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Non volevo scriverlo…

12 Giugno 2012

… perché mi terrorizzava il pensiero, ma l’articolo apparso ieri su l’Occidentale a firma di Giuliano Cazzola mi spinge a toccare anch’io lo stesso tema. Che è la paura di avere in un futuro nemmeno troppo lontano un’Italia senza democrazia.

Il rinnovamento di cui il nostro Paese ha bisogno è lungi dall’apparire all’orizzonte. I deboli vagiti che qua e là si percepiscono vengono subito soffocati da coloro che oggi reggono le tragiche sorti del nostro Stato. Li spinge a ciò il delirio del potere, e il profluvio di denaro ad esso collegato.

Chi segue in questi tempi la politica, ha potuto constatare quale grado di resistenza al cambiamento ispiri ogni compagine politica. Non si cede agli altri ciò che ci dà prestigio e ricchezza. Non si lascia una tavola imbandita per ritrovarsi in una bettola a mendicare cibo. Anche se ciò danneggia il Paese. Gli interessi personali sono messi avanti a quello pubblico, e non ci se ne vergogna.

A riprova di ciò, vediamo che gli scandali che hanno coinvolto fior di politici e messo in sospetto addirittura leader importanti, non hanno intaccato di un pollice la strafottenza di costoro, i quali continuano a determinare il bello e il cattivo tempo della nostra politica.

I deboli vagiti non ce la fanno a diventare forza dirompente, rivoluzione bianca per il cambiamento.
Il malessere che dilania il Paese sta trovando sfogo e temporaneo riparo presso formazioni politiche di pura protesta. C’è chi le denigra, per esempio denigra il Movimento 5 Stelle, non capendo che esso è solo la fiamma di un vulcano che nasconde al suo interno un magma già abbastanza incandescente da sollecitare qualche allarme.
Cazzola lo fa, quando scrive:

“Il nostro è un Continente schizofrenico: culla di tutte le civiltà, custode delle radici del mondo, scrigno delle dottrine politiche, filosofiche, religiose, orgoglioso del suo modello sociale; e nello stesso tempo, teatro di feroci crimini contro l’umanità, protagonista di guerre in cui sono morte decine di milioni di persone, lungo una scia di antiche e consumate intolleranze per non dire di peggio. Questa seconda anima dell’Europa non è morta per sempre, ma cova sotto la cenere. Ed è pronta a tornare in campo quando verrà il momento di rinunciare a sicurezze e a stili di lavoro e di vita che credevamo essere conquiste normali e perenni.
Allora, mentre il nostro benessere si consumerà come una candela e con esso si logoreranno, in un clima di crescente violenza, le regole della civile convivenza, si aprirà la caccia ai responsabili, anche a costo di inventarseli. In pochi anni cambierà tutto e nessuno sarà più garantito dalle norme e dalle istituzioni dello Stato di diritto.”

In Italia lo scontento diffuso e acceso si sta trasformando in qualcosa già tendenzialmente disposto a cedere la democrazia per un ordine che possa anche solo promettere una giustizia sociale che oggi manca.
Anzi, non solo manca, ma è sostituita dal suo contrario.

Si guardi a quali conseguenze disastrose ha portato il duo Napolitano-Monti.
La forzatura innaturale sull’età pensionabile ha spinto un vecchio sindacalista e socialista come Pierre Carniti a dire che quella riforma ha chiuso ulteriormente le possibilità di occupazione dei giovani.
Si guardi al livello, mai prima raggiunto, della tassazione, che sta desertificando il Paese, distruggendo il ceto produttivo e medio, così determinante in economia; si guardi alle spese enormi, veri e propri sperperi, con cui si garantiscono i lussi degli apparati e delle personalità dello Stato; si pensi alle nicchie di intoccabilità in cui si sono asserragliati i nostri parlamentari; si guardi all’inanità assoluta del parlamento, che non riesce a costruire più nulla, ma vive paralizzato ed in agonia gli ultimi mesi della legislatura. Si guardi allo strapotere della magistratura, l’intoccabile tra gli intoccabili, la quale ha raggiunto una tale forza da piegare ogni altro potere che tenti di contrastarla.
Insomma, il cittadino normale, quello ossia che ogni mattina si reca al lavoro per campare la giornata, vede avvicinarsi la miseria, mentre gli altri non sono toccati da nessun provvedimento che riduca la loro forza e il loro strapotere.

Quando si profila sul nostro futuro un impoverimento così profondo e così rapido è naturale che chi ne è minacciato, propenda ad ascoltare e poi ad accettare nuove parole d’ordine, nuovi proclami che creino la convinzione che è la democrazia, come la si pratica in Italia, a creare tutto questo malessere. E quindi ad accettare l’ipotesi che essa debba essere riformata profondamente o addirittura soppressa.

L’agonia dei partiti porterà a questo. Senza un ricambio non potremo sperare che questa classe dirigente possa capire i pericoli a cui ci ha condotti.
Il suo benessere le ottunde la mente. L’egoismo, la baldanza, la certezza di poter dominare ancora il popolo, la rendono agli occhi di un cittadino preoccupato del proprio futuro, inaffidabile.
La credibilità ormai vicina allo zero dei partiti italiani dimostra che il popolo è in attesa di un nuovo, anche improvviso e sconosciuto, ma che faccia tabula rasa di questo invivibile presente. Non dobbiamo dimenticarci che in Francia Luigi XVI e Maria Antonietta erano ben lungi dal supporre ciò che sarebbe capitato a loro e alla classe dirigente di quel tempo. Ad agosto del 1792 ancora credevano di poter controllare e conservare il potere, e invece di lì a poco, il 21 settembre, cadde la monarchia e nacque la repubblica. Il resto, soprattutto il periodo del Terrore e di Robespierre, è cosa nota.

Cazzola così conclude:

“In Germania, durante la Repubblica di Weimar (la sua costituzione rappresentò un modello avanzato di democrazia), i nazisti ottennero il 2,6% nelle elezioni del 1928. Nel settembre del 1930 – dopo la Grande Depressione – salirono al 18,3%. Nel luglio del 1932 al 37,4%. Anche senza voler fare paragoni, è sufficiente confrontare tale   escalation con quella di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle. Weimar era il cuore della cultura tedesca, aveva dato i natali a grandi personalità. Il campo di sterminio di Buchenwald fu costruito a otto chilometri di distanza,   sulle colline prospicienti, all’interno di un grande bosco di betulle.”


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Bart