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Delusione Pdl, a rischio pure le roccaforti. Berlusconi: «La gente è sempre più lontana »

28 Maggio 2013

di Paola Di Caro
(dal “Corriere della Sera”, 28 maggio 2013)

ROMA – Le previsioni della vigilia erano molto, ma molto diverse. Incoraggiati da sondaggi che continuavano a raccontare di una ripresa che sembrava una cavalcata, con passo di un punto guadagnato a settimana, nel Pdl si attendevano un buon successo in questa tornata amministrativa.

Triste è stata dunque la scoperta, nel pomeriggio di ieri, che il voto non ha rispettato le previsioni: arretramento ovunque, anche in roccaforti tradizionali come Imperia, in città governate come Brescia e Viterbo e Treviso, sconfitte pesanti a Vicenza, Sondrio, Siena, Ancona.

Per non parlare di Roma. L’attesa non era quella di una vittoria al primo turno, e forse neanche di un sostanziale pareggio. Ma un divario tanto netto tra Alemanno e Marino e un voto sulle liste deludente è stato un segnale negativo che il drammatico calo dell’affluenza non faceva presagire. Prima dello spoglio, anzi, quel 53% di affluenza al voto era dato quasi in carico a Marino, al quale si attribuiva un tracollo perfino pericoloso per il governo. Poi, la brutta sorpresa. E un vertice tra i big di via dell’Umiltà per fare il punto, senza drammi ma con un’analisi condivisa: «Al Sud – dice un ex ministro – abbiamo retto abbastanza perché il partito è articolato con lavoro sul territorio dei dirigenti, al Centronord male perché è mancato l’effetto trascinamento di Berlusconi che è rimasto fuori dall’agone e perché le lotte intestine locali hanno provocato gravi danni ». La conclusione, comunque, è unanime: il governo? Non rischia, ma deve darsi una mossa sul terreno delle riforme politiche ed economiche, perché la disaffezione degli elettori indica che servono misure molto più incisive, o i partiti saranno travolti.

Raccontano che Berlusconi, dalla Sardegna dove si è rifugiato per riposarsi e dove dovrebbe restare per tutta la settimana, abbia accolto «senza drammi » il risultato del voto. Certo, come la pensasse lui lo sapevano tutti da tempo: quando, due mesi e mezzo fa, lesse a pochi giorni dal voto i risultati di sondaggi che davano Alemanno attorno al 20% provò sul serio a sostituirlo, puntando su Marchini. Missione fallita, per il no del candidato centrista e l’opposizione di un Pdl che, dopo che il Cavaliere aveva imposto Storace con risultati deludenti, non voleva cedere un altro uomo di partito. Ora, non è il solo a ripetere che «non era l’uomo adatto, non poteva vincere », anche se nel partito ad alta voce nessuno se la prende con lui: «A Roma scontiamo ancora le vicende che hanno travolto la Regione, Gianni ha fatto il possibile e molto c’è da fare e combattere ancora », dice Maurizio Gasparri, mentre le voci sul sindaco che, in caso di sconfitta, si muoverebbe per «scalare il partito » si moltiplicano.

Ma è piuttosto l’astensione, dice chi gli ha parlato, a preoccupare – e molto – Berlusconi. Che non fa un dramma del risultato elettorale, tanto da aver chiamato ieri Alemanno dicendosi fiducioso in vista del ballottaggio, ma che guarda piuttosto al quadro politico nel suo insieme e si angoscia per un risultato che vede «la gente sempre più delusa e lontana dalla politica perché non stiamo dando le risposte che si aspettano ». Il forte calo dei grillini, che in misura molto più ridotta anche i suoi sondaggi a livello nazionale confermavano, non si trasforma in un aumento di consensi per gli altri partiti e per il Pdl in particolare, che da un po’ ha fermato la sua risalita, e questo lo colpisce. A chi gli ha spiegato che le sue vicende personali e giudiziarie incidono e molto sul voto, ha replicato scegliendo una linea sempre più «da statista » rispetto al governo, che nei sondaggi è quella che paga. E che ieri, anche dopo il voto, è confermata.

E però, appunto, il dato dell’astensione gli suggerisce che l’impatto in positivo del governo sulla vita degli italiani non è stato ancora recepito, ed è su questo che l’esecutivo è sotto esame. Il sostegno al governo «non è in discussione per i risultati elettorali – dice Fabrizio Cicchitto -, ma quello che ci interessa e ci fa giudicare la validità dell’esecutivo è la capacità di fare le riforme, economiche e politiche. A questo stiamo guardando ». Insomma, per dirla con Berlusconi, o il governo «si muove con misure choc e subito, o anche questo voto ci dice che rischiamo di essere tutti spazzati via ». E se quindi non è prevedibile un allentamento del sostegno all’esecutivo oggi sull’onda dei risultati elettorali, qualsiasi essi siano alla fine, è certo che Berlusconi incalzerà chiedendo «misure forti, decisive, convincenti », per l’immediato, perché è alla «realizzazione dei fatti » che è appesa la vita del governo.


La primavera dello scontento
di Massimo Giannini
(da “la Repubblica”, 28 maggio 2013)

In queste amministrative c’è la primavera del nostro scontento. Quando un elettore su due resta a casa e rinuncia al rito civile del voto, la crisi della democrazia rappresentativa è compiuta. Il dato che colpisce di più, in un test elettorale che interessava 7 milioni di italiani, è il trionfo del partito astensionista. Se alle politiche di febbraio lo tsunami grillino aveva spazzato via i “vecchi” partiti, stavolta la vera onda anomala è quella del non voto, che non è più protesta “creativa”, cioè ricerca del candidato o della lista che rompono tutti gli schemi. È invece rinuncia preventiva, cioè scelta di chi non vuole più scegliere.

Perché lo considera inutile, e perché sente che la democrazia è ormai solo procedura di palazzo, e non più “cura” della polis. Se la democrazia rappresentativa non mi rappresenta perché non risolve i problemi della mia vita quotidiana, il mio voto non serve. Bisogna guardare innanzitutto dentro questo drammatico abisso che divide politica e società, per non caricare il voto di significati troppo “paradigmatici”. Ma al fondo dell’abisso, un bilancio parziale è comunque possibile. La clamorosa risacca che prosciuga ovunque il Movimento 5 Stelle lascia sul terreno l’esito più imprevedibile: un Pd che non molla e un Pdl che tracolla.

A dispetto dei sondaggi che a livello nazionale fotografano una ritirata del Partito democratico e un’avanzata del Popolo della Libertà, il voto delle città riflette l’esatto contrario. Il centrosinistra a Roma ipoteca il Campidoglio. Su 16 comuni capoluogo ne conquista 5 al primo turno, confermandosi in testa in altri 10. È un sorpasso in retromarcia, perché avviene nel clima di sfiducia e disincanto di cui abbiamo detto. Ma resta un risultato piuttosto sorprendente: dimostra che forse non tutto è perduto, e che il partito, con le sue strutture logore e con i suoi leader ammaccati, un barlume di radicamento sul territorio ancora ce l’ha. La soddisfazione di Epifani è dunque comprensibile. Tuttavia, anche qui conviene non farsi troppe illusioni.

Il vantaggio di Marino nella Capitale è ampio e difficile da colmare. Ma il ballottaggio è sempre un’altra partita, come può testimoniare Rutelli che la perse rovinosamente cinque anni fa. E l’ex chirurgo si afferma per ora grazie a una strana alchimia, difficilmente ripetibile su scala nazionale. Un misto di “oltrismo” e di “nuovismo”: non a caso il suo slogan era “Non è politica, è Roma”. Una miscela di radicalità e di alterità rispetto allo stesso Pd: non a caso lui stesso non ha votato per il governo Letta e a questo primo turno lo ha sospinto soprattutto il voto di Sel. La formula Marino non è facilmente esportabile, in un partito che invece guarda ormai a Matteo Renzi, fautore e simbolo dello “sfondamento al centro”, come il candidato premier predestinato. Dunque serve cautela. Per i prossimi quindici giorni e anche per i prossimi quindici mesi, quando si dovrà celebrare un congresso che si vuole, giustamente, fondativo di un nuovo centrosinistra, capace di ibridare in un’identità finalmente risolta quell'”amalgama mal riuscito” che è stato il Pd in questi anni.

Il centrodestra subisce una batosta pesante, e altrettanto inaspettata. A Roma paga l’impresentabilità di Alemanno, il peggior sindaco degli ultimi 50 anni, travolto dal nulla che ha rappresentato, sul piano amministrativo e su quello culturale. Non sono bastate le assunzioni clientelari di famigli ed ex picchiatori fascisti all’Atac e all’Ama. Hanno pesato le bugie propagandistiche sul calo delle tasse (tra Imu e addizionale Irpef Roma è la città dove se ne pagano di più) e gli scandali del suo sottobosco (in testa il suo braccio destro Mancini). Risultato: se il Pdl perde anche Roma, non amministra più nessuna grande città. Un trauma per la destra capitolina, ma anche per la leadership berlusconiana. Il Cavaliere si illude di tenere ancora assieme, sotto la sua sovranità carismatica, le ultime schegge impazzite dell’ex Msi e i residui avamposti prealpini della Lega. Questo voto amministrativo non lo premia, da nessun punto di vista. Il Popolo delle Libertà perde quasi ovunque al Nord, da Sondrio a Vicenza, da Treviso a Imperia. E il Carroccio scompare in Veneto, cioè nel cuore della prima epifania padana di trent’anni fa.

Resta da spiegare l’eclissi totale delle Cinque Stelle. Un non-partito che solo tre mesi fa ha sfondato le porte del Palazzo d’Inverno, sull’onda di una forza d’urto che giustamente non abbiamo solo definito “anti-politica”, ma anche “altra-politica”. Ebbene, com’è accaduto in Grecia alla destra neo-fascista di Alba Dorata e alla sinistra estremista di Syriza, anche il Movimento di Grillo e Casaleggio ha subito l’enorme riflusso di chi l’aveva scelto per “dare un segnale”, e ora è rimasto deluso. M5S non va al ballottaggio in nessun comune capoluogo, e nel complesso del voto amministrativo perde tra la metà e i due terzi dei consensi che aveva ottenuto nel voto politico. Piaccia o no al conducator genovese e al suo guru, è il segno che in questi tre mesi è mancata proprio quell'”altra politica” che gli elettori si aspettavano dal movimento. E invece è stato il vuoto, riempito solo dagli sfondoni di forma e di sostanza dei capigruppo e da un dibattito surreale e autoreferenziale sulle diarie e gli scontrini degli “onorevoli-cittadini”.
Per una crudele legge del contrappasso, anche le 5 Stelle, appena entrate nel Palazzo e dunque cooptate dal Sistema, agli occhi dell’opinione pubblica sono diventate una banalissima e irrilevante “parte degli arredi”. E’ la conferma di quello che l’ex comico non vuole accettare: non solo la sana dialettica interna, ma soprattutto il buon uso di un tesoretto elettorale che non serve a nulla se non viene speso e investito sul mercato politico. Se oltre centocinquanta deputati e senatori non producono politica, cioè proposte e leggi utili alla collettività, la “missione” palingenetica del grillismo perde totalmente di significato. Cade l’assioma sul quale si regge il futuro regno di Gaia: “uno vale uno”. Non è più vero. Se il Movimento non cambia, e se non ricostruisce sul disastro in Friuli, in Val d’Aosta e ora nei comuni capoluogo, “uno vale zero”. E dunque non vale neanche la pena votarlo.

La domanda cruciale che tutti si fanno, adesso, è come questo risultato incida sul governo Letta. Se il voto di Roma, soprattutto, rafforzi o meno la Grande Coalizione. L’impressione – com’è già accaduto per l’Imu e per lo ius soli, per la riforma elettorale e per quella sul finanziamento pubblico, per la sentenza Mediaset e per il processo Ruby – è che anche questa contesa elettorale contribuirà a far fibrillare la stranissima maggioranza. La sensazione – come dimostra la percentuale stratosferica dell’astensionismo – è che in generale le Larghe Intese, per quanto necessarie o necessitate, non riscaldino i cuori della gente. Lo conferma un’evidenza, in questo momento davvero paradossale: mentre governano insieme a livello nazionale, saranno proprio il centrosinistra e il centrodestra a sfidarsi nei ballottaggi a livello locale. L’uno contro l’altro, e irriducibilmente diversi. Com’è giusto che sia, in una sana democrazia dell’alternanza.


La protesta è diventata alienazione
di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 28 maggio 2013)

Li hanno provati e hanno capito che non sono tanto diversi da tutti gli altri. I grillini dalle facce nuove e sconosciute alla politica, quelli «troppo inesperti per poter rubare », i politici-cittadini «proprio come noi » non hanno convinto gli elettori a chiedere il bis.

Il Movimento 5 Stelle ha perso un po’ dovunque nei comuni in cui si è presentato, dopo lo straordinario successo di tre mesi fa. Una nemesi storica a velocità supersonica, di proporzioni vistose. E lo sboom più che andare agli altri partiti è andato verso l’astensione. Se a febbraio Grillo aveva tirato per i capelli cittadini spazientiti, ma disponibili a fare il tentativo più estremo, buttandosi pancia a terra su una novità, ieri nemmeno le urla e i cori sbracati di tutti-a-casa non sono bastati. Più che rinunciatari o ribelli, in gruppi ora cospicui, i cittadini italiani tenderanno a cadere nella categoria dei «politicamente alienati ». Di chi si sente totalmente estraneo rispetto alle istituzioni della democrazia rappresentativa. E non se ne cura più.

Il caso di Roma è emblematico. Solo un cittadino su due ha votato e i 5 Stelle hanno dimezzato il loro peso rispetto alle politiche. Avevano già dimostrato di soffrire sul voto amministrativo rispetto a quello nazionale, basato sull’opinione creata dal leader attraverso i media. La vittoria di Pizzarotti a Parma non deve trarre in inganno. Nel febbraio 2013, a Roma, presero il 27,3% sulle liste per il Parlamento. Ma lo stesso giorno, il candidato grillino alla presidenza della Regione guadagnò il 20,1 (e la lista con i candidati al consiglio comunale del Movimento solo il 16,8%). Oggi, però, è caduto al 13!

Il cyberpartito di Grillo, poi placcatosi saldamente a terra per mettere radici nei palazzi del potere, rimane pur sempre un partito di protesta. E i partiti di protesta raramente arrivano a ottenere una maggioranza utile per governare, o a mutare natura e diventare parte integrante del sistema. Il ridimensionamento che pare portare i 5 Stelle verso una taglia media, sembra dovuto a due fattori. Il congelamento del voto dato alle politiche ad opera di gruppi parlamentari che hanno perso troppo tempo a discutere di micro-strategie, scontrini del caffè, e organizzazione interna. E la mancanza di candidati alle amministrative con qualche appeal che non sia la sola luce riflessa del capo. Non si è visto in giro nessun altro Pizzarotti, in grado di essere a suo modo personaggio, e di farsi portavoce politico di movimenti locali già esistenti e già fortemente legati alla città. Dove Pizzarotti non c’è, come nella maggioranza dei luoghi, i «politici-gente-comune » sono solo degli sconosciuti, i 5 Stelle rimangono Grillo-dipendenti. Ma davanti al capo sfigurano. Di fronte alla violenza delle sue sparate colossali contro tutti, alla concretezza sanguigna del turpiloquio buttato addosso a chiunque e all’energia ciclopica che nemmeno il corpo elastico di Grillo riesce a contenere, il mondo mite e naïf degli aspiranti-politici che vogliono realizzare un Sogno (Come De Vito che è sceso in politica per cambiare il mondo per la sua bambina) semplicemente sparisce.

La politica corre veloce e le cose cambiano in fretta. Nel giro di pochissimo, l’antivoto è diventato non voto. Per quanto i dati vadano rispettati e non si debba indulgere con le esagerazioni. Ad esempio, alle regionali del 2010, la partecipazione a Roma era stata del 56,6%, solo di poco superiore a quella registrata ieri. Ma soprattutto, molti dei comuni in cui si è votato domenica scorsa, nel 2008 avevano votato nello stesso giorno delle politiche. Il termine di comparazione era quindi alterato. Tanto che se si considerano separatamente i comuni capoluogo che nel 2008 avevano votato lo stesso giorno delle politiche registrano un calo di 18 punti nel tasso di partecipazione. Ma in quelli che avevano votato in una data diversa, il calo è ben differente, di 8 punti. Molti lo stesso, naturalmente.

Insomma dalla «voice » (la protesta), si è passati all’exit (alla uscita dal gioco). Il suo fallimento ha fatto di Grillo il traghettatore da una forma di rifiuto a un’altra. Facendo prima lievitare la stizza per poi trasformarla in alienazione. E’ una indubbia battuta di arresto. Se il flop avrà ripercussioni sul plotoncino di parlamentari che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, lo vedremo a breve.


Grillo arrenditi
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 28 maggio 2013)

Tutti i politici con le mani nei capelli perché l’affluenza alle urne è ulteriormente calata. Stupore insensato. Quando la politica si disinteressa degli elettori, come avviene da anni, ovvio che gli elettori si disinteressino della politica. La trascurano per indifferenza, noia, disillusione. Inoltre sono consapevoli che le amministrazioni pubbliche, causa la crisi e non solo, non hanno soldi neanche per provvedere ai servizi basilari, quindi non possono intraprendere iniziative straordinarie: un sindaco in bolletta, di destra o di sinistra, è ininfluente ai fini di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Di conseguenza è normale che parecchia gente diserti in numero crescente le urne e se ne infischi del relativo responso. Non ha torto.
In ogni caso, quest’ultima tornata amministrativa fornisce qualche dato meritevole di riflessioni. Oltre alla diminuzione di affluenza, dovunque si sia votato s’è registrata un’autentica débí¢cle del Movimento 5 stelle. Che era prevedibile, ma non nella misura riscontrata. I consensi dei grillini si sono pressoché dimezzati in tre mesi. Il successo pentastellato alle politiche dello scorso febbraio fu dunque un fuoco di paglia? È probabile. Presto per dire che il Movimento sia spacciato, ma è lecito parlare di ridimensionamento verso il basso.
D’altronde l’inerzia degli adepti di Beppe Grillo è tale da avere suscitato perplessità negli elettori che, entusiasticamente, avevano confidato in loro per rinnovare il sistema. In pratica, lo stile del Palazzo e di chi lo frequenta non è mutato né s’intravede la possibilità che possa cambiare con il contributo dei senatori e dei deputati grillini, che hanno rivelato un’insipienza allarmante, una totale incapacità di autogestirsi e di immaginare scenari diversi da quelli usuali, logori e privi di prospettive.

Il problema grillino è drammatico: il M5S è costituito da personaggi senza spessore, addirittura ridicoli nella loro fragilità. Essi sono stati scelti a capocchia dai fanatici della Rete e alla prova dei fatti hanno dimostrato di essere inetti. Basta guardarli in faccia per capire quanto siano spaesati. L’unica loro preoccupazione è non perdere la cadrega. Non so se facciano più pena che tenerezza. Forse entrambe le cose. Dall’inizio della legislatura non sono stati in grado di farsi notare se non per le loro beghe interne sulle indennità e sui rimborsi ai parlamentari, che il leader residente sulle alture di Genova pretende di ridurre ai minimi termini o comunque in misura giudicata dagli eletti insufficiente per campare nella capitale. Esaminando le percentuali dei suffragi raccolti dal Movimento, si deduce che se Grillo non scende personalmente nell’arena, e non promette mari e monti inesistenti, la sua squadra va allo sbando ed esaurisce la propria forza propulsiva. Si smoscia e non raccoglie neanche il 50 per cento di quanto presuntuosamente si era ripromessa di riscuotere.
In effetti gli elettori conoscono lui, il comico, e lo appoggiano per simpatia, perché è divertente, urla, suggestiona. Guardano Grillo, non i suoi scherani, dei quali ignorano biografie e talenti, ammesso che ne abbiano. Finché si tratta di elezioni politiche, può bastare il traino del guru ad assicurare un bel pacchetto di voti alla compagnia del fil di ferro. Ma nel momento in cui è necessario combattere su scala locale e fare quadrato intorno a un candidato sindaco ignoto, addio: casca l’asino. I consensi si squagliano, come è giusto che sia. Sotto il vestito da rivoluzionari indossato dai grillini non c’è niente. Essi sono dei borghesucci. Hanno aspirazioni modeste, non vedono al di là del loro naso, annegano in un cucchiaio di acqua.
Non lo diciamo noi che siamo di parte, anche se non sappiamo quale parte sia, ma i numeri, che sono feroci, crudeli e certificano un fallimento peraltro atteso. Era ingenuo pensare che un uomo solo, per quanto vispo, fosse in grado di gestire, senza organizzazione né programmi aderenti alla realtà, un movimento politico, anzi impolitico. La Rete va bene per prendere i pesci, ma gli elettori non sono tonni.


La femminista Elvira Banotti contro le ossessioni inquisitorie della Boccassini e il totalitarismo gay
di Elvira Banotti
(da “Il Foglio”, 28 maggio 2013)

Mi chiamo Elvira Banotti, autrice nel 1970 dello storico “Manifesto di Rivolta Femminile”. Vorrei far riflettere le donne sull’accusa-paradosso ideata dalla pm Ilda Boccassini contro Silvio Berlusconi. Iniziativa fino a ora non inquadrata analiticamente nel “gigantesco affresco della prostituzione”.
Nel paese in cui circa 10 milioni di uomini nutrono la propria disfatta prostituendo platealmente milioni di giovani donne e bambine/i nel “turismo del disprezzo” (quindi sadismo e non sessualità!) e in quello ancor più terrificante della pedofobia (attente: non “pedofilia”), il clamoroso elefantiaco procedimento penale avviato dalla Boccassini per “induzione alla prostituzione” appare veramente comico!
Vi risulta per caso che siano in corso processi contro i milioni di “clienti-che-comprano-sesso”, uomini che indisturbati nelle nostre periferie e campagne compiono stupri, alimentando anche la tratta di persone? O che la magistratura sappia intervenire con un decreto-di protezione per arginare tutti i casi di aggressioni che preannunciano l’assassinio di tante donne? Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio” – quel “diritto” punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate – se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai Trans che scempiano l’identità di tutte le donne? Ricordate che Marrazzo affermò che “malgrado la presenza del pene il trans rappresenta la donna delle meraviglie”!

Ma Boccassini confeziona il teorema che dovrebbe “mandare al patibolo” chi attraversa – senza schermare i propri desideri di relazione – il campo ancora minato da quelle ipocrisie – ancora radicate nella nostra Costituzione – con cui è stata inabissata l’Eterosessualità, mentre contestualmente si celebra Nichi Vendola, un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione” per la donna! E che dire della sodomia propagandata da trasmissioni come “La Mala Educaxxxion”, con la quale La7 inscrive la sodomia come pratica altamente erotica, suggerendola alle proprie spettatrici?

E’ il clima sbrindellato delle ideologie che consente a Gay e Lesbiche di investirci tutti con l’accusa di “omofobia” mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l’erotismo e la preziosità dell’Accoppiamento. Sono depositaria di alcune loro narrazioni (autentiche). Raccontano sofferenze causate da un immaginario atrofizzato, evidenziano “scissioni” emotive derivate da rapporti alterati dalla misoginia, disastri che Gay e Lesbiche (più corretto definirli Ginofobi e Omofobe) riescono abilmente a oscurare. Traumi che per la loro intensità dovrebbero al contrario preoccuparci notevolmente! Più di quanto lo richiedano gli atteggiamenti deludenti di un uomo (forse) eccessivamente… espansivo.

Il procedimento sceneggiato dalla Boccassini in realtà non inquadra un reato ma tenta soltanto di dar corpo a una “colpa” fantasticata su intelaiature introspettive dell’accusato: l’induzione… Cioè una ipotesi tutta da dimostrare! Stiamo vivendo la materializzazione di una magistratura di stampo INQUISITORIO tesa appunto ad atrofizzare con ostilità persino le difese di avvocati e testimoni… Quel processo per “induzione” si svolge in un contesto “omofobico” più che giudiziale, tanto che vengono ridisegnate soprattutto le donne, offese con interrogatori che le hanno esposte al facile ludibrio di un giornalismo essenzialmente brutale, patologico che ci trascina tutti verso il pregiudizio. Al contrario, la Boccassini e il tribunale di Milano dovrebbero prima di ogni altra cosa schermare Ruby, proteggerla da divulgazioni diffamatorie proprio in quanto viene da loro definita “minore”. Soprattutto dovrebbe tener in debito conto l’impari confronto vissuto tra una adolescente ed un pubblico ministero!
Se la Boccassini ascoltasse le “confidenze” e i racconti che ciascuno offre della propria vita sessuale l’Italia sarebbe sommersa da rinvii a giudizio! E che dire poi dei club degli scambisti che sfuggono ai controlli arbitrari della pm?

Boccassini, a me piace evidenziare quanto finalmente noi tutti (o quasi) desideriamo lanciarci negli incontri alla ricerca di scoperte amorose, di emozioni sessuali e non sessiste! E nelle cosiddette “serate” speriamo sempre di divertirci ma soprattutto di sedurre. La nostra esistenza è infatti principalmente sostenuta dalla sessualità e dal piacere. Esperienza che noi donne stiamo tentando di ricomporre mentre contemporaneamente tentiamo di dipanare la matassa che da secoli altera la giustizia, i codici storici, le professioni, le mentalità e la politica; matassa nella quale troppe donne rimangono imbrigliate.

Tanto che quel desiderio ostinato di sopraffazione della pm rappresenta un cardine arcaico del desiderio di dominio su altri che satura ancora il sapere. Eredità concettuale che ancor oggi con la sua tremenda configurazione nei poteri giudiziari (di cui quel processo è una prova) devasta la società. La Boccassini persegue quel drammatico disegno tanto che intende scolpire un codice interpretativo delle nostre attitudini permeandolo sulla psichiatria più che sul reato. Mentalità di “replicante” il cui metodo è già profondamente stivato nel serbatoio del cosiddetto “diritto penale”, un rovesciamento dei significati teso lungo i secoli a riprogrammare donne senza desiderio, profilando per loro una “moralità depressiva”. Traccia sostanziosa del disagio psicologico degli uomini ideatori dei sistemi di comando che animano visibilmente la Boccassini impegnata a intercettare parole e commenti capaci di dequalificare la ricerca di libertà nelle relazioni.

Se la pm avesse dedicato la sua attività ventennale per inquadrare il dinamismo mafioso – che si è radicato fino a raggiungere come sede prediletta la Lombardia e soprattutto Milano – forse il suo attivismo sarebbe stato utile. Ma di quel detonatore del delitto se ne sono occupati soltanto valorosi giornalisti che hanno evidenziato in più occasioni eventi e nominativi… Inascoltati! Il Csm dovrebbe mettere sotto la lente di ingrandimento l’attività dispendiosa ma pericolosa della procura della Repubblica di Milano (tesa fin dal 1992 esclusivamente a tiranneggiare presidenti del Consiglio vari, ignorando del tutto un fenomeno appariscente come la mafia). Dovremmo addebitare a pubblici ministeri e magistratura i miliardi buttati al macero. Dobbiamo introdurre la responsabilità civile della magistratura per non collocare la giustizia tra le forme attuali di mafiosità.

A completamento di questo quadro deprimente voglio ricordare che alcuni giorni fa abbiamo assistito a una plateale rappresentazione esibita con scenografie psicotiche che a distanza di millenni continuano a “proclamare” il Maschile come solo tramite del sacro, egemonizzato da quella “intronazione papale” che neanche Luigi XVI avrebbe saputo immaginare. Una rappresentazione di misoginia che ci ha “rintronato” consentendo ancor oggi a uomini che negano il proprio corpo e i desideri per poi qualificarsi comicamente come unici tramiti di un mistero: il divino… (ma per nostra fortuna il film su Papa Alessandro Borgia ci ha restituito una minima verità su fanatismi camuffati!). Quella ressa di uomini addensati in una “umile” ginofoba teatralità che ha inchiodato i media era nei fatti una mostruosa rimozione dei significati della Donna reale, delle verità e della nascente Estetica dell’Eterosessualità. Coronata dalla “benedizione” nel nome del padre del figlio e dello spirito santo che rappresenta infatti l’enigma malefico che fa entrare l’Umanità nella Storia del Mondo senza la madre e senza la donna! E’ evidente che le religioni – sia cristiane che islamiche – condensano ancor oggi una sistemica “induzione ideologica alla prostituzione” dei corpi e del piacere evidenziando un’etica che contiene “profili giudiziari di ordine penale” che purtroppo la Boccassini non sa interpretare. Solo Berlusconi fa problema!

Se tentassimo una modesta individuazione sugli effetti di tutte le teatralità che partono dal Vaticano fino al Quirinale e ne valutassimo effetti rischi e pericoli, le serate da Silvio Berlusconi ci apparirebbero ingenue, certamente non pregiudizievoli… e potrei continuare.


Pdl, Bisignani: “Schifani e Alfano giuda che volevano liberarsi di Berlusconi”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 28 maggio 2013)

Berlusconi ha corteggiato in tutti i modi Matteo Renzi. Il Cavaliere ha rischiato di essere tradito dai suoi, compreso Renato Schifani. Alfano voleva mollare il leader Pdl. Le stragi che hanno ucciso Falcone e Borsellino sono state ideate tra Mosca e Roma. Poi i rapporti tra Grillo e i servizi segreti americani. Sono alcune delle verità di Luigi Bisignani nel libro-intervista realizzato con il giornalista Paolo Madron, “L’uomo che sussurra ai potenti” (edito da Chiarelettere, in vendita dal 30 maggio). Come dice il sottotitolo del libro il faccendiere, quello che Berlusconi definì “l’uomo più potente d’Italia”, racconta di “trent’anni di potere in Italia tra miserie, splendori e trame mai confessate”. Bisignani è stato condannato in via definitiva a 2 anni e mezzo per l’inchiesta Enimont  e ha patteggiato una pena di un anno e 7 mesi per il processo P4.

I presunti traditori di Berlusconi e la corte a Renzi
Innanzitutto i presunti tradimenti (o tentativi di tradimento) all’interno del centrodestra. “Più che di tradimento vero e proprio – precisa Bisignani – parlerei di piccoli uomini creati da Berlusconi dal nulla e improvvisamente convinti di essere diventati superuomini”. Il faccendiere e ex giornalista parla di “molti Giuda”. “Il primo che mi viene in mente – continua – è Renato Schifani, avvocato di provincia di Palermo, ex presidente del Senato. Con Angelino Alfano, altro siciliano, lavoravano alla costruzione di una nuova alleanza senza Berlusconi”. Nella ricostruzione sui presunti complotti contro Berlusconi all’interno del Pdl, Bisignani assicura che tra chi tramava c’erano “in primis alcuni di An: Gasparri, La Russa, Mantovano e Augello. Certamente non Altero Matteoli che è rimasto sempre leale”. “E tra le donne – aggiunge – la favorita di Angelino, Beatrice Lorenzin, premiata con il ministero della salute”.

Quanto ad Alfano, in particolare, una volta insediato il governo Monti, si mosse per cercare alleanze per abbandonare Berlusconi. “Finché il governo Berlusconi stava in piedi, seppur con una maggioranza risicata, Alfano non si mosse. Cominciò a farlo non appena insediato l’esecutivo Monti, nel momento in cui per Berlusconi iniziava la fase più aspra di un calvario politico giudiziario che sembra non finire mai”. Secondo Bisignani, Alfano cercò la sponda di Casini “il quale in realtà lo ha sempre illuso. E non interrompendo mai un filo sotterraneo con Enrico Letta, all’epoca vicesegretario del Pd”. Il faccendiere ha poi aggiunto che “la sua corte cercò di costruirsela incontrando parlamentari nella casa ai Parioli che Salvatore Ligresti gli aveva fatto avere in affitto. E in più stringendo un asse con Roberto Maroni, che da ex potente ministro dell’Interno, dopo aver fatto fuori Umberto Bossi, preconizzava la morte civile del Cavaliere e l’investitura di Alfano come nuovo leader”.

A Bisignani arriva la risposta secca di Schifani: “Io mi occupo di politica e non di malaffare – dichiara a Porta a Porta – e non ho mai avuto il piacere di incontrare questo faccendiere, e la non veridicità delle sue parole è dimostrata dal fatto che io sono capogruppo del Pdl al Senato e Alfano è vicepremier”.

Ma Berlusconi, secondo Bisignani, guardava altrove. Aveva già un’altra carta da giocare: Matteo Renzi. “Berlusconi lo ha corteggiato in tutti i modi” spiega nell’intervista. “Nei sondaggi riservati – prosegue – Renzi volava, tanto che Berlusconi non si sarebbe mai ributtato nella mischia. Solo Bersani fece finta di non accorgersene, mobilitando tutto l’apparato del partito per batterlo alle primarie. E scavandosi così la fossa”.

“Alfano? Pensava a costruirsi il monumento”
Il tentativo di “eliminare” politicamente Berlusconi partì proprio quando il Cavaliere fece diventare Alfano segretario politico del partito. Ma “una volta incoronato, nell’estate del 2011, contro il parere di tanti – spiega Bisignani nel libro – Alfano ha pensato soprattutto a costruire un monumento a se stesso”. Secondo quanto racconta il faccendiere l’ex ministro della Giusizia “se ne stava chiuso nel suo ufficio bunker in via dell’Umiltà, dove per chiunque era impossibile entrare. Passava più tempo con i giornalisti, su Facebook e Twitter che con i parlamentari e con la base del partito e gli esponenti del mondo imprenditoriale, bancario e culturale che pure avevano desiderio di conoscerlo. Inoltre Alfano ha una vera mania per i giochini sul cellulare, cui non rinuncia nemmeno durante le riunioni. E poi ha la debolezza di consultare sempre l’oroscopo e di regolare le giornate in base a quel che c’è scritto…”. E sui parlamentari del Pdl che definisce “Giuda” perché complottavano contro Berlusconi afferma: “Si montavano a vicenda, senza capire che, quando è ferito, Berlusconi dà il meglio di sé”.

“Monsignor Fisichella lavorava a un dopo Berlusconi”
In molti, insomma, secondo Bisignani, lavoravano a un dopo Berlusconi. Tra questi monsignor Rino Fisichella, a lungo rettore della Pontificia Università Lateranense e attualmente presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. “Con Alfano e il fidatissimo Maurizio Lupi lavorava sodo al dopo Berlusconi anche l’arcivescovo Rino Fisichella” sostiene Bisignani. “Alcuni incontri riservati con Casini e Lorenzo Cesa – ricorda – si svolsero proprio Oltretevere, in un ufficio nella disponibilità di Fisichella, il quale era molto amareggiato per non essere stato fatto cardinale da Joseph Ratzinger”.

“Falcone, Andreotti pensava che c’entrasse il Kgb”
Poi un po’ di sguardi verso il passato. Prima tappa, le stragi del 1992. Giulio Andreotti, ha sempre avuto un convincimento e cioè che i motivi delle stragi di mafia in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino “non si dovessero cercare a Palermo, ma fra Mosca e Roma”. Il sette volte presidente del Consiglio, secondo Bisignani, era convinto che Falcone sarebbe stato eliminato “perché collaborava a una spinosa indagine della magistratura russa sui finanziamenti del Kgb al Partito comunista”. Bisignani ricorda anche che Falcone avrebbe dovuto incontrare, due giorni dopo la strage, il procuratore penale di Mosca Valentin Stepankov: “Andreotti era certo che da lì bisognasse partire per capire meglio la strage, e su questo concordava anche Francesco Cossiga. Il quale era al corrente dell’iniziativa di Falcone”. Secondo il faccendiere “la sinistra ha sempre taciuto ma ora “credo che dovrà fare i conti con Piero Grasso, per anni capo della procura antimafia, ora presidente del Senato”. Dovrà fare i conti con lui “per la sua onestà intellettuale e perché, tra i primi atti, ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle stragi”.

“Tangentopoli? Tutti, da Agnelli a De Benedetti, tentarono di bloccare i pm”
Poi la vicenda Tangentopoli: “I protagonisti sotto assedio” del capitalismo italiano, “tutti indistintamente, da Agnelli a De Benedetti, cercarono disperatamente di bloccare il pool dei giudici di Milano”. La “fortezza” in cui si arroccò il capitalismo per respingere l’offensiva giudiziaria contro il sistema delle tangenti fu Mediobanca. “Fu lì – racconta Bisignani – che si tenne una riunione riservata presieduta da Enrico Cuccia, il custode di tutti i segreti. Vi presero parte, oltre all’avvocato Agnelli e a Cesare Romiti, Leopoldo Pirelli accompagnato da Marco Tronchetti Provera, Carlo De Benedetti, Giampiero Pesenti, Carlo Sama per il Gruppo Ferruzzi e ovviamente l’amministratore delegato dell’istituto, Vincenzo Maranghi”.

Proprio Maranghi, dopo una perquisizione della polizia giudiziaria a Piazzetta Cuccia, organizzò nella notte “un pulmino che portò via tutte quelle carte dal contenuto inquietante” che non erano state scoperte. Agli investigatori era infatti sfuggita una parete mobile “celata dietro una libreria in una delle sale del piano nobile dell’istituto – dove si custodivano altri segreti”. Secondo Bisignani, “tutta la storia di Mediobanca è fitta di episodi simili” a quello sul “pulmino” di Maranghi, come il caso dei fondi neri scoperti nella Spafid, la fiduciaria di Mediobanca che “custodiva la contabilità ufficiale e parallela dei grandi gruppi”, fino alle “carte segrete su Gemina” rinvenute in “una botola” dalla Guardia di Finanza.

Tornando alla riunione “anti-pool” in Mediobanca “fu unanimemente decisa la totale chiusura a ogni possibile collaborazione con la Procura di Milano” nonché la “perentoria denuncia dei metodi che stavano destabilizzando il paese e la sua economia”. Cuccia incaricò Romiti di “coordinare ogni iniziativa” e ordinò “a quegli imprenditori che avevano interessi nell’editoria” di supportare la linea “senza tentennamenti”. Il fronte però si sfaldò presto un po’ perché i tg di Berlusconi, che “all’epoca non faceva parte del giro di Mediobanca”, cavalcarono l’onda di Mani Pulite ma soprattutto perché le ammissioni di un dirigente Fiat “fecero cambiare radicalmente la strategia decisa” facendo scattare il “tana libera tutti”.

Quando Cossiga mandò i carabinieri al Csm
Un altro retroscena riguarda Cossiga, il “presidente picconatore”. Nel novembre del 1991 l’allora presidente della Repubblica fece intervenire i carabinieri davanti al Csm, rivela Bisignani. “Non fidandosi in quel momento – racconta Bisignani – nonostante fossero suoi amici, dei ministri della Difesa Virginio Rognoni e dell’Interno Vincenzo Scotti, chiamò personalmente al telefono il comandante della legione dei carabinieri di Roma, il colonnello Antonio Ragusa, perché si preparasse a fare irruzione al Csm in piazza Indipendenza”. “In quella riunione – spiega Bisignani – il Csm doveva occuparsi dei rapporti tra i capi degli uffici giudiziari e i loro sostituti. Una materia che, secondo Cossiga, non era di sua pertinenza”. Secondo il racconto di Bisignani, Ragusa mise in stato d’allerta la vicina caserma: “I carabinieri rimasero al loro posto. Ma Ragusa che era in contatto telefonico diretto con Cossiga, entrò da solo negli uffici di piazza Indipendenza e convinse il vicepresidente Giovanni Galloni a togliere dall’ordine del giorno l’argomento incriminato”.

I rapporti tra i servizi segreti Usa e Beppe Grillo
I rapporti dei servizi segreti degli Stati Uniti con Beppe Grillo sono il tema di un capitolo del libro intervista a Bisignani. Oltre a raccontare una vicenda già conosciuta come il pranzo tra Beppe Grillo e alcuni agenti e diplomatici americani e il dispaccio dell’ex ambasciatore Ronald Spogli, aggiunge: “Avendo avuto anch’io il dispaccio in mano, c’è qualcosa che andrebbe approfondito” in quanto sono stati occultati “chirurgicamente quasi tutti i destinatari sensibili” tra cui oltre alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato e alla Cia “c’è da scommetterci ci fosse il Dipartimento dell’energia e la National Secuity Agency, che si occupa soprattutto di terrorismo informatico”. “Agli americani – spiega Bisignani – è noto il rapporto strettissimo che Grillo ha con due loro vecchie conoscenze. Franco Maranzana, un geologo controcorrente di 78 anni, considerato il suo più grande suggeritore su tematiche energetiche e ambientali non politically correct, in contrasto così con la linea ecologica che viene attribuita al movimento. E soprattutto Umberto Rapetto, un ex colonnello della Guardia di finanza”.

Secondo Bisignani l’incontro con Grillo dovrebbe essere avvenuto nel marzo del 2008 in quanto il rapporto dell’ambasciatore Spogli dal titolo “Nessuna speranza. Un’ossessione per la corruzione” reca la data del 7 marzo 2008. Con ogni probabilità, secondo Bisignani, quel documento è finito nelle mani del presidente Obama. Quindi fornisce le conclusioni del rapporto sulle idee di Grillo: “La sua miscela fatta di spumeggiante umorismo, supportata da dati statistici e ricerche, fa di lui un credibile interlocutore per capire dal di fuori il sistema politico italiano”. Inoltre, racconta che dopo le elezioni del febbraio scorso una delegazione di grillini “capeggiata dai due capigruppo in parlamento, Vito Crimi e Roberta Lombardi, è andata a omaggiare l’ambasciatore David Thorne. Lo stesso che, parlando agli studenti, ha pubblicamente lodato il nuovo movimento come motore necessario per le riforme di cui ha bisogno l’Italia”.

“Il Pdl voleva far cadere Monti subito, fu Letta a arrabbiarsi e a scongiurare la crisi”
La crisi del governo Monti poteva arrivare molto prima e non a fine dicembre. “Dopo pochi mesi di governo – riferisce Bisignani – mezzo Pdl voleva far cadere Monti. Ma fu proprio Letta, con voce alterata, a convincere tutti che lo spread sarebbe schizzato alle stelle e che la colpa sarebbe ricaduta tutta sul Cavaliere che a quel governo aveva appena dato appoggio”. Sul ruolo di Gianni Letta, Bisignani ricorda anche che quando Berlusconi e Fini fecero saltare l’accordo sulla Bicamerale, “fece sapere a D’Alema che il Cavaliere aveva commesso un errore”. “Allo stesso modo – ricorda – nel febbraio del 1996 dissentì dal no di Berlusconi a un governo guidato da Antonio Maccanico, grand commis di Stato che avrebbe aperto le porte a una collaborazione tra Forza Italia e la sinistra. La bocciatura di Maccanico segnò la successiva vittoria elettorale dell’Ulivo di Romano Prodi”.

“Scalfari ad ogni scoop mi regalava champagne”
Spazio anche ai ricordi personali nei rapporti con i personaggi più influenti della stampa italiana. Nel libro sono descritti i rapporti con i direttori dei giornali più importanti. Di Eugenio Scalfari ricorda di avergli offerto diverse notizie quando era capo ufficio stampa del ministero del Tesoro Gaetano Stammati. “Ogni volta che lo aiutavo a fare uno scoop – ricorda – mi mandava una bottiglia di champagne. Credo che fosse altrettanto con un’altra sua fonte, Luigi Zanda, portavoce di Francesco Cossiga, al Viminale e poi alla presidenza del consiglio, con il quale credo abbia conservato una forte amicizia”. Sul direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli invece dice: “Sempre compassato, dotato di una camaleontica capacità di infilarsi tra le pieghe del tuo discorso e di una grande dialettica, non sufficiente però a nascondere il fatto di non aver quasi mai un’opinione troppo discorde da quella dell’interlocutore: democristiano con i democristiani, giustizialista con i giustizialisti, statalista o liberista a seconda di chi ha davanti”. Bisignani racconta inoltre di aver favorito i suoi rapporti con Geronzi ma non con D’Alema “visto che i due si detestavano cordialmente”. “E durante il governo Berlusconi – ricorda – i motivi di contatto sono stati molteplici”.

Papa Francesco e la riforma dello Ior
In un passaggio del libro Bisignani parla anche delle mosse future di papa Francesco per trasformare lo Ior: “Secondo alcune autorevoli indiscrezioni lo riformerà trasformandolo in una vera banca della solidarietà al servizio dell’evangelizzazione. Uno strumento di aiuto per le chiese povere e per le missioni sparse nel mondo. I centri missionari saranno uno dei punti fondamentali di papa Francesco, secondo la miglior tradizione dei gesuiti”. Secondo Bisignani, la riforma dello Ior avverrà attraverso la riclassificazione di tutti i conti e saranno “autorizzati solo quelli che fanno capo ufficialmente a congregazioni e ordini religiosi. Nessuno potrà più gestire fondi, depositi e titoli se non nell’esclusivo interesse di enti religiosi”. Bisignani ha quindi spiegato che “la Curia conosce bene le sue intenzioni”. “Non fu un caso – ha aggiunto – se nel conclave precedente, per scampare il pericolo della sua salita al soglio pontificio come voleva il suo grande elettore di allora, Carlo Maria Martini, gesuita come lui, gli fu preferito Ratzinger. Meglio conosciuto nei palazzi apostolici e quindi considerato più malleabile”.

Cairo editore di La7? “Facilita future alleanze”
Telecom ha venduto La7 a Urbano Cairo, preferendolo al fondo Clessidra, perché “si dice nell’ambiente che si è scelto il contendente finanziariamente più debole così da facilitare una possibile futura alleanza con Diego Della Valle o con De Benedetti, a seconda di come butterà la politica”. In particolare sull’interesse di De Benedetti per La7, Bisignani sostiene che l’Ingegnere sarebbe stato disponibile all’acquisto “però solo con un’adeguata dote, quella che poi il consiglio Telecom ha concesso proprio a Cairo e non a lui, secondo me facendolo irritare. Vedrà che alla fine rientrerà nella partita”. Infine “ad accelerare la vendita de La7 – racconta – ha contribuito anche lo studio legale Erede con una lettera   nelle ore che precedettero il consiglio d’amministrazione decisivo”. Del legale Bisignani ricorda che “ha assistito Cairo nell’operazione e ha ottimi rapporti con De Benedetti”.


Qui il maanifesto firmato da Gustavo Zagrebelsky: “La Costituzione non è cosa vostra”.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart