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Nuove maggioranze: caccia al voto degli “infedeli”

16 Settembre 2013

di Marco Bresolin
(da “La Stampa”, 16 settembre 2013)

Ricavare le prove da una serie di indizi non è sempre scontato. Però i sospetti aumentano. E una buona pista per capire chi potrebbe tradire Berlusconi, dando il proprio sostegno a una nuova maggioranza, potrebbe essere quella di andare a misurare la «fedeltà » dei parlamentari in Aula.
Guarda caso ai primi posti dei senatori (perché è lì che i fari sono più puntati) più ribelli, vale a dire quelli che più volte hanno votato contro le indicazioni del proprio gruppo, ci sono alcuni membri del gruppo Gal, succursale del Pdl che – nel caso in cui Berlusconi decidesse di togliere l’appoggio a Letta – dovrebbe seguire le indicazioni del Capo. Dovrebbe, ma già da settimane si parla di possibili cambi di casacca per fare da stampella a un nuovo esecutivo. Il cossighiano Paolo Naccarato è stato tra i primi a parlare di nuove maggioranze e infatti è il recordman dei voti ribelli: pur essendo a Palazzo Madama soltanto da maggio, il senatore calabrese si è già espresso per ben 233 volte in modo diverso da quello del suo gruppo, Grandi Autonomie e Libertà. Sul podio gli fa compagnia il collega Giulio Tremonti, altro sospettato di poter dare il suo sostegno a Letta (nonostante le smentite del diretto interessato): 86 voti ribelli secondo i dati di «Openpolis ». Ma al secondo posto (93 voti) c’è il re dei Responsabili, quel Domenico Scilipoti che già si era immolato nel 2010 per sostenere Berlusconi, lasciandosi alle spalle l’Italia dei Valori.

Ma il vento dei sospetti soffia ormai da tempo anche tra i grillini e anche qui le votazioni dei singoli parlamentari possono dire qualcosa. La più «dissidente » è la senatrice Serenella Fucksia (37 voti contrari), che si era opposta in tutti i modi alla cacciata della collega Adele Gambaro. Dietro di lei Gianluca Castaldi (per 29 volte ribelle), che il giorno dell’elezione di Pietro Grasso – non sapendo se disubbidire alla propria coscienza o a Beppe Grillo – si rifiutò di votare e si rifugiò in un pianto a dirotto. E subito dopo arrivano Francesco Campanella (26 volte) e Francesco Molinari (21 volte), quelli che più volte si sono mostrati in contrasto con la linea di Grillo. Anche la tanto cercata (e raramente trovata) compattezza di Scelta Civica si sbriciola spulciando i voti dei suoi componenti: Pier Ferdinando Casini, per esempio, ha votato per 24 volte contro le indicazioni del suo gruppo, stesso numero per il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione. Evidentemente si sta stretti dentro la casa costruita da Mario Monti.

Nel Pd, invece, prevale l’ortodossia: i voti contrari alle indicazioni che arrivano dall’alto si contano sulle dita di poche mani. Pippo Civati, per esempio, da sempre in dissenso con tutto e con tutti, alla fine ha votato solo 15 volte in contrasto con il suo partito. In confronto, il lettiano Franceco Boccia (17 volte) e l’ex popolare Beppe Fioroni (31 voti contrari) sembrano dei disubbidienti di professione. Tutti fedeli alla linea quindi, ma non quando si tratta di votare nel segreto dell’urna: il caso Prodi e i 101 franchi tiratori insegnano.

Di certo il Pd vince il premio Stakanov di questi primi sei mesi: alla Camera i deputati Carra, D’Incecco, Fontana, Guerini, Iannuzzi e Tullo (oltre a Totaro, di Fratelli d’Italia) non si sono persi una votazione. Sempre presenti anche i senatori Fornaro e Pegorer che, con il Pdl Mandelli, compongono il podio a Palazzo Madama. Dal lato opposto della graduatoria, la maglia nera spetta al quartetto di Arcore: Berlusconi, la sua assistente Mariarosaria Rossi, l’uomo-macchina del Pdl Verdini e l’avvocato Ghedini si sono presentati a una sola votazione, i peggiori in assoluto.


Voto segreto, schiaffo alle regole. I grillini accelerano la porcata
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 16 settembre 2013)

Roma – Se quelle sulla decadenza di Silvio Berlusconi da senatore dovevano essere prove generali di una futura alleanza tra grillini e Pd, si comincia male. All’insegna della sfiducia e degli attacchi reciproci.
Insieme, ma divisi.

Perché puzza tanto di trappola la proposta che il M5S presenterà domani in Senato di cambiare il regolamento, per avere il voto palese quando a ottobre l’aula dirà la parola finale sulla proposta in arrivo dalla Giunta per le immunità. E il Pd, pur dovendola appoggiare, la teme. Beppe Grillo, che chiama con disprezzo il partito di Guglielmo Epifani «pdmenoelle », sul suo blog denuncia: «C’è un’asse che si sta creando per salvare Berlusconi. Noi vogliamo il voto palese per una questione di pulizia ». E rievoca la storia dei franchi tiratori, con il clamoroso episodio nelle elezioni del capo dello Stato: «Nel segreto dell’urna tutto può succedere. I pdmenoellini hanno fucilato Prodi dietro a una tendina e sono pronti a ripetere le gesta in ogni momento per salvare il loro caro leader Berlusconi ».

Il Pdl resiste e considera il cambiare la regola del voto segreto la conferma del «plotone d’esecuzione » già pronto per il Cavaliere. Per Renato Schifani c’è clima da «caccia alle streghe »: «Noi – dice in tv – siamo contrari ai blitz. Per arrivare a un voto palese si dovrebbe addirittura cambiare un regolamento. I regolamenti non si cambiano nel giro di una settimana a colpi di maggioranza, ma in maniera condivisa ». Il capogruppo in Senato si dice stupito dalla Lega, schierata con Pd e M5S, ma assicura che ciò non cambia l’alleanza. La verità, dice Fabrizio Cicchitto, è che il Pd è «allo sbando » e non regge la provocazione grillina. Sul M5S che vuole una «modifica del regolamento contra personam », dice Maurizio Gasparri, si pronunci il Quirinale.

Dal Pd arrivano messaggi discordanti. Il responsabile Riforme Luciano Violante è cauto: su voto palese o segreto, dice, «deciderà il Senato ». Ma il partito è tentato, diviso. Per uno Stefano Esposito sicuro che l’accodarsi ai grillini è stato «una sciocchezza », c’è una Pina Picierno favorevole ad abolire il segreto dell’urna. D’altronde, timori di divisioni tra i democratici li hanno espressi anche Laura Puppato e Felice Casson, ricorda il grillino Michele Giarrusso: «Per cambiare il regolamento – insiste – non servono tempi biblici. Non abbiamo timore per come voteranno i nostri colleghi ma per come potrebbero votare gli altri ».

La richiesta M5S-Pd e Lega arriverà proprio alla vigilia del voto di mercoledì. E intanto la Giunta riapre oggi i lavori, con la discussione della relazione di Andrea Augello contraria alla decadenza. Per Schifani, almeno nell’immediato, non c’è il ritiro dei ministri Pdl se mercoledì il voto boccerà Augello. «Abbiamo la seria e profonda consapevolezza – dice – di avere la responsabilità di guidare un esecutivo di larghe intese voluto dal capo dello Stato, siamo colpiti e feriti dall’atteggiamento di un alleato che si sta scagliando contro il leader del nostro partito immeritatamente ». Ma l’aria rimane tesa. E oggi Carlo Giovanardi del Pdl illustrerà in Giunta le 8 «macroscopiche anomalie » che minano il giudizio sulla decadenza di Berlusconi. Dalle assoluzioni in Cassazione sugli stessi fatti del processo Mediaset arrivato alla condanna, alle rivelazioni sull’ «animosità » del giudice Esposito per il Cavaliere, dalle irregolarità della legge Severino alla sua applicazione retroattiva. Per il «solo » cittadino Berlusconi.


Berlusconi, entro 48 ore il videomessaggio
di Redazione
(da “Libero”, 16 settembre 2013)

Aspetterà fino all’ultimo giorno utile per capire cosa gli convenga fare, ma una cosa è sicura: non vuole essere additato come il responsabile della crisi di governo. Silvio Berlusconi domani, martedì 17 settembre, tornerà a Roma dopo aver passato più di un mese di assoluta riflessione ad Arcore, e probabilmente nella Capitale scioglierà la riserva sulle sue prossime mosse tra le quali sta prendendo sempre più consistenza quella per la quale spingono i figli, ovvero le dimissioni da senatore prima del pronunciamento dell’Aula del Senato della decadenza. In questo modo verrebbe evitato il voto, la rottura definitiva con il Pd e la conseguente crisi di governo. Una crisi che con buona probabilità porterebbe Letta ad aprire all’M5S, Sel e Scelta Civica: una situazione che per il Pdl sarebbe insostenibile.

La mano dell’Elefantino – E mentre riflette su cosa fare, Berlusconi lavora: anche domenica ha passato ore, insieme a Giuliano Ferrara, a preparare il video con cui parlerà agli italiani e che dovrebbe essere lanciato in concomitanza alla presentazione ufficiale di Forza Italia. Il Corsera rivela che nel filmato non c’è la crisi di governo (al contrario c’è la rivendicazione dei successi su Imu e fisco), ma ci sono le accuse alla “magistratura politicizzata”. Secondo Il Giornale ci sarebbe la mano del direttore del Foglio sui tagli ai toni troppo accesi del Cav nei confronti dei giudici che erano il corpo centrale dell’intervento. Il video che, nell’ottica berlusconiana, potrebbe provocare nel Pd quello che viene definito un “fallo di reazione”, potrebbe andare in onda nelle prossime 48 ore con l’obiettivo di far passare chiaro il messaggio che Berlusconi non è per nulla disposto ad incassare in silenzio un affronto come il voto del Senato a favore della sua decadenza.


Pensavo fosse un leader, invece era un travet
di Francesco Alberoni
(da “il Giornale”, 16 settembre 2013)

Noi diciamo che una persona ha carisma quando ha ascendente, ispira simpatia e forza, quando infonde negli altri entusiasmo ed è capace di condurli verso una meta. Ma bastano queste qualità per fare un capo carismatico? No. Perché ci sia un capo carismatico occorre ci sia un movimento collettivo creato da lui e che lo esprime. Bisogna che egli abbia spezzato l’ordine esistente, dato origine a una forza politica nuova, solo allora la sua personalità ne emerge trasfigurata. Berlusconi, prima di Forza Italia, era solo un televisionario, un tycoon. Dopo è diventato un leader carismatico adorato e odiato. Grillo era solo un comico, oggi è un condottiero amato e temuto.

Matteo Renzi ha tutte le caratteristiche della personalità carismatica, attrae spontaneamente le folle, piace, convince, crea entusiasmo. Quando ha partecipato alle primarie, milioni di persone – a sinistra come a destra – erano pronte a votarlo e avrebbe vinto le elezioni. Ma è stato fermato dall’apparato del partito, lui non ha rotto con il passato, non ha creato un suo nuovo personale movimento, è rimasto un membro del Pd. I dirigenti del suo partito vogliono utilizzarlo come condottiero per la campagna elettorale perché lo considerano capace di prendere anche i voti dei berlusconiani e dei grillini delusi. Ma le cose sono cambiate e se non gli lasciano esprimere tutte le sue potenzialità e i suoi progetti innovativi, non riuscirà più a prendere i voti di coloro che non amano il Pd.

Lui lo sa e vuole conquistare la segreteria del partito, poi fare saltare i confini del Pd, rinnovarlo e andare alle elezioni come capo carismatico portatore di un sogno capace di attrarre milioni di persone deluse, spaventate e in attesa di un grande rinnovamento. Ma è possibile una cosa simile nella sinistra dove il partito è sempre stato considerato superiore a un capo? È quasi impossibile. Comunque solo se Renzi riuscirà a realizzare il suo progetto di rottura e di apertura diventerà un capo carismatico. Se non riuscirà, potrà al massimo diventare un normale segretario del partito come lo sono stati Veltroni, Franceschini e Bersani.


Tradizione e futuro. La mia sfida
di Gian Marco Chiocci
(da “Il Tempo”, 14 settembre 2013)

La prima volta che varcai il portone de Il Tempo in piazza Colonna avevo 9 anni, l’età di Matteo, il primo dei miei tre pargoli. Mi teneva la mano Francobaldo Chiocci, storico inviato speciale di questa storica testata e – dettaglio non secondario – genitore di chi allora sognava di fare l’astronauta o il calciatore, non certo il direttore di questo quotidiano, incarico che mi appresto a ricoprire con emozione e impegno da sfida.

Ieri mattina, quarant’anni più tardi, e dopo aver imparato il mestiere di cronista proprio a Palazzo Wedekind all’inizio degli anni ’90, mi sono ritrovato a oltrepassare quello stesso portone. Pensavo e ripensavo al giornale da fare, nuovo, moderno, con un target da giornalismo d’inchiesta autentico (leggetevi il reportage di Maurizio Gallo sugli innocenti sbattuti in galera). Un giornale aggressivo, non urlato, trasversalmente garantista, politicamente autorevole quanto lontano dal Palazzo, aperto a tutte le voci seppur ispirato ai valori del centrodestra e del cattolicesimo non bacchettone, impegnato a navigare nella Rete e lungo le nuove rotte della comunicazione che la crisi della carta stampata obbliga a seguire. Insomma, mi arrovellavo quando, al piano terra, lo sguardo è andato alla porticina che ai bei tempi conduceva alla trafficatissima tipografia e alla grancassa delle rotative da centinaia di migliaia di copie.

Ho risentito l’odore del piombo, ho rivissuto il ricordo, in bianco e nero, de il Tempo che fu. Un gran bel ricordo per chi ha avuto la fortuna di viverlo e di leggerlo, quel Tempo. Per chi l’ha sempre considerato “non un giornale qualsiasi, ma una grande famiglia”, mi ha detto giusto ieri un signore che in questo giornale ci ha trascorso una vita: Gianni Letta.

Ecco, allo spirito di quella Grande Famiglia messa in piedi nel dopoguerra da quel genio di Renato Angiolillo – uno che amava scommettere sulle notizie più che sugli adorati cavalli – vorrei ispirarmi per fare de “il Tempo” che verrà un quotidiano che – con le dovute differenze anagrafiche – piaccia come piaceva allora, renda fieri i suoi lettori, rappresenti le loro istanze, difenda le loro identità. Un giornale fresco, diverso, unico nel suo genere. Come ogni buon (neo) direttore potrei approfittare della presentazione ai lettori per dilungarmi con propositi roboanti, proclami utopistici, mete inarrivabili. Evito.

Permettetemi un ringraziamento, dovuto, all’editore Domenico Bonifaci e all’amministratore delegato Federico Vincenzoni, che come Angiolillo hanno voluto “scommettere” accettando l’idea di un giornalismo investigativo vecchio stile, strada e sudore, senza veline dalle procure, “un po’ come Montecarlo” mi hanno detto alludendo all’inchiesta che feci al Giornale sulla casa monegasca nell’affaire che coinvolse un non indimenticabile presidente della Camera. E poi un grazie va a Sarina Biraghi, che c’era prima di me, e al mio fianco continuerà a esserci. Insieme con tanti bravi colleghi, naturali eredi di firme storiche che negli anni hanno preso altre strade professionali, la via della pensione o un’anticipata scorciatoia per l’aldilà (il mio pensiero va a Fausto Gianfranceschi, Giorgio Torchia, Peppe Crescimbeni, Vanni Angeli, Franco Salomone, Ignazio Contu e tanti altri), proveremo a fare un Tempo all’altezza. Perché davvero siamo stati, e saremo, una grande famiglia.


Bentornato in questa Famiglia
(Gianni Letta scrive al nuovo direttore del “Il Tempo”, Gian Marco Chiocci)
di Gianni Letta
(da “Il Tempo”, 14 settembre 2013)

Caro direttore,

la prima volta eri un bambino. Lo ricordo anch’io che ero già qui. Avevi 9 anni e Ti accompagnava Tuo padre, Francobaldo, l’inviato di punta di questo giornale, il campione di un giornalismo che forse non c’è più. Testimone e protagonista eccellente di un modo di fare l’inviato speciale come si faceva un tempo, quando non c’era il computer e neppure internet, e quando le immagini della televisione non avevano ancora del tutto sostituito le parole di chi sapeva raccontare. Quei «ricordi in bianco e nero » che porTi con Te, con «quell’odore di piombo » e quella «grancassa delle rotative » che colpirono allora la Tua fantasia di bambino, e che oggi non trovi più in questo Palazzo.

Oggi è tutto diverso. La tecnologia ha cambiato i modi, i ritmi e gli strumenti della professione, ma non è cambiato l’amore per questo mestiere, il gusto della notizia, la passione per l’inchiesta, il tormento e l’affanno per la ricerca, l’ansia di verità. Ma soprattutto non è cambiato il rapporto che ognuno di noi, e Tu con noi, ha avuto e avrà con questo giornale, «non un giornale qualsiasi, ma una grande famiglia ».

È per questo che, la prima volta da Direttore, voglio accompagnarTi anch’io in questo Palazzo dove ho vissuto per trent’anni, quindici da Direttore. Lo faccio perché nel segno della tradizione e della continuità, per riannodare quel filo che, attraverso il giornale, lega le generazioni dei giornalisti come dei lettori, proprio come voleva Renato Angiolillo, il fondatore geniale e mitico di questo giornale. Il Patriarca di questa «grande famiglia ». E, come allora, lo faccio con Tuo Padre che al suo e al nostro mestiere ha dedicato un bellissimo libro che sarà presto in libreria. Nelle prime pagine così scrive di Te: «Gian Marco è un figlio d’arte diverso, e forse migliore di suo padre, certamente più moderno e poliedrico, più essenziale. Concepisce il nostro mestiere (il mestieraccio per dirla alla gigiona) come giornalismo d’azione, d’assalto e di esclusiva. Oltre che come caccia privata alla grossa notizia, anche come agonismo, come sconfitta del concorrente. Sempre ossessionato del buco da dare e non da prendere. Questa grinta da detective è un forte propellente… »

Ha ragione. È il propellente giusto per rilanciare questo giornale, per ridargli forza e vigore, per vincere la sfida. Volevi fare l’astronauta, e quella vocazione antica Ti aiuterà a navigare con successo negli spazi ancora inesplorati della comunicazione, come sapete fare voi giovani della «generazione della rete », e come non potevamo fare noi ancorati al vecchio mondo, ma animati dalla stessa passione.

Un Direttore così saprà rinnovarlo questo giornale, e assicurargli nuove prospettive e nuovi traguardi. Innestando sulle radici antiche i prodigi delle nuove tecnologie per i lettori di oggi e di domani. Con lo stesso spirito di quelli di ieri e nella continuità di una tradizione di cui tutti – quelli di ieri e quelli di oggi – siamo orgogliosi e fieri, perché unica ed irripetibile nel panorama del giornalismo italiano. Auguri Direttore. Ad Majora.

Gianni Letta


Caso Amato-Barsacchi, quando il figlio scriveva: “Abbiamo avuto coraggio”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 16 settembre 2013)

Ecco la lettera inviata da Giulio Barsacchi, figlio di Paolo ed ex consigliere comunale Pd a Viareggio. E’ del 27  marzo 2008 ed è una mail di risposta polemica a un lettore che parla in termini malevoli del padre – molto amato dai cittadini – sul sito ‘Viareggiok.it.

La vicenda a cui l’anonimo utente fa riferimento è quella – raccontata da Il Fatto Quotidiano – che vede l’allora vice vicesegretario del Psi Giuliano Amato  impegnato nel tentativo di convincere la vedova del senatore Paolo Barsacchi, Anna Maria, a “non parlare, non fare frittate”. Siamo nel 1990. La richiesta di tacere che l’allora dirigente socialista fa alla donna riguarda le accuse che il partito ha scaricato sul marito, già sottosegretario, morto quattro anni prima. Barsacchi, nonostante non possa più difendersi, è accusato dai vecchi compagni socialisti di essere l’uomo a cui finì la tangente di 270 milioni di lire per la costruzione della nuova pretura di Viareggio. La vedova del senatore, Anna Maria Gemignani, non vuole che il nome del marito, solo perché è deceduto e non perseguibile, finisca nel fascicolo dei magistrati. E minaccia di fare nomi e cognomi.

A distanza di 18 anni, il figlio continua a voler mantenere “pulita” la memoria del padre. Riportiamo integralmente la risposta di Giulio Barsacchi alle “allusioni” di un navigatore anonimo (qui il testo)

“REPLICA AD UN VILE”

Avendo letto alcune sgradevoli allusioni ad un doloroso episodio di 18 anni fa (processo tangenti nuova Pretura di Viareggio), riguardante mio padre, non posso esimermi dal replicare.

Il tentativo di coinvolgere Paolo Barsacchi in quella vicenda fu uno squallido scaricabarile (perché attuato post mortem) perpetrato da Craxi e C. nei confronti di un loro senatore. Ti sei mai chiesto, caro pseudonimo, perché il partito che, più di ogni altro, fece del giustizialismo la sua ragion d’essere (La Rete), propose a mia madre la candidatura alla Camera dei Deputati? E come spieghi gli elogi e gli incoraggiamenti fatti ad Anna Maria Barsacchi dai principali quotidiani nazionali? E i ringraziamenti del Pubblico Ministero Nicola Pisano per la nostra collaborazione?

Con una segreteria telefonica da 2 palanche, io e mia madre, abbiamo registrato e portato a testimoniare, inimicandoci un bel pezzo di “politica” e di massoneria, pezzi grossi come Scalfaro, Amato,Vassalli. Lasciatemi dire che abbiamo avuto tanto CORAGGIO, perché, pur sapendo di essere nel giusto, in quel momento eravamo assolutamente soli. Sì, abbiamo avuto coraggio, al contrario di te, povero vigliacco, che eserciti la calunnia protetto dall’anonimato.

Giulio Barsacchi

PS : L’onestà, lo strenuo rigore etico, erano tra le qualità più riconosciute di Paolo Barsacchi. Per questo è ancora ricordato con grandissimo affetto dai suoi concittadini”


Santanché: “In Forza Italia non c’è spazio per Alfano”
di Andrea Tempestini
(da “Libero”, 16 settembre 2013)

Lo scontro tra due paradigmi. O, più semplicemente, falchi contro colombe. Falco contro colomba. Pitonessa contro Angelino. L’affondo è di quelli duri, che fanno male, e che dimostrano come la “pax” tra le diverse anime del Pdl, nei giorni caldi della decadenza e dei dubbi sulle larghe intese, resta un miraggio. L’occasione per sganciare un siluro contro il segretario è il ritorno a Forza Italia. Nuovo partito, nuova storia. Una storia nella quale, secondo la Santanché, non c’è spazio per Alfano. “Quando è stato eletto segretario – spiega in un’intervista al Tempo – ha detto che voleva una testa una sedia. E quindi siamo andati nella direzione che lui stesso ha indicato”. Ora, però, si passa a Forza Italia, che “sarà un partito presidenziale, con a capo Berlusconi e senza segretario. Così elimineremo tutti quei lacci e lacciuoli tra la gente e il presidente”. Niente segretario, insomma. Niente spazio per Alfano in un partito che, secondo le ultime indiscrezioni di stampa, vedrà nella stanza dei bottoni soltanto i “duri e puri”

Le bordate di Daniela – L’irriducibile Daniela non perdona ad Angelino i tentativi di mediazione con il Pd, l’altra metà di quella maggioranza che ne ha fatto il suo vicepremier. Santanchè usa toni duri contro i democratici. E, ancora, contro il segretario. “Non c’è tempo da perdere. In tutti i sensi – esordisce -. La strategia che il Pdl ha usato fino a oggi è stata una rovina assoluta, abbiamo solo perso tempo senza ottenere nulla”. Un altro proiettile che sembra avere Alfano come bersaglio. “Bisogna cambiare – prosegue -. Il Pd si è rivelato per quello che è, hanno voglia soltanto di eliminare Berlusconi. Sono diventati il braccio politico di una magistratura politicizzata, il partito delle manette e delle tasse. E lo stanno dimostrando ancora una volta, cercando di cambiare le regole in corsa sul voto segreto. Anche il presidente Grasso si sta comportando in maniera ambigua. Basta, non è più accettabile”. Le larghe intese, dunque, devono essere archiviate? Pochi dubbi, per la pitonessa: “Se fossi un ministro, il giorno dopo il voto in Giunta non potrei stare un minuto in più allo stesso tavolo con i carnefici di Berlusconi”.

Lo sgomento di Cicchitto – L’attacco al “Pd manettaro” pronto a “fucilare” il Cav, nel Pdl, unisce tutti quanti. Falchi e colombe. Lo sgambetto ad Alfano, invece, è materia più complessa e spinosa. Così Fabrizio Cicchitto, che da politico paludato si muove tra l’ala radicale del partito e quella moderata, prende carta e penna ed esprime il suo disagio in una nota: “Francamente sono molto sorpreso per la polemica di Daniela Santanchè nei confronti di Angelino Alfano. Una polemica sbagliata nei contenuti e nel momento scelto, visto che oggi lo scontro politico è concentrato sul ruolo e il futuro di Berlusconi, sottoposto ad un durissimo attacco politico e giudiziario. Questo – prosegue Cicchitto – dovrebbe essere il momento dell’unità e non della divisione. Perdipiù – aggiusta la mira – la Santanchè non deve mai dimenticare che è responsabile dell’organizzazione del partito e che quindi dovrebbe svolgere un ruolo di garanzia e mediazione nei confronti di tutti, e non di divisione”. Cicchitto conclude poi con un elogio di Angelino, che “ha sempre svolto un ruolo di equilibrio e deve esserci in un gruppo dirigente pluralista e rappresentativo”. Lo scontro continua.


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Bart