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Lo sguardo al Novecento

5 Maggio 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 5 maggio 2013)

Si sa che sulle sorti del governo Letta peseranno soprattutto i modi e i tempi della ridefinizione degli equilibri interni al Partito democratico, uscito totalmente destabilizzato dalle elezioni e da ciò che ne è seguito. È possibile che alcune delle cause della crisi del Pd non siano del tutto chiare a molti dei suoi stessi militanti.
Che cosa ha fin qui frenato quel partito, che cosa gli ha impedito di darsi una identità adeguata, spendibile con più successo nelle nuove condizioni della competizione politica? È stato soprattutto il peso del passato . Il Pd non ha una identità adeguata, utile per vincere le elezioni, perché tende a perpetuare al proprio interno concezioni, di se stesso, del proprio rapporto con gli elettori e con la società italiana, ereditate dal passato e che sono incompatibili con le circostanze presenti.

Il problema principale è che, per un antico retaggio, il Pd concepisce il proprio elettorato assai più come un «blocco » che come un insieme di «flussi ». Vediamo cosa ciò significhi. Nato dall’unione fra l’ex Pci e l’ex sinistra democristiana, guidato da persone formatesi in quelle esperienze, il Pd ha ereditato la visione del rapporto fra partiti ed elettori allora dominante. All’epoca, il sistema politico italiano era immobilizzato dalla conventio ad excludendum (la permanente esclusione del Pci, a causa della guerra fredda, dall’area di governo). Inoltre, la mobilità elettorale era molto bassa: pochi elettori si spostavano da un partito all’altro; pochissimi si trasferivano da sinistra a destra e viceversa. In un sistema statico come quello, si conducevano solo guerre di posizione. Il problema dei partiti non era conquistare un bel po’ di voti altrui (cosa praticamente impossibile) ma mantenere, conservare, elezione dopo elezione, il proprio «pacchetto », il proprio blocco di voti. Si pensi al Pci. Escluso dalla possibilità di andare al governo, aveva certo interesse ad ottenere qualche voto in più ma l’interesse prevalente, dominante, era conservare i voti già acquisiti. Anche la sinistra democristiana, impegnata nelle lotte con le altre correnti Dc, aveva lo stesso problema: conservare i propri consensi, condizione necessaria per continuare a praticare il gioco del potere dentro l’allora partito di maggioranza relativa.

In un mondo statico, la cosa che conta è preservare la propria forza, non c’è spazio per innovative strategie di conquista: le vittorie e le sconfitte elettorali, in un mondo siffatto, si giocano ai margini, in virtù di piccoli pugni di voti che si spostano, erraticamente, di qua o di là. Sono queste circostanze che portano a pensare al proprio elettorato come a un blocco che, in quanto tale, potrebbe in qualunque momento «spezzarsi »: occorre quindi farne oggetto di manutenzione continua, innaffiarlo, coccolarlo, tenerlo unito a tutti i costi. «La base non capirebbe » è la frase che, in quel mondo, pone termine a ogni discussione nel caso in cui qualcuno, poco consapevole delle vere regole del gioco, si azzardi a proporre idee nuove o innovazioni strategiche.

Si pensi, per contrasto, a un qualunque dirigente di partito (ad esempio, di un partito socialdemocratico) di un altro Paese europeo. Quel dirigente, nell’epoca della propria formazione politica, ha conosciuto un mondo più dinamico. Il suo partito qualche volta ha vinto le elezioni ed è andato al governo, altre volte le ha perse ed è andato all’opposizione. Certamente, anche in quel partito c’era un nucleo di elettori stabili che non potevano essere troppo maltrattati, ma il nostro dirigente socialdemocratico sapeva che per vincere le elezioni bisognava fare guerre di movimento. Sapeva che occorrevano proposte politiche vincenti e che una nuova proposta è vincente se, pur scontentando, come è inevitabile, vecchi elettori, riesce a conquistarne di nuovi (ovviamente, in quantità superiore a quelli che si perdono). Sapeva che si vincono le elezioni solo se il flusso di elettori in entrata (i nuovi elettori che voteranno per il partito) risulterà superiore al flusso di elettori in uscita.

Il problema del Pd è che, guidato da persone che sono state iniziate alla politica nell’ultima fase della Prima Repubblica, ha continuato a pensare, anche nel ventennio successivo, al rapporto con gli elettori nel modo statico di allora (l’elettorato come blocco anziché come insieme di flussi) mentre, nel frattempo, il mondo circostante diventava sempre più fluido e dinamico. Si pensi, da ultimo, alle primarie Bersani/Renzi. È stato anche uno scontro fra la concezione statica e quella dinamica del rapporto con l’elettorato. Matteo Renzi diceva una cosa che sarebbe apparsa ovvia, scontata, perfino banale, in qualunque altro Paese, ossia che per vincere le elezioni bisognava parlare agli elettori di Berlusconi. Ma poiché la concezione prevalente nel partito, ereditata dal passato, era quella descritta, questa tesi suonava come eretica, scandalosa, alle orecchie dei tradizionalisti, e Renzi stesso veniva fatto passare per un cripto-berlusconiano.

Il Pd nacque su una parola d’ordine – «vocazione maggioritaria » – che avrebbe richiesto, se presa davvero sul serio, un radicale rinnovamento di mentalità e di concezioni. Quel rinnovamento non c’è stato. Se non avverrà in tempi rapidi il Pd chiuderà malamente la sua parabola. Dove tutto è in movimento non c’è futuro per chi si attarda in guerre di posizione.


“La Convenzione? Non è detto che ci sarà”
intervista al ministro Quagliariello a cura di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 5 maggio 2013)

La festa delle riforme non è ancora incominciata. Ma dallo scontro sulla Convenzione sembrerebbe già finita… Si attendeva, ministro Quagliariello, un esordio così tribolato?

«Mi permetta di far notare che io sono ministro delle Riforme, non della Convenzione ».

E che differenza fa?

«Notevole. Se la mia bussola è il documento dei cosiddetti “saggi” voluti dal Presidente Napolitano, allora le riforme necessarie toccano la Costituzione, senza dubbio, ma pure i Regolamenti parlamentari e leggi ordinarie come quella elettorale ».

Vorrebbe farci credere che la Convenzione non è il centro delle sue attuali preoccupazioni?

«Cerco di spiegare che il fine vero è fare le riforme istituzionali. Tutte quelle necessarie a modernizzare il Paese, nonché a pacificarlo. La Convenzione a mio avviso può essere un buono strumento ».

Indichi a noi profani i vantaggi.

«Concentrare lì la discussione può permettere di stringere i tempi; di tenere l’esame delle proposte al riparo dalle tensioni politiche quotidiane; di coinvolgere espressioni autorevoli della società civile… Tutti motivi per cui anche in passato sono stati formati organismi ad hoc. Ciò detto, il primo interrogativo cui rispondere è, appunto, se la Convenzione può mantenere queste promesse. Se ci sono ostacoli anche giuridici alla sua nascita ».

Ecco, appunto. Rodotà nutre seri dubbi. Teme che la Convenzione faccia strage della Costituzione…

«Rodotà ha riserve di natura etico-politica che io trovo legittime, senza condividerle. Ma eccepisce pure obiezioni di natura tecnica che esigono risposte serie. Per esempio: come possono fare parte di questo organismo, e votare sulla futura Costituzione, personalità mai elette e solo cooptate? Non è che, siccome solleva la questione Rodotà, ci si può passare sopra… ».

Già. E allora, ministro?

«Io mi sto occupando appunto di sciogliere questi nodi. Di verificare se lo strumento preferibile, la Convenzione, rientra nella cornice costituzionale; se offende le prerogative del Parlamento; se concretamente può funzionare e come… Poi ci sono tutte le altre riforme, dei Regolamenti, delle leggi ordinarie: c’è da preparare uno scadenziario molto preciso, in modo da rendere tutto questo processo trasparente e da permettere ai cittadini di controllare come si svolge. Casomai dovesse bloccarsi, di chi ne sarà la colpa ».

Quando sarà pronto lo scadenziario?

«Tra 10-15 giorni. Nel frattempo, il confronto farebbe bene a concentrarsi sulle cose da fare ».

Purtroppo ministro Quagliariello, qui ci si scanna su chi deve presiedere la Convenzione. Berlusconi non disdegnerebbe l’incarico. Dal Pd alzano le barricate… Lei che dice?

«A parer mio non possono esistere veti nei confronti di alcune forze politiche. Dal Pdl non ce ne sono stati, al punto che Berlusconi è arrivato a offrire il governo a Bersani… Troverei sbagliato se il Pd, dopo avere ottenuto il presidente della Camera, del Senato e del Consiglio, giudicasse la nostra parte politica inadatta a esprimere un presidente della Convenzione ».

Guardi che è il suo collega di governo Orlando a giudicare poco idoneo Berlusconi…

«Penso che sarebbe meglio lasciare ogni decisione in materia alle forze politiche, tenendo fuori il governo ».

Non crede che da Berlusconi sarebbe opportuno un passo indietro?

«Credevo di essere stato chiaro: non spetta ai ministri tranciare giudizi ».

Maroni mette in guardia: se sulla Convenzione il governo farà fiasco, difficile che duri a lungo… Sente puzza di bruciato, ministro?

«Io colgo il tentativo del Capo dello Stato, del presidente Letta, del governo nel suo insieme di fare sul serio e di superare tanti anni di guerra civile strisciante. Al tempo stesso avverto una sorta di richiamo della foresta, il tentativo di proseguire a oltranza le solite contrapposizioni. Non solo da chi prova nostalgia del vecchio. Direi, con un ossimoro, anche da parte dei nostalgici del nuovo ».

Si riferisce per caso a Renzi?

«A tutti coloro che vorrebbero trasformare la Convenzione in un’arena dove “matare” il governo ».

D’Alema suggerisce: partiamo dalla riforma elettorale e liberiamoci del «Porcellum », casomai dovessimo tornare a votare. Perché non dargli retta?

«Se il vero obiettivo fosse trasformare il governo in una breve parentesi, per poi tornare alle urne, capirei la proposta. Se invece l’obiettivo è la governabilità, allora dobbiamo aver chiaro che nessuna legge elettorale da sola può garantirla. Nemmeno la migliore delle riforme possibili. Prima di gettare la spugna, abbiamo il dovere di coltivare un’ambizione più alta per il Paese ».


Tutti ai remi per salvare la nave
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 5 maggio 2013)

DOMANDIAMOCI anzitutto che cosa vuole la gente, le persone che incontriamo o di cui sappiamo tutti i giorni e che appartengono alle più diverse categorie: lavoratori, consumatori, giovani, anziani, occupati, disoccupati, indignati, disperati, civicamente impegnati, indifferenti, antipolitici.
Quelli che chiamiamo la gente e che un tempo chiamavamo il popolo, il “demos”, sostantivi nobilitanti perché ne sottolineano la sovranità, non hanno più una visione del bene comune perché sono schiacciati sul presente dai loro bisogni immediati, dalla loro povertà o dal timore di sprofondarvi dentro, circondati da una nebbia che gli impedisce di costruire il futuro.

La gente altro non è che un popolo degradato dagli errori e a volte dai crimini commessi da una classe dirigente anch’essa degradata; ma anche per colpa propria perché ha subìto quel degrado senza reagire e addirittura sguazzandovi dentro. Le colpe non stanno mai da una parte sola, chiamano in causa ciascuno di noi sicché – come diceva il Nazareno che parlava per parabole – chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Dunque la gente, simulacro sconcertante del popolo sovrano. Che cosa vuole? Vuole un immediato sollievo dai propri disagi, vuole il recupero di almeno una parte del benessere perduto e un po’ più di giustizia sociale; vuole che si diradi la nebbia e si riaccenda la speranza di futuro.
Questo vuole la gente. Detesta la disperazione e per questo è disperata.
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Ha bisogno d’essere governata ma non si fida. Un nuovo governo finalmente c’è e il Parlamento gli ha votato un’ampia fiducia ma la gente aspetta di vedere i primi fatti. Le promesse non bastano, gli impegni neppure, quante volte furono traditi?

Ma attenzione, gente: molto dipende anche da te. Se ancora una volta cadrai nell’inganno della demagogia, se ti lascerai sedurre dal canto delle sirene, se non vorrai e non saprai ritornare popolo, sarà poi troppo tardi per piangere perché qui e ora si gioca il tuo destino.

***

Molti temono ed altri sperano che questo appena costituito sia un governo “balneare”. Altri si augurano che rappresenti una svolta: dopo la guerra civile durata vent’anni tra berlusconismo e antiberlusconismo, finalmente la pacificazione.

Abbiamo già detto che la gente non è interessata a nessuna di queste ipotesi, ma soltanto (e non è poco) al recupero d’una parte del suo benessere, a tutele sociali e al rilancio del lavoro e della crescita. Gli obiettivi sono questi; al governo spetta di trovare gli strumenti e metterli in opera. Può sembrare paradossale, ma i mercati pensano la stessa cosa e la loro risposta finora è positiva. Perciò la natura di questo governo è chiarissima: stato di necessità per oggettiva mancanza di alternative. Dovrà durare fino a quando quei risultati non saranno stati raggiunti.

Un governo balneare non corrisponde a questo mandato perché non è in pochi mesi che gli obiettivi assegnati potranno essere raggiunti. I partiti che lo appoggiano debbono averlo ben presente.

Le provocazioni di sapore pre-elettorale che Berlusconi continua a lanciare ogni giorno, non giovano affatto, inaspriscono una conflittualità che rende friabile una compagine tenuta insieme con gli spilli. Forse il Cavaliere pensa di consolidare in questo modo il ruolo di “kingmaker” cui aspira e di attrarre almeno in parte i sei milioni di voti perduti. Quando vorrà, staccherà la spina come ha fatto con Monti; ma commette un grave errore a coltivare queste ipotesi. Napolitano non ha alcuna intenzione di sciogliere le Camere fino a quando la legge elettorale e le altre riforme da lui ritenute indispensabili per avviare il Paese verso una solida ripresa non saranno state effettuate.

Chi pensa che in quel caso lo scontro avverrà tra Berlusconi e Letta si sbaglia, lo scontro contrapporrebbe il Cavaliere a Napolitano, che avrebbe con sé le Cancellerie europee, i mercati e soprattutto la gente. L’immagine del “meno male che Silvio c’è” andrebbe in frantumi nel breve spazio d’un giorno, perfino tra le file dei suoi fedeli. Forse qualcuno di loro dovrebbe avvertirlo prima che sia troppo tardi.

Quanto ai partiti, dovrebbero riformarsi e rifondarsi perché così come sono ridotti hanno perduto ogni capacità di rappresentanza. Tutti, movimenti compresi. Spetta ai loro militanti di provvedere e alla pubblica opinione di stimolarli mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Viviamo in un Paese dove non è mai esistita una destra liberal-moderata e una sinistra riformatrice e non trasformista. La destra dovrebbe ripudiare il populismo e la sinistra il frazionismo nascosto sotto il mantello dell’utopia.

Se così non sarà, avrà avuto ragione chi ci definì un’espressione geografica. Sono passati duecento anni da allora, ma con scarsissimi progressi.

***

L’abolizione e il rimborso dell’Imu sono richieste prive di senso salvo per quanto riguarda i proprietari di case con redditi bassi. Per il resto l’Imu altro non è che un’imposta progressiva sul patrimonio ed è bene che come tale sia mantenuta. L’economia reale ha bisogno di tutele sociali estese e robuste, alleggerimento del cuneo fiscale, incentivi al consumo e alla creazione di posti di lavoro.

Le risorse disponibili e quelle che l’Europa dovrà mettere a nostra disposizione nel quadro delle trattative in corso vanno canalizzate in questo modo. La lotta all’evasione va continuata con decisione. Le vendite di patrimonio pubblico debbono finalmente essere intraprese; i debiti della pubblica amministrazione liquidati, se ne parla da un anno, che cosa si aspetta? La “spending review” ha dato ben poco finora, eppure l’obiettivo è di palmare evidenza: la burocrazia, cioè la semplificazione amministrativa mai fatta. Questo dovrebbe essere uno dei compiti primari del governo, altro che balneare!

Walter Veltroni sostiene che anche la lotta contro la criminalità organizzata – a cominciare da quella che domina il settore dei videogiochi – è un obiettivo economico di essenziale importanza, ed ha perfettamente ragione. Dai un seguito in questo senso, caro Enrico Letta, sarebbe benvenuto.

E meno male che Draghi c’è. Qualcuno – a cominciare dalla Bundesbank ma non solo – ha dato un’interpretazione riduttiva della diminuzione del tasso di interesse della Bce ed ha trascurato altre parti dell’intervento preannunciato da Draghi: l’accelerazione dell’unione bancaria, i prestiti trimestrali illimitati alle banche europee e il tasso negativo sui loro depositi presso la Bce. Si tratta di iniezioni di liquidità della massima importanza, che sono all’origine del buon andamento dei mercati e dello “spread”. La ripresa dell’occupazione in Usa e la politica di liquidità della Federal Reserve sono altrettanti elementi positivi della situazione. Forse siamo veramente all’inizio della ripresa a cinque anni dallo scoppio della crisi.

***

Un altro sparo a salve di Berlusconi riguarda la sua candidatura alla presidenza della Convenzione indicata nel programma di governo. Non starò a ripetere quello che è stato già detto da persone non sospettabili di faziosità sulla impossibilità di dare al Cavaliere un ruolo di “terzietà”. Fa ridere la sola idea.

Ma il problema è un altro: creare questa Convenzione non ha alcun senso. Poteva averne quando Bersani la indicò come uno strumento utile per discutere i temi delle riforme costituzionali, distinte da un governo formato dal Pd al di fuori della logica delle larghe intese. Ipotesi rivelatasi ben presto irrealizzabile. Ma ora non ha senso alcuno, espropria le commissioni parlamentari e propone una sorta di Assemblea costituente del tutto sconsigliabile.

Noi non abbiamo affatto bisogno di una generale rilettura critica della Costituzione vigente, tantomeno con l’obiettivo di passare dalla Repubblica parlamentare a quella presidenziale.

Abbiamo bisogno di specifiche e limitate riforme di stretta competenza del Parlamento sulla base dell’articolo 138 della Costituzione: la riforma del senato federale e del bicameralismo perfetto, la diminuzione del numero dei parlamentari, la riforma del finanziamento dei partiti, l’abolizione delle Province.
Questi sono i temi; per realizzarli la prevista Convenzione è una via sbagliata. Ho visto che anche Stefano Rodotà è su questa linea e me ne rallegro.

Ed ora, come disse l’ammiraglio Nelson a Trafalgar, faccia ciascuno il proprio dovere. Lui purtroppo ci rimise la pelle ma la battaglia fu vinta. Noi speriamo che la vinciamo restando in piedi sul cassero della nostra nave che batte le insegne dell’Italia e dell’Europa.


Crisi, non bastano 14 anni. E la pressione fiscale cresce ancora
di Chiara Sarra
(da “il Giornale”, 5 maggio 2013)

L’Italia è ben lontana dall’uscire dalla crisi. Tra sette anni la situazione sarà ancora critica, con livelli di Pil inferiori a quelli della fine degli anni ’90 (prima della crisi).

A dirlo è l’istituto Prometeia, che nel rapporto Uno sguardo al 2020 prevede un futuro tutt’altro che roseo per il Belpaese. “Il livello del Pil alla fine del 2020 sarà ancora inferiore ai valori pre-crisi di circa il 2%”, sentenzia, sottolineando che tra il 2015 e il 2020 il tasso di crescita medio tornerà comunque stabilmente positivo, ma in linea con il 2000-2005. Questo significa che non basteranno 14 anni per recuperare i livelli di crescita perduti: il doppio di quanto, negli anni 90, impiegò la Finlandia, più del triplo di quanto impiegò la Svezia.

E se questo non bastasse, resta alto l’allarme disoccupazione. Dal 2007, quando era al 6%, il tasso è quasi raddoppiato e supererà il 12% entro il 2014. Solo nel 2020 tornerà al 9%, come a fine 2011. Nei prossimi anni, tra l’altro, l’industria “ridurrà in modo permanente l’occupazione a favore di un incremento di produttività”, a causa della recessione. A questi vanno aggiunti anche quelli che sulla carta un lavoro ce l’hanno, ma che in realtà sono sospesi a causa della crisi. È il caso dei 700mila cassaintegrati per cui servono “1,5 miliardi di euro entro maggio” per il rifinanziamento della cig in deroga, come denuncia la Cisl.

A pesare sull’economia italiana è anche la pressione fiscale, la più alta in Europa se si escludono i Paesi scandinavi, come rivela la Cgia di Mestre analizzando i dati Eurostat. Nel nostro Paese, a fronte di progressivo aumento del debito pubblico, la tassazione è al 30,2% del Pil, +1,3% sul 2011. Di più si paga solo in Danimarca (47,4%), Svezia (36,8%) e Finlandia (30,5%), che dalla loro hanno però servizi pubblici e livelli di welfare non riscontrabili in quasi nessun altro Paese d’Europa. “Con un livello di tassazione del genere dovremmo ricevere una quantità di servizi con livelli di qualità non riscontrabili altrove”, osserva Giuseppe Bortolussi, segretario dell’associazione, “Invece, tolta qualche punta di eccellenza che registriamo in tutti i settori, la giustizia civile funziona poco e male, il deficit delle nostre infrastrutture materiali ed immateriali è spaventoso, in molte regioni del Sud la sanità è al collasso, senza contare che la nostra Pubblica amministrazione presenta ancora livelli di inefficienza non giustificabili”.


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Bart