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Non ci sono due Bertolaso

1 Ottobre 2009

Perlomeno non ci sono due Bertolaso che si chiamano Guido e che sono nati nello stessa città, Roma, nello stesso giorno, nello stesso mese e nello stesso anno, ossia il 20 marzo 1950.
Se dunque tutti noi stiamo parlando dello stesso Bertolaso, quello cioè che sta guidando la ricostruzione in Abruzzo, due sono le questioni che ci dobbiamo porre. La prima, se Guido Bertolaso è un qualche miracolato dalla mano dell’Altissimo; la seconda (che è discendente): perché oggi tanta efficienza.
Scrivo queste cose perché stamani vado a leggere il blog di un amico, Luca Tassinari (qui) e vedo che anche lui si è fatto trascinare dall’antiberlusconismo, che semina a piene mani cecità e confusione (non me ne voglia: Luca scrive da dio e la mia stima è incommensurabile).
Sulla falsariga di quanto hanno già scritto altri, però, anche lui non si tira indietro:
“la verità è che il governo con le case di Onna non c’entra niente, perché quelle case sono state finanziate dalla Croce Rossa e costruite dalla Provincia autonoma di Trento.”
E si avvia a concludere:
“E viene da chiedersi come mai la maggioranza degli italiani, i nipoti di Dante e di Manzoni, riesca a farsi infinocchiare così facilmente dalla cattiva letteratura.”

Sta di fatto che dopo la consegna delle case a Onna, è seguita un’altra consegna a Bazzano il 29 settembre 2009 di altri 400 alloggi (qui). E’ facile prevedere che, se questo è il ritmo, a breve saranno consegnate altre case fino a raggiungere la completezza entro la fine dell’anno, come promesso dal governo.

Mi viene subito da domandarmi se anche queste case siano state costruite dal Trentino Alto Adige e dalla Croce Rossa, o non sia più corretto parlare di finanziamenti inviati lodevolmente nelle casse dello Stato da varie Istuzioni e privati per provvedere alla ricostruzione dell’Abruzzo distrutto dal terremoto.
Mi pare che sia questa l’ottica giusta di osservare i fatti.

Ma ora veniamo alle 2 questioni:

– Il Bertolaso miracolato. Non lo è. Non so se tutti sanno che Guido Bertolaso è lo stesso che fu scelto da Prodi alla guida del Dipartimento della Protezione Civile. A chi non lo sapesse, rivolgo l’invito a leggere qui e in modo particolare questi dati:

“È stato una prima volta a capo del Dipartimento della Protezione Civile tra il 1996 e il 1997 (Governo Prodi I). È tornato in quel ruolo il 7 febbraio 2001, durante il Governo Amato II.[3] È stato anche Commissario straordinario del governo per la prevenzione da rischi SARS tra 2003 e 2004 e Commissario per l’emergenza di Cavallerizzo di Cerzeto (frana del 7 marzo 2005)

Nell’ottobre 2006, Bertolaso è stato nominato dall’allora governo Prodi Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania[4], incarico che lascerà il 7 luglio 2007, dopo numerose polemiche, soprattutto a causa della volontà di aprire una discarica a Valle Masseria, nel Comune di Serre, a ridosso di un’Oasi del Wwf.

Nel 2007 è Commissario delegato per l’emergenza incendi boschivi mentre, nel 2008, durante il primo Consiglio dei Ministri del Governo Berlusconi IV, viene nominato Sottosegretario ai rifiuti, tornando così ad occuparsi dell’emergenza campana.”

Non ci sono due Bertolaso, dunque. In questa biografia ci viene ulteriormente chiarito che siamo in presenza della stessa persona.

La seconda questione: Perché oggi tanta efficienza.

Viene da domandarmi come mai sotto la direzione del governo Prodi, Bertolaso non abbia risolto granché, mentre sotto il governo Berlusconi è balzato alla ribalta e alla stima dell’opinione pubblica per i risultati che sta conseguendo alla guida del suo Dipartimento, in modo speciale per la ricostruzione dell’Abruzzo.

Trattandosi della stessa persona, non può esserci che una sola risposta. E’ cambiato il manico. Le indiscusse capacità manageriale del premier (umanamente pieno di difetti) hanno fatto la differenza tra il governo Prodi e il governo Berlusconi. Tutto il resto son chiacchiere inconcludenti: da salotto.

Se davvero vogliamo badare ai fatti, i fatti sono questi. L’Abruzzo sta diventando il simbolo dell’Italia che funziona, come ha riconosciuto anche la portavoce di origine italiana degli Stati Uniti, in visita ai luoghi del disastro.

Mi domando ancora: perché fare le Cassandre? Perché non riconoscere, pur in presenza di visioni diverse dello Stato, il merito dei fatti, quando essi non sono frutto di chiacchiere, ma si sono materializzati in cose concrete, visibili da tutti? Quando ci sentiamo dire dai colpiti dal terremoto che mai si sarebbero immaginati di poter disporre di una casa in tempi così rapidi, perché non accogliamo con gioia la loro incredulità?
Lo stesso Napolitano ha potuto constatare che l’opera sollecita di questo governo ha ricostruito la speranza e la fiducia nelle Istituzioni.

Naturalmente il terremoto in Abruzzo è stato devastante. Per chi vorrà tornare nelle case di origine, massacrate dal cataclisma, occorrerà del tempo. Ci vorrà pazienza. I terremoti non hanno pietà e non sono generosi e altruisti. Lo stesso Berlusconi ha dichiarato che:

“la città dell’Aquila con gli edifici pubblici e artistici richiede un lavoro di restauro e costruzione che durerà forse più di sette anni perché possa ritornare come prima”.

Ma intanto l’attesa sarà confortevole, in case nelle quali – stando alle cronache e a ciò che abbiamo visto dai media – non manca nulla.

A noi italiani, a non tutti per la verità, manca il coraggio di riconoscere all’avversario politico i meriti che si guadagna sul campo. Abbiamo messo in piedi una democrazia che si nutre di cattiveria e di invidia, di cui Dario Franceschini è stato un campione deprecabile (come lo fu Scalfaro).

Per fortuna, fra poco Bersani guiderà l’opposizione (qui il mio auspicio).
Nutro molta fiducia nella persona, che mi è sempre apparsa sobria, concreta, lontana dal pettegolezzo. Il quale Bersani certo non accuserà mai Berlusconi se si è presentato ad un convegno con due paia di calzini spaiati, ma lo affronterà sui fatti concreti del suo governo.
L’opposizione così deve essere. Solo se c’è un’opposizione seria, noi sapremo che la democrazia è ben salda e presidiata.


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5 Comments

  1. Commento by Giorgio Di Costanzo (Ischia) — 1 Ottobre 2009 @ 15:55

    Un miracolo che sa di fallimento

    di Paolo Berdini

    (“il manifesto”, 30 settembre 2009)

    Anche se nulla ancora emerge dall’informazione televisiva che ci inonda con le immagini delle inaugurazioni delle case per i terremotati dell’Aquila, il tragico fallimento dell’esperienza guidata da Bertolaso sta iniziando ad essere evidente a tutta la popolazione aquilana, anche a quella che aveva creduto alla favola delle new town. Ma proprio quando gran parte della stampa grida al miracolo della realizzazione di (poche) case in tempi rapidissimi, come è possibile parlare di fallimento? È che nella popolazione abruzzese inizia a rendersi evidente la cinica disinvoltura con cui il governo li priverà per molti anni a venire del bene più prezioso che essa aveva: le città, i borghi, i centri storici.
    Una popolazione che era abituata a vivere in luoghi in cui le relazioni umane erano rese possibili e facilitate proprio dai luoghi urbani, inizia a toccare con mano che dovrà abituarsi a vivere per molti e molti anni in condizioni di isolamento sociale, con le difficoltà a risolvere anche le esigenze primarie come quelle degli acquisti o dell’uso dei servizi pubblici. In quelle che hanno chiamato spudoratamente new town esistono solo abitazioni e nessun presidio sociale. Le città si riconoscono per i servizi sociali, ma questo ai liberisti fa evidentemente orrore. Se si tiene poi conto che buona parte di quella popolazione è anziana e non è in grado di spostarsi autonomamente con l’automobile, si comprende di quale misfatto si sia macchiato il governo.
    Non saranno dunque i fuochi artificiali di questi giorni a cancellare l’infamia di aver scelto deliberatamente di trasferire in luoghi isolati, senza alcun servizio pubblico, senza la minima dotazione di quelle attrezzature private che rende gradevole (o almeno meno disagevole) la vita di tanti cittadini aquilani. E la condanna della popolazione sarà senza appello perché, come racconta nel suo bel libro Giovanni Pietro Nimis (Terre mobili, Donzelli editore, 2009), le alternative esistevano. Gli straordinari esempi di ricostruzione da eventi sismici sperimentati negli altri tragici casi (Friuli 1976 e Umbria-Marche 1997) sono lì a dimostrare che in tempi contenuti e con il coinvolgimento pieno delle popolazioni locali sono stati raggiunti risultati straordinari con un consenso generalizzato. Il Friuli è un esempio celebre di rinascita di una popolazione. I centri antichi dell’Umbria e delle Marche sono di nuovo vitali e abitati. Le case sono state rese sicure. Si obietterà che le popolazioni hanno dovuto passare qualche anno in scomodi container. Ma la scomodità era resa meno acuta dalla vicinanza alla propria abitazione, dall’essere localizzati all’interno dei luoghi urbani, dalla condivisione con le stesse persone con cui si erano condivise vite di relazioni. L’assegnazione delle case abruzzesi è avvenuta per sorteggio: la vita ridotta ad una tombola a premi in cui guadagnano soltanto coloro che stanno realizzando alloggi che costano 2.800 euro a metro quadrato a fronte dei mille con cui si costruisce in ogni luogo d’Italia.
    Così, famiglie che abitavano in un luogo conosciuto e misurabile nella vita di ogni giorno saranno costrette a vivere da tutt’altra parte, in tanti luoghi periferici scelti in base alla disponibilità dei suoli e non sulla base di un ragionamento sul futuro di una comunità urbana. E questo avviene senza che nulla si sappia sui tempi e sulle modalità della ricostruzione dei centri antichi, ad iniziare da quello de L’Aquila. Insomma, pochi cittadini abruzzesi si vedono assegnare una casa mentre tutti non hanno ancora alcuna certezza su quando partiranno i lavori per la ricostruzione delle loro meravigliose città. A sei mesi dal terremoto del 1997, le due regioni coinvolte avevano già deciso criteri e suddiviso i centri da ricostruire in comparti operativi. A sei mesi dall’evento del 6 aprile 2009 sono state consegnate solo poche case. Ad un ragionamento organico si è sostituito un gesto teatrale sotto gli occhi delle televisioni. La complessità della città è stata sostituita dalla semplificazione di case in desolate periferie.
    In questi giorni in cui il manifesto sta svelando la impressionante ragnatela con cui imprese blasonate hanno inquinato tanti luoghi del nostro paese, mi hanno colpito le frasi di un colloquio di due malavitosi che parlavano dell’affondamento delle navi dei veleni lungo le coste calabresi. Dice il primo che a causa dell’affondamento il mare si guasterà per sempre. Il secondo risponde che con tutti i soldi guadagnati potranno cercare mari lontani e puliti. L’inquinamento, insomma, non li riguarda. Anche in questo caso la distruzione chissà per quanti anni delle comunità urbane non coinvolge i decisori. Nelle periferie de L’Aquila ci andrà la parte debole della società. Mica loro.

  2. Commento by Giorgio Di Costanzo (Ischia) — 1 Ottobre 2009 @ 15:58

    Gabriele Polo – “il manifesto”, 30 settembre 2009
    INVIATO A L’AQUILA
    L’AQUILA/REPORTAGE
    Un maxischermo per Silvio Berlusconi

    «L’incontro del presidente del consiglio con le famiglie Ciocca, Bontempo e De Santis si può seguire comodamente sul maxischermo nel piazzale ». L’avviso dello speaker arriva al termine della cerimonia di consegna del primo new village: passato in rivista il picchetto, cantato l’inno di Mameli, digeriti i discorsi ufficiali e incassati gli auguri di buon compleanno, Silvio Berlusconi può così passare alla parte che più gli si confà, il contatto diretto con il popolo trasmesso via schermo. È l’abbraccio grato dei «salvati », cui viene consegnata casa. I «sommersi » che ancora attendono sono altrove. Nessun maxischermo, per loro.
    L’Aquila ieri era davvero il centro dell’Italia. Non solo per la quantità delle autorità presenti, per l’attenzione dei media o perché veniva messa a frutto «la generosità dei tanti che si sono stretti attorno alla popolazione colpita », come hanno ricordato nei loro interventi il sindaco Cialente e la presidente della provincia Pezzopane (che, pure, hanno voluto perlomeno accennare a una ricostruzione tutta ancora da fare e a un centro storico abbandonato). Ieri l’Aquila era anche e forse soprattutto la rappresentazione del berlusconismo più abile, più capace di catturare attenzione e comprare consensi. Un presidente del consiglio raggiante ha potuto tagliare il nastro della prima tra le cittadelle che ha fortissimamente voluto insieme al capo della protezione civile Guido Bertolaso. Consegnando i primi 400 alloggi del progetto C.a.s.e, raccogliendo la gratitudine di un migliaio di aquilani, esibendo al paese quello che considera un proprio successo personale, talmente personale da celebrarlo nel giorno del suo compleanno.
    Non ha dovuto nemmeno esagerare o parlare troppo, Berlusconi. Bastavano i tricolori alle finestre dei piccoli appartenenti appena occupati, l’emozione delle persone cui veniva consegnato un alloggio dopo mesi in tenda o negli alberghi, le parole dovute di Cialente, Pezzopane e quelle oltre il limite della piaggeria del presidente della regione Chiodi. Tutto, nel rettangolo verde al centro delle palazzine a tre piani di Bazzano, celebrava il suo trionfo. Lontani i possibili contestatori – in corteo dall’altra parte dell’Aquila – cancellati dai discorsi tutti i dubbi su un progetto che darà un tetto a meno della metà della popolazione attualmente ricoverata in alberghi o tendopoli, c’è stato solo spazio per l’«evviva » con cui il premier ha iniziato il suo discorso, concludendolo dopo poche parole con l’evocazione dei «bambini felici », delle «donne commosse », «dell’Italia vera, quella in cui lo stato c’è, soprattutto quando sa superare le tante leggi e i tanti ostacoli burocratici che avrebbero impedito il miracolo qui compiuto ». Poche parole, ma davvero esemplari, un berlusconismo in pillole, cui è seguita la rappresentazione più «intima » del suo nazional-populismo nell’incontro teletrasmesso con tre famiglie scelte a caso tra i «salvati » di Bazzano: taglio del nastro tricolore, benedizione del vescovo, ma soprattutto la presentazione degli appartamenti in cui il premier è entrato assieme ai nuovi inquilini sotto lo «sguardo » di telecamere che, come nella casa del Grande fratello, seguivano il tutto di stanza in stanza. Una reality tv con il premier a dar pacche sulle spalle e ammiccare, tra una presentazione informale («ecco, questo è Draghi, il governatore della Banca d’Italia ») e una mezza battuta delle sue («venga signora, andiamo a vedere la camera matrimoniale, dove spero che lei… dormirà bene… »). Aprendo armadi e cassetti («guardi, c’è anche il phon »), stringendo mani, sorridendo a una continua sequela di «grazie » e «auguri presidente ». Un paio d’ore di raccolta del consenso allo stato puro («grazie nonno Silvio », recitava uno striscione appeso a una finestra) o di implorazioni («la Reiss Romoli – scuola di formazione che rischia la chiusura – ti chiede aiuto ») sotto la regia della Protezione civile, protagonista della giornata insieme al suo capo, Guido Bertolaso. Che ora promette la consegna dei new village al ritmo di 300 appartamenti alla settimana, fino a poter ospitare 15.000 sfollati, entro le prime settimane del 2010. Che non significa dare un tetto a tutti, che non è proprio corrispondente ai tempi promessi, visto che sono ancora 33.000 coloro che alloggiano in alberghi o nelle residue tendopoli, visto che il premier e il suo socio avevano promesso di «chiudere la partita » entro l’autunno. Ma ieri non c’era spazio per null’altro che la celebrazione del Natale di Silvio.
    Rimossi tutti i problemi: le requisizioni appena iniziate degli appartamenti sfitti per accogliere chi non troverà spazio nelle C.a.s.e, il pendolarismo quotidiano per le migliaia di persone alloggiate sulla costa, le speculazioni del caro-affitti per gli studenti fuori sede denunciata dal rettore dell’Università, la sorte di un centro storico ancora pieno di macerie, e – soprattutto – la condizione dei 9.000 che vivono ancora nelle tendopoli. Molti di loro non troveranno posto nelle C.a.s.e nemmeno a gennaio e dovrebbero ripiegare su una «sistemazione provvisoria » che – come ampiamente prevedibile – tradisce la promessa «dalle tende alle case ». Perdipiù queste «sistemazioni provvisorie » per molti si traducono in località di montagna a decine di chilometri dall’Aquila. Così nelle 82 tendopoli rimanenti, tra le 2.885 tende ancora abitate, affiorano i dubbi e la delusione delle famiglie non collocate nella classifica C.a.s.e. In alcuni casi si arriva alla disperazione. Facilmente visibile anche ieri, a pochi chilometri dalla gioiosa Bazzano, tra ciò che rimane della tendopoli più grande, quella di Piazza d’Armi, quella da cui tutti i tg si sono collegati per mesi per decine di volte. Lì una trentina di persone «resistono » a modo loro: non hanno accettato le destinazioni decise dalla Protezione civile, perché troppo lontane e disagiate. Vivono in un piazzale desertificato che giorno dopo giorno si sta trasformando in un vero e proprio immondezzaio. Senza più le cucine da campo, con un residuo di «servizi » che di igienico non hanno più nulla. Sono la parte estrema dei «sommersi », di quelli rimasti fuori dalle liste dei «salvati », perché con «scarsi requisiti »: ex alcolizzati o tossicodipendenti, soggetti considerati «marginali », sicuramente «poco produttivi ». Sono una rappresentanza di quelli che «attendono » e qualcuno pensa che – in quanto marginali – non meritino particolare attenzione, che possano finire in fondo alla classifica. E «chi se ne frega » se non accettano di passare l’inverno in un paesino a 1.500 metri d’altezza e distante una settantina di chilometri da quella che era la loro città: «Rimangano pure lì, cavoli loro ».
    Casi simbolici di contraddizioni diffuse, che non si risolveranno con la gestione Bertolaso. Come soprattutto simbolica è stata ieri la protesta dei Comitati cittadini, quelli della «ricostruzione dal basso », quelli che hanno denunciato fin dall’inizio tutti i limiti e i pericoli del piano C.a.s.e. Che ieri – nella giornata del trionfo berlusconiano – si sentivano un po’ sconfitti, ma che senza arrendersi alla depressione delle minoranze, hanno sfilato in corteo proprio fino a piazza d’Armi, portando solidarietà ai «sommersi ». Berlusconi aveva lasciato l’Aquila da un paio d’ore, al suo posto c’era una Sabina Guzzanti che non lo ha fatto rimpiangere.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 1 Ottobre 2009 @ 16:02

    Siamo, Giorgio, alle Cassandre, come dicevo.
    Lo stesso governo ha parlato di tempi lunghi (7 anni) per la ricostruzione dell’Aquila.
    Ho sentito la testimonianza di Napolitano, che mi pare un galantuomo: i colpiti dal terremoto hanno acquistato fiducia nelle Istituzioni. Ciò significa che le Istituzioni stanno funzionando bene.
    Come sempre, trarremo le conclusioni alla fine, ma intanto vediamo di non spargere ulteriori lutti e rovine.

  4. Commento by giuliomozzi — 10 Ottobre 2009 @ 18:36

    Bertolaso (che sa fare il suo mestiere) ha tanta efficienza perché gli è stato dato tanto potere, sottraendolo – per lo più – alle amministrazioni locali.

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 10 Ottobre 2009 @ 20:46

    Significa, Giulio, che chi ha fatto questo scelta l’ha indovinata, non ti pare?

    Ben vengano al governo uomini lungimiranti che sanno decidere per il meglio a pro dei cittadini.

    Vedrai che, siccome Bertolaso porta del buono nell’attività di governo, prima o poi si spargeranno veleni anche su di lui.

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