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Monti non è in grado di affrontare una crisi dagli esiti tanto imprevedibili

11 Giugno 2012

di Giuliano Cazzola
(da “l’Occidentale”, 11 giugno 2012)

Il governo Monti sta deludendo gli italiani che, incoraggiati dai poteri forti attraverso i grandi quotidiani nazionali, gli avevano concesso tanta fiducia. Addirittura, il Pdl è riuscito a scaricare sul governo dei tecnici tutti i malumori serpeggianti nel Paese verso quelle stesse politiche di rigore che, fortunatamente, Giulio Tremonti aveva portato avanti fin dal 2008. E’ infondato e disonesto sostenere, come si è fatto durante la riunione dell’Ufficio di presidenza, che il Pdl perde voti per colpa dell’appoggio fornito all’attuale governo.
Renato Schifani, nella sua lettera al Foglio, aveva invitato il partito a compiere un esame minimamente autocritico, che non c’è stato. E soprattutto è discutibile che Silvio Berlusconi continui a considerarsi non uno dei principali problemi del partito, ma la soluzione magica per le sue ambasce. E che nessuno trovi il coraggio di dirglielo. Può essere che quanto scrivono i giornali non corrisponda a verità, che faccia parte della solita azione volta a screditare il Cavaliere (in continuità con quella che, purtroppo, ha avuto nei mesi scorsi tanto successo in Italia e all’estero). Pensare, infatti, che si possa rimontare una crisi tanto grave da minare la stessa esistenza del Pdl con quale giochetto sulle liste e con alcuni colpi di teatro, denoterebbe non solo un decadimento politico impressionante, ma anche il venir meno di quel minimo di lucidità che è indispensabile per un leader. Ancora una volta dobbiamo constatare che per Berlusconi la vita vera è quella finta che scorre sugli schermi televisivi, per cui se si riesce a trovare un’idea che il gioco è fatto.
Per certi versi, anche Monti e taluni suoi ministri somigliano, con qualche master in più, al Cav. Per loro l’azione di governo corrisponde a quella che si può racchiudere e raccontare in un editoriale o in un intervento all’Aspen o a Cernobbio. E’ per questa visione distorta che Monti – è il solo in Italia – si preoccupa di quanto scrivono Alesina e Giavazzi – i due più grandi sopravvalutati d’Europa – sul Corriere della Sera. Ed è sempre per tali motivi che molte delle riforme realizzate da questo esecutivo sono intrise di spirito giacobino. E’ facile, infatti, tracciare, sulle colonne di un giornale scenari innovativi; lo è molto meno realizzarli in pratica quando si ha a che fare con la gente in carne ed ossa. Ma se si scrivono le leggi come se fossero editoriali, i guai non mancheranno mai.
Tutto ciò premesso, pur essendo molto deluso dalle performance governative (da ultimo sono anche relatore alla Camera del ddl sul mercato del lavoro), non riesco ad evitare un sentimento di solidarietà compassionevole per Monti e i suoi ministri, anche se non se lo meritano perché sono arroganti e presuntuosi, persino incapaci. Mi vien fatto di pensare, però, che ognuno di loro avrebbe potuto continuare nella solita vita, economicamente gratificante, professionalmente appagante, ricca di considerazione sociale, confortata dal riconoscimento di un valore che non erano mai stati chiamati a dimostrare in concreto. Almeno sul piano politico. Invece, si sono caricati addosso il destino del Paese con il rischio di passare alla storia, non come i suoi salvatori, ma come i suoi becchini, prendendosi la colpa di ciò che è accaduto prima di loro e di quanto sarebbe avvenuto ugualmente con qualunque altro governo. Perché tutti ormai hanno capito che la cinghia di trasmissione della crisi gira lontano da noi, in un punto che nessuno fino ad ora è stato in grado di individuare.
La storia non si ripete mai. Quando sembra farlo, in realtà sono le tragedie a presentarsi come farse. Ma Mario Monti, mutatis mutandis, ci ricorda Luigi Facta, il presidente del Consiglio in carica nell’ottobre del 1922, quando il Fascismo prese il potere, con la complicità di Casa Savoia e dei poteri forti del tempo. C’è una frase celebre di Facta () pronunciata nel cuore della crisi, quando era in atto la resistibile Marcia su Roma (e dintorni), che ricorda gli algidi incoraggiamenti di Monti. Noi non immaginiamo neanche quanto sta per capitare in Europa e in Italia. Il nostro è un Continente schizofrenico: culla di tutte le civiltà, custode delle radici del mondo, scrigno delle dottrine politiche, filosofiche, religiose, orgoglioso del suo modello sociale; e nello stesso tempo, teatro di feroci crimini contro l’umanità, protagonista di guerre in cui sono morte decine di milioni di persone, lungo una scia di antiche e consumate intolleranze per non dire di peggio. Questa seconda anima dell’Europa non è morta per sempre, ma cova sotto la cenere. Ed è pronta a tornare in campo quando verrà il momento di rinunciare a sicurezze e a stili di lavoro e di vita che credevamo essere conquiste normali e perenni.
Allora, mentre il nostro benessere si consumerà come una candela e con esso si logoreranno, in un clima di crescente violenza, le regole della civile convivenza, si aprirà la caccia ai responsabili, anche a costo di inventarseli. In pochi anni cambierà tutto e nessuno sarà più garantito dalle norme e dalle istituzioni dello Stato di diritto. In Germania, durante la Repubblica di Weimar (la sua costituzione rappresentò un modello avanzato di democrazia), i nazisti ottennero il 2,6% nelle elezioni del 1928. Nel settembre del 1930 – dopo la Grande Depressione – salirono al 18,3%. Nel luglio del 1932 al 37,4%. Anche senza voler fare paragoni, è sufficiente confrontare tale escalation con quella di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle. Weimar era il cuore della cultura tedesca, aveva dato i natali a grandi personalità. Il campo di sterminio di Buchenwald fu costruito a otto chilometri di distanza, sulle colline prospicienti, all’interno di un grande bosco di betulle.


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