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No. Il voto boccia il governo

28 Maggio 2013

Se si eccettua il Pd, che grosso modo ha inaspettatamente tenuto (con Epifani è entrato in una fase di attesa e di sospensione del giudizio), tutti gli altri partiti hanno subito un caduta vertiginosa, a partire dal M5Stelle per arrivare al Pdl.
Che significa?

Significa che il movimento grillino ha deluso i suoi sostenitori, e non ha prodotto quei cambiamenti attesi. In poche parole, i cittadini hanno rimproverato ai grillini di essere stati già in buona sostanza fagocitati dai riti e dal sistema dei privilegi che avrebbero dovuto scardinare, e quindi di essersi dimostrati fallimentari, se non opportunisti.

Per il Pdl, si deve dire che esso paga lo scotto di aver promesso risultati incisivi sia per quanto riguarda l’Imu e l’alleggerimento della pressione fiscale, sia per quanto riguarda le riforme istituzionali. Invece, intorno al governo si è fatto un silenzio preoccupante, come se in qualche modo si cercasse di temporeggiare in attesa di qualche evento che richiedesse il ritorno alle urne, dove, rotta la tregua tra le due parti contendenti, ciascuna possa tornare libera dei propri convincimenti e dei propri programmi.

In questo momento alla politica manca il fiato, si vive in un’apnea che non fa avanzare e progredire in nessuna direzione.
Il cittadino avverte un tale clima di immobilità e lo condanna.

Del resto, tutti hanno potuto osservare che i tre protagonisti principali del governo sono tutti di estrazione democristiana. Tanto Letta, che Alfano e Franceschini, vengono da una scuola abilissima nell’arte del compromesso e del mescolamento delle carte.

Così in questo governo restano in pochi a crederci e, in assenza di qualche novità riformatrice, la strada delle urne appare la più convincente.

Chi segue la stampa e i talk show si sarà accorto che la politica vi occupa uno spazio in sordina. Quando se ne parla, è per concentrarci sul futuro di Silvio Berlusconi, il protagonista nel bene e nel male di questi ultimi venti anni. Si pensava che scomparisse dalla ribalta, e invece ha deluso chi sperava di non averlo più come antagonista di successo (a queste elezioni locali, Berlusconi ha dato un contributo minimale, non certo come aveva fatto alle politiche), e dunque si continua a parlare dei suoi processi e della sua ineleggibilità come le sole occasioni che restano agli avversari per eliminarlo da ogni competizione.

Sulle due condanne ricevute ho già scritto. Al caso Mediaset è stato applicato il principio che “non poteva non sapere”, lo stesso principio che non è stato applicato a Pierluigi Bersani nel caso Penati. Riguardo al caso Ruby, che continua a dichiarare di non aver avuto rapporti sessuali con Berlusconi, e pure i poliziotti continuano a confermare di non avere ricevuto pressioni dall’ex presidente del consiglio, la magistratura continua a comportarsi come se fossero dei mentitori, senza però imputarli di falsa testimonianza, come, ad esempio, hanno fatto per Nicola Mancino, nel processo della trattativa tra lo Stato e la mafia.
Due processi malcondotti e che non rispettano due principi fondamentali del diritto: la garanzia del giusto processo e l’imparzialità nei confronti di ogni imputato.

Sull’ineleggibilità di Berlusconi, a cui tengono i grillini e una parte del Pd, il senatore Zanda in testa, ieri ha detto parole definitive il costituzionalista, guru della sinistra, Gustavo Zagrelbesky, il quale, a precisa domanda, ha risposto che il tema dell’ineleggibilità di Berlusconi non si pone, essendo stata la norma del 1957 interpretata più volte a favore di Berlusconi, per cui ha fatto giurisprudenza (qui).
Credo che dopo l’intervento di Zagrebelky della questione non si sentirà più parlare.

Più delicati e di dubbio esito i due processi Mediaset e Ruby per i quali Berlusconi ha ricevuto la condanna. Ci troviamo di fronte ad una parte della magistratura che ha messo al primo posto della sua azione, la scelta politica della eliminazione di un leader scomodo e elettoralmente imbattibile.
Con una tale magistratura è difficile fare i conti, tanto è accecata dall’odio politico, e a niente vale ricordarle che in tutte le democrazie la condanna dell’imputato deve essere comminata solo se le accuse sono state provate. Ossia, la prova deve essere certa e inoppugnabile e non frutto di interpretazioni o di indagini psicologiche che potrebbero avere esiti diversi a seconda del loro autore (anche qui).

La condanna è una cosa seria e perfino Al Capone, come la storia ricorda, non fu condannato per i suoi crimini mafiosi, ma perché evase il fisco. L’evasione fu provata dai registri contabili reperiti dall’accusa, mentre sui crimini, di cui Al Capone era il sicuro mandante, non fu possibile rinvenire un riscontro certo.

Se l’accusa avesse agito attraverso illazioni, argomentazioni psicologiche, deduzioni, come, ad esempio, si permette di fare la magistratura di Milano, Al Capone sarebbe stato condannato per i crimini commessi dalla sua organizzazione e forse da lui stesso, ma negli Usa, come in Gran Bretagna, come in Francia, vige il principio sacrosanto – che vige anche in Italia ma è stato stravolto nel corso degli anni – che una condanna è proponibile solo se l’accusa è concretamente provata.

In ogni caso, con il voto di ieri, i cittadini, hanno confermato che non ne possono più dei nostri politici. Vogliono le riforme e, tramite esse, vogliono il cambiamento. La massa degli astensionisti ormai è quasi maggioranza nel Paese. Non è detto che si rassegni ad una amarezza e ad una sconfitta permanenti. C’è un proverbio lucchese che dice “Ir troppo stroppia”. Sarà il caso di tenerlo a mente.


Letto 1810 volte.


4 Comments

  1. Commento by Felice Muolo — 28 Maggio 2013 @ 19:12

    Temo che dopo l’astensione si ricorrerà a qualcosa di molto peggio. I nostri politici lo sanno che ne saranno vittime?

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 28 Maggio 2013 @ 22:13

    Caro Felice, i nostri politici sono storditi dai troppi privilegi, cui non intendono rinunciare.

    Auguri per il tuo libro, qui: https://www.bartolomeodimonaco.it/libri-in-uscita-felice-muolo-i-desideri-si-pagano-lulu/ .

  3. Commento by Giacomo — 29 Maggio 2013 @ 20:53

    Al caso Mediaset è stato applicato il principio che “non poteva non sapere”, lo stesso principio che non è stato applicato a Pierluigi Bersani nel caso Penati.

    No Di Monaco, siccome sono gia’ alcune volte che lo scrive, mi pare doveroso precisare che la sua similitudine Mediaset – Berlusconi e Bersani – Penati non sta in piedi.

    Mediaset e’ una azienda quotata in borsa e se qualcuno dei dipendenti fa dei trucchetti contabili e’ il top management che ne risponde in sede civile o penale a seconda del reato. La sentenzia Mediaset ha, in estrema sintesi,  stabilito che Berlusconi era ben al corrente dei magheggi che avvenivano nella sua azienda e ne risponde in qualita’ di presidente. Le prove dimostrano che Berlusconi ha avuto un ruolo attivo nella vicenda e su questo nemmeno Ghedini osa piu’ negare.

    Il PD, fino a prova contraria, e’ un partito politico e non una azienda. Se uno (o piu’) dei suoi militanti o dirigenti  ha condotto attivita’ illecite ne risponde in prima persona. A meno che si riesca a provare (cosa non avvenuta nel caso specifico) che le direttive venivano impartite dai vertici di partito o che  i massimi dirigenti  ricevessero benefici da tale condotta.

    Perche’, e concludo su questo argomento, se fosse valida la sua similitudine Berlusconi sarebbe fuori dalla politica sin dalla condanna di Previti nel Luglio 2007.

    Riguardo al caso Ruby, che continua a dichiarare di non aver avuto rapporti sessuali con Berlusconi, etc..

    Quanto al caso Ruby, e anche qui la memoria le fa difetto, la ragazza non si e’ mai presentata  in tribunale a sostenere cio’ che lei riporta. Ruby non mai testimoniato davanti ai giudici del processo a Berlusconi in quanto assente ingustificata (era in Messico in vacanza) quando le fu richiesto di testimoniare. A meno che lei consideri “testimonianza” le dichiarazioni rilasciate a Novella 2000.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 29 Maggio 2013 @ 23:15

    Mi pare, Giacomo, che sia lei a saltare dei passaggi, e le fa difetto la memoria. Sul caso Ruby. Ruby ha reso la sua testimonianza qualche giorno fa nel processo parallelo Mora-Fede. Al processo a carico di Berlusconi non si presentò, ma successivamente chiese di rendere testimonianza e tanto l’accusa che la difesa rifiutarono. Se la difesa può decidere di rinunciarvi, altrettanto non può fare l’accusa, almeno sul piano del dovere costituzionale di garantire il giusto processo anche forzando la difesa, se ciò può andare a vantaggio dell’imputato. Visto che Ruby è stata giudicata vittima è dunque incomprensibile rifiutarle di testimoniare, anche se ha mancato di presentarsi la prima volta. Non si tratta di giocare una partita a pallone, ma di decidere se condannare o meno un cittadino che è accusato di aver avuto rapporti sessuali con una minorenne, la quale dice di non averne avuti.

    Caso Penati. Il fatto che il partito non è un azienda abbiamo già visto che cosa significhi nel caso della casa di Montecarlo che ha visto coinvolto l’ex presidente della camera Gianfranco Fini. Proprio per questo non è stato condannato, ma gli elettori hanno dimostrato che nella vicenda era implicato dalla testa ai piedi. Come minimo – allo stesso modo che Fini avrebbe dovuto dimettersi – Bersani avrebbe dovuto dare le dimissioni da segretario del Pd, visto che il suo braccio destro era incorso in reati penali, per i quali si risponde personalmente. E dunque Bersani avrebbe dovuto essere colpito da corresponsabilità non tanto come segretario di partito (non è sotto processo il partito), ma come persona, visto che non poteva non sapere ciò che faceva il suo braccio destro.
    A Berlusconi, anche quando ha lasciato tutte le cariche che rivestiva nelle sue aziende, è stato sempre riservato il trattamento di colui che non poteva non sapere.
    Se Penati avesse chiesto a Bersani di poter andare in piazza del mercato per rubare una cassetta di mele e mangiarsele insieme nella sede del Pd, Bersani sarebbe corresponsabile del reato, a prescindere dalla carica che ricopre nel partito.
    Siccome Penati ha fatto ben di più che rubare una cassetta di mele, e siccome Bersani non poteva non sapere, visto l’enormità dei reati (Penati non può essersi mosso, proprio per questo, senza una qualche autorizzazione dell’uomo di cui era il braccio destro), la sua carica non può metterlo al riparo da un reato penale, quale è quello della corresponsabilità. Il processo a carico di Penati non riguarda il partito ma l’individuo Penati, ddunque anche la corresponsabilità penale non è del partito Pd, ma dell’individuo Bersani.
    Da qui i due pesi e le due misure.

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Bart