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Non si andrà molto avanti

5 Maggio 2013

Lo temo.
Ho la sensazione che le increspature che già appaiono sulla superficie delle larghe intese siano destinate a trasformarsi in vortici capaci di attrarre ed avvolgere in una spirale devastante il governo del pacifico ex democristiano Enrico Letta, il quale, tra i suoi scopi principali, ha anche quello di avviare una fase di riappacificazione nazionale tra schieramenti politici che si sono detestati per almeno vent’anni. Non ho difficoltà a dichiarare che la maggiore responsabilità di questa lunga guerra fa capo al centrosinistra, il quale – in quest’arte abilissimo da sempre – ha saputo sostituire obiettivi programmatici e di governo, con l’antiberlusconismo, che altro non è stato che una guerra di carattere personale contro l’uomo che ha impedito agli ex comunisti di conquistare il potere. Nelle ultime elezioni si è ripetuto quanto accadde nel 1994, allorchè il partito di Achille Occhetto, già dato da mesi vincitore assoluto, dovette cedere le armi ad un Berlusconi che scendeva in campo per la prima volta e con l’intenzione di fermare la gioiosa macchina da guerra. Bersani ha fatto di peggio; è stato praticamente distrutto, pur avendo in mano la vittoria, da un Berlusconi che solo qualche settimana prima era stato dato per scomparso dalla scena politica. E’ bastato invece che il giaguaro che doveva essere smacchiato da Bersani si mettesse a ruggire e tutto il Pd è esploso in una crisi di cui non si riesce a capire ancora l’esito finale. Si potrebbe addirittura sfasciare in due o tre nuovi partitini dal peso elettorale assai compromesso.
Comunque la si pensi, Berlusconi si è dimostrato ancora una volta un cavallo di razza, abituato a vincere o quanto meno a non rassegnarsi alla sconfitta. Oggi lo riconoscono anche i suoi più accaniti avversari, pur non rinunciando a praticare quel residuale antiberlusconismo che ha tanta responsabilità per lo stallo e sull’inconcludenza della nostra politica. E’ mancato poco che per effetto dell’antiberlusconismo si sfasciassero le istituzioni.

Ora Enrico Letta prova a mettere la parola fine al ventennio. Intento lodevole e da incoraggiare; tuttavia più passano i giorni più in superficie appaiono le increspature di cui dicevo. Un piccolo segnale viene dall’intervista che il ministro Gaetano Quagliariello ha dato oggi al quotidiano La Stampa a riguardo della Convenzione che dovrebbe definire alcune riforme istituzionali e disegnare una nuova legge elettorale. Quagliariello non è più così sicuro che essa riesca a funzionare, e perfino accenna al rischio che possano insorgere difficoltà per il suo insediamento, visto che la presidenza reclamata da Berlusconi ha già subito dei veti significativi da parte di esponenti del Pd.

E’ ovvio che senza realizzare le riforme, alcune delle quali di natura costituzionale, non faremo un solo passo avanti per consentire all’Italia di uscire dal pantano in cui si è cacciata. Potremmo fare qualche intervento di carattere economico necessario a mettere una pezza al processo di desertificazione produttiva in atto e all’accelerazione spaventosa della disoccupazione, che continua a sottrarre posti di lavoro soprattutto alle nuove generazioni, alimentando un clima pericoloso di rabbia e di sfiducia, ma tutto ciò si innesterebbe in un circuito alimentato da inefficienze ed incrostazioni che, come avviene nel corpo umano, ad un certo punto e all’improvviso si risolverebbero in paralisi e morte.
Le riforme infatti sono indipensabili per sciogliere e recidere le placche di inefficienza e di ostruzione, e perciò se davvero il nuovo governo rinunciasse ad operare in questa direzione, sarebbe meglio che rimettesse il suo mandato nelle mani degli elettori, e quanto prima, visto che di tempo se n’è perso abbastanza.
Ma questa volta gli elettori, poiché probabilmente ci ritroverremmo a votare con il procellum, dovrebbero fare uno sforzo in più: scegliere solo tra i due più grandi partiti o fra le due più grandi coalizioni e fare in modo che il vincitore possa vantare una larga maggioranza in entrambi i rami del parlamento. In questo modo la governabilità sarebbe assicurata e i cittadini potrebbero valutare concretamente gli esiti (positivi o negativi) di tale governabilità in ragione anche dei risultati conseguiti sulla modernizzazione dello Stato.


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