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Non vale fare demagogia sui controlli

31 Gennaio 2013

di Stefano Lepri
(da “La Stampa”, 31 gennaio 2013)

Ma chi ha imposto di cambiare tutto il management del Monte dei Paschi, facendo una pulizia radicale, se non la Banca d’Italia?
Eppure, a norma delle leggi italiane, non ne aveva nemmeno il potere. Da anni il Fondo monetario internazionale ci raccomanda di dare al nostro organismo di vigilanza sul credito la facoltà legale di rimuovere i banchieri che commettono irregolarità. Nessun governo si era curato di provvedere.

Proprio perché la finanza è complicata si presta bene alla demagogia degli incompetenti che strillano forte; e additare falsi colpevoli è da sempre il miglior trucco per mettere al riparo i responsabili veri. Se sappiamo oggi del malaffare dentro l’antica banca senese, è perché il 15 novembre 2011 il direttorio della Banca d’Italia ne convocò i dirigenti a Roma e gli disse fermamente che in quel modo non si poteva andare avanti.
Di fronte a quello che è accaduto ieri in Borsa, la prima cosa che occorre dire a voce alta è che i risparmiatori italiani ed esteri che tengono il loro denaro presso il Monte non corrono rischi di alcun genere; e non solo perché in Italia sono assicurati i depositi fino a 100.000 euro. La banca ha un patrimonio di 14 miliardi ampiamente in grado di proteggere dalle perdite dovute ai loschi affari della cricca Mussari.

Non è nemmeno vero che il Mps si regga solo grazie al prestito di 3,9 miliardi che gli ha concesso il Tesoro. Quel denaro – è bene ripetere, non un regalo ma un prestito ad alti tassi di interesse, sul quale lo Stato italiano guadagna – serve a uno scopo aggiuntivo: metterlo al riparo anche da eventuali, seppur improbabili, nuove catastrofi finanziarie mondiali, secondo parametri europei decisi nel momento peggiore della crisi, e forse oggi perfino eccessivi.

Inoltre gli attuali «Monti bond » sono erogati a condizioni assai più severe dei «Tremonti bond » che quattro anni fa l’allora ministro dell’Economia sarebbe stato ben lieto di concedere non solo al Monte dei Paschi, ma a tutte le altre banche che li avessero richiesti (si arrabbiò perfino, quando Intesa Sanpaolo e Unicredit li rifiutarono).

Il Monte si è messo nei guai perché un gruppo di potere locale premoderno, dove dominavano amministratori con tessera Pd, si è ubriacato delle sregolatezze rese possibili dalla grande finanza globale. Ma il rappresentante di quel gruppo non sarebbe diventato nel 2010 presidente dei banchieri italiani se non avesse goduto dell’appoggio di Giulio Tremonti (al quale ripeteva di frequente omaggi, basta consultare i giornali).
Gli ispettori della Banca d’Italia avevano scoperto subito che era irregolare l’operazione denominata «Santorini », non invece la «Alexandria », mascherata meglio grazie alla complicità della banca giapponese Nomura. Fu la Banca d’Italia a esigere un aumento di capitale per sopportare il costosissimo acquisto della Antonveneta; non rientrava in alcun modo nelle competenze della vigilanza indagare se dentro vi fosse nascosta una tangente.

Il rischio ora è che una campagna elettorale aspra quanto mai causi danni permanenti. Ci sono nella vicenda responsabilità politiche e di quelle è bene che si parli. I magistrati indagano sui reati e ci diranno chi deve essere punito. Ma un generico «dagli al banchiere », oltre a confondere innocenti e colpevoli, può solo diffondere sfiducia sull’Italia nel suo insieme.

Ricordiamoci tra l’altro che la crisi dell’euro si è aggravata a partire dall’ottobre 2010, quando a Deauville Nicolas Sarkozy e Angela Merkel vollero dare a intendere che il dissesto dei Paesi deboli l’avrebbero fatto pagare ai banchieri. Fu invece quella dichiarazione irresponsabile ad aggravare la situazione per tutti, scaricando più austerità sui cittadini.


“Una banca rovinata dai padrini della sinistra”
intervista di Antonio Signorini a Fabrizio Cicchitto
(da “il Giornale”, 31 gennaio 2013)

Roma – Fabrizio Cicchitto, presidente del gruppo Pdl alla Camera, la vicenda di Mps deve rimanere fuori dalla contesa elettorale, come hanno chiesto all’audizione del ministro Grilli i centristi e il Pd?
«È un tema esplosivo e non siamo stati certo noi a farlo deflagrare. Detto questo, la vicenda ci dà la misura del fallimento gestionale della banca da parte della sinistra ».
Quindi, giusto parlarne?
«Sì. E immagino cosa avrebbero detto Casini e il Pd se una cosa del genere avesse riguardato una banca in qualche modo collocabile nel centrodestra ».
Come mai Casini in commissione si è fatto portavoce di chi vorrebbe sgonfiare il caso?
«Per tatticismo. Forse voleva “ammorbidire ” quel “il Pd c’entra ” pronunciato da Monti ».
Sicuro della matrice politica delle scelte del Mps?
«Il nucleo di comando è formato in primo luogo dal Comune e dalla Provincia di Siena, da sempre collocati nell’area della sinistra. Questi centri del potere politico hanno sempre scelto i vertici, compreso Mussari. La conferma arriva dalle stesse polemiche di questi giorni fra Bassanini, Visco, D’Alema, Berlinguer padre e figlio, al punto che Bassanini imputa la sua mancata conferma a deputato al fatto di avere impedito che il Monte dei Paschi appoggiasse la scalata da parte dell’Unipol di Consorte alla Bnl ».
Quindi Bersani e il Pd in genere non possono tenersi alla larga dal tema…
«Non possono fare finta che il Mps sia una banca qualsiasi. Detto questo vediamo che su alcune questioni, per altro decisive, c’è una grande reticenza ».
Si riferisce a quella visione sbagliata di cui ha parlato prima?
«Sì, la destabilizzazione del Montepaschi comincia con una serie di acquisizioni di altre banche fatte all’insegna della commistione con il potere politico ».
Parla dell’acquisizione di Antonveneta, di area cattolica?
«Ben prima dell’Antonveneta, nel 1999, c’è l’acquisto della Banca agricola mantovana nel cui consiglio di amministrazione sedevano Colaninno, Gnutti, Fiorani, Consorte e che fu intrecciato per molti aspetti alla scalata della Telecom. Poi l’acquisto della Banca del Salento a prezzi elevati e segnata da una chiara matrice politica. Banca peraltro portatrice di titoli assai discutibili e anche del manager, il dottor De Bustis, che li aveva inventati e che assai stranamente diventò direttore generale della Banca, il Mps, che aveva acquistato la sua ».
Quindi all’origine non c’è un solo caso politico?
«Queste acquisizioni hanno cominciato a destabilizzare i conti della banca già diversi anni fa e sono avvenute per input politici. Poi l’acquisto dell’Antonveneta che vale, debiti compresi, circa 17 miliardi di euro e ha dato il definitivo colpo di grazia. A quel punto Mussari e compagni hanno cercato di spalmare i debiti ricorrendo alle operazioni sui derivati e altre. La conseguenza è che si è andati incontro a un meccanismo tipico: quello secondo il quale il debito crea debito ».
Sta finendo sotto i riflettori Bankitalia e anche Mario Draghi. C’era da aspettarselo?
«Al di là delle versioni rassicuranti di Grilli ci auguriamo non ci siano altre sorprese. Anche non volendo usare questa vicenda per sparare su Draghi, tuttavia non è che la vigilanza di Banca d’Italia ne esca benissimo. Ma si apre a questo punto un’altra questione di fondo. Da qualche tempo a questa parte i tecnocrati hanno affermato, insieme ai magistrati, la loro egemonia rispetto alla politica, ma non è che da questa e da molte altre vicende emerga che la tecnocrazia bancaria è un cavaliere senza macchia ».
Meglio i politici?
«Si parla dei costi della politica. Ma i costi del management delle banche dal punto di vista dei salari annui e delle liquidazioni come li vogliamo giudicare? Non parliamo poi della stock option. Il fatto è che la tecnocrazia bancaria controlla il governo, la televisione e i giornali. E allora una serie di spiacevoli verità vengono rimosse ».


Ha messo Monti al Governo. Gli italiani non si fidano più di Napolitano
di Laura Muzzi
(da “il Giornale”, 31 gennaio 2013)

Gli italiani non perdonano a Napolitano le “lacrime e sangue” del governo Monti: il 52,8% non ha più fiducia nel Presidente della Repubblica, istituzione che fino ad oggi è sempre stata ai primi posti nella considerazione degli italiani.

E’ quanto emerge dal 25 ° Rapporto Italia 2013 dell’Eurispes, presentato questa mattina a Roma. “Siamo di fronte ad un’insoddisfazione che non ha precedenti nella storia recente italiana – ha detto Gian Maria Fara, presidente Eurispes – Per la prima volta, dopo la sfiducia che gli italiani manifestano nei confronti del Governo, del Parlamento e dei partiti, crollano gli indici di fiducia anche nella Presidenza della Repubblica. L’aver delegato ad un Governo tecnico la guida del Paese – continua Fara – non ha prodotto risultati positivi né per il Presidente della Repubblica che ha ispirato e gestito l’operazione, né al Parlamento e ai partiti ai quali probabilmente viene imputata una fuga dalle responsabilità di fronte alla crisi”. A peggiorare il rapporto di fiducia anche la recente discesa di Monti come candidato premier che “ha fatto sì che venisse meno il ruolo di figura super partes, e quindi transitoria, affidatogli in un certo senso proprio da Napolitano. I più delusi dalle scelte del presidente? I cittadini del Nord e delle Isole, in queste ultime è particolarmente elevato il numero di chi si dichiara totalmente sfiduciato (30,5%).


E’ un’Italia demoralizzata, povera, allo stremo quella che emerge dalla fotografia scattata dall’Eurispes. “Una pressione fiscale insopportabile e iniqua – spiega Fara – la disoccupazione alle stelle, la perdita del potere d’acquisto, i ceti medi sulla via della proletarizzazione, l’aumento della povertà e del disagio, la precarietà globale di un’intera generazione rappresentano solo alcune delle emergenze”.

Nel 2012, 7 italiani su 10 hanno visto peggiorare la propria situazione economica. Il 60,6% degli italiani, 3 su 5, rivelano di essere costretti a intaccare i propri risparmi per arrivare alla fine del mese; il 62,8% ha grandi difficoltà ad affrontare la quarta (quando non la terza) settimana e solo 1 su 5 riesce a mettere qualcosa da parte. Non sorprende quindi che dal rapporto emerga un’Italia indebitata, nella spirale del prestito e minacciata dall’ombra dell’usura. Un italiano su tre, infatti, ha chiesto un prestito bancario negli ultimi tre anni (35,7%), un dato in aumento rispetto alla rilevazione dello scorso anno di 9,5 punti percentuali. Ben il 62,3% dei prestiti è stato chiesto per pagare debiti accumulati e il 44,4% invece per saldare altri prestiti precedentemente contratti con altre banche o finanziare, ma che evidentemente i contraenti non sono riusciti a saldare. Le categorie piùÌ€ bisognose di aiuti finanziari sono quelle con contratti a tempo determinato (atipico o subordinato), in particolare il popolo della partita Iva (44,2%), contro il 35,2% dei lavoratori subordinati a tempo indeterminato. Il rischio di cadere nelle maglie dell’usura è concreto. Sono meno numerosi coloro i quali ammettono di aver chiesto denaro in prestito a privati (non parenti o amici) non potendo accedere a prestiti bancari: 14,4% e, tuttavia, sono più che raddoppiati rispetto al 6,3% rilevato un anno fa. Tra i tanti segnali di affanno dei cittadini se ne evidenzia uno drammatico: nel corso dell’ultimo anno il 28,1% degli italiani si è rivolto ad un “compro oro”, con una vera e propria impennata rispetto all’8,5% registrato lo scorso anno.


Il lavoro rimane la paura più grande degli italiani. Il 53,5% afferma di non essere più in grado di sostenere adeguatamente il proprio nucleo familiare (37,1% poco; 16,4% per niente). Quasi due terzi dei lavoratori (61,3%) afferma che l’attuale occupazione non permette loro di sostenere spese importanti quali l’accensione di un mutuo, o l’acquisto di un’automobile (22,2% per niente; 39,1% poco). La famiglia d’origine resta rifugio e fonte di sostentamento per quasi il 30% dei lavoratori (chiede abbastanza aiuto alla famiglia il 19,6%, molto aiuto l’8,6. Alla domanda sulla possibilità di fare progetti, il 64,1% risponde negativamente (24,5% per niente; 39,6% poco) e solo il 35,8% si mostra più ottimista.

Infine, in tempi di crisi lo stile di vita degli italiani è diventato rigorosamente low cost e il 73,4% degli italiani nel corso dell’ultimo anno ha constatato una diminuzione del proprio potere d’acquisto. Si taglia sui pasti fuori casa (86,7%) e sui regali (89,9%), si acquistato più prodotti in saldo (88,5%) e ci si rivolge ai punti vendita più economici per l’acquisto di vestiti (85,5%). In molti decidono di non spendere per viaggi e vacanze (84,8%) e di cambiare marca di un prodotto alimentare se più conveniente (84,8%).


Sul paese l’ombra del voto inutile
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 31 gennaio 2013)

Chi guarda più lontano della fine di febbraio vede già una legislatura brevissima e prospetta l’ipotesi di un ritorno al voto in tempi strettissimi. Addirittura nel giro di un anno ed in abbinata con le elezioni europee. Uno scenario del genere non è affatto improbabile.

Perché sembra ormai scontato che il Pd difficilmente riuscirà a conquistare la maggioranza sia alla Camera che al Senato e sarà costretto a venire a patti con qualche partito oggi concorrente. E perché, qualunque possa essere la coalizione scaturita da questo patto, la caratteristica della nuova coalizione governativa sarà inevitabilmente quella della conflittualità interna e della assoluta precarietà.

Una sorte del genere non riguarda solo l’eventualità di una alleanza post-elettorale tra il Pd e l’area centrista guidata da Mario Monti, alleanza destinata a realizzarsi sulla base di un abbandono dell’attuale presidente del Consiglio di qualsiasi ruolo governativo (magari per uno istituzionale) che però provocherebbe lo sfaldamento del rassemblement montiano. Ma anche la possibilità decisamente più remota, che dopo il voto Pd, Pdl e centristi decidano di dare vita ad una grande coalizione con il pretesto delle indispensabili riforme da realizzare congiuntamente, coalizione che potrebbe nascere solo sulla base della frantumazione di quelle attuali visto che né la Lega (più Fratelli d’Italia e La Destra) da una parte e Sel dall’altra potrebbero mai accettare quello che sarebbe immediatamente bollato come inciucio. La prospettiva più realistica del dopo elezioni, quindi, rimane quella della ingovernabilità.

Che fino a ieri sembrava l’obbiettivo dichiarato dei centristi di Monti decisi a diventare i nuovi Ghino di Tacco della politica italiana. Ma che adesso appare un obbiettivo meno suggestivo di quanto poteva apparire in precedenza proprio perché appare fin troppo evidente che non potrà essere la vecchia “politica dei due forni” in versione montiana a dare un minimo di stabilità al paese. Chi è impegnato nella campagna elettorale può ignorare il problema all’insegna del classico principio del “primum vivere…”. Ma gli osservatori esterni e chiunque sia preoccupato per le sorti del paese non possono non incominciare a prendere in considerazione la questione. Partendo dalla inquietante presa d’atto che la tradizionale via di fuga a cui ricorreva la politica italiana dal rischio della instabilità, cioè il ricorso ai governi tecnici, è ormai totalmente preclusa.

Non ci sarà un Monti-bis dopo le elezioni. E non ci potrà essere nessun governo guidato da un qualsiasi altro tecnico. Perché l’esperienza Monti ha bruciato ogni soluzione del genere. Spetterà, dunque, alle forze politiche trovare una strada per evitare il possibile caos prodotto da un voto apparentemente inutile. Ma gli attuali partiti dell’area della responsabilità democratica (il problema non si pone per chi persegue il tanto peggio, tanto meglio) sono nella condizione di dare una qualche soluzione al problema dando vita ad un processo di rigenerazione della vita politica capace di creare le condizioni per il superamento effettivo della Seconda Repubblica?

Al momento la risposta è sicuramente negativa. Il centrodestra è tornato ad affidarsi alle sole capacità del Cavaliere rinunciando ad affrontare il tema della propria identità. Monti è un tecnico fallito ed un politico che si deve ancora costruire e formare. La sinistra è ferma agli schematismi ideologici degli anni ‘70 ed appare del tutto inadeguata ad affrontare i problemi reali del presente. E quella che un tempo era comunque una ancora di salvezza a cui il paese si aggrappava nei momenti di difficoltà, cioè la chiesa ed il mondo cattolico, si trova in una condizione di precarietà, di divisione e di incertezza addirittura peggiore di quella delle forze politiche. La prospettiva è dunque il caos di Grillo o il giustizialismo di Ingroia? O quella di un qualche trauma capace di costringere i partiti maggiori a prendere atto che la rigenerazione della politica passa inevitabilmente per la radicale riforma delle istituzioni?


Grillo sul Mps: ““Bersani & Co. andrebbero arrestati tutti”, qui video.

Sallusti sulle querele inoltrate dal Pd, qui.

Altri articoli sul tema, qui; qui; Anche Unipol e Chianti classico, qui; intervista a Denis Verdini, qui. Brillante articolo di Vittorio Feltri, qui.


Sfregio della Corte alla Carta
di Davide Giacalone
(da “Il Tempo”, 31 gennaio 2013)

La Corte costituzionale continua a schiaffeggiare la Costituzione. Quel che più colpisce non è la sfrontatezza di tale malcostume, ma il silenzio che lo circonda. Coscienze e cattedre tacciono, pur essendo evidente e perdurante lo sfregio. Adesso, però, c’è una coincidenza e s’approssima una novità, talché nel nostro piccolo club, dove la Costituzione la si legge, più che idolatrarla a vanvera, corre qualche sorriso e s’avvia qualche ammiccamento.
Franco Gallo, appena nominato presidente della Corte, non è il primo Gallo che si trova in quel posto. Il suo predecessore omonimo (Ettore Gallo), però, aveva un record che, successivamente, è stato polverizzato: fu il primo a scadere lo stesso anno della nomina, il 1991. Ora, non solo il professor Franco scadrà anch’egli nell’anno della nomina, ma ci sono state annate generose, nel frattempo, nel corso delle quali si ebbero anche quattro presidenti. Il che, sia detto con il dovuto rispetto, è totalmente incostituzionale.

Leggiamo l’articolo 135 della Costituzione, quinto comma: “La Corte elegge tra i suoi componenti (…) il presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile (…)”. Non c’è scritto che rimane in carica “un massimo di” o “fino a” tre anni, ma che presiede per un triennio, rinnovabile. Quindi si deve eleggere chi ha quel tempo a disposizione. E così è stato, fino alla seconda metà degli anni ottanta. Poi s’avviò il disfacimento. In chiusura di secolo è partito il malcostume di mandare in pensione il più alto numero possibile di giudici costituzionali con il titolo di presidente emerito (30.000 euro al mese, macchina e autisti a vita, diritto d’insegnare dove vogliono, cui si aggiunge la macabra soddisfazione di una via intitolata alla memoria, nella capitale). Grazie al positivo prolungarsi della vita, c’è una gara di numerosità fra presidenti emeriti e giudici costituzionali in carica.

Il criterio dell’anzianità di servizio è incostituzionale (oltre tutto non si “eleggono”, ma nominano, violando spirito, lettera e tutto), ma è anche rivelatore di una misera decadenza. Da anni, ogni volta che tale scempio si ripete, mi son preso il solitario compito di denunciarlo. L’unico che ebbe l’ardire di rispondere fu Giovanni Maria Flick: è vero, scrisse, la Carta prevede tre anni, ma la prassi è diversa. La prassi? Ma allora smettiamola di pagare il costo del sinedrio, se anche quello si regola affidandosi alla prassi! Il che, poi, non è neanche vero. Questi signori credono che si sia tutti ignoranti, invece c’è anche qualche matto che studia. Si deve sapere che nel testo originario della Costituzione, entrato in vigore il primo gennaio 1948, c’era scritto solo: “La Corte elegge il presidente fra i suoi membri”. Quell’articolo fu modificato con una legge costituzionale del 22 novembre 1967, introducendo la durata di tre anni e la possibile rieleggibilità, salva la scadenza del mandato. Tradotto: il presidente dura tre anni, può essere rieletto, ma, in questo caso, non prolunga la durata del suo mandato di giudice (originariamente di dodici anni, poi portati a nove). Sfido chiunque a sostenere il contrario. Con o senza cattedra.

Di Gallo in Gallo, dunque, della Carta si fecero coriandoli. E proprio a cura di chi dovrebbe presidiarla. Ma ora si presenta un ostacolo. Francesco, già ministro del governo Ciampi e da questi nominato giudice costituzionale, scadrà fra sette mesi. Poi dovrebbe (orridamente) andare il più vicino alla pensione, solo che sono in due: Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri, che giurarono entrambe il 28 giugno 2005. Come si fa? Si nominano due presidenti, in modo da avere due emeriti al posto di uno? Non ridete e non scherzate, perché li hanno appena nominati vicepresidenti, equiparando la funzione e senza che la Costituzione faccia cenno alcuno a tali cariche e alla loro inesistente funzione. Esattamente come i detersivi: due al posto di uno. A settembre tireranno a sorte, se non avrà già provveduto la sorte. Comunque saranno degli emeriti. Siamo estasiati. Anche un filino schifati.


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