosto sotto i tappeti del Palazzo. Per un po’, finché dura. Poi qualche santo provvederà.
Così si giustificano le manovre in atto: demonizzazione del Pdl, non ancora deberlusconizzato; affidamento del Jurassic park (centro casiniano) a Monti, che frigge dal desiderio di menare il torrone politico; ammaestramento di Pier Luigi Bersani (e del Pd) al fine di educarlo quale ubbidiente suddito dei tedeschi.
Tutto ciò ha un prezzo: calo strutturale del Pil, depressione cronica, tasse asfissianti, incremento della povertà per un crescente numero di cittadini, inclusi quelli dell’ex ceto medio. Non è vero che a Monti e ai suoi sostenitori (finanzieri e affini) interessino poco o niente i poveri; figuriamoci, stanno loro molto a cuore, perché sono lì apposta per farsi spolpare. Più ce ne sono, meglio è per questi signori che non sanno fare altro che spremerli, scaricando su di essi l’obbligo di pagare i costi della crisi.
Il motto progressista è simpatico: togliere ai poveri per dare ai banchieri, preferibilmente del Nord.


Davide Giacalone su Napolitano, qui.

Anche Gian Luigi Paragone su Napolitano, qui.

Un’analisi di Roberto D’Agostino, qui.

L’ironia di Mario Giordano su Monti, qui.


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Bart